lunedì 18 ottobre 2010

UNDICESIMA CONGREGAZIONE GENERALE - Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente


UNDICESIMA CONGREGAZIONE GENERALE

CITTÀ DEL VATICANO, 18 OTT 2010 (VIS). Questa mattina si è svolta, alla presenza del Santo Padre, l’undicesima Congregazione Generale per la “Relatio post disceptationem” (Relazione dopo la discussione). Il presidente delegato di turno è stato il cardinal Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali.

Offriamo di seguito un ampio estratto della “Relatio post disceptationem”, letta dal relatore generale, Sua Beatitudine Antonios Naguib, Patriarca di Alessandria dei Copti (Egitto).

I. LA PRESENZA CRISTIANA IN MEDIO ORIENTE

“L’annuncio del Vangelo e l’annuncio di Cristo a tutti i popoli è un dovere supremo delle nostre Chiese e di tutte le Chiese. Le nostre Chiese hanno bisogno di una conversione missionaria per vivificare in noi il senso, l’ardore, lo slancio e il dinamismo missionario.(…) La formazione missionaria dei nostri fedeli, e soprattutto dei nostri responsabili della vita della Chiesa, è indispensabile”.

“La religione non deve essere politicizzata né lo Stato prevalere sulla religione. (…) I moderni media (sms, website, internet, televisione, radio) hanno un ruolo importante in questo campo. Essi offrono uno strumento potente e prezioso per diffondere il messaggio cristiano, affrontare le sfide che si oppongono a questo messaggio e comunicare con i fedeli della diaspora. A tale scopo bisogna formare dei quadri specializzati. I cristiani orientali devono impegnarsi per il bene comune, in tutti i suoi aspetti, come hanno sempre fatto”.

“Le situazioni politico-sociali dei nostri Paesi hanno una ripercussione diretta sui cristiani, che risentono più fortemente delle conseguenze negative. Pur condannando la violenza da dovunque provenga, e invocando una soluzione giusta e durevole del conflitto israelo-palestinese, esprimiamo la nostra solidarietà con il popolo palestinese, la cui situazione attuale favorisce il fondamentalismo. Chiediamo alla politica mondiale di tener sufficientemente conto della drammatica situazione dei cristiani in Iraq, che sono la vittima principale della guerra e delle sue conseguenze”.

“La libertà religiosa è una componente essenziale dei diritti dell’uomo. La mancanza di libertà religiosa è quasi sempre associata alla privazione dei diritti fondamentali. La libertà di culto, che è un aspetto della libertà religiosa, nella maggior parte dei nostri Paesi, è garantita dalle costituzioni. Ma anche qui, in alcuni Paesi, certe leggi o pratiche ne limitano l’applicazione. (…) La libertà religiosa non è un relativismo che considera uguali tutti le fedi religiose. Essa è la conseguenza del dovere che ciascuno ha di aderire alla verità, in base ad una convinta scelta di coscienza e nel rispetto della dignità di ogni persona.(…)La libertà religiosa comporta anche il diritto all’annuncio della propria fede, che è un diritto e un dovere di ogni religione”.

“L’emigrazione è una delle grandi sfide che minacciano la presenza dei cristiani in alcuni Paesi del Medio Oriente. (…) Le cause principali di questo preoccupante fenomeno sono le situazioni economiche e politiche, l’avanzata del fondamentalismo e la restrizione delle libertà e dell’uguaglianza, fortemente aggravate dal conflitto israelo-palestinese e dalla guerra in Iraq. (…) L’emigrazione è un diritto naturale lasciato alla libera scelta delle persone e delle famiglie, soprattutto per coloro che si trovano in condizioni difficili. Ma la Chiesa ha il dovere d’incoraggiare i suoi fedeli a rimanere come testimoni, apostoli, e costruttori di pace e di benessere nel loro Paese”.

“Il pericolo che minaccia i cristiani del Medio Oriente non deriva soltanto dalla loro situazione di minoranza né da minacce esterne, ma soprattutto dal loro allontanamento dalla verità del Vangelo, dalla loro fede e dalla loro missione. La duplicità della vita, per il cristianesimo, è più pericolosa di qualsiasi altra minaccia. Il vero dramma dell’uomo non è il fatto che soffra a causa della sua missione, ma che non abbia più una missione, per cui perde il senso e lo scopo della propria vita”.

II. LA COMUNIONE ECCLESIALE

“Abbiamo bisogno di valorizzare meglio, comprendere meglio, e praticare meglio l’unità della Chiesa. È indispensabile insegnare la Chiesa come Acomunione@, nella catechesi, nelle omelie, nella formazione del clero, dei religiosi e delle religiose, e dei laici. La comunione è chiamata ad essere innanzitutto affettiva, prima di diventare effettiva. È importante coltivare un senso profondo della comunione spirituale, dell’appartenenza ad una stessa Chiesa”.

“La “comunione” fra le Chiese è il primo obiettivo e il primo compito di questo Sinodo.(…) I Pastori devono aiutare i fedeli a conoscere, apprezzare, amare e vivere la bellezza della varietà plurale della Chiesa, nell’unità e nella carità. (…) Devono essere incoraggiate le relazioni inter-ecclesiali, non solo fra le Chiese sui iuris del Medio Oriente, ma anche con le Chiese Orientali e con la Chiesa latina della Diaspora, in stretta unione con il Santo Padre, la Santa Sede e i Rappresentanti Pontifici”.

“È di fondamentale importanza la valorizzazione del ruolo dei laici, uomini e donne, e della loro partecipazione nella vita e nella missione della Chiesa. Che questo Sinodo sia per loro e per tutta la Chiesa una vera primavera spirituale, pastorale e sociale. Abbiamo bisogno di rafforzare l’impegno dei laici nella pastorale comune della Chiesa. La donna, consacrata e laica, dovrebbe trovarvi il posto e la missione adeguati”.

“La missione e l’ecumenismo sono strettamente correlate. Le Chiese cattoliche e ortodosse hanno molto in comune. (…) Occorre uno sforzo sincero per superare i pregiudizi, per capirsi meglio e puntare alla pienezza di comunione nella fede, nei sacramenti e nel servizio gerarchico. Questo Sinodo dovrebbe favorire la comunione e l’unità con le Chiese sorelle ortodosse e le comunità ecclesiali”.

“Abbiamo constatato che l’ecumenismo sta attraversando attualmente una crisi. (…) Occorre che l’ecumenismo diventi un obiettivo fondamentale nelle Assemblee e nelle Conferenze Episcopali. È stata proposta la creazione di una commissione ecumenica nel Consiglio dei Patriarchi cattolici d’Oriente. Si dovranno utilizzare i media per rafforzare e vivificare l'ecumenismo”.

III. LA TESTIMONIANZA CRISTIANA.
TESTIMONI DELLA RESURREZIONE E DELL’AMORE

“Dobbiamo incoraggiare tutti i fedeli, ma soprattutto i sacerdoti, i religiosi e le religiose, le persone consacrate e i responsabili della pastorale e dell’apostolato, a seguire l’insegnamento della Chiesa e a studiare i documenti del magistero, preferibilmente mediante uno studio comunitario”.

“Un’attenzione speciale deve essere riservata alla famiglia, che rischia di essere indebolita e minata dalla visione relativista occidentale e dalla visione non cristiana dominante nella nostra regione. Le famiglie di religione mista devono essere oggetto di particolare cura pastorale. I manuali di catechismo devono completare le lacune e correggere gli errori che si trovano altrove”.

“È stato suggerito di formare una commissione per l'impulso e il coordinamento dei mezzi di comunicazione in Medio Oriente. (…) I media e la comunicazione sono un potente mezzo per consolidare la comunione”.

“Nelle nostre Chiese orientali, la Divina Liturgia è al centro della vita religiosa. Essa svolge un ruolo importante nel conservare l’identità cristiana, rafforzare l’appartenenza alla Chiesa, vivificare la vita di fede. Dobbiamo conservare e coltivare il senso del sacro, dei simboli e della religiosità popolare purificata e approfondita”.

“Il conflitto israelo-palestinese si ripercuote sui rapporti tra cristiani ed ebrei. A più riprese, la Santa Sede ha chiaramente espresso la sua posizione, auspicando che i due popoli possano vivere in pace, ognuno nella sua patria, con confini sicuri, internazionalmente riconosciuti. (…) La preghiera per la pace è di fondamentale importanza. (…) Le nostre Chiese rifiutano l’antisemitismo e l’antiebraismo”.

“Per un dialogo proficuo, cristiani e musulmani devono conoscersi meglio. (…) Musulmani e cristiani condividono l’essenza dei 5 pilastri dell’Islam. Numerose iniziative dimostrano la possibilità di incontro e di lavoro fondato sui valori comuni (pace, solidarietà, non violenza). (…) Le Chiese orientali sono le più adatte a promuovere il dialogo interreligioso con l’Islam. È un dovere che spetta loro per la natura della loro storia, della loro presenza e della loro missione. (…) Occorre evitare ogni azione provocatoria, offensiva, umiliante e ogni atteggiamento anti-islamico. (…) Per essere autentico, il dialogo deve realizzarsi nella verità”.

“L’Occidente viene identificato con il Cristianesimo e le scelte degli Stati vengono attribuite alla Chiesa. Oggi, invece, i governi occidentali sono laici e sempre più in contrasto con i principi della fede cristiana. È importante spiegare questa realtà e il senso di una laicità positiva, che distingue il politico dal religioso. In questo contesto, il cristiano ha il dovere e la missione di presentare e vivere i valori evangelici. (…) Dobbiamo in ogni momento dare testimonianza con la vita, senza sincretismo né relativismo, con umiltà, rispetto, sincerità e amore”.

CONCLUSIONE

Quale futuro per i cristiani del Medio Oriente? “Non temere, piccolo gregge!” (Lc 12, 32).

“Dobbiamo lavorare tutti insieme per preparare una nuova alba in Medio Oriente. Siamo sostenuti dalla preghiera, dalla comprensione e dall'amore di tutti i nostri fratelli e le nostre sorelle nel mondo. Non siamo soli. Questo Sinodo ce l’ha fatto sentire molto chiaramente”.

Vatican Information Service (VIS)


NONA CONGREGAZIONE GENERALE - Sinodo dei Vescovi per il Medio Oriente


NONA CONGREGAZIONE GENERALE

CITTA' DEL VATICANO, 15 OTT. 2010 (VIS). Nel corso della Nona Congregazione Generale, tenutasi nel pomeriggio di oggi nell’Aula del Sinodo, sono continuati gli interventi dei Padri Sinodali. Presidente Delegato di turno è stato il Cardinale Leonardo Sandri, Prefetto della Congregazione per le Chiese Orientali.
Gli interventi liberi si sono svolti in presenza del Santo Padre.

Di seguito riportiamo estratti di alcuni interventi:

CARDINALE WILLIAM JOSEPH LEVADA, PREFETTO DELLA CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE (CITTÀ DEL VATICANO). “Il mio intervento verterà sulla nozione della tradizione viva della Chiesa, così come viene insegnata nella Costituzione sulla divina rivelazione del Concilio Vaticano II ‘Dei Verbum’, e sulla comprensione del ruolo del Papa nella tradizione apostolica. (...) Attraverso il suo studio dei Padri dell’epoca patristica e dei primi Concili Ecumenici, il Cardinale Newman ha trovato proprio la tradizione viva, che lo ha portato ad abbracciare la pienezza della fede in seno alla Chiesa cattolica. (...) Prevedrei uno studio e uno scambio di opinioni utili su come il ministero del Successore di Pietro, con le sue caratteristiche dottrinali fondamentali, potrebbe essere esercitato in modi diversi, secondo le diverse necessità dei tempi e dei luoghi. Questo rimane un capitolo dell’ecclesiologia che deve essere ulteriormente esplorato e completato. (...) Queste riflessioni teologiche, tuttavia, non sostituiscono la testimonianza vitale che i cattolici in Medio Oriente danno ai loro fratelli ortodossi e musulmani su come la dottrina della Chiesa si sviluppa nella tradizione apostolica viva, guidata dal dono di Cristo dello Spirito Santo al Magistero della Chiesa in ogni tempo. Questo Magistero comprende necessariamente il ruolo del Papa come capo del collegio apostolico dei vescovi, insieme al mandato di Cristo di confermare i fratelli nell’unità della fede perché ‘tutti siano una cosa sola’”.

MONSIGNOR MIKAËL MOURADIAN, VICARIO PATRIARCALE PER L'ISTITUTO DEL CLERO PATRIARCALE DI BZOMMAR (LIBANO). “È vero che il Medio Oriente è la Terra Santa e terra di santi, come dimostrano le canonizzazioni e beatificazioni che hanno avuto luogo in questi ultimi anni: Mar Charbel, Naamat Allah al Hardini, Rafka, Abouna Yaacoub, Ignace Maloyan, Al Akh Stephan... Questo, però, non deve renderci ciechi davanti alla verità, che in Medio Oriente si vive anche una crisi di vocazioni. (...) Quali sono le cause della caduta delle vocazioni religiose, le sue conseguenze a breve, medio e lungo termine, e le soluzioni immaginabili? (...) Cause principali: la caduta della natalità tra le famiglie cristiane; i problemi materiali e morali che la famiglia deve affrontare; la crisi dei valori; la difficoltà di prendersi un impegno a lungo termine; l’emancipazione femminile; la crisi della fede; la contro-testimonianza da parte dei consacrati. Soluzioni immaginabili: sostenere la famiglia; educare ai veri valori; che i consacrati testimonino con sincerità la loro fedeltà a Cristo e alla loro consacrazione...; assicurare un buon discernimento delle vocazioni; dare la priorità alla qualità sulla quantità; vegliare su una buona direzione spirituale delle vocazioni; offrire una formazione iniziale e permanente adeguata. (...) È nelle famiglie credenti e praticanti che nascono anche le vocazioni”.

ARCIVESCOVO CYRIL VASIL', S.I., SEGRETARIO DELLA CONGREGAZIONE PER LE CHIESE ORIENTALI (CITTÀ DEL VATICANO). “La sinodalità, riguarda in modo particolare il meccanismo della scelta dei candidati all'episcopato. Le verifiche sull'idoneità dei candidati dovrebbero essere svolte dai vescovi e dal Sinodo in maniera molto più appropriata di come talvolta avviene al presente, proprio per facilitare e accelerare il processo di concessione dell'assenso Pontificio. (...) In primo luogo si deve valutare costantemente lo stato attuale delle istituzioni formative e accademiche, il livello di formazione culturale e spirituale che esse offrono. Le difficoltà che riscontrano gli studenti negli studi superiori fuori dal contesto orientale, per esempio a Roma, non sono trascurabili ed è inutile nasconderli. C'è da chiedersi se non sarebbe finalmente giunto il momento di aprire un primo ciclo di studi teologici orientali qui a Roma, in una Facoltà teologica orientale? (...) Per quanto riguarda i fedeli che si trasferiscono fuori dal Medio Oriente, talvolta viene reclamata l'estensione ‘planetaria’ della giurisdizione dei patriarchi - come se ciò fosse un diritto e una soluzione universale ai problemi dalla pastorale dei migranti. Va ricordato che fra il preteso diritto universale e la richiesta circostanziata e motivata c'è una grande differenza”.

ARCIVESCOVO MICHEL ABRASS, B.A., VESCOVO DI CURIA DEL PATRIARCATO DI ANTIOCHIA DEI GRECO-MELKITI (SIRIA). “I problemi della scelta del ‘regime’ applicabile al Libano si pongono con grande forza ai laici di oggi; un grande numero di laici, infatti, si domanda cosa ne sarà della loro vita se essi si dichiarano cristiani, senza attenuare la loro posizione con una dose di laicità, in base al grado di emancipazione del loro interlocutore non cristiano, spesso, in Medio Oriente, di religione maomettana. Questi cristiani hanno bisogno di una ‘certa laicità positiva’. Dove la troveranno? Attualmente le nostre ‘pecorelle laiche’ rinnegano se stesse; occorre dar loro una legittimità che solo possono dar loro gli ecclesiastici, a condizione che gliela abbia fatta acquisire il loro statuto. Pensiamo che occorrerebbe autorizzare i cristiani che lo vogliono ad adottare uno statuto laico, senza tradire i dogmi né gli insegnamenti delle Chiese, tenendo conto del fatto che non si è in una terra solamente cristiana”.

ARCIVESCOVO ATHANASE MATTI SHABA MATOKA, DI BABILONIA DEI SIRI (IRAQ). “L’Iraq non cessa di vivere una situazione d’instabilità, di prove e di guerre, l’ultima delle quali è l’occupazione americana. I cristiani hanno sempre avuto la loro parte nei sacrifici e nelle prove con i martiri nelle guerre e in ogni sorta di prova. Dal 2003 i cristiani sono vittima di una situazione cruenta che ha provocato una grande emigrazione fuori dall’Iraq. Non vi sono statistiche certe, ma gli indicatori evidenziano che la metà dei cristiani ha abbandonato l’Iraq e che senza alcun dubbio rimangono solo circa 400.000 cristiani degli 800.000 che vi vivevano. L’invasione dell’Iraq da parte dell’America e dei suoi alleati ha portato sull’Iraq in generale e sui cristiani in particolare distruzione e rovina a tutti i livelli. (...) Sono passati sette anni in Iraq è il cristianesimo vive un’emorragia continua. Dov’è la coscienza mondiale? Tutti rimangono a fare da spettatori dinnanzi a ciò che accade in Iraq, soprattutto nei confronti dei cristiani. Vogliamo suonare un campanello d’allarme. Poniamo la domanda alla grandi potenze: che cosa c’è di vero in ciò che si dice riguardo ad un piano per svuotare il Medio Oriente dai Cristiani e del fatto che l’Iraq ne sarebbe una vittima? Ritengo che il sinodo debba studiare con attenzione questo argomento e debba valutare ciò che può essere deciso per iscritto al fine di porre rimedio alla situazione che regna in Medio Oriente.

ARCIVESCOVO DENYS ANTOINE CHAHDA, DI ALEP DEI SIRI (SIRIA). “Cristo ha chiesto a tutti i battezzati di essere uniti così come lui e il Padre sono una cosa sola. (...) Aveva voluto che la loro unità fosse un segno per le nazioni, ‘signum inter gentes’, una luce che attraesse gli uomini verso il Padre e li invitasse a credere in lui. Infatti, la divisione della Chiesa è un atto di infedeltà al suo Fondatore e uno scandalo per coloro che non credono in Gesù. Ritengo che ciò che ci separa dai nostri fratelli ortodossi è la comprensione del primato di Pietro. Spetta ai teologi trovare una nuova interpretazione. Perché non giungere all’unità nella fede, ma nella diversità? Il sinodo di Gerusalemme del ‘49 potrebbe essere la chiave per trovare una soluzione alla divisione delle Chiese”.

Vatican Information Service (VIS)

Papa Benedetto XVI ai Seminaristi (18 ottobre 2010)


LETTERA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI SEMINARISTI


Cari Seminaristi,

nel dicembre 1944, quando fui chiamato al servizio militare, il comandante di compagnia domandò a ciascuno di noi a quale professione aspirasse per il futuro. Risposi di voler diventare sacerdote cattolico. Il sottotenente replicò: Allora Lei deve cercarsi qualcos’altro. Nella nuova Germania non c’è più bisogno di preti. Sapevo che questa “nuova Germania” era già alla fine, e che dopo le enormi devastazioni portate da quella follia sul Paese, ci sarebbe stato bisogno più che mai di sacerdoti. Oggi, la situazione è completamente diversa. In vari modi, però, anche oggi molti pensano che il sacerdozio cattolico non sia una “professione” per il futuro, ma che appartenga piuttosto al passato. Voi, cari amici, vi siete decisi ad entrare in seminario, e vi siete, quindi, messi in cammino verso il ministero sacerdotale nella Chiesa Cattolica, contro tali obiezioni e opinioni. Avete fatto bene a farlo. Perché gli uomini avranno sempre bisogno di Dio, anche nell’epoca del dominio tecnico del mondo e della globalizzazione: del Dio che ci si è mostrato in Gesù Cristo e che ci raduna nella Chiesa universale, per imparare con Lui e per mezzo di Lui la vera vita e per tenere presenti e rendere efficaci i criteri della vera umanità. Dove l’uomo non percepisce più Dio, la vita diventa vuota; tutto è insufficiente. L’uomo cerca poi rifugio nell’ebbrezza o nella violenza, dalla quale proprio la gioventù viene sempre più minacciata. Dio vive. Ha creato ognuno di noi e conosce, quindi, tutti. È così grande che ha tempo per le nostre piccole cose: “I capelli del vostro capo sono tutti contati”. Dio vive, e ha bisogno di uomini che esistono per Lui e che Lo portano agli altri. Sì, ha senso diventare sacerdote: il mondo ha bisogno di sacerdoti, di pastori, oggi, domani e sempre, fino a quando esisterà.

Il seminario è una comunità in cammino verso il servizio sacerdotale. Con ciò, ho già detto qualcosa di molto importante: sacerdoti non si diventa da soli. Occorre la “comunità dei discepoli”, l’insieme di coloro che vogliono servire la comune Chiesa. Con questa lettera vorrei evidenziare – anche guardando indietro al mio tempo in seminario – qualche elemento importante per questi anni del vostro essere in cammino.

1. Chi vuole diventare sacerdote, dev’essere soprattutto un “uomo di Dio”, come lo descrive san Paolo (1 Tm 6,11). Per noi Dio non è un’ipotesi distante, non è uno sconosciuto che si è ritirato dopo il “big bang”. Dio si è mostrato in Gesù Cristo. Nel volto di Gesù Cristo vediamo il volto di Dio. Nelle sue parole sentiamo Dio stesso parlare con noi. Perciò la cosa più importante nel cammino verso il sacerdozio e durante tutta la vita sacerdotale è il rapporto personale con Dio in Gesù Cristo. Il sacerdote non è l’amministratore di una qualsiasi associazione, di cui cerca di mantenere e aumentare il numero dei membri. È il messaggero di Dio tra gli uomini. Vuole condurre a Dio e così far crescere anche la vera comunione degli uomini tra di loro. Per questo, cari amici, è tanto importante che impariate a vivere in contatto costante con Dio. Quando il Signore dice: “Pregate in ogni momento”, naturalmente non ci chiede di dire continuamente parole di preghiera, ma di non perdere mai il contatto interiore con Dio. Esercitarsi in questo contatto è il senso della nostra preghiera. Perciò è importante che il giorno incominci e si concluda con la preghiera. Che ascoltiamo Dio nella lettura della Scrittura. Che gli diciamo i nostri desideri e le nostre speranze, le nostre gioie e sofferenze, i nostri errori e il nostro ringraziamento per ogni cosa bella e buona, e che in questo modo Lo abbiamo sempre davanti ai nostri occhi come punto di riferimento della nostra vita. Così diventiamo sensibili ai nostri errori e impariamo a lavorare per migliorarci; ma diventiamo sensibili anche a tutto il bello e il bene che riceviamo ogni giorno come cosa ovvia, e così cresce la gratitudine. Con la gratitudine cresce la gioia per il fatto che Dio ci è vicino e possiamo servirlo.

2. Dio non è solo una parola per noi. Nei Sacramenti Egli si dona a noi in persona, attraverso cose corporali. Il centro del nostro rapporto con Dio e della configurazione della nostra vita è l’Eucaristia. Celebrarla con partecipazione interiore e incontrare così Cristo in persona, dev’essere il centro di tutte le nostre giornate. San Cipriano ha interpretato la domanda del Vangelo: “Dacci oggi il nostro pane quotidiano”, dicendo, tra l’altro, che “nostro” pane, il pane che possiamo ricevere da cristiani nella Chiesa, è il Signore eucaristico stesso. Nella domanda del Padre Nostro preghiamo quindi che Egli ci doni ogni giorno questo “nostro” pane; che esso sia sempre il cibo della nostra vita. Che il Cristo risorto, che si dona a noi nell’Eucaristia, plasmi davvero tutta la nostra vita con lo splendore del suo amore divino. Per la retta celebrazione eucaristica è necessario anche che impariamo a conoscere, capire e amare la liturgia della Chiesa nella sua forma concreta. Nella liturgia preghiamo con i fedeli di tutti i secoli – passato, presente e futuro si congiungono in un unico grande coro di preghiera. Come posso affermare per il mio cammino personale, è una cosa entusiasmante imparare a capire man mano come tutto ciò sia cresciuto, quanta esperienza di fede ci sia nella struttura della liturgia della Messa, quante generazioni l’abbiano formata pregando.

3. Anche il sacramento della Penitenza è importante. Mi insegna a guardarmi dal punto di vista di Dio, e mi costringe ad essere onesto nei confronti di me stesso. Mi conduce all’umiltà. Il Curato d’Ars ha detto una volta: Voi pensate che non abbia senso ottenere l’assoluzione oggi, pur sapendo che domani farete di nuovo gli stessi peccati. Ma – così dice – Dio stesso dimentica al momento i vostri peccati di domani, per donarvi la sua grazia oggi. Benché abbiamo da combattere continuamente con gli stessi errori, è importante opporsi all’abbrutimento dell’anima, all’indifferenza che si rassegna al fatto di essere fatti così. È importante restare in cammino, senza scrupolosità, nella consapevolezza riconoscente che Dio mi perdona sempre di nuovo. Ma anche senza indifferenza, che non farebbe più lottare per la santità e per il miglioramento. E, nel lasciarmi perdonare, imparo anche a perdonare gli altri. Riconoscendo la mia miseria, divento anche più tollerante e comprensivo nei confronti delle debolezze del prossimo.

4. Mantenete pure in voi la sensibilità per la pietà popolare, che è diversa in tutte le culture, ma che è pur sempre molto simile, perché il cuore dell’uomo alla fine è lo stesso. Certo, la pietà popolare tende all’irrazionalità, talvolta forse anche all’esteriorità. Eppure, escluderla è del tutto sbagliato. Attraverso di essa, la fede è entrata nel cuore degli uomini, è diventata parte dei loro sentimenti, delle loro abitudini, del loro comune sentire e vivere. Perciò la pietà popolare è un grande patrimonio della Chiesa. La fede si è fatta carne e sangue. Certamente la pietà popolare dev’essere sempre purificata, riferita al centro, ma merita il nostro amore, ed essa rende noi stessi in modo pienamente reale “Popolo di Dio”.

5. Il tempo in seminario è anche e soprattutto tempo di studio. La fede cristiana ha una dimensione razionale e intellettuale che le è essenziale. Senza di essa la fede non sarebbe se stessa. Paolo parla di una “forma di insegnamento”, alla quale siamo stati affidati nel battesimo (Rm 6,17). Voi tutti conoscete la parola di San Pietro, considerata dai teologi medioevali la giustificazione per una teologia razionale e scientificamente elaborata: “Pronti sempre a rispondere a chiunque vi domandi ‘ragione’ (logos) della speranza che è in voi” (1 Pt 3,15). Imparare la capacità di dare tali risposte, è uno dei principali compiti degli anni di seminario. Posso solo pregarvi insistentemente: Studiate con impegno! Sfruttate gli anni dello studio! Non ve ne pentirete. Certo, spesso le materie di studio sembrano molto lontane dalla pratica della vita cristiana e dal servizio pastorale. Tuttavia è completamente sbagliato porre sempre subito la domanda pragmatica: Mi potrà servire questo in futuro? Sarà di utilità pratica, pastorale? Non si tratta appunto soltanto di imparare le cose evidentemente utili, ma di conoscere e comprendere la struttura interna della fede nella sua totalità, così che essa diventi risposta alle domande degli uomini, i quali cambiano, dal punto di vista esteriore, di generazione in generazione, e tuttavia restano in fondo gli stessi. Perciò è importante andare oltre le mutevoli domande del momento per comprendere le domande vere e proprie e capire così anche le risposte come vere risposte. È importante conoscere a fondo la Sacra Scrittura interamente, nella sua unità di Antico e Nuovo Testamento: la formazione dei testi, la loro peculiarità letteraria, la graduale composizione di essi fino a formare il canone dei libri sacri, l’interiore unità dinamica che non si trova in superficie, ma che sola dà a tutti i singoli testi il loro significato pieno. È importante conoscere i Padri e i grandi Concili, nei quali la Chiesa ha assimilato, riflettendo e credendo, le affermazioni essenziali della Scrittura. Potrei continuare in questo modo: ciò che chiamiamo dogmatica è il comprendere i singoli contenuti della fede nella loro unità, anzi, nella loro ultima semplicità: ogni singolo particolare è alla fine solo dispiegamento della fede nell’unico Dio, che si è manifestato e si manifesta a noi. Che sia importante conoscere le questioni essenziali della teologia morale e della dottrina sociale cattolica, non ho bisogno di dirlo espressamente. Quanto importante sia oggi la teologia ecumenica, il conoscere le varie comunità cristiane, è evidente; parimenti la necessità di un orientamento fondamentale sulle grandi religioni, e non da ultima la filosofia: la comprensione del cercare e domandare umano, al quale la fede vuol dare risposta. Ma imparate anche a comprendere e - oso dire – ad amare il diritto canonico nella sua necessità intrinseca e nelle forme della sua applicazione pratica: una società senza diritto sarebbe una società priva di diritti. Il diritto è condizione dell’amore. Ora non voglio continuare ad elencare, ma solo dire ancora una volta: amate lo studio della teologia e seguitelo con attenta sensibilità per ancorare la teologia alla comunità viva della Chiesa, la quale, con la sua autorità, non è un polo opposto alla scienza teologica, ma il suo presupposto. Senza la Chiesa che crede, la teologia smette di essere se stessa e diventa un insieme di diverse discipline senza unità interiore.

6. Gli anni nel seminario devono essere anche un tempo di maturazione umana. Per il sacerdote, il quale dovrà accompagnare altri lungo il cammino della vita e fino alla porta della morte, è importante che egli stesso abbia messo in giusto equilibrio cuore e intelletto, ragione e sentimento, corpo e anima, e che sia umanamente “integro”. La tradizione cristiana, pertanto, ha sempre collegato con le “virtù teologali” anche le “virtù cardinali”, derivate dall’esperienza umana e dalla filosofia, e in genere la sana tradizione etica dell’umanità. Paolo lo dice ai Filippesi in modo molto chiaro: “In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri” (4,8). Di questo contesto fa parte anche l’integrazione della sessualità nell’insieme della personalità. La sessualità è un dono del Creatore, ma anche un compito che riguarda lo sviluppo del proprio essere umano. Quando non è integrata nella persona, la sessualità diventa banale e distruttiva allo stesso tempo. Oggi vediamo questo in molti esempi nella nostra società. Di recente abbiamo dovuto constatare con grande dispiacere che sacerdoti hanno sfigurato il loro ministero con l’abuso sessuale di bambini e giovani. Anziché portare le persone ad un’umanità matura ed esserne l’esempio, hanno provocato, con i loro abusi, distruzioni di cui proviamo profondo dolore e rincrescimento. A causa di tutto ciò può sorgere la domanda in molti, forse anche in voi stessi, se sia bene farsi prete; se la via del celibato sia sensata come vita umana. L’abuso, però, che è da riprovare profondamente, non può screditare la missione sacerdotale, la quale rimane grande e pura. Grazie a Dio, tutti conosciamo sacerdoti convincenti, plasmati dalla loro fede, i quali testimoniano che in questo stato, e proprio nella vita celibataria, si può giungere ad un’umanità autentica, pura e matura. Ciò che è accaduto, però, deve renderci più vigilanti e attenti, proprio per interrogare accuratamente noi stessi, davanti a Dio, nel cammino verso il sacerdozio, per capire se ciò sia la sua volontà per me. È compito dei padri confessori e dei vostri superiori accompagnarvi e aiutarvi in questo percorso di discernimento. È un elemento essenziale del vostro cammino praticare le virtù umane fondamentali, con lo sguardo rivolto al Dio manifestato in Cristo, e lasciarsi, sempre di nuovo, purificare da Lui.

7. Oggi gli inizi della vocazione sacerdotale sono più vari e diversi che in anni passati. La decisione per il sacerdozio si forma oggi spesso nelle esperienze di una professione secolare già appresa. Cresce spesso nelle comunità, specialmente nei movimenti, che favoriscono un incontro comunitario con Cristo e la sua Chiesa, un’esperienza spirituale e la gioia nel servizio della fede. La decisione matura anche in incontri del tutto personali con la grandezza e la miseria dell’essere umano. Così i candidati al sacerdozio vivono spesso in continenti spirituali completamente diversi. Potrà essere difficile riconoscere gli elementi comuni del futuro mandato e del suo itinerario spirituale. Proprio per questo il seminario è importante come comunità in cammino al di sopra delle varie forme di spiritualità. I movimenti sono una cosa magnifica. Voi sapete quanto li apprezzo e amo come dono dello Spirito Santo alla Chiesa. Devono essere valutati, però, secondo il modo in cui tutti sono aperti alla comune realtà cattolica, alla vita dell’unica e comune Chiesa di Cristo che in tutta la sua varietà è comunque solo una. Il seminario è il periodo nel quale imparate l’uno con l’altro e l’uno dall’altro. Nella convivenza, forse talvolta difficile, dovete imparare la generosità e la tolleranza non solo nel sopportarvi a vicenda, ma nell’arricchirvi l’un l’altro, in modo che ciascuno possa apportare le sue peculiari doti all’insieme, mentre tutti servono la stessa Chiesa, lo stesso Signore. Questa scuola della tolleranza, anzi, dell’accettarsi e del comprendersi nell’unità del Corpo di Cristo, fa parte degli elementi importanti degli anni di seminario.

Cari seminaristi! Con queste righe ho voluto mostrarvi quanto penso a voi proprio in questi tempi difficili e quanto vi sono vicino nella preghiera. E pregate anche per me, perché io possa svolgere bene il mio servizio, finché il Signore lo vuole. Affido il vostro cammino di preparazione al Sacerdozio alla materna protezione di Maria Santissima, la cui casa fu scuola di bene e di grazia. Tutti vi benedica Dio onnipotente, Padre e Figlio e Spirito Santo.

Dal Vaticano, 18 ottobre 2010, Festa di San Luca, Evangelista.

Vostro nel Signore
BENEDETTO PP. XVI

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana

San Luca, evangelista (f) 18 ottobre


17 OTTOBRE
SAN LUCA EVANGELISTA
Festa

Lo «scriba mansuetudinis Christi», come giustamente lo chiama Dante, era nato ad Antiochia, ed esercitava la professione di medico (Col 4,14). Dopo la conversione fu al servizio di Paolo (Filem 24; 2 Tim 4,11; Atti 16,1O-17; 20-21; 28) e gli fu probabilmente accanto nei suoi ultimi giorni (2 Tim 4,11). La sua origine greca e la sua provenienza dal paganesimo, la sua collaborazione all’opera apostolica di Paolo, appaiono sotto molti aspetti in tutta la sua azione evangelizzatrice e nei suoi scritti.

Il Vangelo di Luca ha per tema fondamentale l’ammissione di tutti i popoli alla salvezza (Lc 3,6; 7,1-9; 13,28-30; ecc.) e la partecipazione al Regno di tutte le categorie di persone che la Legge antica escludeva dal culto: i poveri, i peccatori, i deboli, le donne, i pagani (Lc 5,29-32; 7,36-50; 8,1-3; 10,21-22). E’ tutto un «lieto annuncio» che Gesù è il Salvatore, che è tutta bontà, misericordia, dolcezza, gioia. La sua vita-ministero è presentata come un «viaggio» di ascesa a Gerusalemme, al Calvario, alla gloria.

Gli Atti degli Apostoli sono per Luca una «storia-annuncio» della Chiesa missionaria nel mondo, nell’influsso potente dello Spirito Santo. Egli narra a cerchi concentrici il diffondersi del messaggio e del mistero di Cristo ad opera degli Apostoli, dei discepoli, dei diaconi, dei fedeli, presentando dapprima la Chiesa di Gerusalemme, poi le prime missioni in Palestina e dintorni, poi le grandi missioni apostoliche di Paolo. Negli Apostoli è sempre Cristo che opera per mezzo del suo Spirito che compie nel mondo la «nuova creazione».
Luca, autore degli Atti, rimase affascinato dalla comunità apostolica che uscita appena dal Cenacolo era già «un cuor solo e un’anima sola» (cf Atti 4,32).



Il Signore segue i suoi predicatori

Dalle «Omelie sui vangeli» di san Gregorio Magno, papa
(Om. 17, 1-3; PL 76, 1139
)

Il nostro Signore e Salvatore, fratelli carissimi, ci ammonisce ora con la parola, ora con i fatti. A dire il vero, anche le sue azioni hanno valore di comando, perché mentre silenziosamente compie qualcosa ci fa conoscere quello che dobbiamo fare. Ecco che egli manda a due a due i discepoli a predicare, perché sono due i precetti della carità: l'amore di Dio, cioè, e l'amore del prossimo.

Il Signore manda i discepoli a due a due a predicare per indicarci tacitamente che non deve assolutamente assumersi il compito di predicare chi non ha la carità verso gli altri.

Giustamente poi è detto che «li inviò avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi» (Lc 10, 1). Il Signore infatti segue i suoi predicatori, perché la predicazione giunge prima, e solo allora il Signore viene ad abitare nella nostra anima, quando lo hanno preceduto le parole dell'annunzio, attraverso le quali la verità è accolta nella mente. Per questo dice Isaia ai medesimi predicatori: «Preparate la via al Signore, appianate nella steppa la strada per il nostro Dio» (Is 40, 3). E il salmista dice loro: «Spianate la strada a chi sale sul tramonto» (Sal 67, 5 volg.). Il Signore salì «sul tramonto» che fu la sua morte.

Effettivamente il Signore salì «sul tramonto» in quanto la sua morte gli servì come alto piedistallo per manifestare maggiormente la sua gloria mediante la risurrezione. Salì «sul tramonto» perché risorgendo calpestò la morte che aveva affrontato.

Noi dunque spianiamo la strada a colui che sale «sul tramonto» quando predichiamo alle vostre menti la sua gloria; perché, venendo poi egli stesso, le illumini con la presenza del suo amore.
Ascoltiamo quello che dice nell'inviare i predicatori: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai per la sua messe» (Mt 9, 37-38). Per una grande messe gli operai sono pochi. Di questa scarsità non possiamo parlare senza profonda tristezza, poiché vi sono persone che ascolterebbero la buona parola, ma mancano i predicatori. Ecco, il mondo è pieno di sacerdoti, e tuttavia si trova assai di rado chi lavora nella messe del Signore. Ci siamo assunti l'ufficio sacerdotale, ma non compiamo le opere che l'ufficio comporta.

Perciò riflettete attentamente, fratelli carissimi, sulla parola del Signore: «Pregate il padrone della messe, perché mandi operai per la sua messe». Pregate voi per noi, perché siamo in grado di operare per voi come si conviene; perché la lingua non resti inattiva dall'esortare, e il nostro silenzio non condanni, presso il giusto giudice, noi, che abbiamo assunto l'ufficio di predicatori.


Libera me, Domine - Lorenzo Perosi

(Tortona, 21 dicembre 1872 – Roma, 12 dicembre 1956)



Libera me, Domine

Libera me, Domine, de morte æterna, in die illa tremenda:

Quando cæli movendi sunt et terra.

Dum veneris iudicare sæculum per ignem.

Tremens factus sum ego, et timeo, dum discussio venerit, atque ventura ira.

Quando cæli movendi sunt et terra.

Dies illa, dies iræ, calamitatis et miseriæ, dies magna et amara valde.

Dum veneris iudicare sæculum per ignem.

Requiem æternam dona eis, Domine: et lux perpetua luceat eis.

Kyrie, eléison.
Christe, eléison.
Kyrie, eléison.

 

domenica 17 ottobre 2010

Terra Santa News, 15 ottobre 2010


Terra Santa News - 15/10/2010


 
 

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL'ANGELUS - 17 ottobre 2010


BENEDETTO XVI
ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 17 ottobre 2010

[Croato, Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]


Cari fratelli e sorelle!

Al termine di questa solenne celebrazione, desidero rinnovare il mio cordiale saluto a tutti i pellegrini che sono venuti per onorare i nuovi Santi.

Je salue avec plaisir les pèlerins francophones, notamment la Délégation officielle du Canada et tous les Canadiens ici présents pour la canonisation du Frère André Bessette. Recueillant son message, je vous encourage à marcher à sa suite pour accueillir librement et par amour la volonté de Dieu dans votre existence. Puissiez-vous aussi, comme lui, déborder de charité envers vos frères et sœurs qui connaissent la détresse. Que Dieu vous bénisse tous, ainsi que vos familles! Bon séjour à Rome!


I warmly greet all the English-speaking pilgrims, especially those who have come in such great numbers for today’s canonization. May these new saints accompany you with their prayers and inspire you by the example of their holy lives. I greet especially the official Delegations from Canada and Australia who have travelled to Rome in honour of Saint André Bessette and Saint Mary MacKillop. May God bless and keep all of you, as well as your families and loved ones at home.

Ganz herzlich heiße ich die Pilger und Besucher deutscher Sprache willkommen. Heilige sind das lebendige Abbild der Liebe Gottes. So freuen wir uns heute über sechs neue Heilige, Stanislaw Kazimierczyk Sołtys, André Bessette, Cándida María Cipitria, Mary MacKillop, Giulia Salzano und Camilla da Varano. Sie seien uns Vorbilder und Fürsprecher für unser Leben als Christen. Der Herr segne Euch alle.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española que han participado en la solemne ceremonia de canonización de esta mañana, en especial a los Señores Cardenales y Obispos, así como a la Delegación oficial de España. Confío a las Religiosas Hijas de Jesús a la intercesión de Santa Cándida, su Fundadora. Pido a Dios también que los nuevos santos sirvan de modelo al pueblo cristiano, particularmente a los jóvenes, para que sean cada vez más los que acojan la llamada del Señor y entreguen por completo su vida a proclamar la grandeza de su amor.

Serdecznie pozdrawiam wszystkich Polaków przybyłych na kanonizację. Szczególnie witam przedstawicieli Episkopatu oraz Pana Prezydenta Polski. Wraz z wami cieszę się chwałą świętości, waszego rodaka, Stanisława Kaźmierczyka. Uczmy się od niego ducha modlitwy, kontemplacji i poświęcenia potrzebującym. Niech swoim wstawiennictwem wspiera przed Bogiem Kościół w Polsce, was tu obecnych, waszych bliskich i waszą Ojczyznę. Z serca wszystkim błogosławię.

[Saluto calorosamente tutti i Polacchi venuti per la canonizzazione. In modo particolare do il mio benvenuto ai rappresentanti dell’Episcopato e al Signor Presidente della Repubblica Polacca. Mi rallegro insieme con voi della gloria di santità del vostro connazionale Stanisław Kaźmierczyk. Impariamo da lui lo spirito della preghiera, di contemplazione e di sacrificio per il prossimo. Che egli sostenga al cospetto di Dio la Chiesa in Polonia, voi qui presenti, i vostri cari e la vostra Patria. Vi benedico di cuore.]

Saluto i pellegrini italiani che festeggiano santa Battista Camilla Varano e santa Giulia Salzano, come pure la Delegazione ufficiale presente per questa lieta circostanza. In particolare il mio pensiero va alle loro figlie spirituali, come pure ai fedeli venuti dalle Marche e dalla Campania.

Pensando all’Italia, mi preme ricordare che oggi, a Reggio Calabria, si conclude la 46a Settimana Sociale dei Cattolici Italiani, che ha tracciato un’“agenda di speranza” per il futuro del Paese. Rivolgo un cordiale saluto ai convegnisti, collegati in questo momento in diretta, ed auspico che la ricerca del bene comune costituisca sempre il riferimento sicuro per l’impegno dei cattolici nell’azione sociale e politica.


Ora ci rivolgiamo in preghiera a Maria Santissima, che Dio ha posto al centro della grande assemblea dei santi. A lei affidiamo tutta la Chiesa, perché, illuminata dal loro esempio e sostenuta dalla loro intercessione, cammini con slancio sempre nuovo verso la patria del Cielo.

Angelus Domini…

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana

Omelia del Santo Padre Benedetto XVI per la Canonizzazione dei Beati - 17 ottobre 2010


CAPPELLA PAPALE
PER LA CANONIZZAZIONE DEI BEATI:

STANISŁAW KAZIMIERCZYK SOŁTYS (1433 - 1489)
ANDRÉ (Alfred) BESSETTE (1845 - 1937)
CÁNDIDA MARÍA DE JESÚS (Juana Josefa) CIPITRIA y BARRIOLA (1845 - 1912)
MARY OF THE CROSS (Mary Helen) MacKILLOP (1842 - 1909)
GIULIA SALZANO (1846 - 1929)
BATTISTA CAMILLA DA VARANO (1458 - 1524)

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Piazza San Pietro
Domenica, 17 ottobre 2010

Libretto della Celebrazione

[Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]


Cari fratelli e sorelle!

Si rinnova oggi in Piazza San Pietro la festa della santità. Con gioia rivolgo il mio cordiale benvenuto a voi che siete giunti, anche da molto lontano, per prendervi parte. Un particolare saluto ai Cardinali, ai Vescovi e ai Superiori Generali degli Istituti fondati dai nuovi Santi, come pure alle Delegazioni ufficiali e a tutte le Autorità civili. Insieme cerchiamo di accogliere quanto il Signore ci dice nelle sacre Scritture poc’anzi proclamate. La liturgia di questa domenica ci offre un insegnamento fondamentale: la necessità di pregare sempre, senza stancarsi. Talvolta noi ci stanchiamo di pregare, abbiamo l’impressione che la preghiera non sia tanto utile per la vita, che sia poco efficace. Perciò siamo tentati di dedicarci all’attività, di impiegare tutti i mezzi umani per raggiungere i nostri scopi, e non ricorriamo a Dio. Gesù invece afferma che bisogna pregare sempre, e lo fa mediante una specifica parabola (cfr Lc 18,1-8).


Questa parla di un giudice che non teme Dio e non ha riguardo per nessuno, un giudice che non ha atteggiamento positivo, ma cerca solo il proprio interesse. Non ha timore del giudizio di Dio e non ha rispetto per il prossimo. L’altro personaggio è una vedova, una persona in una situazione di debolezza. Nella Bibbia, la vedova e l’orfano sono le categorie più bisognose, perché indifese e senza mezzi. La vedova va dal giudice e gli chiede giustizia. Le sue possibilità di essere ascoltata sono quasi nulle, perché il giudice la disprezza ed ella non può fare nessuna pressione su di lui. Non può nemmeno appellarsi a principi religiosi, poiché il giudice non teme Dio. Perciò questa vedova sembra priva di ogni possibilità. Ma lei insiste, chiede senza stancarsi, è importuna, e così alla fine riesce ad ottenere dal giudice il risultato. A questo punto Gesù fa una riflessione, usando l’argomento a fortiori: se un giudice disonesto alla fine si lascia convincere dalla preghiera di una vedova, quanto più Dio, che è buono, esaudirà chi lo prega. Dio infatti è la generosità in persona, è misericordioso, e quindi è sempre disposto ad ascoltare le preghiere. Pertanto, non dobbiamo mai disperare, ma insistere sempre nella preghiera.


La conclusione del brano evangelico parla della fede: «Il Figlio dell’uomo, quando verrà, troverà la fede sulla terra?» (Lc 18,8). E’ una domanda che vuole suscitare un aumento di fede da parte nostra. E’ chiaro infatti che la preghiera dev’essere espressione di fede, altrimenti non è vera preghiera. Se uno non crede nella bontà di Dio, non può pregare in modo veramente adeguato. La fede è essenziale come base dell’atteggiamento della preghiera. E’ quanto hanno fatto i sei nuovi Santi che oggi vengono proposti alla venerazione della Chiesa universale: Stanisław Sołtys, André Bessette, Cándida María de Jesús Cipitria y Barriola, Mary of the Cross MacKillop, Giulia Salzano e Battista Camilla Varano.

Święty Stanisław Kazimierczyk, zakonnik z XV wieku, i dla nas może być przykładem i orędownikiem. Całe Jego życie było związane z Eucharystią. Najpierw przez kościół Bożego Ciała na Kazimierzu w dzisiejszym Krakowie, gdzie u boku matki i ojca uczył się wiary i pobożności; gdzie złożył śluby zakonne u Kanoników Regularnych; gdzie pracował jako kapłan, wychowawca, opiekun potrzebujących. Przede wszystkim jednak był związany z Eucharystią przez żarliwą miłość do Chrystusa obecnego pod postaciami chleba i wina; przez przeżywanie tajemnicy Jego śmierci i zmartwychwstania, która w sposób bezkrwawy dokonuje się we Mszy św.; przez praktykę miłości bliźniego, której źródłem i znakiem jest Komunia.

[Traduzione: San Stanisław Kazimierczyk, religioso del XV secolo, può essere anche per noi esempio e intercessore. Tutta la sua vita era legata all’Eucaristia. Anzitutto nella chiesa del Corpus Domini in Kazimierz, nell’odierna Cracovia, dove, accanto alla madre e al padre, imparò la fede e la pietà; dove emise i voti religiosi presso i Canonici Regolari; dove lavorò come sacerdote, educatore, attento alla cura dei bisognosi. In modo particolare, però, era legato all’Eucaristia attraverso l’ardente amore per Cristo presente sotto le specie del pane e del vino; vivendo il mistero della morte e della risurrezione, che in modo incruento si compie nella Santa Messa; attraverso la pratica dell’amore al prossimo, del quale fonte e segno è la Comunione.]

Frère André Bessette, originaire du Québec, au Canada, et religieux de la Congrégation de la Sainte-Croix, connut très tôt la souffrance et la pauvreté. Elles l’ont conduit à recourir à Dieu par la prière et une vie intérieure intense. Portier du collège Notre Dame à Montréal, il manifesta une charité sans bornes et s’efforça de soulager les détresses de ceux qui venaient se confier à lui. Très peu instruit, il a pourtant compris où se situait l’essentiel de sa foi. Pour lui, croire signifie se soumettre librement et par amour à la volonté divine. Tout habité par le mystère de Jésus, il a vécu la béatitude des cœurs purs, celle de la rectitude personnelle. C’est grâce à cette simplicité qu’il a permis à beaucoup de voir Dieu. Il fit construire l’Oratoire Saint Joseph du Mont Royal dont il demeura le gardien fidèle jusqu’à sa mort en 1937. Il y fut le témoin d’innombrables guérisons et conversions. «Ne cherchez pas à vous faire enlever les épreuves» disait-il, «demandez plutôt la grâce de bien les supporter». Pour lui, tout parlait de Dieu et de sa présence. Puissions-nous, à sa suite, rechercher Dieu avec simplicité pour le découvrir toujours présent au cœur de notre vie! Puisse l’exemple du Frère André inspirer la vie chrétienne canadienne!

Cuando el Hijo del Hombre vendrá para hacer justicia a los elegidos, ¿encontrará esta fe en la tierra? (cf. Lc 18,18). Hoy podemos decir que sí, con alivio y firmeza, al contemplar figuras como la Madre Cándida María de Jesús Cipitria y Barriola. Aquella muchacha de origen sencillo, con un corazón en el que Dios puso su sello y que la llevaría muy pronto, con la guía de sus directores espirituales jesuitas, a tomar la firme resolución de vivir «sólo para Dios». Decisión mantenida fielmente, como ella misma recuerda cuando estaba a punto de morir. Vivió para Dios y para lo que Él más quiere: llegar a todos, llevarles a todos la esperanza que no vacila, y especialmente a quienes más lo necesitan. «Donde no hay lugar para los pobres, tampoco lo hay para mí», decía la nueva Santa, que con escasos medios contagió a otras Hermanas para seguir a Jesús y dedicarse a la educación y promoción de la mujer. Nacieron así las Hijas de Jesús, que hoy tienen en su Fundadora un modelo de vida muy alto que imitar, y una misión apasionante que proseguir en los numerosos países donde ha llegado el espíritu y los anhelos de apostolado de la Madre Cándida.

“Remember who your teachers were – from these you can learn the wisdom that leads to salvation through faith in Christ Jesus.” For many years countless young people throughout Australia have been blessed with teachers who were inspired by the courageous and saintly example of zeal, perseverance and prayer of Mother Mary McKillop. She dedicated herself as a young woman to the education of the poor in the difficult and demanding terrain of rural Australia, inspiring other women to join her in the first women’s community of religious sisters of that country. She attended to the needs of each young person entrusted to her, without regard for station or wealth, providing both intellectual and spiritual formation. Despite many challenges, her prayers to Saint Joseph and her unflagging devotion to the Sacred Heart of Jesus, to whom she dedicated her new congregation, gave this holy woman the graces needed to remain faithful to God and to the Church. Through her intercession, may her followers today continue to serve God and the Church with faith and humility!

Nella seconda metà del secolo XIX, in Campania, nel sud dell’Italia, il Signore chiamò una giovane maestra elementare, Giulia Salzano, e ne fece un’apostola dell’educazione cristiana, fondatrice della Congregazione delle Suore Catechiste del Sacro Cuore di Gesù. Madre Giulia comprese bene l’importanza della catechesi nella Chiesa, e, unendo la preparazione pedagogica al fervore spirituale, si dedicò ad essa con generosità e intelligenza, contribuendo alla formazione di persone di ogni età e ceto sociale. Ripeteva alle sue consorelle che desiderava fare catechismo fino all’ultima ora della sua vita, dimostrando con tutta se stessa che se “Dio ci ha creati per conoscerLo, amarLo e servirLo in questa vita”, nulla bisognava anteporre a questo compito. L’esempio e l’intercessione di santa Giulia Salzano sostengano la Chiesa nel suo perenne compito di annunciare Cristo e di formare autentiche coscienze cristiane.

Santa Battista Camilla Varano, monaca clarissa del XV secolo, testimoniò fino in fondo il senso evangelico della vita, specialmente perseverando nella preghiera. Entrata a 23 anni nel monastero di Urbino, si inserì da protagonista in quel vasto movimento di riforma della spiritualità femminile francescana che intendeva recuperare pienamente il carisma di santa Chiara d’Assisi. Promosse nuove fondazioni monastiche a Camerino, dove più volte fu eletta abbadessa, a Fermo e a San Severino. La vita di santa Battista, totalmente immersa nelle profondità divine, fu un’ascesa costante nella via della perfezione, con un eroico amore verso Dio e il prossimo. Fu segnata da grandi sofferenze e mistiche consolazioni; aveva deciso infatti, come scrive lei stessa, di “entrare nel Sacratissimo Cuore di Gesù e di annegare nell’oceano delle sue acerbissime sofferenze”. In un tempo in cui la Chiesa pativa un rilassamento dei costumi, ella percorse con decisione la strada della penitenza e della preghiera, animata dall’ardente desiderio di rinnovamento del Corpo mistico di Cristo.

Cari fratelli e sorelle, rendiamo grazie al Signore per il dono della santità, che risplende nella Chiesa e oggi traspare sul volto di questi nostri fratelli e sorelle. Gesù invita anche ciascuno di noi a seguirlo per avere in eredità la vita eterna. Lasciamoci attrarre da questi esempi luminosi, lasciamoci guidare dai loro insegnamenti, perché la nostra esistenza sia un cantico di lode a Dio. Ci ottengano questa grazia la Vergine Maria e l’intercessione dei sei nuovi Santi che oggi con gioia veneriamo. Amen.

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana


Concerto in onore del Santo Padre Benedetto XVI - 16 ottobre 2010


CONCERTO IN ONORE DEL
SANTO PADRE BENEDETTO XVI
OFFERTO DAL MAESTRO ENOCH ZU GUTTENBERG

La Messa da Requiem di Giuseppe Verdi (1813-1901), diretta dal Maestro Enoch zu Guttenberg, è stata eseguita dal Coro di Neubeuern, dall’Orchestra "KlangVerwaltung" e da alcuni solisti nell’Aula Paolo VI, alla presenza dei Padri Sinodali dell’Assemblea Speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi.

DISCORSO DEL SANTO PADRE

Signori Cardinali,
Venerati Fratelli,
illustri Signori e Signore!

Al termine di un ascolto così intenso, l’animo vorrebbe sostare in raccoglimento, ma al tempo stesso sente il bisogno di manifestare la riconoscenza.

Sehr herzlich danke ich Maestro Enoch zu Guttenberg für seine freundlichen Worte und für die Darbietung dieses Konzertes, das er mir gemeinsam mit dem wunderbaren Orchester „Die KlangVerwaltung", mit der Chorgemeinschaft Neubeuern und mit der Familie der Freiherren von und zu Guttenberg zum Geschenk gemacht hat. Ihnen, dem Dirigenten dieser Aufführung, wie auch den Solisten und jedem einzelnen Mitglied des Orchesters und des Chors gilt meine Anerkennung. Vielen Dank!

Sono lieto di salutare i Signori Cardinali, i Presuli, specialmente i Padri sinodali, le distinte Autorità, e tutti voi - tra i quali i poveri assistiti dalla Caritas diocesana di Roma - che avete potuto godere di questa eccellente esecuzione della Messa da Requiem di Giuseppe Verdi. Egli la compose nel 1873, per la morte di Alessandro Manzoni, che ammirava e quasi venerava. In una lettera si chiede: "Cosa potrei dirvi di Manzoni? Come spiegarvi la sensazione dolcissima, indefinibile, nuova, prodotta in me alla presenza di quel Santo, come voi lo chiamate?". Nella mente del grande Compositore, quest’opera doveva essere il culmine e il momento finale della sua produzione musicale; non era solo l’omaggio al grande scrittore, ma anche la risposta ad un’esigenza artistica, interiore e spirituale, che il confronto con la statura umana e cristiana del Manzoni aveva in lui suscitato.

Giuseppe Verdi ha speso l’esistenza a scrutare il cuore dell’uomo; nelle sue opere ha messo in luce il dramma della condizione umana: con la musica, le storie rappresentate, i vari personaggi. Il suo teatro è popolato di infelici, di perseguitati, di vittime. In tante pagine della Messa da Requiem riecheggia questa visione tragica dei destini umani: qui tocchiamo la realtà ineluttabile della morte e la questione fondamentale del mondo trascendente, e Verdi, libero dagli elementi della scena, rappresenta, con le sole parole della Liturgia cattolica e con la musica, la gamma dei sentimenti umani davanti al termine della vita: l’angoscia dell’uomo nel confronto con la propria fragile natura, il senso di ribellione davanti alla morte, lo sgomento alle soglie dell’eternità. Questa musica invita a riflettere sulle realtà ultime, con tutti gli stati d’animo del cuore umano, in una serie di contrasti di forme, toni, coloriti, in cui si alternano momenti drammatici a momenti melodici, segnati da speranza.


Giuseppe Verdi, che, in una famosa lettera all’editore Ricordi, si definiva "un po’ ateo", scrive questa Messa, che ci appare come un grande appello all’Eterno Padre, nel tentativo di superare il grido della disperazione davanti alla morte, per ritrovare l’anelito di vita che diventa silenziosa e accorata preghiera: "Libera me, Domine". Il Requiem verdiano si apre, infatti, con una frase in la minore, che sembra quasi scendere verso il silenzio – poche battute dei violoncelli, pianissimo, con sordina – e si conclude con la sommessa invocazione al Signore "Libera me". Questa cattedrale musicale si rivela come descrizione del dramma spirituale dell’uomo al cospetto di Dio Onnipotente, dell’uomo che non può eludere l’eterno interrogativo sulla propria esistenza.

Dopo la Messa da Requiem, Verdi vivrà una sorta di seconda "stagione compositiva", che si concluderà nuovamente con musica religiosa, i Pezzi Sacri: un segno della sua inquietudine spirituale, un segno che l’anelito verso Dio è iscritto nel cuore dell’essere umano, perché la nostra speranza riposa nel Signore. "Qui Mariam absolvisti, et latronem exaudisti, mihi quoque spem dedisti", abbiamo ascoltato: "Tu che perdonasti Maria (Maddalena) ed esaudisti il buon ladrone, anche a me hai dato speranza". Il grande affresco musicale di stasera rinnova in noi la certezza delle parole di sant’Agostino: "Inquietum est cor nostrum, donec requiescat in te - Il nostro cuore è inquieto, finché non riposa in te" (Confessioni, I, 1).

Liebe Freunde, ein weiteres Mal dürfen wir dem Herrn Dank sagen, daß er uns diesen Augenblick wahrer Schönheit gewährt hat, die unseren Geist zu erheben vermag. Zugleich danken wir all jenen, die sich zu Instrumenten der göttlichen Vorsehung gemacht haben! Herzlichen Dank Ihnen, Herr Professor zu Guttenberg, vielen Dank Ihnen, den Solisten und allen Mitgliedern des Orchesters und des Chors, sowie auch allen, die auf verschiedene Weise zum Gelingen dieses schönen Abends beigetragen haben. Ein herzliches Vergelt’s Gott Ihnen allen. Grazie e buona serata!



La santità vissuta in diversi contesti sociali. Canonizzazioni di domenica 17 ottobre


A colloquio con l'arcivescovo Amato sulle canonizzazioni di domenica 17 ottobre

La santità vissuta in diversi contesti sociali

di Nicola Gori

Benedetto XVI canonizza domenica 17 ottobre, in piazza San Pietro sei consacrati che hanno vissuto esperienze certamente diverse nelle loro rispettive realtà. Si tratta infatti di una nobildonna, di un sacerdote, di un fratello laico, di una figlia di emigrati, di una donna del popolo e di un'orfana. Abbiamo chiesto all'arcivescovo Angelo Amato, prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi, di illustrarci alcuni tratti caratteristici dei nuovi santi.

Cosa suggerisce la diversa estrazione sociale dei sei canonizzati domenica?

La santità è sempre presente nella Chiesa, in ogni parte del mondo. Battezzati santi continuano a essere ancora oggi una buona notizia per la Chiesa e per la società civile, beneficate non solo dal loro esempio ma anche dalle loro imprese caritative.

Il primo vissuto in ordine di tempo è Stanislao Kazimierczyk. Il miracolo attribuito alla sua intercessione, la guarigione del conte Pietro Komorowski, avvenne nel 1617. Come è possibile valutare oggi che quella guarigione sia stata veramente miracolosa?

Il miracolo attribuito a Kazimierczyk ha dello strepitoso. È ben testimoniato e accuratamente descritto nella documentazione medica di quegli anni. Del resto egli si è sempre dedicato con amore all'assistenza dei malati. I medici del tempo - ha sottolineato in un'intervista a "L'Osservatore Romano" del 21 agosto il presidente della Commissione medica della nostra congregazione - non solo erano bravi ma erano anche molto scrupolosi e annotavano minutamente tutto. Anche a distanza di secoli, quindi, non vi sarebbe stato un diverso parere riguardo alla guarigione istantanea miracolosa del conte. Vorrei aggiungere che la fama di santità di Stanislao si è conservata viva fino ai nostri giorni in Polonia, soprattutto a Cracovia. Morì già in concetto di santità a Kazimierz nel 1489.

La cura dei malati sembra essere stata la preoccupazione anche di un altro dei sei beati canonizzati.

Il beato Andrea, un religioso laico, molto devoto di san Giuseppe - al quale fece erigere un santuario che ebbe in custodia per tutta la sua vita - animato da grande carità e da profondo spirito di preghiera, effettivamente era solito visitare i malati. Li confortava e li esortava a nutrire una fiduciosa devozione al santo. Concluso il noviziato e il periodo di formazione, gli fu assegnato il compito di portinaio del collegio di Nostra Signora di Montréal, dove rimase per quarant'anni svolgendo con profonda umiltà il suo servizio. Nel tempo che gli restava libero, il beato visitava i malati e li confortava, esortandoli a nutrire un'affettuosa devozione verso san Giuseppe.

Per Maria della Croce MacKillop fanno festa in questi giorni a Roma australiani e scozzesi insieme.

Era figlia di cattolici scozzesi immigrati in Australia. La cura dei bambini poveri era la sua vocazione. A tale scopo fondò una congregazione religiosa. Le suore di San Giuseppe del Sacro Cuore di Gesù ebbero subito una grande diffusione in Australia e altrove ancora oggi sono presenti in trecentoquaranta opere. La figura di educatrice santa della MacKillop è vivissima in quel continente. Di fronte alle molte difficoltà suor Maria non si perse mai d'animo, conservando la sua fiducia nella Divina Provvidenza e profondendo il suo impegno a servizio della Chiesa e della promozione umana e religiosa del suo ambiente. Cagionevole di salute, negli ultimi anni fu costretta su una sedia a rotelle a causa di alcuni colpi apoplettici, che, pur indebolendole il fisico, non le tolsero la lucidità mentale né indebolirono la sua fede e la sua carità.

Anche Candida Maria di Gesù, in un certo senso ha vissuto l'esperienza dell'emigrazione e anche lei ha fondato un istituto religioso.

Si tratta di una spagnola, fondatrice della congregazione delle figlie di Gesù per l'educazione dell'infanzia e della gioventù bisognosa. Sin dal giorno della sua prima Comunione, avvertì forte il desiderio di appartenere totalmente al Signore Gesù: tale convinzione sarà fedelmente mantenuta anche in seguito, nonostante l'insistenza dei genitori dinanzi a vantaggiose proposte di matrimonio. In età giovanile si mise al servizio della famiglia di un magistrato, la cui consorte la favorì nella vita spirituale e nella preghiera. Anche con l'aiuto del confessore, Candida Maria iniziò a definire i tratti della sua spiritualità: devozione eucaristica e mariana, predilezione per i poveri, donazione di sé, penitenza e meditazione della Passione del Signore. Ma è fondatrice di un istituto religioso anche l'italiana Giulia Salzano, nata a Santa Maria Capua Vetere, in provincia di Caserta, la quale fondò la congregazione delle suore catechiste del Sacro Cuore, il cui apostolato è la formazione delle giovani generazioni mediante la catechesi.

Anche la Salzano ha fondato un istituto religioso. Quale esperienza ha fatto maturare in lei l'idea di una simile opera?

Giulia manifestò giovanissima il suo carisma non solo di educatrice ma anche di catechista, collaborando con dedizione nella catechesi parrocchiale ai bambini della prima Comunione e organizzando laboratori di cucito per l'arredamento delle chiese povere. In tal modo si consolidò in lei l'intenzione di fondare un istituto religioso che avesse come precipua finalità l'educazione religiosa delle giovani generazioni. Giulia proseguì nella sua attività di catechista, senza trascurare nessuna categoria di persone: dai fanciulli ai giovani, agli adulti e persino ai militari della prima guerra mondiale. Il suo impegno educativo, svolto con fede e competenza, fu unanimemente apprezzato non solo dai fedeli ma anche dalle autorità civili. L'intenso impegno nella fondazione e la passione per l'apostolato non diminuirono nemmeno durante le frequenti crisi di angina pectoris, una delle quali, nel 1929, le fu fatale.

Del tutto diversa sembra essere l'esperienza vissuta dalla fondatrice di un monastero tra quanti sono proclamati santi domenica, la nobildonna Varano.

La nobile Battista Varano ha fondato un monastero per contemplative clarisse, del quale fu badessa fino alla sua morte, avvenuta nel 1524. Oltre che una santa monaca, la Varano fu una grande mistica, distinguendosi per la liricità e la profondità spirituale dei suoi scritti. Fin da piccola, avvertì il fascino della vita religiosa. Ma solo dopo aver superato periodi di intensa lotta interiore e l'opposizione paterna poté realizzare la sua vocazione, vestendo l'abito delle clarisse nel monastero di Santa Chiara di Urbino. Successivamente, con l'istituzione di un convento vicino a Camerino, la beata vi si trasferì con altre compagne. Qui venne nominata badessa e, allo scadere del mandato, più volte confermata. Il suo profilo interiore fu contrassegnato da un continuo esercizio ascetico e dall'unione mistica con Cristo Crocifisso. Dalle sue riflessioni sulla Sacra Scrittura e sui testi liturgici scaturirono vari scritti di meditazione, apprezzati anche da persone di grande spiritualità. Agli inizi del Cinquecento la città di Camerino divenne centro di tensioni politiche e di veri scontri bellici, al punto che la beata fu costretta a fuggire. Ma, una volta rientrata divenne punto di riferimento per cittadini, autorità religiose e civili.

XXIX Domenica "per annum" - 17 ottobre 2010
Piazza San Pietro, ore 10.00
CAPPELLA PAPALE

Canonizzazione dei Beati:

- Stanisław Sołtys (Kazimierczyk)     - André (Alfred) Bessette   - Cándida María de Jesús Cipitria y Barriola    - Mary of the Cross (Mary Helen) MacKillop
- Giulia Salzano     - Battista (Camilla) Varano
Libretto della Celebrazione

(©L'Osservatore Romano - 17 ottobre 2010)

sabato 16 ottobre 2010

La pacifica convivenza di cristiani e musulmani in Medio Oriente: Il modello Giordania


La pacifica convivenza di cristiani e musulmani in Medio Oriente

Il modello Giordania

Roma, 16. Non un'utopia, ma una concreta possibilità. La pacifica convivenza tra cristiani e musulmani in Medio Oriente è da tempo una realtà in Giordania, proprio ai confini di una delle aree più conflittuali del pianeta. Tanto che ormai si parla di "modello Giordania", per indicare un esempio di dialogo e di convivenza tra religioni. Della significativa realtà giordana e della straordinaria portata delle opere sociali dei cristiani nell'area mediorientale si è parlato a "Sguardi sui cristiani del Medio Oriente", lo spazio culturale promosso a Roma dalla Custodia di Terra Santa, dall'Azione cattolica italiana e dal Forum internazionale di Azione cattolica in occasione del Sinodo dei vescovi sul Medio Oriente.

Un'opportunità per approfondire la conoscenza della realtà mediorientale al di là dei soliti luoghi comuni. Come quello, per esempio, che sostiene che la Terra Santa sia una regione soltanto conflittuale. Dimenticando, appunto, la Giordania, Paese che accoglie e assiste circa 500.000 profughi, soprattutto iracheni, e nel quale il dialogo tra musulmani e la piccola minoranza cristiana (3-4% della popolazione) è un esercizio concreto.

Di questo Paese, e della sua Chiesa vivace e matura, hanno raccontato il patriarca di Gerusalemme dei Latini, Fouad Twal, il suo ausiliare e vicario per la Giordania, Salim Sayegh, e Huda Muhasher, presidente della Caritas giordana.

Proprio la Muhasher ha spiegato il ruolo decisivo dei cristiani nella società civile giordana soprattutto attraverso quello speciale "dialogo" che nasce dalle opere. "Le nostre opere sono tante, e come laici abbiamo in esse un grande ruolo. La Caritas, nata inizialmente per rispondere ai gravi problemi causati dalla guerra dei sei giorni, da lì in poi ha fatto fronte a tutte le più gravi emergenze nazionali, compresa oggi quella degli immigrati. Abbiamo due fronti caritativi: uno verso i giordani, per i quali la Caritas è stata fondata, e uno verso tutti gli stranieri che arrivano nel Paese e che hanno bisogno di aiuto. Siamo un esempio di convivenza tra cristiani e musulmani: la maggior parte dei fondi che abbiamo ricevuto negli ultimi anni è stata destinata ai profughi iracheni e non ai giordani, e non abbiamo registrato reazioni negative a questo fatto". La Caritas giordana, tra le altre cose, ha progetti importanti per l'assistenza ai disabili - ai quali collaborano anche i musulmani - ed è l'unica organizzazione impegnata nelle carceri locali.

Il vescovo Sayegh ha definito la Giordania "un Paese sereno, nel quale la Chiesa è una cosa necessaria per far vivere insieme cristiani e musulmani. Pensiamo alle scuole: i musulmani desiderano che i loro figli frequentino le scuole cristiane, e di questo la comunità cristiana è orgogliosa. I rapporti sono buoni e da noi il fondamentalismo è un fatto molto limitato. E speriamo anche di migliorare".

Per Twal, "la Giordania gode di stabilità politica, economica e anche familiare, perché ci sono tante famiglie solide e numerose". E sottolinea anche come "molti si limitano a considerare la Terra Santa come composta soltanto da Israele e dai Territori palestinesi, e quindi segnata completamente dal conflitto. Invece la Giordania fa pienamente parte della Terra Santa, e i pellegrinaggi non dovrebbero dimenticarlo, sull'esempio dei tre Papi che, nella loro visita ai luoghi santi, sono tutti partiti dalla Giordania".

(©L'Osservatore Romano - 17 ottobre 2010)