venerdì 11 dicembre 2009

Salve Regina in C minor di Pergolesi





Salve, Regína,

Mater misericórdiæ,
vita, dulcédo et spes nostra, salve.
Ad te clamámus,
éxsules filii Evæ.
Ad te suspirámus geméntes et flentes
in hac lacrimárum valle.
Eia ergo, advocáta nostra,
illos tuos misericórdes óculos
ad nos convérte.
Et Iesum benedíctum fructum
ventris tui,
nobis, post hoc exsílium, osténde.
O clemens, o pia, o dulcis Virgo María!


giovedì 10 dicembre 2009

Presentazione del nuovo libro "Liturgia fonte di vita" del Prof. Don Mauro Gagliardi


MAURO GAGLIARDI


Liturgia fonte di vita
Prospettive teologiche

 
Prefazione di
S.E.R. Mons. Mauro Piacenza



mercoledì 9 dicembre 2009

Il Papa all’udienza generale: il ministero petrino è garanzia di fedeltà alla sana dottrina. Nell'Eucaristia Cristo è "realmente presente"

UDIENZA GENERALE
BENEDETTO XVI


Aula Paolo VI
Mercoledì, 9 dicembre 2009


Ruperto di Deutz

Cari fratelli e sorelle,

oggi facciamo conoscenza di un altro monaco benedettino del dodicesimo secolo. Il suo nome è Ruperto di Deutz, una città vicina a Colonia, sede di un famoso monastero. Ruperto stesso parla della propria vita in una delle sue opere più importanti, intitolata La gloria e l’onore del Figlio dell’uomo, che è un commento parziale al Vangelo di Matteo. Ancora bambino, egli fu accolto come “oblato” nel monastero benedettino di San Lorenzo a Liegi, secondo l’usanza dell’epoca di affidare uno dei figli all’educazione dei monaci, intendendo farne un dono a Dio. Ruperto amò sempre la vita monastica. Apprese ben presto la lingua latina per studiare la Bibbia e per godere delle celebrazioni liturgiche. Si distinse per l’integerrima dirittura morale e per il forte attaccamento alla Sede di san Pietro.


I suoi tempi erano segnati da contrasti tra il Papato e l’Impero, a causa della cosiddetta “lotta delle investiture”, con la quale - come ho accennato in altre Catechesi - il Papato voleva impedire che la nomina dei Vescovi e l’esercizio della loro giurisdizione dipendessero dalle autorità civili, che erano guidate per lo più da motivazioni politiche ed economiche, non certo pastorali. Il Vescovo di Liegi, Otberto, resisteva alle direttive del Papa e mandò in esilio Berengario, abate del monastero di San Lorenzo, proprio per la sua fedeltà al Pontefice. In tale monastero viveva Ruperto, il quale non esitò a seguire il suo Abate in esilio e solo quando il Vescovo Otberto rientrò in comunione con il Papa fece ritorno a Liegi e accettò di diventare sacerdote. Fino a quel momento, infatti, aveva evitato di ricevere l’ordinazione da un Vescovo in dissenso con il Papa. Ruperto ci insegna che quando sorgono controversie nella Chiesa, il riferimento al ministero petrino garantisce fedeltà alla sana dottrina e dona serenità e libertà interiore. Dopo la disputa con Otberto, egli dovette abbandonare il suo monastero ancora due volte. Nel 1116 gli avversari lo vollero addirittura processare. Benché assolto da ogni accusa, Ruperto preferì recarsi per un certo tempo a Siegburg, ma poiché le polemiche non erano ancora cessate quando fece ritorno nel monastero di Liegi, decise di stabilirsi definitivamente in Germania. Nominato abate di Deutz nel 1120, vi rimase fino al 1129, anno della sua morte. Se ne allontanò solo per un pellegrinaggio a Roma, nel 1124.


Scrittore fecondo, Ruperto ha lasciato numerosissime opere, ancora oggi di grande interesse, anche perché egli fu attivo in varie e importanti discussioni teologiche del tempo. Ad esempio, intervenne con determinazione nella controversia eucaristica, che nel 1077 aveva condotto alla condanna di Berengario di Tours. Questi aveva dato un’interpretazione riduttiva della presenza di Cristo nel Sacramento dell’Eucaristia, definendola solo simbolica. Nel linguaggio della Chiesa non era entrato ancora il termine “transustanziazione”, ma Ruperto, adoperando a volte espressioni audaci, si fece deciso sostenitore del realismo eucaristico e, soprattutto in un’opera intitolata De divinis officiis (Gli offici divini), affermò con decisione la continuità tra il Corpo del Verbo incarnato di Cristo e quello presente nelle Specie eucaristiche del pane e del vino. Cari fratelli e sorelle, mi sembra che a questo punto dobbiamo anche pensare al nostro tempo; anche oggi esiste il pericolo di ridimensionare il realismo eucaristico, considerare, cioè, l’Eucaristia quasi come solo un rito di comunione, di socializzazione, dimenticando troppo facilmente che nell’Eucaristia è presente realmente Cristo risorto - con il suo corpo risorto - il quale si mette nelle nostre mani per tirarci fuori da noi stessi, incorporarci nel suo corpo immortale e guidarci così alla vita nuova. Questo grande mistero che il Signore è presente in tutta la sua realtà nelle specie eucaristiche è un mistero da adorare e da amare sempre di nuovo! Vorrei qui citare le parole del Catechismo della Chiesa Cattolica che portano in sé il frutto della meditazione della fede e della riflessione teologica di duemila anni: “Gesù Cristo è presente nell'Eucaristia in modo unico e incomparabile. È presente infatti in modo vero, reale, sostanziale: con il suo Corpo e il suo Sangue, con la sua Anima e la sua Divinità. In essa è quindi presente in modo sacramentale, e cioè sotto le Specie eucaristiche del pane e del vino, Cristo tutto intero: Dio e uomo” (CCC, 1374). Anche Ruperto ha contributo, con le sue riflessioni, a questa precisa formulazione.

Un’altra controversia, nella quale l’abate di Deutz fu coinvolto, riguarda il problema della conciliazione della bontà e dell’onnipotenza di Dio con l’esistenza del male. Se Dio è onnipotente e buono, come si spiega la realtà del male? Ruperto infatti reagì alla posizione assunta dai maestri della scuola teologica di Laon, che con una serie di ragionamenti filosofici distinguevano nella volontà di Dio l’“approvare” e il “permettere”, concludendo che Dio permette il male senza approvarlo e, dunque, senza volerlo. Ruperto, invece, rinuncia all’uso della filosofia, che ritiene inadeguata di fronte a un problema così grande, e rimane semplicemente fedele alla narrazione biblica. Egli parte dalla bontà di Dio, dalla verità che Dio è sommamente buono e non può che volere il bene. Così egli individua l’origine del male nell’uomo stesso e nell’uso sbagliato della libertà umana. Quando Ruperto affronta questo argomento, scrive delle pagine piene di afflato religioso per lodare la misericordia infinita del Padre, la pazienza e la benevolenza di Dio verso l’uomo peccatore.
Nell’interpretazione della Bibbia, Ruperto non si limita a ripetere l’insegnamento dei Padri, ma mostra una sua originalità. Egli, per esempio, è il primo scrittore che ha identificato la sposa del Cantico dei Cantici con Maria santissima. Così il suo commento a questo libro della Scrittura si rivela una sorta di summa mariologica, in cui sono presentati i privilegi e le eccellenti virtù di Maria. In uno dei passaggi più ispirati del suo commento Ruperto scrive: “O dilettissima tra le dilette, Vergine delle vergini, che cosa loda in te il tuo Figlio diletto, che l’intero coro degli angeli esalta? Vengono lodate la semplicità, la purezza, l’innocenza, la dottrina, il pudore, l’umiltà, l’integrità della mente e della carne, vale a dire l’incorrotta verginità” (In Canticum Canticorum 4,1-6, CCL 26, pp. 69-70). L’interpretazione mariana del Cantico di Ruperto è un felice esempio della sintonia tra liturgia e teologia. Infatti, vari brani di questo Libro biblico erano già usati nelle celebrazioni liturgiche delle feste mariane.

Ruperto, inoltre, ha cura di inserire la sua dottrina mariologica in quella ecclesiologica. In altri termini, egli vede in Maria santissima la parte più santa della Chiesa intera. Ecco perché il mio venerato predecessore, il Papa Paolo VI, nel discorso di chiusura della terza sessione del Concilio Vaticano II, proclamando solennemente Maria Madre della Chiesa, citò proprio una proposizione tratta dalle opere di Ruperto, che definisce Maria portio maxima, portio optima – la parte più eccelsa, la parte migliore della Chiesa (cfr In Apocalypsem 1.7, PL 169,1043).

Cari amici, da questi rapidi accenni ci accorgiamo che Ruperto è stato un teologo fervoroso, dotato di grande profondità. Come tutti i rappresentanti della teologia monastica, egli ha saputo coniugare lo studio razionale dei misteri della fede con l’orazione e con la contemplazione, considerata il vertice di ogni conoscenza di Dio. Egli stesso parla qualche volta delle sue esperienze mistiche, come quando confida l’ineffabile gioia di aver percepito la presenza del Signore: “In quel breve momento – egli afferma – ho sperimentato quanto sia vero ciò che egli stesso dice: Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (De gloria et honore Filii hominis. Super Matthaeum 12, PL 168, 1601). Anche noi possiamo, ognuno nel suo modo proprio, incontrare il Signore Gesù, che incessantemente accompagna il nostro cammino, si fa presente nel Pane eucaristico e nella sua Parola per la nostra salvezza.

Come altri teologi del Medioevo, anche Ruperto si domandava: perché il Verbo di Dio, il Figlio di Dio, si è fatto uomo? Alcuni, molti, rispondevano spiegando l’incarnazione del Verbo con l’urgenza di riparare il peccato dell’uomo. Ruperto, invece, con una visione cristocentrica della storia della salvezza, allarga la prospettiva, e in una sua opera intitolata La glorificazione della Trinità sostiene la posizione che l’Incarnazione, evento centrale di tutta la storia, era stata prevista sin dall’eternità, anche indipendentemente dal peccato dell’uomo, affinché tutta la creazione potesse dare lode a Dio Padre e amarlo come un’unica famiglia radunata attorno a Cristo, il Figlio di Dio. Egli vede allora nella donna incinta dell’Apocalisse l’intera storia dell’umanità, che è orientata a Cristo, così come il concepimento è orientato al parto, una prospettiva che sarà sviluppata da altri pensatori e valorizzata anche dalla teologia contemporanea, la quale afferma che tutta la storia del mondo e dell’umanità è concepimento orientato al parto di Cristo. Cristo è sempre al centro delle spiegazioni esegetiche fornite da Ruperto nei suoi commenti ai Libri della Bibbia, ai quali si dedicò con grande diligenza e passione. Egli ritrova così un’unità mirabile in tutti gli eventi della storia della salvezza, dalla creazione sino alla consumazione finale dei tempi: “Tutta la Scrittura”, egli afferma, “è un solo libro, che tende allo stesso fine [il Verbo divino]; che viene da un solo Dio e che è stato scritto da un solo Spirito” (De glorificatione Trinitatis et processione Sancti Spiritus I,V, PL 169, 18).

Il Papa in Piazza di Spagna "Intossicati dai mass media"


ATTO DI VENERAZIONE ALL’IMMACOLATA A PIAZZA DI SPAGNA
DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Solennità dell’Immacolata Concezione della Beata Vergine Maria

Martedì, 8 dicembre 2009





Cari fratelli e sorelle!

Nel cuore delle città cristiane, Maria costituisce una presenza dolce e rassicurante. Con il suo stile discreto dona a tutti pace e speranza nei momenti lieti e tristi dell’esistenza. Nelle chiese, nelle cappelle, sulle pareti dei palazzi: un dipinto, un mosaico, una statua ricorda la presenza della Madre che veglia costantemente sui suoi figli. Anche qui, in Piazza di Spagna, Maria è posta in alto, quasi a vegliare su Roma.

Cosa dice Maria alla città? Cosa ricorda a tutti con la sua presenza? Ricorda che “dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia” (Rm 5,20) – come scrive l’apostolo Paolo. Ella è la Madre Immacolata che ripete anche agli uomini del nostro tempo: non abbiate paura, Gesù ha vinto il male; l’ha vinto alla radice, liberandoci dal suo dominio.


Quanto abbiamo bisogno di questa bella notizia! Ogni giorno, infatti, attraverso i giornali, la televisione, la radio, il male viene raccontato, ripetuto, amplificato, abituandoci alle cose più orribili, facendoci diventare insensibili e, in qualche maniera, intossicandoci, perché il negativo non viene pienamente smaltito e giorno per giorno si accumula. Il cuore si indurisce e i pensieri si incupiscono. Per questo la città ha bisogno di Maria, che con la sua presenza ci parla di Dio, ci ricorda la vittoria della Grazia sul peccato, e ci induce a sperare anche nelle situazioni umanamente più difficili.


Nella città vivono – o sopravvivono – persone invisibili, che ogni tanto balzano in prima pagina o sui teleschermi, e vengono sfruttate fino all’ultimo, finché la notizia e l’immagine attirano l’attenzione. E’ un meccanismo perverso, al quale purtroppo si stenta a resistere. La città prima nasconde e poi espone al pubblico. Senza pietà, o con una falsa pietà. C’è invece in ogni uomo il desiderio di essere accolto come persona e considerato una realtà sacra, perché ogni storia umana è una storia sacra, e richiede il più grande rispetto.


La città, cari fratelli e sorelle, siamo tutti noi! Ciascuno contribuisce alla sua vita e al suo clima morale, in bene o in male. Nel cuore di ognuno di noi passa il confine tra il bene e il male e nessuno di noi deve sentirsi in diritto di giudicare gli altri, ma piuttosto ciascuno deve sentire il dovere di migliorare se stesso! I mass media tendono a farci sentire sempre “spettatori”, come se il male riguardasse solamente gli altri, e certe cose a noi non potessero mai accadere. Invece siamo tutti “attori” e, nel male come nel bene, il nostro comportamento ha un influsso sugli altri.


Spesso ci lamentiamo dell’inquinamento dell’aria, che in certi luoghi della città è irrespirabile. E’ vero: ci vuole l’impegno di tutti per rendere più pulita la città. E tuttavia c’è un altro inquinamento, meno percepibile ai sensi, ma altrettanto pericoloso. E’ l’inquinamento dello spirito; è quello che rende i nostri volti meno sorridenti, più cupi, che ci porta a non salutarci tra di noi, a non guardarci in faccia… La città è fatta di volti, ma purtroppo le dinamiche collettive possono farci smarrire la percezione della loro profondità. Vediamo tutto in superficie. Le persone diventano dei corpi, e questi corpi perdono l’anima, diventano cose, oggetti senza volto, scambiabili e consumabili.


Maria Immacolata ci aiuta a riscoprire e difendere la profondità delle persone, perché in lei vi è perfetta trasparenza dell’anima nel corpo. E’ la purezza in persona, nel senso che spirito, anima e corpo sono in lei pienamente coerenti tra di loro e con la volontà di Dio. La Madonna ci insegna ad aprirci all’azione di Dio, per guardare gli altri come li guarda Lui: a partire dal cuore. E a guardarli con misericordia, con amore, con tenerezza infinita, specialmente quelli più soli, disprezzati, sfruttati. “Dove abbondò il peccato, sovrabbondò la grazia”.


Voglio rendere omaggio pubblicamente a tutti coloro che in silenzio, non a parole ma con i fatti, si sforzano di praticare questa legge evangelica dell’amore, che manda avanti il mondo. Sono tanti, anche qui a Roma, e raramente fanno notizia. Uomini e donne di ogni età, che hanno capito che non serve condannare, lamentarsi, recriminare, ma vale di più rispondere al male con il bene. Questo cambia le cose; o meglio, cambia le persone e, di conseguenza, migliora la società.


Cari amici Romani, e voi tutti che vivete in questa città! Mentre siamo affaccendati nelle attività quotidiane, prestiamo orecchio alla voce di Maria. Ascoltiamo il suo appello silenzioso ma pressante. Ella dice ad ognuno di noi: dove ha abbondato il peccato, possa sovrabbondare la grazia, a partire proprio dal tuo cuore e dalla tua vita! E la città sarà più bella, più cristiana, più umana.


Grazie, Madre Santa, di questo tuo messaggio di speranza. Grazie della tua silenziosa ma eloquente presenza nel cuore della nostra città. Vergine Immacolata, Salus Populi Romani, prega per noi!

BENEDETTO XVI AI TEOLOGI: DIO SI LASCIA COMPRENDERE DAI PIÙ UMILI


SANTA MESSA CON I MEMBRI
DELLA COMMISSIONE TEOLOGICA INTERNAZIONALE
OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Cappella Paolina
Martedì, 1° dicembre 2009





 



Cari fratelli e sorelle,

le parole del Signore, che abbiamo ascoltato poc’anzi nel brano evangelico, sono un sfida per noi teologi, o forse, per meglio dire, un invito a un esame di coscienza: che cosa è la teologia? che cosa siamo noi teologi? come fare bene teologia? Abbiamo sentito che il Signore loda il Padre perché ha nascosto il grande mistero del Figlio, il mistero trinitario, il mistero cristologico, davanti ai sapienti, ai dotti – essi non l’hanno conosciuto -, ma lo ha rivelato ai piccoli, ai nèpioi, a quelli che non sono dotti, che non hanno una grande cultura. A loro è stato rivelato questo grande mistero.

Con queste parole il Signore descrive semplicemente un fatto della sua vita; un fatto che inizia già ai tempi della sua nascita, quando i Magi dell’Oriente chiedono ai competenti, agli scribi, agli esegeti il luogo della nascita del Salvatore, del Re d’Israele. Gli scribi lo sanno perché sono grandi specialisti; possono dire subito dove nasce il Messia: a Betlemme! Ma non si sentono invitati ad andare: per loro rimane una conoscenza accademica, che non tocca la loro vita; rimangono fuori. Possono dare informazioni, ma l’informazione non diventa formazione della propria vita.


Poi, durante tutta la vita pubblica del Signore troviamo la stessa cosa. È inaccessibile per i dotti comprendere che questo uomo non dotto, galileo, possa essere realmente il Figlio di Dio. Rimane inaccettabile per loro che Dio, il grande, l’unico, il Dio del cielo e della terra, possa essere presente in questo uomo. Sanno tutto, conoscono anche Isaia 53, tutte le grandi profezie, ma il mistero rimane nascosto. Viene invece rivelato ai piccoli, iniziando dalla Madonna fino ai pescatori del lago di Galilea. Essi conoscono, come pure il capitano romano sotto la croce conosce: questi è il Figlio di Dio.


I fatti essenziali della vita di Gesù non appartengono solo al passato, ma sono presenti, in modi diversi, in tutte le generazioni. E così anche nel nostro tempo, negli ultimi duecento anni, osserviamo la stessa cosa. Ci sono grandi dotti, grandi specialisti, grandi teologi, maestri della fede, che ci hanno insegnato molte cose. Sono penetrati nei dettagli della Sacra Scrittura, della storia della salvezza, ma non hanno potuto vedere il mistero stesso, il vero nucleo: che Gesù era realmente Figlio di Dio, che il Dio trinitario entra nella nostra storia, in un determinato momento storico, in un uomo come noi. L’essenziale è rimasto nascosto! Si potrebbero facilmente citare grandi nomi della storia della teologia di questi duecento anni, dai quali abbiamo imparato molto, ma non è stato aperto agli occhi del loro cuore il mistero.


Invece, ci sono anche nel nostro tempo i piccoli che hanno conosciuto tale mistero. Pensiamo a santa Bernardette Soubirous; a santa Teresa di Lisieux, con la sua nuova lettura della Bibbia “non scientifica”, ma che entra nel cuore della Sacra Scrittura; fino ai santi e beati del nostro tempo: santa Giuseppina Bakhita, la beata Teresa di Calcutta, san Damiano de Veuster. Potremmo elencarne tanti!


Ma da tutto ciò nasce la questione: perché è così? È il cristianesimo la religione degli stolti, delle persone senza cultura, non formate? Si spegne la fede dove si risveglia la ragione? Come si spiega questo? Forse dobbiamo ancora una volta guardare alla storia. Rimane vero quanto Gesù ha detto, quanto si può osservare in tutti i secoli. E tuttavia c’è una “specie” di piccoli che sono anche dotti. Sotto la croce sta la Madonna, l’umile ancella di Dio e la grande donna illuminata da Dio. E sta anche Giovanni, pescatore del lago di Galilea, ma è quel Giovanni che sarà chiamato giustamente dalla Chiesa “il teologo”, perché realmente ha saputo vedere il mistero di Dio e annunciarlo: con l’occhio dell’aquila è entrato nella luce inaccessibile del mistero divino. Così, anche dopo la sua risurrezione, il Signore, sulla strada verso Damasco, tocca il cuore di Saulo, che è uno dei dotti che non vedono. Egli stesso, nella prima Lettera a Timoteo, si definisce “ignorante” in quel tempo, nonostante la sua scienza. Ma il Risorto lo tocca: diventa cieco e, al tempo stesso, diventa realmente vedente, comincia a vedere. Il grande dotto diviene un piccolo, e proprio per questo vede la stoltezza di Dio che è saggezza, sapienza più grande di tutte le saggezze umane.


Potremmo continuare a leggere tutta la storia in questo modo. Solo un’osservazione ancora. Questi dotti sapienti, sofòi e sinetòi, nella prima lettura, appaiono in un altro modo. Qui sofia e sínesis sono doni dello Spirito Santo che riposano sul Messia, su Cristo. Che cosa significa? Emerge che c’è un duplice uso della ragione e un duplice modo di essere sapienti o piccoli. C’è un modo di usare la ragione che è autonomo, che si pone sopra Dio, in tutta la gamma delle scienze, cominciando da quelle naturali, dove un metodo adatto per la ricerca della materia viene universalizzato: in questo metodo Dio non entra, quindi Dio non c’è. E così, infine, anche in teologia: si pesca nelle acque della Sacra Scrittura con una rete che permette di prendere solo pesci di una certa misura e quanto va oltre questa misura non entra nella rete e quindi non può esistere. Così il grande mistero di Gesù, del Figlio fattosi uomo, si riduce a un Gesù storico: una figura tragica, un fantasma senza carne e ossa, un uomo che è rimasto nel sepolcro, si è corrotto ed è realmente un morto. Il metodo sa “captare” certi pesci, ma esclude il grande mistero, perché l’uomo si fa egli stesso la misura: ha questa superbia, che nello stesso tempo è una grande stoltezza perché assolutizza certi metodi non adatti alle realtà grandi; entra in questo spirito accademico che abbiamo visto negli scribi, i quali rispondono ai Re magi: non mi tocca; rimango chiuso nella mia esistenza, che non viene toccata. È la specializzazione che vede tutti i dettagli, ma non vede più la totalità.


E c’è l’altro modo di usare la ragione, di essere sapienti, quello dell’uomo che riconosce chi è; riconosce la propria misura e la grandezza di Dio, aprendosi nell’umiltà alla novità dell’agire di Dio. Così, proprio accettando la propria piccolezza, facendosi piccolo come realmente è, arriva alla verità. In questo modo, anche la ragione può esprimere tutte le sue possibilità, non viene spenta, ma si allarga, diviene più grande. Si tratta di un’altra sofìa e sìnesis, che non esclude dal mistero, ma è proprio comunione con il Signore nel quale riposano sapienza e saggezza, e la loro verità.


In questo momento vogliamo pregare perché il Signore ci dia la vera umiltà. Ci dia la grazia di essere piccoli per poter essere realmente saggi; ci illumini, ci faccia vedere il suo mistero della gioia dello Spirito Santo, ci aiuti a essere veri teologi, che possono annunciare il suo mistero perché toccati nella profondità del proprio cuore, della propria esistenza. Amen.

martedì 8 dicembre 2009

PARROCCHIA ESEMPLARE !!! - ARTALLO, Imperia




PARROCCHIA  ESEMPLARE !!!

Parrocchia S. Sebastiano,  ARTALLO  Imperia
Parroco Don Marco Cuneo


8 DICEMBRE - IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA




IMMACOLATA CONCEZIONE DELLA B.V. MARIA

Dai «Discorsi» di sant'Anselmo, vescovo (Disc. 52; PL 158, 955-956)

O Vergine, per la tua benedizione è benedetta ogni creatura
Cielo, stelle, terra, fiumi, giorno, notte e tutte le creature che sono sottoposte al potere dell'uomo o disposte per la sua utilità si rallegrano, o Signora, di essere stati per mezzo tuo in certo modo risuscitati allo splendore che avevano perduto, e di avere ricevuto una grazia nuova inesprimibile. Erano tutte come morte le cose, poiché avevano perduto la dignità originale alla quale erano state destinate. Loro fine era di servire al dominio o alle necessità delle creature cui spetta di elevare la lode a Dio. Erano schiacciate dall'oppressione e avevano perso vivezza per l'abuso di coloro che s'erano fatti servi degli idoli. Ma agli idoli non erano destinate. Ora invece, quasi risuscitate, si rallegrano di essere rette dal dominio e abbellite dall'uso degli uomini che lodano Dio.

Hanno esultato come di una nuova e inestimabile grazia sentendo che Dio stesso, lo stesso loro Creatore non solo invisibilmente le regge dall'alto, ma anche, presente visibilmente tra di loro, le santifica servendosi di esse. Questi beni così grandi sono venuti dal frutto benedetto del grembo benedetto di Maria benedetta.

Per la pienezza della tua grazia anche le creature che erano negl'inferi si rallegrano nella gioia di essere liberate, e quelle che sono sulla terra gioiscono di essere rinnovate. Invero per il medesimo glorioso figlio della tua gloriosa verginità, esultano, liberati dalla loro prigionia, tutti i giusti che sono morti prima della sua morte vivificatrice, e gli angeli si rallegrano perché è rifatta nuova la loro città diroccata.


O donna piena e sovrabbondante di grazia, ogni creatura rinverdisce, inondata dal traboccare della tua pienezza. O vergine benedetta e più che benedetta, per la cui benedizione ogni creatura è benedetta dal suo Creatore, e il Creatore è benedetto da ogni creatura.


A Maria Dio diede il Figlio suo unico che aveva generato dal suo seno uguale a se stesso e che amava come se stesso, e da Maria plasmò il Figlio, non un altro, ma il medesimo, in modo che secondo la natura fosse l'unico e medesimo figlio comune di Dio e di Maria. Dio creò ogni creatura, e Maria generò Dio: Dio, che aveva creato ogni cosa, si fece lui stesso creatura di Maria, e ha ricreato così tutto quello che aveva creato. E mentre aveva potuto creare tutte le cose dal nulla, dopo la loro rovina non volle restaurarle senza Maria.


Dio dunque è il padre delle cose create, Maria la madre delle cose ricreate. Dio è padre della fondazione del mondo, Maria la madre della sua riparazione, poiché Dio ha generato colui per mezzo del quale tutto è stato fatto, e Maria ha partorito colui per opera del quale tutte le cose sono state salvate. Dio ha generato colui senza del quale niente assolutamente è, e Maria ha partorito colui senza del quale niente è bene.


Davvero con te è il Signore che volle che tutte le creature, e lui stesso insieme, dovessero tanto a te.


Responsorio
Sal 33, 4, 85, 13; Lc 1, 48

R. Celebrate con me il Signore: * grande è stata per me la sua misericordia.
V. Ecco, tutte le generazioni mi chiameranno beata:
R. grande è stata per me la sua misericordia.

lunedì 7 dicembre 2009

Tu solo, Signore, hai parole di vita eterna




Cristo è via alla luce, alla verità, alla vita

Il Signore in maniera concisa ha detto: «Io sono la luce del mondo; chi segue me, non camminerà nelle tenebre, ma avrà la luce della vita» (Gv 8, 12), e con queste parole comanda una cosa e ne promette un'altra. Cerchiamo, dunque, di eseguire ciò che comanda, perché altrimenti saremmo impudenti e sfacciati nell'esigere quanto ha promesso, senza dire che, nel giudizio, ci sentiremmo rinfacciare: Hai fatto ciò che ti ho comandato, per poter ora chiedere ciò che ti ho promesso? Che cosa, dunque, hai comandato, o Signore nostro Dio? Ti risponderà: Che tu mi segua.

Hai domandato un consiglio di vita. Di quale vita, se non di quella di cui è stato detto: «E' in te la sorgente della vita»? (Sal 35, 10).

Dunque mettiamoci subito all'opera, seguiamo il Signore: spezziamo le catene che ci impediscono di seguirlo. Ma chi potrà spezzare tali catene, se non ci aiuta colui al quale fu detto: «Hai spezzato le mie catene»? (Sal 115, 16). Di lui un altro salmo dice: «Il Signore libera i prigionieri, il Signore rialza chi è caduto»(Sal 145, 7. 8).

Che cosa seguono quelli che sono stati liberati e rialzati, se non la luce dalla quale si sentono dire: «Io sono la luce del mondo; chi segue me non camminerà nelle tenebre»? (Gv 8, 12). Sì, perché il Signore illumina i ciechi. O fratelli, ora i nostri occhi sono curati con il collirio della fede. Prima, infatti, mescolò la sua saliva con la terra, per ungere colui che era nato cieco. Anche noi siamo nati ciechi da Adamo e abbiamo bisogno di essere illuminati da lui. Egli mescolò la saliva con la terra: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14). Mescolò la saliva con la terra, perché era già stato predetto: «La verità germoglierà dalla terra» (Sal 84, 12) ed egli dice: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14, 6).

Godremo della verità, quando la vedremo faccia a faccia, perché anche questo ci viene promesso. Chi oserebbe, infatti, sperare ciò che Dio non si fosse degnato o di promettere o di dare?

Vedremo a faccia a faccia. L'Apostolo dice: Ora conosciamo in modo imperfetto; ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia (cfr. 1 Core 13, 12). E l'apostolo Giovanni nella sua lettera aggiunge: «Carissimi, noi fin d'ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che, quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è» (1 Gv 3, 2). Questa è la grande promessa.

Se lo ami, seguilo. Tu dici: Lo amo, ma per quale via devo seguirlo? Se il Signore tuo Dio ti avesse detto: Io sono la verità e la vita, tu, desiderando la verità e bramando la vita, cercheresti di sicuro la via per arrivare all'una e all'altra. Diresti a te stesso: gran cosa è la verità, gran bene è la vita: oh! se fosse possibile all'anima mia trovare il mezzo per arrivarci!

Tu cerchi la via? Ascolta il Signore che ti dice in primo luogo: Io sono la via. Prima di dirti dove devi andare, ha premesso per dove devi passare: «Io sono», disse «la via»! La via per arrivare dove? Alla verità e alla vita. Prima ti indica la via da prendere, poi il termine dove vuoi arrivare. «Io sono la via, Io sono la verità, Io sono la vita». Rimanendo presso il Padre, era verità e vita; rivestendosi della nostra carne, è diventato la via.

Non ti vien detto: devi affaticarti a cercare la via per arrivare alla verità e alla vita; non ti vien detto questo. Pigro, alzati! La via stessa è venuta a te e ti ha svegliato dal sonno, se pure ti ha svegliato. Alzati e cammina!

Forse tu cerchi di camminare, ma non puoi perché ti dolgono i piedi. Per qual motivo ti dolgono? Perché hanno dovuto percorrere i duri sentieri imposti dai tuoi tirannici egoismi? Ma il Verbo di Dio ha guarito anche gli zoppi.

Tu replichi: Sì, ho i piedi sani, ma non vedo la strada. Ebbene, sappi che egli ha illuminato perfino i ciechi.

Dai «Trattati su Giovanni» di sant'Agostino, vescovo (Tratt. 34, 8-9; CCL 36, 315-316)

Responsorio Cfr. Sal 118, 104-105; Gv 6, 68
R. Ho in odio ogni via di menzogna. * Lampada ai miei passi è la tua parola, e luce sul mio cammino.

V. Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna.
R. Lampada ai miei passi è la tua parola, e luce sul mio cammino.

AVE MARIS STELLA





IMMACOLATA CONCEZIONE
DELLA B.V. MARIA

Ave maris stella,
Dei Mater alma,
Atque semper Virgo,
Felix coeli porta.
Sumens illud Ave
Gabrielis ore,
Funda nos in pace,
Mutans Hevae nomen.
Solve vincla reis,
Profer lumen caecis,
Mala nostra pelle,
Bona cuncta posce.
Monstra te esse matrem,
Sumat per te preces,
Qui pro nobis natus,
Tulit esse tuus.
Virgo singularis,
Inter omnes mitis,

Nos culpis solutos
Mites fac et castos.
Vitam praesta puram,
Iter para tutum,
Ut videntes Jesum,
Semper collaetemur.
Sit laus Deo Patri,
Summo Christo decus,
Spiritui sancto,
Tribus honor unus.
Amen.
 

sabato 5 dicembre 2009

Conferenza di Don Fulvio Berti, tenuta oggi pomeriggio a Novi Ligure





IL SIGNIFICATO AUTENTICO DELLA CROCE

Cos’è il Crocifisso? Una raffigurazione della morte di Nostro Signore Gesù Cristo. E la morte di Cristo, Verbo di Dio incarnato, è il sacrificio che compie la redenzione definitiva degli uomini per mezzo dell’”Agnello che toglie i peccati del mondo” (Gv 1,29). Questo sacrificio di Cristo è unico: compie e supera tutti i sacrifici. È dono di Dio Padre che consegna il Figlio per riconciliare noi con lui. Nel medesimo tempo è offerta del Figlio di Dio fatto uomo che, liberamente e per amore, offre la propria vita al Padre suo nello Spirito Santo per riparare la nostra disobbedienza. È proprio questo amore “fino alla fine” (Gv 13,1) che conferisce valore di redenzione e di riparazione, di espiazione e di soddisfazione al Sacrificio di Cristo.

“La sua (di Gesù Cristo) passione sul legno della croce ci meritò la giustificazione”, insegna il Concilio di Trento, sottolineando il carattere unico del sacrificio di Cristo che è “causa di salvezza eterna” (Eb 5,9). E la Chiesa venera la croce cantando “Ave, o croce, unica speranza”.


Nella celebrazione del Santo Sacrificio della Messa Gesù Cristo, sotto le specie del pane e del vino, si offre dal sacerdote a Dio all’altare in memoria e rinnovazione del Sacrificio della croce. Tra il Sacrificio della Croce e quello della Messa vi è questa differenza: Gesù Cristo sulla croce si sacrificò dando volontariamente il proprio sangue e meritò ogni grazia per noi; invece sull’altare Egli, senza spargere sangue , si sacrifica e si annienta misticamente attraverso il ministero del sacerdote, e ci applica i meriti del sacrificio della croce.


1. Il Crocifisso nelle aule? Un falso problema.


Ho voluto richiamare per brevi cenni la dottrina cattolica della Redenzione che potrete trovare in maniera compiuta nel capitolo secondo della sezione seconda del Catechismo della Chiesa Cattolica perché è la premessa necessaria per parlare secondo verità del Crocifisso. Si è troppo insistito sulla dimensione culturale del Crocifisso: è limitante dire che il crocifisso ha una mera valenza culturale, in ultima analisi è falso e pericoloso in quanto le culture sono mutevoli, mentre il valore del crocifisso rimane in eterno.


È, a mio giudizio, illuminante sul problema che stiamo trattando, un analisi del sociologo Franco Garelli riportata in un articolo del p. Mucci dal titolo “L’interpretazione soggettiva della fede” apparso su Civiltà Cattolica del 7 novembre.


L’autore dopo aver constatato una generale riviviscenza della religione e della Chiesa Cattolica nella società contemporanea, notava che a questo si accompagnano «depotenziamento della fede, stemperamento delle credenze, discontinuità della pratica, scivolamento dei valori religiosi sempre più sullo sfondo dell'esistenza»; soprattutto, valori che «sono esposti ad una marcata interpretazione soggettiva». Riferendosi all'Italia, Garelli parla di un soggetto umano che vive normalmente secondo «un copione profano», ma vuole essere garantito e rassicurato da «un faro ultimo di significato». Esiste dunque uno «scollamento tra riferimenti ultimi e scelte contingenti», che si risolve in una pura strumentalizzazione della religione alle necessità psicologiche e pratiche del soggetto.


Ecco il problema del Crocifisso: una società che ha buttato a mare da tempo i valori del Cristianesimo ora si aggrappa alla difesa della Croce, considerandola più un soprammobile, che il simbolo della vera religione, più un oggetto d’arredamento che lo Strumento della salvezza del mondo.


È questo il soggettivismo nel suo significato più proprio, la tendenza a ridurre ogni giudizio a un atto di coscienza soggettiva a cui non corrisponde nulla di adeguato nella realtà. Ogni valore di verità o di bene è collocato in ciò che si pensa o si desidera, senza alcun aggancio ad una norma oggettiva. Da ciò segue che, in morale, la distinzione tra bene e male non è oggettiva. Si è venuto formando per questa via, anche in Italia, un tipo di uomo che si dice religioso e cristiano senza avvertire la convenienza e il dovere di conformare la sua fede alla fede oggettiva della Chiesa, senza avvertire il dovere di uniformare a questa fede la sua vita morale. Come diceva Benedetto Croce, l'uomo si foggia in tal maniera «il suo Dio, il Dio che gli è adeguato». E, se quest'uomo è cattolico, entra nel novero di coloro che appartengono con riserva alla Chiesa: non hanno rinnegato formalmente la fede, ma non la accettano integralmente, come è espressa nei documenti del Magistero; non si sono completamente distaccati dalla pratica della morale cattolica, ma non la vivono integralmente. Si fanno un Dio a loro talento.


Resta quella che Garelli chiama “religione dello scenario”, e che noi potremmo oggi chiamare “religione del Crocifisso in aula”, ricordo e nostalgia di un'esistenza altra, antica, che fa da sfondo all'esistenza corrente, lontano e improbabile riferimento a cui aggrapparsi. Intanto, i contenuti della fede e della morale che essa ispira si stemperano man mano che vengono reinterpretati da questo io compromesso e cristianamente alterato. La postmodernità sembra aver accantonato l'ateismo teorico. Si diffonde al suo posto un'indifferenza che sa di presunzione critica di un soggetto che accetta o rifiuta a seconda delle sue impressioni o sensazioni.


E allora, se le cose devono rimanere così, diciamo grazie a questa signora che ha presentato ricorso alla Commissione Europea dei Diritti dell’uomo: ci permetterà di essere meno ipocriti nel nostro vivere quotidiano.


D'altronde che ci sta a fare il crocifisso in un’aula scolastica dove si insegnano verità contrarie alla fede, dove un insegnante di religione cattolica ha l’ardire di negare la verginità di Maria Santissima? Che ci sta a fare il crocifisso in un’aula di tribunale dove si sovverte la legge di Dio e si pratica il divorzio? Che ci sta a fare il crocifisso in un ospedale dove ci si fa padroni della vita al posto di Dio e ci si fa padroni della vita e della morte dei Suoi figli sofferenti o ancora da nascere?


Un caso di attualità: la legge sull’utilizzo della RU486. Qualche sedicente cattolico ha salutato come positivo il fatto che il suo utilizzo sia limitato alle strutture ospedaliere. È come se, al tempo del nazismo, qualcuno si fosse detto soddisfatto per aver convinto Hitler a sterminare gli Ebrei solo all’interno dei campi di concentramento, invece che per strada; nelle case o nei campi di concentramento sempre di genocidio si tratta. E nel nostro caso, sia negli ospedali, che in un ambiente privato, sempre di pesticida umano si tratta.


Giovanni Paolo II, continuando il costante insegnamento della Chiesa, ha più volte ribadito che quanti sono impegnati direttamente nelle rappresentanze legislative hanno il «preciso obbligo di opporsi» ad ogni legge che risulti un attentato alla vita umana. Per essi, come per ogni cattolico, vige l’impossibilità di partecipare a campagne di opinione in favore di simili leggi né ad alcuno è consentito dare ad esse il suo appoggio con il proprio voto: è quanto afferma senza possibilità di equivoco la Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l'impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica emanata dalla Congregazione per la dottrina della fede il 24 novembre 2002.


Poiché la fede costituisce come un’unità inscindibile – prosegue ancora la medesima Nota – non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica. Né il cattolico può pensare di delegare ad altri l’impegno che gli proviene dal vangelo di Gesù Cristo perché la verità sull’uomo e sul mondo possa essere annunciata e raggiunta.


2. Una soluzione, l’unica possibile


Ritengo di aver sufficientemente dimostrato che il problema del Crocifisso, per un cattolico, non è un problema culturale, ma di fede e di coscienza perché dice la coerenza tra la fede professata e quella realmente vissuta. Lasciamo pure ad altri il compito di difendere il valore culturale del Crocifisso, noi – senza disprezzare la cultura e fermamente convinti che un’autentica cultura cristiana e cattolica nasce solo da una fede profondamente e coerentemente vissuta – lo difendiamo per motivi ben più alti, ben più nobili, ben più veri: lo difendiamo perché da Lui dipende la nostra salvezza eterna.


È triste dirlo, ma dobbiamo difenderlo non dai non cristiani, non dagli atei, ma dai sedicenti cattolici, innanzitutto: d’altronde già il beato Pio IX diceva che l’autentico pericolo per la Chiesa non è il comunismo, ma sono i cattolici liberali. Forse proprio per questo il Servo di Dio Giovanni Paolo II ha voluto proclamare patrono dei cattolici impegnati in politica S. Tommaso Moro, il cancelliere di Enrico VIII che non aderì allo scisma anglicano e preferì essere decapitato piuttosto che abiurare la fede cattolica.


Un vero cattolico non rinuncia mai alla discussione, ma a lui è chiaro che se egli discute non lo fa per scoprire la Verità bensì per farLa trionfare, non per metterLa ai voti ma per convertire le anime a Gesù Cristo. E ovvio che se noi parliamo di discussione, lo possiamo fare solo in questa prospettiva la quale in ultima analisi è prima una prospettiva di verità e poi di carità.


Oggi più che mai questa discussione è doverosa: si tratta di testimoniare. È cambiato lo scenario, il clima è certo più ostile che in passato, ma ciò che Dio ci chiede è di continuare a testimoniare, e, proprio perché i tempi sono cattivi, come dice San Paolo, in maniera ancor più forte oggi di ieri. Non si tratta di contenuti astratti e complicati, ma della fede cattolica pura e semplice. Esattamente ciò di cui l'uomo contemporaneo come l'uomo di qualunque epoca ha bisogno.


Il comando di Cristo è chiaro “Andate fino agli estremi confini della terra e fate mie discepole tutte le nazioni”: questo dobbiamo fare, dobbiamo fare in modo che Cristo regni non solo nelle coscienze, ma sul mondo e sulla società perché il mondo è già suo: lui lo ha creato e lui ne è provvidente, lui lo giudicherà alla fine dei tempi dando a ciascuno il premio o il castigo eterno in base al nostro operato in vita, anche nei pensieri o delle omissioni. È questa la prima, unica ed autentica carità che il cattolico può dare al mondo, perché Gesù Cristo non è una verità tra le tante, ma è la verità. Non può essere un privilegio quello di Dio di regnare sul mondo e sullo stato, è un suo diritto e l’uomo non può negare a Dio i suoi diritti, se non vuole sovvertire l’ordine e la legge eterna.


È il laicismo l’errore di fondo, il voler confinare la religione alla sfera dell’opinabile e del privato: fin quando il Cattolicesimo è stato religione di stato il crocifisso era lì, testimone di una verità eterna ed immutabile, di cui anche lo stato era doverosamente testimone e collaboratore. Ci si è vergognati di dire che il nostro è uno stato cattolico, godiamone allora i frutti. Siamo passati dalla tolleranza religiosa all’indifferentismo religioso, con i risultati deleteri che sono sotto gli occhi di tutti.


Ecco in estrema sintesi ciò che dobbiamo testimoniare. Si tratta di un programma semplice: Dio non ci chiede necessariamente di diventare grandi intellettuali, ma certamente ci chiede di testimoniare la fede, il primo e il più grande dei suoi doni, in modo eroico e senza indietreggiare davanti a nulla.


Tuttavia per ottenere questa fedeltà non bastano le buone convinzioni: è indispensabile l'aiuto della grazia e che le nostre anime siano piene di carità verso Nostro Signore e verso il prossimo.


Solo a queste condizioni, se cioè noi cattolici per primi saremo riusciti a testimoniare e a rispettare i diritti di Dio nella società e nel mondo, potremo batterci perché vengano rispettati i segni della nostra identità.


Don Fulvio Berti

Novi Ligure, 5 dicembre 2009

Il Nuovo Testamento commentato da P. M. Sales - Testo Latino della Volgata e versione italiana di Mons. A. Martini



IL NUOVO TESTAMENTO
COMMENTATO DAL P. MARCO M. SALES O. P.
Professore di Sacra Scrittura nel Collegio Angelico di Roma

Testo latino della VOLGATA e versione ITALIANA di
Mons. ANTONIO MARTINI

RIVEDUTA E CORRETTA
Con la liberalizzazione del Messale di San Pio V, il fedele ha incontrato la versione latina del Vangelo. Alcuni degli utenti del Sito ci hanno fatto pervenire delle perplessità circa la non corrispondenza tra la versione latina della Vulgata Clementina, con la versione della Conferenza Episcopale Italiana.

Per aiutare i fedeli che si accostano al Messale di San Pio V riformato dal Beato Giovanni XXIII, abbiamo pensato di offrire tutto il Nuovo Testamento con la versione latina e la traduzione italiana.

La traduzione italiana è l’unica versione italiana approvata del Papa. Si tratta della storica versione di Mons. Antonio Martini del 1778. Anche se la versione del Martini ha alcuni difetti lessicali dovuti ad un italiano più poetico che correntemente parlato, tuttavia, questa versione fu dichiarata "testo di lingua" dall'Accademia della Crusca (1885). Le parole in italiano del 1778 hanno lo stesso significato di oggi, alla pari del linguaggio dei Promessi Sposi che risale al 1825.

La Bibbia Martini non è solo la traduzione della Vulgata (dal latino all'italiano), ma è anche il riscontro sui codici in ebraico e in greco. Nella presentazione dell'opera c'è scritto: "un diligente scrupoloso confronto del greco e dell'ebraico con la stessa Vulgata... esaminato a parola a parola interamente lo stesso testo." Mons. Antonio Martini fu assistito dal rabbino Terni per il raffronto sui manoscritti in ebraico e dal teologo Marchini per il raffronto sui manoscritti in greco.

La Bibbia Martini è ricca di note. Le note, contengono citazioni prese e ricavate dai padri della Chiesa e approvate dalla santa Sede Romana.

Pur essendo una "versione indiretta" (dalla Vulgata all'italiano) ogni parola è stata controllata sui manoscritti in ebraico, in greco e aramaico. Ogni libro della Bibbia Martini contiene una collazione sulle variazioni tra i manoscritti e la Vulgata.

Con l’impulso di San Pio X si sentì l’esigenza di perfezionare la traduzione del Martini eliminando solo i difetti lessicali ma mantenendo intatta la traduzione, unita ad un Nuovo Commentario che tenesse conto delle nuove ricerche bibliche pur rimanendo ancorati scrupolosamente alle dottrine tradizionali e alle norme sancite dall'autorità della Chiesa.

Il Lavoro fu realizzato dal domenicano Padre Marco Maria Sales nel 1911, professore di Sacra Scrittura nel collegio angelico di Roma. Padre Marco Maria Sales così si esprimerà introducendo il suo lavoro nella Prefazione:

“Per riguardo alla versione del testo sacro abbiamo creduto conveniente adottare quella di Monsignor Martini, la quale, benché difettosa in molti punti, tuttavia nel suo complesso é buona, ed oltre all'essere approvata dalla Chiesa, gode pure della maggior diffusione e della maggior stima tra i fedeli d'Italia. Ci siamo però permesso di fare alcuni ritocchi, e di introdurvi alcune modificazioni affine di renderla più scorrevole. Il lettore giudicherà se vi siamo riusciti. L'opera non essendo destinata ai dotti e agli specialisti non abbonda di citazioni di autori eterodossi, benché si sia cercato di indicare sempre le principali opere cattoliche specialmente recenti. Siccome i libri del Nuovo Testamento sono più conosciuti e più letti così è parso opportuno cominciare da questi il commento. Prima di terminare dichiariamo di sottomettere in tutto e per tutto noi e l'opera nostra al giudizio e all'autorità della Chiesa Cattolica Madre nostra, maestra infallibile di verità”.

Nonostante gli anni questa opera esegetica-storico-patristica rimane un capo saldo della ricerca e tradizione Cattolica. Questo imperituro “Monumento” esegetico, si può ritenere ancora validissimo per il cristiano che vuole oggi conoscere la Sacrosanta Parola di Dio pienamente ancorato nella Tradizione Cattolica e soprattutto per coloro che desiderano entrare ancor più consapevolmente in quel Venerabile Messale tanto amato e onorato da tutta la Chiesa Cattolica!

Così infatti Padre Sales scriverà nella Prefazione al Secondo Volume:

“Mirando allo scopo prefissoci, non abbiamo creduto conveniente abbondare nelle citazioni d'autori protestanti, ma ci siamo ognora studiati di far comprendere il sacro testo seguendo le norme dei Ss. Padri e degli altri autori cattolici. Per supplire alla brevità del commento e delle introduzioni, abbiamo indicati ai luoghi opportuni le principali opere cattoliche, che potranno essere utili a chi desidera approfondire maggiormente i varii argomenti”.

 
I Testi sono consultabili on line e/o scaricabili nel formato .pdf
a questo indirizzo:
 

Byzantine Hymn for Nativity (in Arabic) ترتيل بيزنطي للميلاد المجيد




Byzantine Hymn for Nativity (in Arabic)
ترتيل بيزنطي للميلاد المجيد

Bing Crosby - White Christmas




Bing Crosby - White Christmas

Orthodox Saints of Ukraine - Ukrainian Orthodox Chant "On Christmas Holidays



Orthodox Saints of Ukraine
Ukrainian Orthodox Chant "On Christmas Holidays"

venerdì 4 dicembre 2009

Christmas 1950




 Christmas 1950

Lo studio della Lingua Latina nelle Scuole Medie - Raccolta firme


Don Nicolini Dott. Romano di Rimini

rcnico@tin.it
Tel. 0541 718 846 - 339 841 2017

è il promotore per la Raccolta di Firme da trasmettere al Ministro GELMINI per reintrodurre la lingua latina nel curriculum delle scuole medie, almeno nella misura di un'ora alla settimana.
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Per scaricare il Modulo nel formato word:
http://www.maranatha.it/Miscel/lingualatina.doc

RACCOLTA FIRME  - SI SENTE DI ADERIRE?

"Con la presente firma chiedo che lo studio della lingua latina venga reintrodotto nel curriculum delle scuole medie almeno nella misura di un'ora alla settimana.”

Referente per la raccolta firme:
Nicolini Dott. Romano - Via di Mezzo, 1 – 47923 Rimini (RN)

Tel. 0541 71 88 46 – 339 84 12 0 17   rcnico@tin.it

Nome   Cognome   Via   Città

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LETTERA INVIATA  …………………………………..


Gentile Signora Ministro Gelmini
,


“chieda a tutti i presidi che lo studio della lingua latina torni a far parte del curriculum normale delle scuole medie (entro l'area letteraria) almeno nella misura di un'ora settimanale”.


Oggi essa è studiata attraverso accenni di vario tipo e – in maniera organica - soltanto da coloro che dopo la terza media adiranno ai licei. Si chiede che lo studio sistematico della lingua latina torni a far parte del programma normale delle scuole medie almeno nella misura di un'ora alla settimana.


*** STABAT MATER DOLOROSA!*** La lingua latina è la “mamma” della lingua italiana. Esclusa dallo studio-base di un italiano (cioè dalle medie) , se ne sta in disparte come una madre dolorosa che piange sulle future disgrazie del figlio.


Un italiano qualunque, in una giornata qualsiasi, incontra sul suo cammino almeno due o tre parole di lingua latina. Se ha studiato in un istituto tecnico oppure ha scelto di fare l'operaio, NON DEVE capire nulla perché nella scuola media nessuno gliel' ha fatta studiare. E' come se dovessimo parlare di Napoleone e Garibaldi soltanto a quegli studenti che in futuro prenderanno la laurea in storia.


A questo punto, visto che si studia solo quello che serve, tanto vale eliminare i libri di storia e leggere solo l'orario ferroviario o l'elenco telefonico.


Cosa fare? Reagire a questa situazione con una “insurrezione popolare” per la quale Lei ordina che lo studio della lingua latina torni a far parte del normale curriculum scolastico almeno in ragione di un'ora alla settimana. Si potrebbe indire un referendum per costringere a prendere questa decisione..... ma vale la pena sprecare la carta per sostenere una idea che è valida “ex tota natura sua”?


E' un impresa disperata? Forse sì. Tuttavia porta in sé la nobiltà delle motivazioni : salvare la conoscenza della lingua madre della nostra cultura è sempre un investimento sul fronte dell'incremento del nostro vero patrimonio nazionale : la INTELLIGENZA.


Nicolini Dott. Romano (Promotore della riforma)

Istituto Valloni -- Via di Mezzo, 1 -- 47 923 Rimini
Tel. 0651 71 88 46 – 339 84 12 017 rcnico@tin.it

Rimini, 25 novembre 2009

giovedì 3 dicembre 2009

DOMINUS IESUS




DOMINUS IESUS

IL SIGNORE GESÙ, PRIMA DI ASCENDERE AL CIELO, AFFIDÒ AI SUOI DISCEPOLI IL MANDATO DI ANNUNCIARE IL VANGELO AL MONDO INTERO E DI BATTEZZARE TUTTE LE NAZIONI:
  
«ANDATE IN TUTTO IL MONDO E PREDICATE IL VANGELO A OGNI CREATURA. CHI CREDERÀ E SARÀ BATTEZZATO SARÀ SALVO, MA CHI NON CREDERÀ SARÀ CONDANNATO»
(MC 16,15-16)

 
«MI È STATO DATO OGNI POTERE IN CIELO E IN TERRA. ANDATE DUNQUE E AMMAESTRATE TUTTE LE NAZIONI, BATTEZZANDOLE NEL NOME DEL PADRE E DEL FIGLIO E DELLO SPIRITO SANTO, INSEGNANDO LORO AD OSSERVARE TUTTO CIÒ CHE VI HO COMANDATO. ECCO, IO SONO CON VOI TUTTI I GIORNI, FINO ALLA FINE DEL MONDO»
(MT 28,18-20; CF. ANCHE LC 24,46-48; GV 17,18; 20,21; AT 1,8)

Mostra Fotografica a Lavagna – Palazzo del Comune


Mostra Fotografica a Lavagna – Palazzo del Comune
LAVAGNA …. “IN BIANCO E NERO”
Passato e Presente




MOSTRA FOTOGRAFICA
di FLAVIO STAGNARO e RICCARDO PENNA
I personaggi e l’anima della città in 50 splendidi ritratti in bianco e nero
Scatti di ieri e oggi messi a confronto

PALAZZO DEL COMUNE DI LAVAGNA
Inaugurazione Giovedì 4 Dicembre 2009 alle ore 18,30
La mostra prosegue fino al 10 Gennaio 2010
Feriali mattino: Orario Ufficio Comunale
Feriali pomeriggio: Martedì e Giovedì, dalle 15,00 alle 17,00


Il nostro amico Flavio Stagnaro, fotografo professionista
"figlio d'arte" di papà Bruno

 

An Arabic Christmas Carol (Byzantine Hymn of the Nativity)




An Arabic Christmas Carol 

(Byzantine Hymn of the Nativity)


martedì 1 dicembre 2009

Primi Vespri della Prima domenica di Avvento presieduta da Benedetto XVI




Avvento, "visita" di Dio che entra nella nostra vita


Numerosissimi fedeli si sono raccolti nella Basilica di S. Pietro, sabato 28 novembre, per la celebrazione dei Primi Vespri della Prima domenica di Avvento presieduta da Benedetto XVI e animata dalla Cappella Sistina e dal coro Mater Ecclesiae. Nella sua omelia, facendo riferimento al brano della Prima Lettera ai Tessalonicesi letto durante la recita dei Vespri, il S. Padre ha invitato a riflettere sul significato dell'Avvento, "arrivo", "venuta", "visita" di Dio che entra nella nostra vita e vuole rivolgersi a noi. In questa luce tutti gli eventi della giornata, ha detto il Papa, sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell'attenzione che ha per ognuno di noi.