giovedì 7 gennaio 2010

INTRODUZIONE ALLO SPIRITO DELLA LITURGIA di Mons. Guido Marini - Conferenza per l'Anno sacerdotale - Città del Vaticano 6 gennaio 2010


INTRODUZIONE ALLO SPIRITO DELLA LITURGIA
Conferenza per l’Anno sacerdotale
Città del Vaticano, 6 gennaio 2010 

(English - Spagnolo)


Mi propongo, con questa riflessione, di soffermarmi con voi su alcuni temi che riguardano lo spirito della liturgia. Mi propongo molto, mi verrebbe da dire moltissimo. Non solo perché parlare dello spirito della liturgia è impegnativo e complesso, ma anche perché su questo tema hanno intitolato opere importantissime autori di indubbio e altissimo spessore liturgico e teologico. Penso solo a due esempi tra gli altri: Romano Guardini e Joseph Ratzinger.


D’altra parte è vero che parlare oggi dello spirito della liturgia è quanto mai necessario, soprattutto tra noi sacerdoti. Anche perché è urgente riaffermare l’«autentico» spirito della liturgia, così come è presente nella ininterrotta tradizione della Chiesa e testimoniato, in continuità con il passato, nel più recente Magistero: a partire dal Concilio Vaticano II fino a Benedetto XVI. Ho pronunciato la parola “continuità”. E’ una parola cara all’attuale Pontefice, che ne ha fatto autorevolmente il criterio per l’unica interpretazione corretta della vita della Chiesa e, in specie, dei documenti conciliari, come anche dei propositi di riforma ad ogni livello in essi contenuti. E come potrebbe essere diversamente? Si può forse immaginare una Chiesa di prima e una Chiesa di poi, quasi che si sia prodotta una cesura nella storia del corpo ecclesiale? O si può forse affermare che la Sposa di Cristo sia entrata, in passato, in un tempo storico nel quale lo Spirito non l’abbia assistita, così che questo tempo debba essere quasi dimenticato e cancellato?



Eppure, a volte, alcuni danno l’impressione di aderire a quella che è giusto definire una vera e propria ideologia, ovvero un’idea preconcetta applicata alla storia della Chiesa e che nulla ha a che fare con la fede autentica.



Frutto di quella fuorviante ideologia è, ad esempio, la ricorrente distinzione tra Chiesa pre conciliare e Chiesa post conciliare. Può anche essere legittimo un tale linguaggio, ma a condizione che non si intendano in questo modo due Chiese: una – quella pre conciliare – che non avrebbe più nulla da dire o da dare perché irrimediabilmente superata; e l’altra – quella post conciliare – che sarebbe una realtà nuova scaturita dal Concilio e da un suo presunto spirito, in rottura con il suo passato. Questo modo di parlare e ancor più di “sentire” non deve essere il nostro. Oltre a essere erroneo, è superato e datato, forse storicamente comprensibile, ma legato a una stagione ecclesiale ormai conclusa.



Quanto affermato fin qui a proposito della “continuità” ha a che fare con il tema che siamo chiamati ad affrontare? Assolutamente sì. Perché non vi può essere l’autentico spirito della liturgia se non ci si accosta ad essa con animo sereno, non polemico circa il passato, sia remoto che prossimo. La liturgia non può e non deve essere terreno di scontro tra chi trova il bene solo in ciò che è prima di noi e chi, al contrario, in ciò che è prima trova quasi sempre il male. Solo la disposizione a guardare il presente e il passato della liturgia della Chiesa come a un patrimonio unico e in sviluppo omogeneo può condurci ad attingere con gioia e con gusto spirituale l’autentico spirito della liturgia. Uno spirito, dunque, che dobbiamo accogliere dalla Chiesa e che non è frutto delle nostre invenzioni. Uno spirito, aggiungo, che ci porta all’essenziale della liturgia, ovvero alla preghiera ispirata e guidata dallo Spirito Santo, in cui Cristo continua divenire a noi contemporaneo, a fare irruzione nella nostra vita. Davvero lo spirito della liturgia è la liturgia dello Spirito.



Riguardo al tema proposto non pretendo di essere esauriente. Non pretendo, neppure, di trattare tutti i temi che sarebbe utile affrontare per una panoramica complessiva della questione. Mi limito a considerare alcuni aspetti dell’essenza della liturgia, con riferimento specifico alla Celebrazione Eucaristica, così come la Chiesa ce li presenta e così come ho imparato ad approfondirli in questi due anni di servizio accanto a Benedetto XVI: un vero maestro di spirito liturgico, sia attraverso il suo insegnamento, sia attraverso l’esempio del suo celebrare.



E se, nel considerare alcuni aspetti dell’essenza della liturgia, mi troverò ad annotare qualche comportamento che ritengo non del tutto in sintonia con l’autentico spirito liturgico, lo farò solo per offrire un piccolo contributo perché tale spirito possa risaltare ancor di più in tutta la sua bellezza e verità.



1. La sacra liturgia, un grande dono di Dio alla Chiesa

Come ben sappiamo, il Concilio Vaticano II ha dedicato un intero documento, il primo in ordine di pubblicazione, alla liturgia. Il suo nome è “Sacrosanctum concilium” ed è definito come la Costituzione sulla sacra liturgia.


E’ il termine sacro che intendo sottolineare, in quanto affiancato a “liturgia”. Al riguardo, non si tratta di un caso né di un dato di poca importanza. In tal modo, infatti, i Padri conciliari hanno inteso dare forza al carattere sacro della liturgia.



Ma che cosa si intende per carattere sacro? Gli orientali parlerebbero di dimensione divina della liturgia. Ovvero di quella dimensione che non è lasciata all’arbitrio dell’uomo perché è dono che viene dall’alto. Si tratta, in altre parole, del mistero della salvezza in Cristo, consegnato alla Chiesa, perché lo renda disponibile in ogni tempo e in ogni luogo attraverso l’oggettività del rito liturgico-sacramentale. Una realtà, dunque, che ci supera, da accogliere in dono e dalla quale lasciarsi trasformare. Infatti, afferma il Concilio Vaticano II, “…ogni celebrazione liturgica, in quanto opera di Cristo sacerdote e del suo corpo, che è la Chiesa, è azione sacra per eccellenza…” (Sacrosanctum concilium, n. 7)



Ponendosi in questa prospettiva, non è difficile rendersi conto di quanto alcuni modi di fare siano distanti dall’autentico spirito della liturgia. A volte, in effetti, con il pretesto di una male intesa creatività si è arrivati e si arriva a stravolgere in vario modo la liturgia della Chiesa. In nome del principio di adattamento alle situazioni locali e ai bisogni della comunità ci si appropria del diritto di togliere, aggiungere e modificare il rito liturgico all’insegna della soggettività e dell’emotività. E in questo noi sacerdoti abbiamo una grande responsabilità.



Ecco, in proposito, quanto affermava il Card. Ratzinger già nel 2001: “C’è bisogno come minimo di una nuova consapevolezza liturgica che sottragga spazio alla tendenza a operare sulla liturgia come se fosse oggetto della nostra abilità manipolatoria. Siamo giunti al punto che dei gruppi liturgici imbastiscono da se stessi la liturgia domenicale. Il risultato è certamente il frutto dell’inventiva di un pugno di persone abili e capaci. Ma in questo modo viene meno il luogo in cui mi si fa incontro il totalmente Altro, in cui il sacro ci offre se stesso in dono; ciò in cui mi imbatto è solo l’abilità di un pugno di persone. E allora ci si accorge che non è quello che si sta cercando. E’ troppo poco e insieme qualcosa di diverso. La cosa più importante oggi è riacquistare il rispetto della liturgia e la consapevolezza della sua non manipolabilità. Reimparare a riconoscerla nel suo essere una creatura vivente che cresce e che ci è stata donata, per il cui tramite noi prendiamo parte alla liturgia celeste. Rinunciare a cercare in essa la propria autorealizzazione per vedervi invece un dono. Questa, credo è la prima cosa: sconfiggere la tentazione di un fare dispotico, che concepisce la liturgia come oggetto di proprietà dell’uomo, e risvegliare il senso interiore del sacro” (da “Dio e il mondo”, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 2001).



Affermare, dunque, che la liturgia è sacra significa sottolineare il fatto che essa non vive delle invenzioni sporadiche e delle “trovate” sempre nuove di qualche singolo o di qualche gruppo. Essa non è un circolo chiuso in cui noi decidiamo di incontrarci, magari per farci coraggio a vicenda e sentirci protagonisti di una festa. La liturgia è convocazione da parte di Dio per stare alla sua presenza; è il venire di Dio a noi, il farsi trovare di Dio nel nostro mondo.



Una forma di adattamento alle situazioni particolari è prevista ed è bene che ci sia. E’ il messale stesso che la indica in alcune sue parti. Ma in queste e solo in queste, non arbitrariamente in altre. Il motivo è importante ed è bene riaffermarlo: la liturgia è dono che ci precede, tesoro prezioso che ci è stato consegnato dalla preghiera secolare della Chiesa, luogo in cui la fede della Chiesa ha trovato nel tempo forma ed espressione orante. Tutto questo non è nella nostra disponibilità soggettiva. E’ indisponibile a noi per essere integralmente a disposizione di tutti, ieri come oggi e ancora domani. “Anche nei nostri tempi – ha scritto Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia – l’obbedienza alle norme liturgiche dovrebbe essere riscoperta e valorizzata come riflesso e testimonianza della Chiesa una e universale, resa presente in ogni celebrazione dell’Eucaristia” (n. 52).



Nella stupenda Enciclica “Mediator Dei”, che spesso viene citata nella “Sacrosanctum Concilium”, Pio XII definiva la liturgia come: “…il culto pubblico… il culto integrale del corpo mistico di Gesù Cristo, cioè del capo e delle sue membra”. Come a dire, tra l’altro, che nella liturgia la Chiesa riconosce “ufficialmente” se stessa, il suo mistero di unione sponsale con Cristo, e lì “ufficialmente” si manifesta. Con quale insana spensieratezza potremmo noi, dunque, arrogarci il diritto di alterare in modo soggettivo quei santi segni che il tempo ha vagliato e attraverso i quali la Chiesa parla di sé, della propria identità, della propria fede?



C’è un diritto del popolo di Dio che non può mai essere disatteso. In virtù di tale diritto tutti devono poter accedere a ciò che non è semplicemente e poveramente frutto dell’opera umana, ma a ciò che è opera di Dio e, proprio per questo, sorgente di salvezza e di vita nuova.



Mi dilungo ancor un momento su questo tema che, posso testimoniare, sta tanto a cuore al Papa, riascoltando con voi un brano di “Sacramentum caritatis”, l’Esortazione apostolica di Benedetto XVI, successiva al Sinodo dei Vescovi sull’Eucaristia: “Sottolineando l’importanza dell’ars celebrandi – afferma il Papa – si pone in luce, di conseguenza, il valore delle norme liturgiche… La celebrazione eucaristica trova giovamento là dove i sacerdoti e i responsabili della pastorale liturgica si impegnano a fare conoscere i vigenti libri liturgici e le relative norme… Nelle comunità ecclesiali si dà forse per scontata la loro conoscenza e il loro giusto apprezzamento, ma spesso così non è. In realtà, sono testi in cui sono contenute ricchezze che custodiscono ed esprimono la fede e il cammino del Popolo di Dio lungo i due millenni della sua storia” (40).



2. L’orientamento della preghiera liturgica

Al di là dei cambiamenti che storicamente hanno caratterizzato la disposizione architettonica delle chiese e degli spazi liturgici, una convinzione è rimasta sempre chiara all’interno della comunità cristiana, quasi fino ai giorni nostri. Mi riferisco alla preghiera rivolta a oriente, tradizione che risale alle origini del cristianesimo.


Che cosa si intende con “preghiera rivolta a oriente”? Si intende l’orientamento del cuore orante a Cristo, Colui dal quale proviene la salvezza e al quale si tende come al Principio e al Fine della storia. A est sorge il sole e il sole è simbolo di Cristo, la Luce che sorge dall’oriente. Si ricordi, in proposito, il passo del cantico messianico del “Benedictus”: “…per cui verrà a visitarci dall’alto come sole che sorge”.



Studi molto seri e anche recentissimi hanno ormai dimostrato che, in ogni tempo della sua storia, la comunità cristiana ha trovato il modo di esprimere anche nel segno liturgico, esterno e visibile, questo orientamento fondamentale per la vita della fede. Così troviamo le chiese costruite in modo tale che l’abside fosse rivolta verso oriente. Quando non fu più possibile un tale orientamento nella edificazione del luogo sacro, si fece ricorso al grande crocifisso posto sopra l’altare e a cui tutti potessero rivolgere lo sguardo. Si pensi, ancora, alle absidi decorate con splendide raffigurazioni del Signore, verso le quali tutti erano invitati ad alzare gli occhi al momento della Liturgia Eucaristica.



Senza entrare nel dettaglio di un percorso storico che ci porrebbe all’interno di una riflessione riguardante lo sviluppo dell’arte cristiana, in questo contesto ci interessa affermare che la preghiera orientata, ovvero rivolta al Signore, è espressione tipica dell’autentico spirito liturgico. In questo senso, come ben ci ricorda il dialogo introduttivo del Prefazio, al momento della Liturgia Eucaristica siamo invitati a rivolgere il cuore al Signore: “In alto i nostri cuori”, esorta il sacerdote, e tutti rispondono: “Sono rivolti al Signore”. Ora, se tale orientamento deve essere sempre interiormente adottato dall’intera comunità cristiana raccolta in preghiera, esso deve poter trovare espressione anche nel segno esteriore. Il segno esteriore, infatti, non può che essere vero, così che in esso si renda manifesto il corretto atteggiamento spirituale.



Ecco, allora, il motivo della proposta fatta a suo tempo dal card. Ratzinger e ora riaffermata nel corso del suo pontificato, di collocare il crocifisso al centro dell’altare, in modo tale che tutti, al momento della Liturgia Eucaristica, possano effettivamente guardare al Signore, orientando così la loro preghiera e il loro cuore. Ascoltiamo direttamente Benedetto XVI, che così scrive nella prefazione al I volume della Sua Opera Omnia, dedicato alla liturgia: “L’idea che sacerdote e popolo nella preghiera dovrebbero guardarsi reciprocamente è nata solo nella cristianità moderna ed è completamente estranea in quella antica. Sacerdote e popolo certamente non pregano l’uno verso l’altro, ma verso l’unico Signore. Quindi guardano nella preghiera nella stessa direzione: o verso Oriente come simbolo cosmico per il Signore che viene, o, dove questo non è possibile, verso un’immagine di Cristo nell’abside, verso una croce, o semplicemente verso il cielo, come il Signore ha fatto nella preghiera sacerdotale la sera prima della Passione (Gv 17, 1). Intanto si sta facendo strada sempre di più, fortunatamente, la proposta da me fatta alla fine del capitolo in questione della mia opera [Introduzione allo spirito della liturgia, pp.70-80]: non procedere a nuove trasformazioni, ma porre semplicemente la croce al centro dell’altare, verso la quale possano guardare insieme sacerdote e fedeli, per lasciarsi guidare in tal modo verso il Signore, che tutti insieme preghiamo”.



E non si dica che l’immagine del crocifisso viene a oscurare la vista dei fedeli in rapporto al celebrante. I fedeli non devono guardare al celebrante, in quel momento liturgico! Devono guardare al Signore! Come al Signore deve poter guardare anche colui che presiede la celebrazione. La croce non impedisce la vista; anzi, le apre l’orizzonte sul mondo di Dio, la porta a contemplare il mistero, la introduce in quel Cielo da cui proviene l’unica luce capace di dare senso alla vita di questa terra. La vista, in verità, rimarrebbe oscurata, impedita se gli occhi rimanessero fissi su ciò che è solo presenza dell’uomo e opera sua.



Così si comprende perché è ancora oggi possibile celebrare la Messa agli altari antichi, quando le particolari caratteristiche architettoniche e artistiche delle nostre chiese lo dovessero consigliare. Il Santo Padre ci dona anche in questo l’esempio quando celebra l’Eucaristia all’altare antico nella Cappella Sistina, per la festa del Battesimo del Signore.



Nel nostro tempo è entrata nel linguaggio abituale l’espressione “celebrazione verso il popolo”. Se con tale espressione si intende descrivere l’aspetto topografico, dovuto al fatto che oggi, il sacerdote, a motivo della collocazione dell’altare, si trova spesso in posizione frontale rispetto all’assemblea, la si può accettare. Ma non la si potrebbe assolutamente accettare nel momento in cui venisse ad avere un contenuto teologico. Infatti, la Messa, teologicamente parlando, è sempre rivolta a Dio attraverso Cristo Signore e sarebbe un grave errore immaginare che l’orientamento principale dell’azione sacrificale fosse la comunità. Tale orientamento, dunque - quello al Signore –, deve animare l’interiore partecipazione liturgica di ciascuno. Ed è altrettanto importante che possa essere ben visibile anche nel segno liturgico.



3. L’adorazione e l’unione con Dio

L’adorazione è il riconoscimento pieno di stupore, potremmo anche dire estatico – perché ci fa uscire da noi stessi e dal nostro piccolo mondo -, della grandezza infinita di Dio, della sua maestà inafferrabile, del suo amore senza fine che si dona a noi in assoluta gratuità, della sua signoria onnipotente e provvidente. L’adorazione conduce, di conseguenza, alla riunificazione dell’uomo e della creazione con Dio, all’uscita dallo stato di separazione, di apparante autonomia, alla perdita di se stessi che è, poi, l’unico modo di ritrovarsi.


Di fronte alla bellezza indicibile della carità di Dio, che prende forma nel mistero del Verbo Incarnato, morto e risorto per noi, e che trova nella liturgia la sua manifestazione sacramentale, altro non resta per noi che rimanere in adorazione. “C’è, nell’evento pasquale e nell’Eucaristia che lo attualizza nei secoli, - afferma Giovanni Paolo II nella Ecclesia de Eucharistia - una capienza davvero enorme, nella quale l’intera storia è contenuta, come destinataria della grande redenzione. Questo stupore deve invadere sempre la Chiesa raccolta nella celebrazione eucaristica” (n. 5).



“Mio Signore e mio Dio”, ci hanno insegnato, da bambini, a dire al momento della consacrazione. In tal modo, prendendo a prestito l’esclamazione dell’apostolo Tommaso, siamo condotti ad adorare il Signore presente e vivo nelle specie eucaristiche, unendoci a Lui e riconoscendolo come il nostro Tutto. E da lì si può riprendere il cammino quotidiano, avendo ritrovato l’ordine esatto dell’esistenza, il criterio fondamentale alla luce del quale vivere e morire.



Ecco perché tutto, nell’azione liturgica, nel segno della nobiltà, della bellezza, dell’armonia deve condurre all’adorazione, all’unione con Dio: la musica, il canto, il silenzio, il modo di proclamare la Parola del Signore e il modo di pregare, la gestualità, le vesti liturgiche e le suppellettili sacre, così come anche l’edificio sacro nel suo complesso. Proprio in questa prospettiva è da considerare la decisione di Benedetto XVI che, a partire dal “Corpus Domini” del 2008, ha iniziato a distribuire la Santa Comunione ai fedeli, direttamente sulla lingua e in ginocchio. Con l’esempio di questo gesto, il Papa ci invita a rendere manifesto l’atteggiamento dell’adorazione davanti alla grandezza del mistero della presenza eucaristica del Signore. Atteggiamento di adorazione che dovrà ancor più essere custodito accostandosi alla SS. Eucaristia nelle altre forme oggi concesse.



Mi piace al riguardo citare ancora un brano dell’Esortazione Apostolica Postsinodale “Sacramentum caritatis”: “Mentre la riforma muoveva i primi passi, a volte l’intrinseco rapporto tra Santa Messa e l’adorazione del SS.mo Sacramento non fu abbastanza chiaramente percepito. Un’obiezione allora diffusa prendeva spunto, ad esempio, dal rilievo secondo cui il Pane eucaristico non ci sarebbe dato per essere contemplato, ma per essere mangiato. In realtà, alla luce dell’esperienza di preghiera della Chiesa, tale contrapposizione si rivelava priva di ogni fondamento. Già Agostino aveva detto: «Nessuno mangia questa carne senza prima adorarla; peccheremmo se non la adorassimo». Nell’Eucaristia, infatti, il Figlio di Dio ci viene incontro e desidera unirsi a noi; l’adorazione eucaristica non è che l’ovvio sviluppo della celebrazione eucaristica, la quale è in se stessa il più grande atto d’adorazione della Chiesa. Ricevere l’Eucaristia significa porsi in atteggiamento di adorazione verso Colui che riceviamo. Proprio così e soltanto così diventiamo una cosa sola con Lui e pregustiamo in anticipo, in qualche modo, la bellezza della liturgia celeste” (n.66).



Penso che, tra gli altri, non sia passato inosservato il seguente passaggio del testo appena letto: “(La Celebrazione eucaristica) è in se stessa il più grande atto di adorazione della Chiesa”. Grazie all’Eucaristia, afferma ancora Benedetto XVI, “ciò che era lo stare di fronte a Dio diventa ora, attraverso la partecipazione alla donazione di Gesù, partecipazione al suo corpo e al suo sangue, diventa unione” (Deus caritas est, n. 13). Per questo motivo tutto, nella liturgia, e in specie nella Liturgia Eucaristica, deve tendere all’adorazione, tutto nello svolgimento del rito deve aiutare a entrare dentro l’adorazione che la Chiesa fa del Suo Signore.



Considerare la liturgia come luogo dell’adorazione, dell’unione con Dio, non significa perdere di vista la dimensione comunitaria della celebrazione liturgica, né tanto meno dimenticare l’orizzonte della carità. Al contrario, soltanto da una rinnovata adorazione del mistero di Dio in Cristo, che prende forma nell’atto liturgico, potrà scaturire un’autentica comunione fraterna e una nuova storia di carità, secondo quella fantasia e quell’eroicità che solo la grazia di Dio può donare ai nostri poveri cuori. La vita dei santi ce lo ricorda e ce lo insegna. “L'unione con Cristo è allo stesso tempo unione con tutti gli altri ai quali Egli si dona. Io non posso avere Cristo solo per me; posso appartenergli soltanto in unione con tutti quelli che sono diventati o diventeranno suoi. La comunione mi tira fuori di me stesso verso di Lui, e così anche verso l'unità con tutti i cristiani” (Deus caritas est, n. 14)



4. La partecipazione attiva

Proprio loro, i santi, hanno celebrato e vissuto l’atto liturgico partecipandovi attivamente. La santità, come esito della loro vita, è la testimonianza più bella di una partecipazione davvero viva alla liturgia della Chiesa.


Giustamente, dunque, e anche provvidenzialmente il Concilio Vaticano II ha insistito tanto sulla necessità di favorire un’autentica partecipazione dei fedeli alla celebrazione dei santi misteri, nel momento in cui ha ricordato la chiamata universale alla santità. E tale autorevole indicazione ha trovato puntuale conferma e rilancio nei tanti documenti successivi del magistero fino ai nostri giorni.



Tuttavia, non sempre vi è stata una comprensione corretta della “partecipazione attiva”, così come la Chiesa insegna ed esorta a viverla. Certo, si partecipa attivamente anche quando si compie, all’interno della celebrazione liturgica, il servizio che è proprio a ciascuno; si partecipa attivamente anche quando si ha una migliore comprensione della Parola di Dio ascoltata e della preghiera recitata; si partecipa attivamente anche quando si unisce la propria voce a quella degli altri nel canto corale… Tutto questo, però, non significherebbe partecipazione veramente attiva se non conducesse all’adorazione del mistero della salvezza in Cristo Gesù morto e risorto per noi: perché solo chi adora il mistero, accogliendolo nella propria vita, dimostra di aver compreso ciò che si sta celebrando e, dunque, di essere veramente partecipe della grazia dell’atto liturgico.



A riprova e sostegno di quanto si va affermando, ascoltiamo ancora il Card. Ratzinger in un brano del suo fondamentale volume “Introduzione allo spirito della liturgia”: “In che cosa consiste… questa partecipazione attiva? Che cosa bisogna fare? Purtroppo questa espressione è stata molto presto fraintesa e ridotta al suo significato esteriore, quello della necessità di un agire comune, quasi si trattasse di far entrare concretamente in azione il numero maggiore di persone possibile il più presto possibile. La parola partecipazione rinvia, però, a un’azione principale, a cui tutti devono avere parte. Se, dunque, si vuole scoprire di quale agire si tratta, si deve prima di tutto accertare quale sia questa ‘actio’ centrale, a cui devono avere parte tutti i membri della comunità. Con il termine actio riferito alla liturgia, si intende il canone eucaristico. La vera azione liturgica, il vero atto liturgico, è l’oratio. Questa oratio - la solenne preghiera eucaristica, il canone- è più che un discorso, è actio nel senso più alto del termine. In essa si fa presente Cristo stesso e tutta la sua opera di salvezza e per questo motivo, l’actio umana passa in secondo piano e lascia spazio all’actio divina, all’agire di Dio”.



Così, la vera azione che si realizza nella liturgia è l’azione di Dio stesso, la sua opera salvifica in Cristo a noi partecipata. Questa è, tra l’altro, la vera novità della liturgia cristiana rispetto a ogni altra azione cultuale: Dio stesso agisce e compie ciò che è essenziale, mentre l’uomo è chiamato ad aprirsi all’azione di Dio, al fine di rimanerne trasformato. Il punto essenziale della partecipazione attiva, di conseguenza, è che venga superata la differenza tra l’agire di Dio e il nostro agire, che possiamo diventare una cosa sola con Cristo. Ecco perché, per riaffermare quanto detto in precedenza, non è possibile partecipare senza adorare. Ascoltiamo ancora un brano della Sacrosanctum concilium: “Perciò la Chiesa si preoccupa vivamente che i fedeli non assistano come estranei o muti spettatori a questo mistero di fede, ma che, comprendendolo bene nei suoi riti e nelle sue preghiere, partecipino all’azione sacra consapevolmente, piamente e attivamente; siano formati dalla parola di Dio; si nutrano alla mensa del corpo del Signore; rendano grazie a Dio; offrendo la vittima senza macchia, non soltanto per le mani del sacerdote, ma insieme con lui, imparino ad offrire se stessi, e di giorno in giorno, per la mediazione di Cristo, siano perfezionati nell’unità con Dio e tra di loro, di modo che Dio sia finalmente tutto in tutti” (n. 48).



Rispetto a questo tutto il resto è secondario. E mi riferisco, in particolare, alle azioni esteriori, pur importanti e necessarie, previste soprattutto durante la Liturgia della Parola. Mi riferisco ad esse, perché se diventano l’essenziale della liturgia e questa viene ridotta a un generico agire, allora si è frainteso l’autentico spirito della liturgia. Di conseguenza, la vera educazione liturgica non può consistere semplicemente nell’apprendimento e nell’esercizio di attività esteriori, ma nell’introduzione all’azione essenziale, all’opera di Dio, al mistero pasquale di Cristo dal quale lasciarsi raggiungere, coinvolgere e trasformare. E non si confonda il compimento di gesti esterni con il giusto coinvolgimento della corporeità nell’atto liturgico. Senza nulla togliere al significato e all’importanza del gesto esterno che accompagna l’atto interiore, la Liturgia chiede molto di più al corpo umano. Chiede, infatti, il suo totale e rinnovato impegno nella quotidianità della vita. Ciò che il Santo Padre Benedetto XVI chiama “coerenza eucaristica”. E’ proprio l’esercizio puntuale e fedele di tale coerenza l’espressione più autentica della partecipazione anche corporea all’atto liturgico, all’azione salvifica di Cristo.



Aggiungo ancora. Siamo proprio sicuri che la promozione della partecipazione attiva consista nel rendere tutto il più possibile e subito comprensibile? Non sarà che l’ingresso nel mistero di Dio possa essere anche e, a volte, meglio accompagnato da ciò che tocca le ragioni del cuore? Non succede, in taluni casi, di dare uno spazio sproporzionato alla parola, piatta e banalizzata, dimenticando che alla liturgia appartengono parola e silenzio, canto e musica, immagini, simboli e gesti? E non appartengono, forse, a questo molteplice linguaggio che introduce al centro del mistero e, dunque alla vera partecipazione, anche la lingua latina, il canto gregoriano, la polifonia sacra?



5. La musica sacra o liturgica

In effetti, per introdursi in modo autentico nella spirito della liturgia non si può prescindere dal discorso sulla musica sacra o liturgica.


Mi permetto, al riguardo, solo una breve riflessione orientativa. Ci si potrebbe domandare il motivo per cui la Chiesa nei suoi documenti, più o meno recenti, insista nell’indicare un certo tipo di musica e di canto come particolarmente consoni alla celebrazione liturgica. Già il Concilio di Trento era intervenuto nel conflitto culturale allora in atto, ristabilendo la norma per cui nella musica l’aderenza alla parola è prioritaria, limitando l’uso degli strumenti e indicando una chiara differenza tra musica profana e musica sacra. La musica sacra, infatti, non può mai essere intesa come espressione di pura soggettività. Essa è ancorata ai testi biblici o della tradizione, da celebrare nella forma del canto. In epoca più recente, il Papa San Pio X fece un intervento analogo, cercando di allontanare la musica operistica dalla liturgia e indicando il canto gregoriano e la polifonia dell’epoca del rinnovamento cattolico come criterio della musica liturgica, da distinguere dalla musica religiosa in generale. Il Concilio Vaticano II non ha fatto che ribadire le stesse indicazioni, così come anche i più recenti interventi magisteriali.



Perché, dunque, l’insistenza della Chiesa nel presentare le caratteristiche tipiche della musica e del canto liturgico in modo tale che rimangano distinti da ogni altra forma musicale? E perché il canto gregoriano come la polifonia sacra classica risultano essere le forme musicali esemplari, alla luce delle quali continuare oggi a produrre musica liturgica, anche popolare?



La risposta a questa domanda sta esattamente in quanto abbiamo cercato di affermare in merito allo spirito della liturgia. Sono proprio quelle forme musicali - nella loro santità, bontà e universalità - a tradurre in note, in melodia e in canto l’autentico spirito liturgico: indirizzando all’adorazione del mistero celebrato, diventando esegesi musicata della Parola di Dio, favorendo un’autentica e integrale partecipazione, aiutando a cogliere il sacro e, quindi, il primato essenziale dell’agire di Dio in Cristo, consentendo uno sviluppo musicale non disancorato dalla vita della Chiesa e dalla contemplazione del suo mistero.



Mi sia permessa un’ultima citazione di J. Ratzinger: “Gandhi evidenzia tre spazi di vita del cosmo e mostra come ognuno di questi tre spazi vitali comunichi anche un proprio modo di essere. Nel mare vivono i pesci e tacciono. Gli animali sulla terra gridano, ma gli uccelli, il cui spazio vitale è il cielo, cantano. Del mare è proprio il tacere, della terra il gridare e del cielo il cantare. L'uomo però partecipa di tutti e tre: egli porta in sé la profondità del mare, il peso della terra e l'altezza del cielo; perciò sono sue anche tutte e tre le proprietà: il tacere, il gridare il cantare. Oggi… vediamo che all'uomo privo di trascendenza rimane solo il gridare, perché vuole essere soltanto terra e cerca di far diventare sua terra anche il cielo e la profondità del mare. La vera liturgia, la liturgia della comunione dei santi, gli restituisce la sua totalità. Gli insegna di nuovo il tacere e il cantare, aprendogli la profondità del mare e insegnandogli a volare, l'essere dell'angelo; elevando il suo cuore fa risuonare di nuovo in lui quel canto che si era come assopito. Anzi, possiamo dire persino che la vera liturgia si riconosce proprio dal fatto che essa ci libera dall'agire comune e ci restituisce la profondità e l'altezza, il silenzio e il canto. La vera liturgia si riconosce dal fatto che è cosmica, non su misura di un gruppo. Essa canta con gli angeli. Essa tace con la profondità dell'universo in attesa. E così essa redime la terra” (Cantate al Signore un canto nuovo, p. 153-154)



Concludo. E’ ormai da alcuni anni che nella Chiesa, a più voci, si parla della necessità di un nuovo rinnovamento liturgico. Di un movimento, in qualche modo analogo a quello che pose le basi per la riforma promossa dal Concilio Vaticano II, che sia capace di operare una riforma della riforma, ovvero ancora un passo avanti nella comprensione dell’autentico spirito liturgico e della sua celebrazione: portando così a compimento quella riforma provvidenziale della liturgia che i Padri conciliari avevano avviato, ma che non sempre, nell’attuazione pratica, ha trovato puntuale e felice realizzazione.



Non c’è dubbio che in questo nuovo rinnovamento liturgico siamo proprio noi sacerdoti a ricoprire un ruolo determinante. Possa, con l’aiuto del Signore e di Maria Madre dei sacerdoti, l’ulteriore sviluppo della riforma essere anche il frutto del nostro amore sincero per la liturgia, nella fedeltà alla Chiesa e al Papa.


Mons. Guido Marini
Maestro delle Celebrazioni Liturgiche Pontificie

INTRODUCTION TO THE SPIRIT OF THE LITURGY by Msgr. Guido Marini




INTRODUCTION TO THE SPIRIT OF THE LITURGY
[Italiano - Spagnolo]

A Conference for the Year of the Priest
Vatican City, January 6, 2010


by Msgr. Guido Marini,
Pontifical Master of Liturgical Ceremonies

I propose to focus on some topics connected to the spirit of the liturgy and reflect on them with you; indeed, I intend to broach a subject which would require me to say much. Not only because it is a demanding and complex task to talk about the spirit of the liturgy, but also because many important works treating this subject have already been written by authors of unquestionably high caliber in theology and the liturgy. I’m thinking of two people in particular among the many: Romano Guardini and Joseph Cardinal Ratzinger.

One the other hand, it is now all the more necessary to speak about the spirit of the liturgy, especially for us members of the sacred priesthood. Moreover, there is an urgent need to reaffirm the “authentic” spirit of the liturgy, such as it is present in the uninterrupted tradition of the Church, and attested, in continuity with the past, in the most recent Magisterial teachings: starting from the second Vatican council up to the present pontificate. I purposefully used the word continuity, a word very dear to our present Holy Father. He has made it the only authoritative criterion whereby one can correctly interpret the life of the Church, and more specifically, the conciliar documents, including all the proposed reforms contained in them. How could it be any different? Can one truly speak of a Church of the past and a Church of the future as if some historical break in the body of the Church had occurred? Could anyone say that the Bride of Christ had lived without the assistance of the Holy Spirit in a particular period of the past, so that its memory should be erased, purposefully forgotten?

Nevertheless at times it seems that some individuals are truly partisan to a way of thinking that is justly and properly defined as an ideology, or rather a preconceived notion applied to the history of the Church which has nothing to do with the true faith.

An example of the fruit produced by that misleading ideology is the recurrent distinction between the preconciliar and the post conciliar Church. Such a manner of speaking can be legitimate, but only on condition that two Churches are not understood by it: one, the pre Conciliar Church, that has nothing more to say or to give because it has been surpassed, and a second, the post conciliar church, a new reality born from the Council and, by its presumed spirit, not in continuity with its past. This manner of speaking and more so of thinking must not be our own. Apart from being incorrect, it is already superseded and outdated, perhaps understandable from a historical point of view, but nonetheless connected to a season in the church’s life by now concluded.

Does what we have discussed so far with respect to “continuity” have anything to do with the topic we have been asked to treat in this lecture? Yes, absolutely. The authentic spirit of the liturgy does not abide when it is not approached with serenity, leaving aside all polemics with respect to the recent or remote past. The liturgy cannot and must not be an opportunity for conflict between those who find good only in that which came before us, and those who, on the contrary, almost always find wrong in what came before. The only disposition which permits us to attain the authentic spirit of the liturgy, with joy and true spiritual relish, is to regard both the present and the past liturgy of the Church as one patrimony in continuous development. A spirit, accordingly, which we must receive from the Church and is not a fruit of our own making. A spirit, I add, which leads to what is essential in the liturgy, or, more precisely, to prayer inspired and guided by the Holy Spirit, in whom Christ continues to become present for us today, to burst forth into our lives. Truly, the spirit of the liturgy is the liturgy of the Holy Spirit.

I will not pretend to plumb the depths of the proposed subject matter, nor to treat all the different aspects necessary for a panoramic and comprehensive understanding of the question. I will limit myself by discussing only a few elements essential to the liturgy, specifically with reference to the celebration of the Eucharist, such as the Church proposes them, and in the manner I have learned to deepen my knowledge of them these past two years in service to our Holy Father, Benedict XVI. He is an authentic master of the spirit of the liturgy, whether by his teaching, or by the example he gives in the celebration of the sacred rites.

If, during the course of these reflections on the essence of the liturgy, I will find myself taking note of some behaviours that I do not consider in complete harmony with the authentic spirit of the liturgy, I will do so only as a small contribution to making this spirit stand out all the more in all its beauty and truth.

1. The Sacred Liturgy, God’s great gift to the Church.

We are all well aware how the second Vatican Council dedicated the entirety of its first document to the liturgy: Sacrosanctum Concilium. It was labeled as the Constitution on the sacred liturgy.

I wish to underline the term sacred in its application to the liturgy, because of its importance. As a matter of fact, the council Fathers intended in this way to reinforce the sacred character of the liturgy.

What, then, do we mean by the sacred liturgy? The East would in this case speak of the divine dimension in the Liturgy, or, to be more precise, of that dimension which is not left to the arbitrary will of man, because it is a gift which comes from on high. It refers, in other words, to the mystery of salvation in Christ, entrusted to the Church in order to make it available in every moment and in every place by means of the objective nature of the liturgical and sacramental rites. This is a reality surpassing us, which is to be received as gift, and which must be allowed to transform us. Indeed, the second Vatican Council affirms: “...every liturgical celebration, because it is an action of Christ the priest and of His Body which is the Church, is a sacred action surpassing all others...” (Sacrosanctum concilium, n.7)

From this perspective it is not difficult to realise how far distant some modes of conduct are from the authentic spirit of the liturgy. In fact, some individuals have managed to upset the liturgy of the church in various ways under the pretext of a wrongly devised creativity. This was done on the grounds of adapting to the local situation and the needs of the community, thus appropriating the right to remove from, add to, or modify the liturgical rite in pursuit of subjective and emotional ends. For this, we priests are largely responsible.

For this reason, already back in 2001, the former Cardinal Ratzinger asserted: “There is need of, at the very least, of a new liturgical awareness that might put a stop to the tendency to treat the liturgy as if it were an object open to manipulation. We have reached the point where liturgical groups stitch together the Sunday liturgy on their own authority. The result is certainly the imaginative product of a group of able and skilled individuals. But in this way the space where one may encounter the “totally other” is reduced, in which the holy offers Himself as gift; what I come upon is only the skill of a group of people. It is then that we realise that we are looking for something else. It is too little, and at the same time, something different. The most important thing today is to acquire anew a respect for the liturgy, and an awareness that it is not open to manipulation. To learn once again to recognise in its nature a living creation that grows and has been given as gift, through which we participate in the heavenly liturgy. To renounce seeking in it our own self-realisation in order to see a gift instead. This, I believe, is of primary importance: to overcome the temptation of a despotic behaviour, which conceives the liturgy as an object, the property of man, and to re-awaken the interior sense of the holy.” (from ‘God and the World’; translation from the Italian)

To affirm, therefore, that the liturgy is sacred presupposes the fact that the liturgy does not exist subject to the sporadic modifications and arbitrary inventions of one individual or group. The liturgy is not a closed circle in which we decide to meet, perhaps to encourage one another, to feel we are the protagonists of some feast. The liturgy is God’s summons to his people to be in His presence; it is the advent of God among us; it is God encountering us in this world.

A certain adaptation to particular local situations is foreseen and rightly so. The Missal itself indicates where adaptations may be made in some of its sections, yet only in these and not arbitrarily in others. The reason for this is important and it is good to reassert it: the liturgy is a gift which precedes us, a precious treasure which has been delivered by the age-old prayer of the Church, the place in which the faith has found its form in time and its expression in prayer. It is not made available to us in order to be subjected to our personal interpretation; rather, the liturgy is made available so as to be fully at the disposal of all, yesterday just as today and also tomorrow. “Our time, too,” wrote Pope John Paul II in his Encyclical letter Ecclesia de Eucharistia, “calls for a renewed awareness and appreciation of liturgical norms as a reflection of, and a witness to, the one universal Church made present in every celebration of the Eucharist.” (n. 52)

In the brilliant Encyclical Mediator Dei, which is so often quoted in the constitution on the sacred Liturgy, Pope Pius XII defines the liturgy as “...the public worship... the worship rendered by the Mystical Body of Christ in the entirety of its Head and members.” (n. 20) As if to say, among other things, that in the liturgy, the Church “officially” identifies herself in the mystery of her union with Christ as spouse, and where she “officially” reveals herself. What casual folly it is indeed, to claim for ourselves the right to change in a subjective way the holy signs which time has sifted, through which the Church speaks about herself, her identity and her faith!

The people of God has a right that can never be ignored, in virtue of which, all must be allowed to approach what is not merely the poor fruit of human effort, but the work of God, and precisely because it is God’s work, a saving font of new life.

I wish to prolong my reflection a moment longer on this point, which, I can testify, is very dear to the Holy Father, by sharing with you a passage from Sacramentum Caritatis, the Apostolic Exhortation of His Holiness, Benedict XVI, written after the Synod on the Holy Eucharist. “Emphasising the importance of the ars celebrandi,” the Holy Father writes, “also leads to an appreciation of the value of the liturgical norms... The eucharistic celebration is enhanced when priests and liturgical leaders are committed to making known the current liturgical texts and norms... Perhaps we take it for granted that our ecclesial communities already know and appreciate these resources, but this is not always the case. These texts contain riches which have preserved and expressed the faith and experience of the People of God over its two-thousand-year history.” (n. 40)


2. The orientation of liturgical prayer.


Over and above the changes which have characterised, during the course of time, the architecture of churches and the places where the liturgy takes place, one conviction has always remained clear within the Christian community, almost down to the present day. I am referring to praying facing east, a tradition which goes back to the origins of Christianity.

What is understood by “praying facing east”? It refers to the orientation of the praying heart towards Christ, from whom comes salvation, and to whom it is directed as in the beginning so at the end of history. The sun rises in the east, and the sun is a symbol of Christ, the light rising in the Orient. The messianic passage in the Benedictus canticle comes readily to mind: “Through the tender mercy of our God; * whereby the Orient from on high hath visited us”

Very reliable and recent studies have by now proven effectively that, in every age of its past, the Christian community has found the way to express even in the external and visible liturgical sign, this fundamental orientation for the life of faith. This is why we find churches built in such a way that the apse was turned to the east. When such an orientation of the sacred space was no longer possible, the Church had recourse to the Crucifix placed upon the altar, on which everyone could focus. In the same vein many apses were decorated with resplendent representations of the Lord. All were invited to contemplate these images during the celebration of the Eucharistic liturgy.

Without recourse to a detailed historical analysis of the development of Christian art, we would like to reaffirm that prayer facing east, more specifically, facing the Lord, is a characteristic expression of the authentic spirit of the liturgy. It is according to this sense that we are invited to turn our hearts to the Lord during the celebration of the Eucharistic Liturgy, as the introductory dialogue to the Preface well reminds us. Sursum corda “Lift up your hearts,” exhorts the priest, and all respond: Habemus ad Dominum “We lift them up unto the Lord.” Now if such an orientation must always be adopted interiorly by the entire Christian community when it gathers in prayer, it should be possible to find this orientation expressed externally by means of signs as well. The external sign, moreover, cannot but be true, in such a way that through it the correct spiritual attitude is rendered visible.

Hence the reason for the proposal made by the then Cardinal Ratzinger, and presently reaffirmed during the course of his pontificate, to place the Crucifix on the center of the altar, in order that all, during the celebration of the liturgy, may concretely face and look upon Lord, in such a way as to orient also their prayer and hearts. Let us listen to the words of his Holiness, Benedict XVI, directly, who in the preface to the first book of his Complete Works, dedicated to the liturgy, writes the following: “The idea that the priest and people should stare at one another during prayer was born only in modern Christianity, and is completely alien to the ancient Church. The priest and people most certainly do not pray one to the other, but to the one Lord. Therefore, they stare in the same direction during prayer: either towards the east as a cosmic symbol of the Lord who comes, or, where this is not possible, towards the image of Christ in the apse, towards a crucifix, or simply towards the heavens, as our Lord Himself did in his priestly prayer the night before His Passion (John 17.1) In the meantime the proposal made by me at the end of the chapter treating this question in my work ‘The Spirit of the Liturgy’ is fortunately becoming more and more common: rather than proceeding with further transformations, simply to place the crucifix at the center of the altar, which both priest and the faithful can face and be lead in this way towards the Lord, whom everyone addresses in prayer together.” (trans. from the Italian.)

Let it not be said, moreover, that the image of our Lord crucified obstructs the sight of the faithful from that of the priest, for they are not to look to the celebrant at that point in the liturgy! They are to turn their gaze towards the Lord! In like manner, the presider of the celebration should also be able to turn towards the Lord. The crucifix does not obstruct our view; rather it expands our horizon to see the world of God; the crucifix brings us to meditate on the mystery; it introduces us to the heavens from where the only light capable of making sense of life on this earth comes. Our sight, in truth, would be blinded and obstructed were our eyes to remain fixed on those things that display only man and his works.

In this way one can come to understand why it is still possible today to celebrate the holy Mass upon the old altars, when the particular architectural and artistic features of our churches would advise it. Also in this, the Holy Father gives us an example when he celebrates the holy Eucharist at the ancient altar of the Sistine Chapel on the feast of the Baptism of our Lord.

In our time, the expression “celebrating facing the people” has entered our common vocabulary. If one’s intention in using this expression is to describe the location of the priest, who, due to the fact that today he often finds himself facing the congregation because of the placement of the altar, in this case such an expression is acceptable. Yet such an expression would be categorically unacceptable the moment it comes to express a theological proposition. Theologically speaking, the holy Mass, as a matter of fact, is always addressed to God through Christ our Lord, and it would be a grievous error to imagine that the principal orientation of the sacrificial action is the community. Such an orientation, therefore, of turning towards the Lord must animate the interior participation of each individual during the liturgy. It is likewise equally important that this orientation be quite visible in the liturgical sign as well.


3. Adoration and union with God.


Adoration is the recognition, filled with wonder, we could even say ecstatic, (because it makes us come out of ourselves and our small world) the recognition of the infinite might of God, of His incomprehensible majesty, and of His love without limit which he offers us absolutely gratuitously, of His omnipotent and provident Lordship. Consequently, adoration leads to the reunification of man and creation with God, to the abandonment of the state of separation, of apparent autonomy, to loss of self, which is, moreover, the only way of regaining oneself.

Before the ineffable beauty of God’s charity, which takes form in the mystery of the Incarnate Word, who for our sake has died and is risen, and which finds its sacramental manifestation in the liturgy, there is nothing left for us but to be left in adoration. “In the paschal event and the Eucharist which makes it present throughout the centuries,” affirms Pope John Paul II in Ecclesia de Eucharistia, “there is a truly enormous capacity which embraces all of history as the recipient of the grace of the redemption. This amazement should always fill the Church assembled for the celebration of the Eucharist.” (n.5)

“My Lord and my God,” we have been taught to say from childhood at the moment of the consecration. In such a way, borrowing the words of the apostle St. Thomas, we are led to adore the Lord, made present and living in the species of the holy Eucharist, uniting ourselves to Him, and recognising Him as our all. From there it becomes possible to resume our daily way, having found the correct order of life, the fundamental criterion whereby to live and to die.

Here is the reason why everything in the liturgical act, through the nobility, the beauty, and the harmony of the exterior sign, must be condusive to adoration, to union with God: this includes the music, the singing, the periods of silence, the manner of proclaiming the Word of the Lord, and the manner of praying, the gestures employed, the liturgical vestments and the sacred vessels and other furnishings, as well as the sacred edifice in its entirety. It is under this perspective that the decision of his Holiness, Benedict XVI, is to be taken into consideration, who, starting from the feast of Corpus Christi last year, has begun to distribute holy Communion to the kneeling faithful directly on the tongue. By the example of this action, the Holy Father invites us to render visible the proper attitude of adoration before the greatness of the mystery of the Eucharistic presence of our Lord. An attitude of adoration which must be fostered all the more when approaching the most holy Eucharist in the other forms permitted today.

I would like to cite once more another passage from the post-synodal Apostolic Exhortation Sacramentum caritatis: “During the early phases of the reform, the inherent relationship between Mass and adoration of the Blessed Sacrament was not always perceived with sufficient clarity. For example, an objection that was widespread at the time argued that the eucharistic bread was given to us not to be looked at, but to be eaten. In the light of the Church's experience of prayer, however, this was seen to be a false dichotomy. As Saint Augustine put it: ‘nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; peccemus non adorando – no one eats that flesh without first adoring it; we should sin were we not to adore it.’ In the Eucharist, the Son of God comes to meet us and desires to become one with us; eucharistic adoration is simply the natural consequence of the eucharistic celebration, which is itself the Church's supreme act of adoration. Receiving the Eucharist means adoring him whom we receive. Only in this way do we become one with him, and are given, as it were, a foretaste of the beauty of the heavenly liturgy.” (n.66)

I think that, among others, the following passage from the text I just read should not go unnoticed: “[The Eucharistic celebration] is itself the Church's supreme act of adoration.” Thanks to the holy Eucharist, his Holiness, Benedict XVI, asserts once more: “The imagery of marriage between God and Israel is now realised in a way previously inconceivable: it had meant standing in God's presence, but now it becomes union with God through sharing in Jesus' self-gift, sharing in his body and blood.” (Deus Caritas est, n.13) For this reason, everything in the liturgy, and more specifically in the Eucharistic liturgy, must lead to adoration, everything in the unfolding of the rite must help one enter into the Church’s adoration of her Lord.

To consider the liturgy as locus for adoration, for union with God, does not mean to loose sight of the communal dimension in the liturgical celebration, even less to forget the imperative of charity toward one’s neighbour. On the contrary, only through a renewal of the adoration of God in Christ, which takes form in the liturgical act, will an authentic fraternal communion and a new story of charity and love arise, depending on that ability to wonder and act heroically, which only the grace of God can give to our poor hearts. The lives of the saints remind and teach us this. “Union with Christ is also union with all those to whom he gives himself. I cannot possess Christ just for myself; I can belong to him only in union with all those who have become, or who will become, his own. Communion draws me out of myself towards him, and thus also towards unity with all Christians.” (Deus caritas est, n. 14)


4. Active Participation.


It was really the saints who have celebrated and lived the liturgical act by participating actively. Holiness, as the result of their lives, is the most beautiful testimony of a participation truthfully active in the liturgy of the Church.

Rightly, then, and by divine providence did the second Vatican Council insist so much on the necessity of promoting an authentic participation on the part of the faithful during the celebration of the holy mysteries, at the same time when it reminded the Church of the universal call to holiness. This authoritative direction from the council has been confirmed and proposed again and again by so many successive documents of the magisterium down to the present day.

Nevertheless, there has not always been a correct understanding of the concept of “active participation”, according to how the Church teaches it and exhorts the faithful to live it. To be sure, there is active participation when, during the course of the liturgical celebration, one fulfills his proper service; there is active participation too when one has a better comprehension of God’s word when it is heard or of the prayers when they are said; there is also active participation when one unites his own voice to that of the others in song....All this, however, would not signify a participation truthfully active if it did not lead to adoration of the mystery of salvation in Christ Jesus, who for our sake died and is risen. This is because only he who adores the mystery, welcoming it into his life, demonstrates that he has comprehended what is being celebrated, and so is truly participating in the grace of the liturgical act.

As confirmation and support for what has just been asserted, let us listen once again to the words of a passage by the then Cardinal Ratzinger, from his fundamental study “The Spirit of the Liturgy”: “What does this active participation come down to? What does it mean that we have to do? Unfortunately the word was very quickly misunderstood to mean something external, entailing a need for general activity, as if as many people as possible, as often as possible, should be visibly engaged in action. However, the word ‘part-icipation’ refers to a principal action in which everyone has a ‘part’...By the actio of the liturgy the sources mean the Eucharistic prayer. The real liturgical action, the true liturgical act, is the oratio....This oratio—the Eucharistic Prayer, the “Canon”—is really more than speech; it is actio in the highest sense of the word.” (pp. 171-2) Christ is made present in all of his salvific work, and for this reason the human actio becomes secondary and makes room for the divine actio, to God’s work.

Thus the true action which is carried out in the liturgy is the action of God Himself, his saving work in Christ, in which we participate. This is, among other things, the true novelty of the Christian liturgy with respect to every other act of worship: God Himself acts and accomplishes that which is essential, whilst man is called to open himself to the activity of God, in order to be left transformed. Consequently, the essential aspect of active participation is to overcome the difference between God’s act and our own, that we might become one with Christ. This is why, that I might stress what has been said up to now, it is not possible to participate without adoration. Let us listen to another passage from Sacrosanctum Concilium: “The Church, therefore, earnestly desires that Christ's faithful, when present at this mystery of faith, should not be there as strangers or silent spectators; on the contrary, through a good understanding of the rites and prayers they should take part in the sacred action conscious of what they are doing, with devotion and full collaboration. They should be instructed by God's word and be nourished at the table of the Lord's body; they should give thanks to God; by offering the Immaculate Victim, not only through the hands of the priest, but also with him, they should learn also to offer themselves; through Christ the Mediator, they should be drawn day by day into ever more perfect union with God and with each other, so that finally God may be all in all.” (n. 48)

Compared to this, everything else is secondary. I am referring in particular to external actions, granted they be important and necessary, and foreseen above all during the Liturgy of the Word. I mention the external actions because, should they become the essential preoccupation and the liturgy is reduced to a generic act, in that case the authentic spirit of the liturgy has been misunderstood. It follows that an authentic education in the liturgy cannot consist simply in learning and practicing exterior actions, but in an introduction to the essential action, which is God’s own, the paschal mystery of Christ, whom we must allow to meet us, to involve us, to transform us. Let not the mere execution of external gestures be confused with the correct involvement of our bodies in the liturgical act. Without taking anything away from the meaning and importance of the external action which accompanies the interior act, the Liturgy demands a lot more from the human body. It requires, in fact, its total and renewed effort in the daily actions of this life. This is what the Holy Father, Benedict XVI calls “Eucharistic coherence”. Properly speaking, it is the timely and faithful exercise of such a coherence or consistency which is the most authentic expression of participation, even bodily, in the liturgical act, the salvific action of Christ.

I wish to discuss this point further. Are we truly certain that the promotion of an active participation consists in rendering everything to the greatest extent possible immediately comprehensible? May it not be the case that entering into God’s mystery might be facilitated and, sometimes, even better accompanied by that which touches principally the reasons of the heart? Is it not often the case that a disproportionate amount of space is given over to empty and trite speech, forgetting that both dialogue and silence belong in the liturgy, congregational singing and choral music, images, symbols, gestures? Do not, perhaps, also the Latin language, Gregorian chant, and sacred polyphony belong to this manifold language which conducts us to the center of the mystery?


5. Sacred or liturgical music.


There is no doubt that a discussion, in order to introduce itself authentically into the spirit of the liturgy, cannot pass over sacred or liturgical music in silence.

I will limit myself to a brief reflection in way of orienting the discussion. One might wonder why the Church by means of its documents, more or less recent, insists in indicating a certain type of music and singing as particularly consonant with the liturgical celebration. Already at the time of the Council of Trent the Church intervened in the cultural conflict developing at that time, reestablishing the norm whereby music conforming to the sacred text was of primary importance, limiting the use of instruments and pointing to a clear distinction between profane and sacred music. Sacred music, moreover, must never be understood as a purely subjective expression. It is anchored to the biblical or traditional texts which are to be sung during the course of the celebration. More recently, Pope Saint Pius X intervened in an analogous way, seeking to remove operatic singing from the liturgy and selecting Gregorian chant and polyphony from the time of the Catholic reformation as the standard for liturgical music, to be distinguished from religious music in general. The second Vatican Council did naught but reaffirm the same standard, so too the more recent magisterial documents.

Why does the Church insist on proposing certain forms as characteristic of sacred and liturgical music which make them distinct from all other forms of music? Why, also, do Gregorian chant and the classical sacred polyphony turn out to be the forms to be imitated, in light of which liturgical and even popular music should continue to be produced today?

The answer to these questions lies precisely in what we have sought to assert with regard to the spirit of the liturgy. It is properly those forms of music, in their holiness, their goodness, and their universality, which translate in notes, melodies and singing the authentic liturgical spirit: by leading to adoration of the mystery celebrated, by favouring an authentic and integral participation, by helping the listener to capture the sacred and thereby the essential primacy of God acting in Christ, and finally by permitting a musical development that is anchored in the life of the Church and the contemplation of its mystery.

Allow me to quote the then Cardinal Ratzinger one last time: “Gandhi highlights three vital spaces in the cosmos, and demonstrates how each one of them communicates even its own mode of being. Fish live in the sea and are silent. Terrestrial animals cry out, but the birds, whose vital space is the heavens, sing. Silence is proper to the sea, crying out to the earth, and singing to the heavens. Man, however, participates in all three: he bares within him the depth of the sea, the weight of the earth, and the height of the heavens; this is why all three modes of being belong to him: silence, crying out, and song. Today...we see that, devoid of transcendence, all that is left to man is to cry out, because he wishes to be only earth and seeks to turn into earth even the heavens and the depth of the sea. The true liturgy, the liturgy of the communion of saints, restores to him the fullness of his being. It teaches him anew how to be silent and how to sing, opening to him the profundity of the sea and teaching him how to fly, the nature of an angel; elevating his heart, it makes that song resonate in him once again which had in a way fallen asleep. In fact, we can even say that the true liturgy is recognisable especially when it frees us from the common way of living, and restores to us depth and height, silence and song. The true liturgy is recognisable by the fact that it is cosmic, not custom made for a group. It sings with the angels. It remains silent with the profound depth of the universe in waiting. And in this way it redeems the world.” (trans. from the Italian.)

At this point I would like to conclude the discussion. For some years now, several voices have been heard within Church circles talking about the necessity of a new liturgical renewal. Of a movement, in some ways analogous to the one which formed the basis for the reform promoted by the second Vatican Council, capable of operating a reform of the reform, or rather, one more step ahead in understanding the authentic spirit of the liturgy and of its celebration; its goal would be to carry on that providential reform of the liturgy that the conciliar Fathers had launched but has not always, in its practical implementation, found a timely and happy fulfillment.

There is no doubt that in this new liturgical renewal it is we priests who are to recover a decisive role. With the help of our Lord and the Blessed Virgin Mary, mother of all priests, may this further development of the reform also be the fruit of our sincere love for the liturgy, in fidelity to the Church and the Holy Father.

Msgr. Guido Marini
Pontifical Master of Liturgical Ceremonies

mercoledì 6 gennaio 2010

Le Parole del Papa alla recita dell'ANGELUS - 6 Gen 2010


BENEDETTO XVI
ALL'ANGELUS
Solennità dell'Epifania del Signore

Piazza San Pietro - Mercoledì, 6 gennaio 2010

Cari fratelli e sorelle!

Celebriamo oggi la grande festa dell’Epifania, il mistero della Manifestazione del Signore a tutte le genti, rappresentate dai Magi, venuti dall’Oriente per adorare il Re dei Giudei (cfr Mt 2,1-2). L’evangelista Matteo, che racconta l’avvenimento, sottolinea come essi arrivarono fino a Gerusalemme seguendo una stella, avvistata nel suo sorgere e interpretata quale segno della nascita del Re annunciato dai profeti, cioé del Messia. Giunti, però, a Gerusalemme, i Magi ebbero bisogno delle indicazioni dei sacerdoti e degli scribi per conoscere esattamente il luogo in cui recarsi, cioè Betlemme, la città di Davide (cfr Mt 2,5-6; Mic 5,1). La stella e le Sacre Scritture furono le due luci che guidarono il cammino dei Magi, i quali ci appaiono come modelli degli autentici cercatori della verità.

Essi erano dei sapienti, che scrutavano gli astri e conoscevano la storia dei popoli. Erano uomini di scienza in un senso ampio, che osservavano il cosmo ritenendolo quasi un grande libro pieno di segni e di messaggi divini per l’uomo. Il loro sapere, pertanto, lungi dal ritenersi autosufficiente, era aperto ad ulteriori rivelazioni ed appelli divini. Infatti, non si vergognano di chiedere istruzioni ai capi religiosi dei Giudei. Avrebbero potuto dire: facciamo da soli, non abbiamo bisogno di nessuno, evitando, secondo la nostra mentalità odierna, ogni "contaminazione" tra la scienza e la Parola di Dio. Invece i Magi ascoltano le profezie e le accolgono; e, appena si rimettono in cammino verso Betlemme, vedono nuovamente la stella, quasi a conferma di una perfetta armonia tra la ricerca umana e la Verità divina, un’armonia che riempì di gioia i loro cuori di autentici sapienti (cfr Mt 2,10). Il culmine del loro itinerario di ricerca fu quando si trovarono davanti "il bambino con Maria sua madre" (Mt 2,11). Dice il Vangelo che "prostratisi lo adorarono". Avrebbero potuto rimanere delusi, anzi, scandalizzati. Invece, da veri sapienti, sono aperti al mistero che si manifesta in maniera sorprendente; e con i loro doni simbolici dimostrano di riconoscere in Gesù il Re e il Figlio di Dio. Proprio in quel gesto si compiono gli oracoli messianici che annunciano l’omaggio delle nazioni al Dio d’Israele.


Un ultimo particolare conferma, nei Magi, l’unità tra intelligenza e fede: è il fatto che "avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese" (Mt 2,12). Sarebbe stato naturale ritornare a Gerusalemme, nel palazzo di Erode e nel Tempio, per dare risonanza alla loro scoperta. Invece, i Magi, che hanno scelto come loro sovrano il Bambino, la custodiscono nel nascondimento, secondo lo stile di Maria, o meglio, di Dio stesso e, così come erano apparsi, scompaiono nel silenzio, appagati, ma anche cambiati dall’incontro con la Verità. Avevano scoperto un nuovo volto di Dio, una nuova regalità: quella dell’amore. Ci aiuti la Vergine Maria, modello di vera sapienza, ad essere autentici ricercatori della verità di Dio, capaci di vivere sempre la profonda sintonia che c’è tra ragione e fede, scienza e rivelazione.

© Copyright 2009 - Libreria Editrice Vaticana

CAPPELLA PAPALE NELLA SOLENNITÀ DELLA EPIFANIA DEL SIGNORE - 6 genn 2010





SOLENNITA DELL'EPIFANIA DEL SIGNORE
OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Mercoledì, 6 gennaio 2010



Cari fratelli e sorelle!

Oggi, Solennità dell’Epifania, la grande luce che irradia dalla Grotta di Betlemme, attraverso i Magi provenienti da Oriente, inonda l’intera umanità. La prima lettura, tratta dal Libro del profeta Isaia, e il brano del Vangelo di Matteo, che abbiamo poc’anzi ascoltato, pongono l’una accanto all'altro la promessa e il suo adempimento, in quella particolare tensione che si riscontra quando si leggono di seguito brani dell’Antico e del Nuovo Testamento. Ecco apparire davanti a noi la splendida visione del profeta Isaia il quale, dopo le umiliazioni subite dal popolo di Israele da parte delle potenze di questo mondo, vede il momento in cui la grande luce di Dio, apparentemente senza potere e incapace di proteggere il suo popolo, sorgerà su tutta la terra, così che i re delle nazioni si inchineranno di fronte a lui, verranno da tutti i confini della terra e deporranno ai suoi piedi i loro tesori più preziosi. E il cuore del popolo fremerà di gioia.

Rispetto a tale visione, quella che ci presenta l’evangelista Matteo appare povera e dimessa: ci sembra impossibile riconoscervi l’adempimento delle parole del profeta Isaia. Infatti, arrivano a Betlemme non i potenti e i re della terra, ma dei Magi, personaggi sconosciuti, forse visti con sospetto, in ogni caso non degni di particolare attenzione. Gli abitanti di Gerusalemme sono informati dell'accaduto, ma non ritengono necessario scomodarsi, e neppure a Betlemme sembra che ci sia qualcuno che si curi della nascita di questo Bambino, chiamato dai Magi Re dei Giudei, o di questi uomini venuti dall’Oriente che vanno a farGli visita. Poco dopo, infatti, quando il re Erode farà capire chi effettivamente detiene il potere costringendo la Sacra Famiglia a fuggire in Egitto e offrendo una prova della sua crudeltà con la strage degli innocenti (cfr Mt 2,13-18), l'episodio dei Magi sembra essere cancellato e dimenticato. E’, quindi, comprensibile che il cuore e l'anima dei credenti di tutti i secoli siano attratti più dalla visione del profeta che non dal sobrio racconto dell'evangelista, come attestano anche le rappresentazioni di questa visita nei nostri presepi, dove appaiono i cammelli, i dromedari, i re potenti di questo mondo che si inginocchiano davanti al Bambino e depongono ai suoi piedi i loro doni in scrigni preziosi. Ma occorre prestare maggiore attenzione a ciò che i due testi ci comunicano.

In realtà, che cosa ha visto Isaia con il suo sguardo profetico? In un solo momento, egli scorge una realtà destinata a segnare tutta la storia. Ma anche l’evento che Matteo ci narra non è un breve episodio trascurabile, che si chiude con il ritorno frettoloso dei Magi nelle proprie terre. Al contrario, è un inizio. Quei personaggi provenienti dall'Oriente non sono gli ultimi, ma i primi della grande processione di coloro che, attraverso tutte le epoche della storia, sanno riconoscere il messaggio della stella, sanno camminare sulle strade indicate dalla Sacra Scrittura e sanno trovare, così, Colui che apparentemente è debole e fragile, ma che, invece, ha il potere di donare la gioia più grande e più profonda al cuore dell’uomo. In Lui, infatti, si manifesta la realtà stupenda che Dio ci conosce e ci è vicino, che la sua grandezza e potenza non si esprimono nella logica del mondo, ma nella logica di un bambino inerme, la cui forza è solo quella dell’amore che si affida a noi. Nel cammino della storia, ci sono sempre persone che vengono illuminate dalla luce della stella, che trovano la strada e giungono a Lui. Tutte vivono, ciascuna a proprio modo, l’esperienza stessa dei Magi.


Essi hanno portato oro, incenso e mirra. Non sono certamente doni che rispondono a necessità primarie o quotidiane. In quel momento la Sacra Famiglia avrebbe certamente avuto molto più bisogno di qualcosa di diverso dall’incenso e dalla mirra, e neppure l'oro poteva esserle immediatamente utile. Ma questi doni hanno un significato profondo: sono un atto di giustizia. Infatti, secondo la mentalità vigente a quel tempo in Oriente, rappresentano il riconoscimento di una persona come Dio e Re: sono, cioè, un atto di sottomissione. Vogliono dire che da quel momento i donatori appartengono al sovrano e riconoscono la sua autorità. La conseguenza che ne deriva è immediata. I Magi non possono più proseguire per la loro strada, non possono più tornare da Erode, non possono più essere alleati con quel sovrano potente e crudele. Sono stati condotti per sempre sulla strada del Bambino, quella che farà loro trascurare i grandi e i potenti di questo mondo e li porterà a Colui che ci aspetta fra i poveri, la strada dell'amore che solo può trasformare il mondo.


Non soltanto, quindi, i Magi si sono messi in cammino, ma da quel loro atto ha avuto inizio qualcosa di nuovo, è stata tracciata una nuova strada, è scesa sul mondo una nuova luce che non si è spenta. La visione del profeta si realizza: quella luce non può più essere ignorata nel mondo: gli uomini si muoveranno verso quel Bambino e saranno illuminati dalla gioia che solo Lui sa donare. La luce di Betlemme continua a risplendere in tutto il mondo. A quanti l’hanno accolta Sant’Agostino ricorda: "Anche noi, riconoscendo Cristo nostro re e sacerdote morto per noi, lo abbiamo onorato come se avessimo offerto oro, incenso e mirra; ci manca soltanto di testimoniarlo prendendo una via diversa da quella per la quale siamo venuti" (Sermo 202. In Epiphania Domini, 3,4).


Se dunque leggiamo assieme la promessa del profeta Isaia e il suo compimento nel Vangelo di Matteo nel grande contesto di tutta la storia, appare evidente che ciò che ci viene detto, e che nel presepio cerchiamo di riprodurre, non è un sogno e neppure un vano gioco di sensazioni e di emozioni, prive di vigore e di realtà, ma è la Verità che s'irradia nel mondo, anche se Erode sembra sempre essere più forte e quel Bambino sembra poter essere ricacciato tra coloro che non hanno importanza, o addirittura calpestato. Ma solamente in quel Bambino si manifesta la forza di Dio, che raduna gli uomini di tutti i secoli, perché sotto la sua signoria percorrano la strada dell’amore, che trasfigura il mondo. Tuttavia, anche se i pochi di Betlemme sono diventati molti, i credenti in Gesù Cristo sembrano essere sempre pochi. Molti hanno visto la stella, ma solo pochi ne hanno capito il messaggio. Gli studiosi della Scrittura del tempo di Gesù conoscevano perfettamente la parola di Dio. Erano in grado di dire senza alcuna difficoltà che cosa si poteva trovare in essa circa il luogo in cui il Messia sarebbe nato, ma, come dice sant'Agostino: "è successo loro come le pietre miliari (che indicano la strada): mentre hanno dato indicazioni ai viandanti in cammino, essi sono rimasti inerti e immobili" (Sermo 199. In Epiphania Domini, 1,2).


Possiamo allora chiederci: qual è la ragione per cui alcuni vedono e trovano e altri no? Che cosa apre gli occhi e il cuore? Che cosa manca a coloro che restano indifferenti, a coloro che indicano la strada ma non si muovono? Possiamo rispondere: la troppa sicurezza in se stessi, la pretesa di conoscere perfettamente la realtà, la presunzione di avere già formulato un giudizio definitivo sulle cose rendono chiusi ed insensibili i loro cuori alla novità di Dio. Sono sicuri dell’idea che si sono fatti del mondo e non si lasciano più sconvolgere nell'intimo dall'avventura di un Dio che li vuole incontrare. Ripongono la loro fiducia più in se stessi che in Lui e non ritengono possibile che Dio sia tanto grande da potersi fare piccolo, da potersi davvero avvicinare a noi.


Alla fine, quello che manca è l'umiltà autentica, che sa sottomettersi a ciò che è più grande, ma anche il coraggio autentico, che porta a credere a ciò che è veramente grande, anche se si manifesta in un Bambino inerme. Manca la capacità evangelica di essere bambini nel cuore, di stupirsi, e di uscire da sé per incamminarsi sulla strada che indica la stella, la strada di Dio. Il Signore però ha il potere di renderci capaci di vedere e di salvarci. Vogliamo, allora, chiedere a Lui di darci un cuore saggio e innocente, che ci consenta di vedere la stella della sua misericordia, di incamminarci sulla sua strada, per trovarlo ed essere inondati dalla grande luce e dalla vera gioia che egli ha portato in questo mondo. Amen!

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martedì 5 gennaio 2010

EPIFANIA DEL SIGNORE - Solennità - 6 gennaio 2009




6 GENNAIO
EPIFANIA DEL SIGNORE
Solennità


MISSALE ROMANUM
VETUS ORDO - NOVUS ORDO



IL RITO ROMANO ANTICO IN PARROCCHIA!!!



 
BUON ANNO 2010


Auguriamoci di trovare nell'anno nuovo le nostre chiese ricolme di fedeli come in questo video che vi proponiamo.

Ci aspettiamo che tutti i Vescovi e tutti i Parroci celebrino la Santa Messa in ambedue le forme dello stesso Rito Romano, ove la forma Ordinaria e la forma Straordinaria possono arricchirsi a vicenda. (
cfr. S.S. Benedetto XVI. Motu Proprio SP).

Gli ostacoli e il rifiuto di celebrare la forma Straordinaria continuano a portare divisione interna nella nostra Santa Chiesa. Ciò rende offesa grave a Nostro Signore.

Un pastore cattolico non può ragionare in termini di maggioranza/minoranza , ma è suo dovere accudire a tutto il gregge affidatogli anche se fosse una sola anima.

É ingiusto che una minoranza fedele al rito romano antico sia allontanata dalla propria parrocchia ed emarginata in un isolato oratorio privata dell' assistenza religiosa.

Pace e bene.






domenica 3 gennaio 2010

Le Parole del Papa alla recita dell'ANGELUS - 3 Gen 2010



BENEDETTO XVI
ALL'ANGELUS

Piazza San Pietro - Domenica, 3 gennaio 2010
Cari fratelli e sorelle!

In questa Domenica – seconda dopo il Natale e prima del nuovo anno – sono lieto di rinnovare a tutti il mio augurio di ogni bene nel Signore! I problemi non mancano, nella Chiesa e nel mondo, come pure nella vita quotidiana delle famiglie. Ma, grazie a Dio, la nostra speranza non fa conto su improbabili pronostici e nemmeno sulle previsioni economiche, pur importanti. La nostra speranza è in Dio, non nel senso di una generica religiosità, o di un fatalismo ammantato di fede. Noi confidiamo nel Dio che in Gesù Cristo ha rivelato in modo compiuto e definitivo la sua volontà di stare con l’uomo, di condividere la sua storia, per guidarci tutti al suo Regno di amore e di vita. E questa grande speranza anima e talvolta corregge le nostre speranze umane.

Di tale rivelazione ci parlano oggi, nella Liturgia eucaristica, tre letture bibliche di straordinaria ricchezza: il capitolo 24 del Libro del Siracide, l’inno che apre la Lettera agli Efesini di san Paolo e il prologo del Vangelo di Giovanni. Questi testi affermano che Dio è non soltanto creatore dell’universo – aspetto comune anche ad altre religioni – ma che è Padre, che “ci ha scelti prima della creazione del mondo … predestinandoci ad essere per lui figli adottivi” (Ef 1,4-5) e che per questo è arrivato fino al punto inconcepibile di farsi uomo: “il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1,14). Il mistero dell’Incarnazione della Parola di Dio è stato preparato nell’Antico Testamento, in particolare là dove la Sapienza divina si identifica con la Legge mosaica. Afferma infatti la stessa Sapienza: “Il creatore dell’universo mi fece piantare la tenda e mi disse: «Fissa la tenda in Giacobbe e prendi eredità in Israele»” (Sir 24,8). In Gesù Cristo, la Legge di Dio si è fatta testimonianza vivente, scritta nel cuore di un uomo in cui, per l’azione dello Spirito Santo, è presente corporalmente tutta la pienezza della divinità (cfr Col 2,9).

Cari amici, questa è la vera ragione di speranza dell’umanità: la storia ha un senso, perché è “abitata” dalla Sapienza di Dio. E tuttavia, il disegno divino non si compie automaticamente, perché è un progetto d’amore, e l’amore genera libertà e chiede libertà. Il Regno di Dio viene certamente, anzi, è già presente nella storia e, grazie alla venuta di Cristo, ha già vinto la forza negativa del maligno. Ma ogni uomo e donna è responsabile di accoglierlo nella propria vita, giorno per giorno. Perciò, anche il 2010 sarà più o meno “buono” nella misura in cui ciascuno, secondo le proprie responsabilità, saprà collaborare con la grazia di Dio. Rivolgiamoci dunque alla Vergine Maria, per imparare da Lei questo atteggiamento spirituale. Il Figlio di Dio ha preso carne da Lei non senza il suo consenso. Ogni volta che il Signore vuole fare un passo avanti, insieme con noi, verso la “terra promessa”, bussa prima al nostro cuore, attende, per così dire, il nostro “sì”, nelle piccole come nelle grandi scelte. Ci aiuti Maria ad accogliere sempre la volontà di Dio, con umiltà e coraggio, perché anche le prove e le sofferenze della vita cooperino ad affrettare la venuta del suo Regno di giustizia e di pace.

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venerdì 1 gennaio 2010

Le Parole del Papa alla recita dell'ANGELUS - 1 Gen 2010


Cari fratelli e sorelle!

Oggi il Signore ci dona di iniziare un nuovo anno nel suo Nome e sotto lo sguardo di Maria Santissima, di cui celebriamo la Solennità della Divina Maternità. Sono lieto di incontrarvi per questo primo Angelus del 2010. Mi rivolgo a voi, che siete convenuti numerosi in Piazza San Pietro, ed anche a quanti si uniscono alla nostra preghiera mediante la radio e la televisione: a tutti auguro che l’anno appena incominciato sia un tempo in cui, con l’aiuto del Signore, possiamo andare incontro a Cristo e alla volontà di Dio e così anche migliorare la nostra casa comune che è il mondo.

Un obiettivo condivisibile da tutti, condizione indispensabile per la pace, è quello di amministrare con giustizia e saggezza le risorse naturali della Terra. "Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato": a questo tema, di grande attualità, ho dedicato il mio Messaggio per l’odierna XLIII Giornata Mondiale della Pace. Mentre il Messaggio veniva pubblicato, i Capi di Stato e di Governo erano riuniti a Copenaghen per il vertice sul clima, dove è emersa ancora una volta l’urgenza di orientamenti concertati sul piano globale. Tuttavia, in questo momento, vorrei sottolineare l’importanza che, nella tutela dell’ambiente, hanno anche le scelte dei singoli, delle famiglie e delle amministrazioni locali. "Si rende ormai indispensabile un effettivo cambiamento di mentalità che induca tutti ad adottare nuovi stili di vita" (cfr Messaggio, n. 11). Tutti infatti siamo responsabili della protezione e della cura del creato. Perciò, anche in questo campo, è fondamentale l’educazione: per imparare a rispettare la natura; orientarsi sempre più "a costruire la pace a partire dalle scelte di ampio raggio a livello personale, familiare, comunitario e politico" (ibid.).

Se dobbiamo avere cura delle creature che ci circondano, quale considerazione dovremo avere per le persone, nostri fratelli e sorelle! Quale rispetto per la vita umana! Nel primo giorno dell’anno, vorrei rivolgere un appello alle coscienze di quanti fanno parte di gruppi armati di qualunque tipo. A tutti e a ciascuno dico: fermatevi, riflettete, e abbandonate la via della violenza! Sul momento, questo passo potrà sembrarvi impossibile, ma, se avrete il coraggio di compierlo, Dio vi aiuterà, e sentirete tornare nei vostri cuori la gioia della pace, che forse da tempo avete dimenticata. Affido questo appello all’intercessione della Santissima Madre di Dio, Maria. Oggi, la liturgia ci ricorda che otto giorni dopo la nascita del Bambino Ella, insieme con il suo sposo Giuseppe, lo fecero circoncidere, secondo la legge di Mosè, e gli misero nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo (cfr Lc 2,21). Questo nome, che significa "Dio salva", è il compimento della rivelazione di Dio. Gesù è il volto di Dio, è la benedizione per ogni uomo e per tutti i popoli, è la pace per il mondo. Grazie, Madre Santa, che hai dato alla luce il Salvatore, il Principe della pace!

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SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS. MADRE DI DIO - 1 gen 2010




SANTA MESSA NELLA SOLENNITÀ DI MARIA SS. MADRE DI DIO
E NELLA 43^ GIORNATA MONDIALE DELLA PACE
OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
1 gen 2010


Venerati Fratelli,
illustri Signori e Signore,

cari fratelli e sorelle!

Nel primo giorno del nuovo anno abbiamo la gioia e la grazia di celebrare la Santissima Madre di Dio e, al tempo stesso, la Giornata Mondiale della Pace. In entrambe le ricorrenze celebriamo Cristo, Figlio di Dio, nato da Maria Vergine e nostra vera pace! A tutti voi, che siete qui convenuti: Rappresentanti dei popoli del mondo, della Chiesa romana e universale, sacerdoti e fedeli; e a quanti sono collegati mediante la radio e la televisione, ripeto le parole dell’antica benedizione: il Signore rivolga a voi il suo volto e vi conceda pace (cfr Nm 6,26). Proprio il tema del Volto e dei volti vorrei sviluppare oggi, alla luce della Parola di Dio - Volto di Dio e volti degli uomini - un tema che ci offre anche una chiave di lettura del problema della pace nel mondo.

Abbiamo ascoltato, sia nella prima lettura – tratta dal Libro dei Numeri – sia nel Salmo responsoriale, alcune espressioni che contengono la metafora del volto riferita a Dio: "Il Signore faccia risplendere per te il suo volto / e ti faccia grazia" (Nm 6,25); "Dio abbia pietà di noi e ci benedica, / su di noi faccia splendere il suo volto; / perché si conosca sulla terra la tua via, / la tua salvezza fra tutte le genti" (Sal 66/67,2-3). Il volto è l’espressione per eccellenza della persona, ciò che la rende riconoscibile e da cui traspaiono sentimenti, pensieri, intenzioni del cuore. Dio, per sua natura, è invisibile, tuttavia la Bibbia applica anche a Lui questa immagine. Mostrare il volto è espressione della sua benevolenza, mentre il nasconderlo ne indica l’ira e lo sdegno. Il Libro dell’Esodo dice che "il Signore parlava con Mosè faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico" (Es 33,11), e sempre a Mosè il Signore promette la sua vicinanza con una formula molto singolare: "Il mio volto camminerà con voi e ti darò riposo" (Es 33,14). I Salmi ci mostrano i credenti come coloro che cercano il volto di Dio (cfr Sal 26/27,8; 104/105,4) e che nel culto aspirano a vederlo (cfr Sal 42,3), e ci dicono che "gli uomini retti" lo "contempleranno" (Sal 10/11,7).

Tutto il racconto biblico si può leggere come progressivo svelamento del volto di Dio, fino a giungere alla sua piena manifestazione in Gesù Cristo. "Quando venne la pienezza del tempo – ci ha ricordato anche oggi l’apostolo Paolo – Dio mandò il suo Figlio" (Gal 4,4). E subito aggiunge: "nato da donna, nato sotto la legge". Il volto di Dio ha preso un volto umano, lasciandosi vedere e riconoscere nel figlio della Vergine Maria, che per questo veneriamo con il titolo altissimo di "Madre di Dio". Ella, che ha custodito nel suo cuore il segreto della divina maternità, è stata la prima a vedere il volto di Dio fatto uomo nel piccolo frutto del suo grembo. La madre ha un rapporto tutto speciale, unico e in qualche modo esclusivo con il figlio appena nato. Il primo volto che il bambino vede è quello della madre, e questo sguardo è decisivo per il suo rapporto con la vita, con se stesso, con gli altri, con Dio; è decisivo anche perché egli possa diventare un "figlio della pace" (Lc 10,6). Tra le molte tipologie di icone della Vergine Maria nella tradizione bizantina, vi è quella detta "della tenerezza", che raffigura Gesù bambino con il viso appoggiato – guancia a guancia – a quello della Madre. Il Bambino guarda la Madre, e questa guarda noi, quasi a riflettere verso chi osserva, e prega, la tenerezza di Dio, discesa in Lei dal Cielo e incarnata in quel Figlio di uomo che porta in braccio. In questa icona mariana noi possiamo contemplare qualcosa di Dio stesso: un segno dell’amore ineffabile che lo ha spinto a "dare il suo figlio unigenito" (Gv 3,16). Ma quella stessa icona ci mostra anche, in Maria, il volto della Chiesa, che riflette su di noi e sul mondo intero la luce di Cristo, la Chiesa mediante la quale giunge ad ogni uomo la buona notizia: "Non sei più schiavo, ma figlio" (< 4,7) – come leggiamo ancora in san Paolo.

Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio, Signori Ambasciatori, cari amici! Meditare sul mistero del volto di Dio e dell’uomo è una via privilegiata che conduce alla pace. Questa, infatti, incomincia da uno sguardo rispettoso, che riconosce nel volto dell’altro una persona, qualunque sia il colore della sua pelle, la sua nazionalità, la sua lingua, la sua religione. Ma chi, se non Dio, può garantire, per così dire, la "profondità" del volto dell’uomo? In realtà, solo se abbiamo Dio nel cuore, siamo in grado di cogliere nel volto dell’altro un fratello in umanità, non un mezzo ma un fine, non un rivale o un nemico, ma un altro me stesso, una sfaccettatura dell’infinito mistero dell’essere umano. La nostra percezione del mondo e, in particolare, dei nostri simili, dipende essenzialmente dalla presenza in noi dello Spirito di Dio. E’ una sorta di "risonanza": chi ha il cuore vuoto, non percepisce che immagini piatte, prive di spessore. Più, invece, noi siamo abitati da Dio, e più siamo anche sensibili alla sua presenza in ciò che ci circonda: in tutte le creature, e specialmente negli altri uomini, benché a volte proprio il volto umano, segnato dalla durezza della vita e dal male, possa risultare difficile da apprezzare e da accogliere come epifania di Dio. A maggior ragione, dunque, per riconoscerci e rispettarci quali realmente siamo, cioè fratelli, abbiamo bisogno di riferirci al volto di un Padre comune, che tutti ci ama, malgrado i nostri limiti e i nostri errori.

Fin da piccoli, è importante essere educati al rispetto dell’altro, anche quando è differente da noi. Ormai è sempre più comune l’esperienza di classi scolastiche composte da bambini di varie nazionalità, ma anche quando ciò non avviene, i loro volti sono una profezia dell’umanità che siamo chiamati a formare: una famiglia di famiglie e di popoli. Più sono piccoli questi bambini, e più suscitano in noi la tenerezza e la gioia per un’innocenza e una fratellanza che ci appaiono evidenti: malgrado le loro differenze, piangono e ridono nello stesso modo, hanno gli stessi bisogni, comunicano spontaneamente, giocano insieme… I volti dei bambini sono come un riflesso della visione di Dio sul mondo. Perché allora spegnere i loro sorrisi? Perché avvelenare i loro cuori? Purtroppo, l’icona della Madre di Dio della tenerezza trova il suo tragico contrario nelle dolorose immagini di tanti bambini e delle loro madri in balia di guerre e violenze: profughi, rifugiati, migranti forzati. Volti scavati dalla fame e dalle malattie, volti sfigurati dal dolore e dalla disperazione. I volti dei piccoli innocenti sono un appello silenzioso alla nostra responsabilità: di fronte alla loro condizione inerme, crollano tutte le false giustificazioni della guerra e della violenza. Dobbiamo semplicemente convertirci a progetti di pace, deporre le armi di ogni tipo e impegnarci tutti insieme a costruire un mondo più degno dell’uomo.

Il mio Messaggio per l’odierna XLIII Giornata Mondiale della Pace: "Se vuoi coltivare la pace, custodisci il creato", si pone all’interno della prospettiva del volto di Dio e dei volti umani. Possiamo, infatti, affermare che l’uomo è capace di rispettare le creature nella misura in cui porta nel proprio spirito un senso pieno della vita, altrimenti sarà portato a disprezzare se stesso e ciò che lo circonda, a non avere rispetto dell’ambiente in cui vive, del creato. Chi sa riconoscere nel cosmo i riflessi del volto invisibile del Creatore, è portato ad avere maggiore amore per le creature, maggiore sensibilità per il loro valore simbolico. Specialmente il Libro dei Salmi è ricco di testimonianze di questo modo propriamente umano di relazionarsi con la natura: con il cielo, il mare, i monti, le colline, i fiumi, gli animali… "Quante sono le tue opere, Signore! – esclama il Salmista – / Le hai fatte tutte con saggezza; / la terra è piena delle tue creature" (Sal 104/103,24).


In particolare, la prospettiva del "volto" invita a soffermarsi su quella che, anche in questo Messaggio, ho chiamato "ecologia umana". Vi è infatti un nesso strettissimo tra il rispetto dell’uomo e la salvaguardia del creato. "I doveri verso l’ambiente derivano da quelli verso la persona considerata in se stessa e in relazione agli altri" (ivi, 12). Se l’uomo si degrada, si degrada l’ambiente in cui vive; se la cultura tende verso un nichilismo, se non teorico, pratico, la natura non potrà non pagarne le conseguenze. Si può, in effetti, constatare un reciproco influsso tra volto dell’uomo e "volto" dell’ambiente: "quando l’ecologia umana è rispettata dentro la società, anche l’ecologia ambientale ne trae beneficio" (ibid.; cfr Enc. Caritas in veritate, 51). Rinnovo, pertanto, il mio appello ad investire sull’educazione, proponendosi come obiettivo, oltre alla necessaria trasmissione di nozioni tecnico-scientifiche, una più ampia e approfondita "responsabilità ecologica", basata sul rispetto dell’uomo e dei suoi diritti e doveri fondamentali. Solo così l’impegno per l’ambiente può diventare veramente educazione alla pace e costruzione della pace.

Cari fratelli e sorelle, nel Tempo di Natale ricorre un Salmo che contiene, tra l’altro, anche un esempio stupendo di come la venuta di Dio trasfiguri il creato e provochi una specie di festa cosmica. Questo inno inizia con un invito universale alla lode: "Cantate al Signore un canto nuovo, / cantate al Signore, uomini di tutta la terra. / Cantate al Signore, benedite il suo nome" (Sal 95/96,1). Ma a un certo punto questo appello all’esultanza si estende a tutto il creato: "Gioiscano i cieli, esulti la terra, / risuoni il mare e quanto racchiude; / sia in festa la campagna e quanto contiene, / acclamino tutti gli alberi della foresta" (vv. 11-12). La festa della fede diventa festa dell’uomo e del creato: quella festa che a Natale si esprime anche mediante gli addobbi sugli alberi, per le strade, nelle case. Tutto rifiorisce perché Dio è apparso in mezzo a noi. La Vergine Madre mostra il Bambino Gesù ai pastori di Betlemme, che gioiscono e lodano il Signore (cfr Lc 2,20); la Chiesa rinnova il mistero per gli uomini di ogni generazione, mostra loro il volto di Dio, perché, con la sua benedizione, possano camminare sulla via della pace.

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