sabato 28 maggio 2011

VI Domenica di Pasqua - Domínica quinta post Pascha (29 maggio 2011)



MISSALE ROMANUM
Domenica, 29 Maggio 2011

FORMA ORDINARIA


FORMA STRAORDINARIA


Dio ci ha riconciliati per mezzo di Cristo
e ci ha affidato il ministero della riconciliazione


Dal «Commento sulla seconda lettera ai Corinzi» di san Cirillo di Alessandria, vescovo
(Cap. 5, 5 - 6; PG 74, 942-943)

Chi ha il pegno dello Spirito e possiede la speranza della risurrezione, tiene come già presente ciò che aspetta e quindi può dire con ragione di non conoscere alcuno secondo la carne, di sentirsi, cioè, fin d'ora partecipe della condizione del Cristo glorioso. Ciò vale per tutti noi che siamo spirituali ed estranei alla corruzione della carne. Infatti, brillando a noi l'Unigenito, siamo trasformati nel Verbo stesso che tutto vivifica. Quando regnava il peccato eravamo tutti vincolati dalle catene della morte. Ora che è subentrata al peccato la giustizia di Cristo, ci siamo liberati dall'antico stato di decadenza.

Quando diciamo che nessuno è più nella carne intendiamo riferirci a quella condizione connaturale alla creatura umana che comprende, fra l'altro, la particolare caducità propria dei corpi. Vi fa cenno san Paolo quando dice: «Infatti anche se abbiamo conosciuto Cristo secondo la carne, ora non lo conosciamo più così» (2 Cor 5, 16). In altre parole: «Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi» (Gv 1, 14), e per la vita di noi tutti accettò la morte del corpo. La nostra fede prima ce lo fa conoscere morto, poi però non più morto, ma vivo; vivo con il corpo risuscitato al terzo giorno; vivo presso il Padre ormai in una condizione superiore a quella connaturale ai corpi che vivono sulla terra. Morto infatti una volta sola non muore più, la morte non ha più alcun potere su di lui. Per quanto riguarda la sua morte egli morì al peccato una volta per tutte; ora invece per il fatto che egli vive, vive per Dio (cfr. Rm 6, 8-9).

Pertanto se si trova in questo stato colui che si fece per noi antesignano di vita, è assolutamente necessario che anche noi, calcando le sue orme, ci riteniamo vivi della sua stessa vita, superiore alla vita naturale della persona umana. Perciò molto giustamente san Paolo scrive: «Se uno è in Cristo, è una creatura nuova; le vecchie cose sono passate, ecco ne sono nate di nuove!» (2 Cor 5, 17). Fummo infatti giustificati in Cristo per mezzo della fede, e la forza della maledizione è venuta meno. Poiché egli è risuscitato per noi, dopo essersi messo sotto i piedi la potenza della morte, noi conosciamo il vero Dio nella sua stessa natura, e a lui rendiamo culto in spirito e verità, con la mediazione del Figlio, il quale dona al mondo, da parte del Padre, le benedizioni celesti.

Perciò molto a proposito san Paolo scrive: «Tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati con sé mediante in Cristo» (2 Cor 5, 18). In realtà il mistero dell'incarnazione e il conseguente rinnovamento non avvengono al di fuori della volontà del Padre. Senza dubbio per mezzo di Cristo abbiamo acquistato l'accesso al Padre, dal momento che nessuno viene al Padre, come egli stesso dice, se non per mezzo di lui. Perciò «tutto questo viene da Dio, che ci ha riconciliati mediante Cristo, ed ha affidato a noi il ministero della riconciliazione» (2 Cor 5, 18).

venerdì 27 maggio 2011

Benedetto XVI ai partecipanti all'Assemblea Generale della Caritas Internationalis (27 maggio 2011)



[...] Per noi cristiani, Dio stesso è la fonte della carità, e la carità è intesa non solo come una generica filantropia, ma come dono di sé, anche fino al sacrificio della propria vita in favore degli altri, ad imitazione dell’esempio di Gesù Cristo. La Chiesa prolunga nel tempo e nello spazio la missione salvifica di Cristo: essa vuole raggiungere ogni essere umano, mossa dal desiderio che ciascun individuo giunga a conoscere che nulla può separarci dall’amore di Cristo. [...]


DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
AI PARTECIPANTI ALL'ASSEMBLEA GENERALE
DELLA CARITAS INTERNATIONALIS

Sala Clementina
Venerdì, 27 maggio 2011


Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari Fratelli e Sorelle,

sono lieto di avere questa opportunità di incontrarvi , in occasione della vostra Assemblea Generale. Ringrazio il Cardinale Oscar Rodríguez Maradiaga, Presidente di Caritas Internationalis, per le cortesi parole che mi ha indirizzato anche a nome vostro, e rivolgo un cordiale saluto a tutti voi e all’intera famiglia delle Caritas. Vi assicuro, inoltre, la mia gratitudine e formulo nella preghiera i migliori auspici per le opere di carità cristiana che realizzate in Paesi di tutto il mondo.


Il primo motivo del nostro incontro odierno è quello di ringraziare Dio per le numerose grazie che ha elargito alla Chiesa nei sessant’anni trascorsi dalla fondazione di Caritas Internationalis. Dopo gli orrori e le devastazioni della Seconda Guerra Mondiale, il Venerabile Pio XII volle mostrare la solidarietà e la preoccupazione della Chiesa intera di fronte alle tante situazioni di conflitto e di emergenza nel mondo. E lo fece dando vita ad un organismo che, a livello della Chiesa universale, promuovesse maggiore comunicazione, coordinamento e collaborazione fra le numerose organizzazioni caritative della Chiesa nei vari continenti (cfr Chirografo Durante l’Ultima Cena, 16 settembre 2004, 1). Il Beato Giovanni Paolo II, poi, rafforzò ulteriormente i legami esistenti tra le singole agenzie nazionali di Caritas e tra di esse e la Santa Sede, conferendo a Caritas Internationalis la personalità giuridica canonica pubblica (ibid., 3). In conseguenza di ciò, Caritas internationalis ha acquisito un ruolo particolare nel cuore della comunità ecclesiale, ed è stata chiamata a condividere, in collaborazione con la Gerarchia ecclesiastica, la missione della Chiesa di manifestare, attraverso la carità vissuta, quell’amore che è Dio stesso. In tal modo, entro i limiti delle finalità proprie ad essa assegnate, Caritas Internationalis adempie a nome della Chiesa ad un compito specifico in favore del bene comune (cfr CIC, can. 116 §1).

Essere nel cuore della Chiesa; essere in grado, in certo qual modo, di parlare e agire in suo nome, in favore del bene comune, comporta particolari responsabilità in termini di vita cristiana, sia personale che comunitaria. Solo sulle basi di un quotidiano impegno ad accogliere e vivere pienamente l’amore di Dio, si può promuovere la dignità di ogni singolo essere umano. Nella mia prima Enciclica, Deus Caritas est, ho voluto riaffermare quanto sia centrale la testimonianza della carità per la Chiesa del nostro tempo. Attraverso tale testimonianza, resa visibile nella vita quotidiana dei suoi membri, la Chiesa raggiunge milioni di uomini e donne e rende loro possibile riconoscere e percepire l’amore di Dio, che è sempre vicino ad ogni persona che si trovi nel bisogno. Per noi cristiani, Dio stesso è la fonte della carità, e la carità è intesa non solo come una generica filantropia, ma come dono di sé, anche fino al sacrificio della propria vita in favore degli altri, ad imitazione dell’esempio di Gesù Cristo. La Chiesa prolunga nel tempo e nello spazio la missione salvifica di Cristo: essa vuole raggiungere ogni essere umano, mossa dal desiderio che ciascun individuo giunga a conoscere che nulla può separarci dall’amore di Cristo (cfr Rm 8,35).


Caritas Internationalis
è diversa da altre agenzie sociali perché è un organismo ecclesiale, che condivide la missione della Chiesa. Questo è ciò che i Pontefici hanno sempre voluto e questo è ciò che la vostra Assemblea Generale è chiamata a riaffermare con forza. A tale riguardo, si deve osservare che Caritas Internationalis è costituita fondamentalmente dalle varie Caritas nazionali. A differenza di tante istituzioni e associazioni ecclesiali dedite alla carità, le Caritas hanno un tratto distintivo: pur nella varietà delle forme canoniche assunte dalle Caritas nazionali, tutte costituiscono un aiuto privilegiato per i Vescovi nel loro esercizio pastorale della carità. Ciò comporta una speciale responsabilità ecclesiale: quella di lasciarsi guidare dai Pastori della Chiesa. Dal momento poi che Caritas Internationalis ha un profilo universale ed è dotata di personalità giuridica canonica pubblica, la Santa Sede ha il compito di seguire la sua attività e di vigilare affinché tanto la sua azione umanitaria e di carità, come il contenuto dei documenti diffusi, siano in piena sintonia con la Sede Apostolica e con il Magistero della Chiesa, e affinché essa sia amministrata con competenza ed in modo trasparente. Questa identità distintiva è la forza di Caritas Internationalis, ed è ciò che rfende la sua opera particolarmente efficace.

Vorrei inoltre sottolineare che la vostra missione vi porta a svolgere un importante ruolo sul piano internazionale. L’esperienza che avete raccolto in questi anni vi ha insegnato a farvi portavoce, nella comunità internazionale, di una sana visione antropologica, alimentata dalla dottrina cattolica e impegnata a difendere la dignità di ogni vita umana. Senza un fondamento trascendente, senza un riferimento a Dio Creatore, senza la considerazione del nostro destino eterno, rischiamo di cadere in preda ad ideologie dannose. Tutto ciò che dite e fate, la testimonianza della vostra vita e delle vostre attività, sono importanti e contribuiscono a promuovere il bene integrale della persona umana. Caritas Internationalis è un’organizzazione a cui spetta il ruolo di favorire la comunione tra la Chiesa universale e le Chiese particolari, come pure la comunione tra tutti i fedeli nell’esercizio della carità. Al tempo stesso, essa è chiamata ad offrire il proprio contributo per portare il messaggio della Chiesa nella vita politica e sociale sul piano internazionale. Nella sfera politica – e in tutte quelle aree che toccano direttamente la vita dei poveri – i fedeli, specialmente i laici, godono di un’ampia libertà di azione. Nessuno può, in materie aperte alla libera discussione, pretendere di parlare “ufficialmente” a nome dell’intero laicato o di tutti i cattolici (cfr Conc. Ecum. Vat. II, Gaudium et Spes, 43; 88). D’altro canto, ciascun cattolico, anzi, in verità, ogni uomo, è chiamato ad agire con coscienza purificata e con cuore generoso per promuovere in maniera decisa quei valori che spesso ho definito come “non negoziabili”. Caritas Internationalis è chiamata, perciò, ad operare per convertire i cuori all’apertura verso tutti i nostri fratelli e sorelle, affinché ognuno, nel pieno rispetto della propria libertà e nella piena assunzione delle proprie responsabilità personali, possa agire sempre ed ovunque in favore del bene comune, offrendo generosamente il meglio di sé al servizio dei fratelli e delle sorelle, in particolare dei più bisognosi.

E’ in questa ampia prospettiva, quindi, e in stretta collaborazione con i Pastori della Chiesa, responsabili ultimi della testimonianza della carità (cfr Deus Caritas est, 32), che le Caritas nazionali sono chiamate a continuare la loro fondamentale testimonianza al mistero dell’amore vivificante e trasformante di Dio manifestatosi in Gesù Cristo. Lo stesso vale anche per Caritas Internationalis, che, nell’impegno per svolgere la propria missione, può contare sull’assistenza e sull’appoggio della Santa Sede, particolarmente attraverso il Dicastero competente, il Pontificio Consiglio Cor Unum.

Cari amici, affidando questi pensieri alla vostra riflessione, vi ringrazio di nuovo per il vostro generoso impegno al servizio dei nostri fratelli bisognosi. A voi, ai vostri collaboratori e a tutti coloro che sono coinvolti nel vasto mondo delle opere di carità cattoliche, imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica, quale pegno di forza e di pace nel Signore.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

mercoledì 25 maggio 2011

CATECHESI DEL SANTO PADRE ALL'UDIENZA GENERALE - 25 maggio 2011



[...] Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore. E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio.

BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 25 maggio 2011



Cari fratelli e sorelle,

Oggi vorrei riflettere con voi su un testo del Libro della Genesi che narra un episodio abbastanza particolare della storia del Patriarca Giacobbe. È un brano di non facile interpretazione, ma importante per la nostra vita di fede e di preghiera; si tratta del racconto della lotta con Dio al guado dello Yabboq, del quale abbiamo sentito un brano.

Come ricorderete, Giacobbe aveva sottratto al suo gemello Esaù la primogenitura in cambio di un piatto di lenticchie e aveva poi carpito con l’inganno la benedizione del padre Isacco, ormai molto anziano, approfittando della sua cecità. Sfuggito all’ira di Esaù, si era rifugiato presso un parente, Labano; si era sposato, si era arricchito e ora stava tornando nella terra natale, pronto ad affrontare il fratello dopo aver messo in opera alcuni prudenti accorgimenti. Ma quando è tutto pronto per questo incontro, dopo aver fatto attraversare a coloro che erano con lui il guado del torrente che delimitava il territorio di Esaù, Giacobbe, rimasto solo, viene aggredito improvvisamente da uno sconosciuto con il quale lotta per tutta una notte. Proprio questo combattimento corpo a corpo - che troviamo nel capitolo 32 del Libro della Genesi - diventa per lui una singolare esperienza di Dio.


La notte è il tempo favorevole per agire nel nascondimento, il tempo, dunque, migliore per Giacobbe, per entrare nel territorio del fratello senza essere visto e forse con l’illusione di prendere Esaù alla sprovvista. Ma è invece lui che viene sorpreso da un attacco imprevisto, per il quale non era preparato. Aveva usato la sua astuzia per tentare di sottrarsi a una situazione pericolosa, pensava di riuscire ad avere tutto sotto controllo, e invece si trova ora ad affrontare una lotta misteriosa che lo coglie nella solitudine e senza dargli la possibilità di organizzare una difesa adeguata. Inerme, nella notte, il Patriarca Giacobbe combatte con qualcuno. Il testo non specifica l’identità dell’aggressore; usa un termine ebraico che indica “un uomo” in modo generico, “uno, qualcuno”; si tratta, quindi, di una definizione vaga, indeterminata, che volutamente mantiene l’assalitore nel mistero. È buio, Giacobbe non riesce a vedere distintamente il suo contendente e anche per il lettore, per noi, esso rimane ignoto; qualcuno sta opponendosi al Patriarca, è questo l’unico dato certo fornito dal narratore. Solo alla fine, quando la lotta sarà ormai terminata e quel “qualcuno” sarà sparito, solo allora Giacobbe lo nominerà e potrà dire di aver lottato con Dio.

L’episodio si svolge dunque nell’oscurità ed è difficile percepire non solo l’identità dell’assalitore di Giacobbe, ma anche quale sia l’andamento della lotta. Leggendo il brano, risulta difficoltoso stabilire chi dei due contendenti riesca ad avere la meglio; i verbi utilizzati sono spesso senza soggetto esplicito, e le azioni si svolgono in modo quasi contraddittorio, così che quando si pensa che sia uno dei due a prevalere, l’azione successiva subito smentisce e presenta l’altro come vincitore. All’inizio, infatti, Giacobbe sembra essere il più forte, e l’avversario – dice il testo – «non riusciva a vincerlo» (v. 26); eppure colpisce Giacobbe all’articolazione del femore, provocandone la slogatura. Si dovrebbe allora pensare che Giacobbe debba soccombere, ma invece è l’altro a chiedergli di lasciarlo andare; e il Patriarca rifiuta, ponendo una condizione: «Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto» (v. 27). Colui che con l’inganno aveva defraudato il fratello della benedizione del primogenito, ora la pretende dallo sconosciuto, di cui forse comincia a intravedere i connotati divini, ma senza poterlo ancora veramente riconoscere.

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Il rivale, che sembra trattenuto e dunque sconfitto da Giacobbe, invece di piegarsi alla richiesta del Patriarca, gli chiede il nome: “Come ti chiami?”. E il Patriarca risponde: “Giacobbe” (v. 28). Qui la lotta subisce una svolta importante. Conoscere il nome di qualcuno, infatti, implica una sorta di potere sulla persona, perché il nome, nella mentalità biblica, contiene la realtà più profonda dell’individuo, ne svela il segreto e il destino. Conoscere il nome vuol dire allora conoscere la verità dell’altro e questo consente di poterlo dominare. Quando dunque, alla richiesta dello sconosciuto, Giacobbe rivela il proprio nome, si sta mettendo nelle mani del suo oppositore, è una forma di resa, di consegna totale di sé all’altro.

Ma in questo gesto di arrendersi anche Giacobbe paradossalmente risulta vincitore, perché riceve un nome nuovo, insieme al riconoscimento di vittoria da parte dell’avversario, che gli dice: «Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto» (v. 29). “Giacobbe” era un nome che richiamava l’origine problematica del Patriarca; in ebraico, infatti, ricorda il termine “calcagno”, e rimanda il lettore al momento della nascita di Giacobbe, quando, uscendo dal grembo materno, teneva con la mano il calcagno del fratello gemello (cfr Gen 25,26), quasi prefigurando lo scavalcamento ai danni del fratello che avrebbe consumato in età adulta; ma il nome Giacobbe richiama anche il verbo “ingannare, soppiantare”. Ebbene, ora, nella lotta, il Patriarca rivela al suo oppositore, in un gesto di consegna e di resa, la propria realtà di ingannatore, di soppiantatore; ma l’altro, che è Dio, trasforma questa realtà negativa in positiva: Giacobbe l’ingannatore diventa Israele, gli viene dato un nome nuovo che segna una nuova identità. Ma anche qui, il racconto mantiene la sua voluta duplicità, perché il significato più probabile del nome Israele è “Dio è forte, Dio vince”.


Dunque Giacobbe ha prevalso, ha vinto - è l’avversario stesso ad affermarlo - ma la sua nuova identità, ricevuta dallo stesso avversario, afferma e testimonia la vittoria di Dio. E quando Giacobbe chiederà a sua volta il nome al suo contendente, questi rifiuterà di dirlo, ma si rivelerà in un gesto inequivocabile, donando la benedizione. Quella benedizione che il Patriarca aveva chiesto all’inizio della lotta gli viene ora concessa. E non è la benedizione ghermita con inganno, ma quella gratuitamente donata da Dio, che Giacobbe può ricevere perché ormai solo, senza protezione, senza astuzie e raggiri, si consegna inerme, accetta di arrendersi e confessa la verità su se stesso. Così, al termine della lotta, ricevuta la benedizione, il Patriarca può finalmente riconoscere l’altro, il Dio della benedizione: «Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva» (v. 31), e può ora attraversare il guado, portatore di un nome nuovo ma “vinto” da Dio e segnato per sempre, zoppicante per la ferita ricevuta.

Le spiegazioni che l’esegesi biblica può dare riguardo a questo brano sono molteplici; in particolare, gli studiosi riconoscono in esso intenti e componenti letterari di vario genere, come pure riferimenti a qualche racconto popolare. Ma quando questi elementi vengono assunti dagli autori sacri e inglobati nel racconto biblico, essi cambiano di significato e il testo si apre a dimensioni più ampie. L’episodio della lotta allo Yabboq si offre così al credente come testo paradigmatico in cui il popolo di Israele parla della propria origine e delinea i tratti di una particolare relazione tra Dio e l’uomo. Per questo, come affermato anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, «la tradizione spirituale della Chiesa ha visto in questo racconto il simbolo della preghiera come combattimento della fede e vittoria della perseveranza» (n. 2573). Il testo biblico ci parla della lunga notte della ricerca di Dio, della lotta per conoscerne il nome e vederne il volto; è la notte della preghiera che con tenacia e perseveranza chiede a Dio la benedizione e un nome nuovo, una nuova realtà frutto di conversione e di perdono.

La notte di Giacobbe al guado dello Yabboq diventa così per il credente un punto di riferimento per capire la relazione con Dio che nella preghiera trova la sua massima espressione. La preghiera richiede fiducia, vicinanza, quasi in un corpo a corpo simbolico non con un Dio nemico, avversario, ma con un Signore benedicente che rimane sempre misterioso, che appare irraggiungibile. Per questo l’autore sacro utilizza il simbolo della lotta, che implica forza d’animo, perseveranza, tenacia nel raggiungere ciò che si desidera. E se l’oggetto del desiderio è il rapporto con Dio, la sua benedizione e il suo amore, allora la lotta non potrà che culminare nel dono di se stessi a Dio, nel riconoscere la propria debolezza, che vince proprio quando giunge a consegnarsi nelle mani misericordiose di Dio.

Cari fratelli e sorelle, tutta la nostra vita è come questa lunga notte di lotta e di preghiera, da consumare nel desiderio e nella richiesta di una benedizione di Dio che non può essere strappata o vinta contando sulle nostre forze, ma deve essere ricevuta con umiltà da Lui, come dono gratuito che permette, infine, di riconoscere il volto del Signore. E quando questo avviene, tutta la nostra realtà cambia, riceviamo un nome nuovo e la benedizione di Dio. E ancora di più: Giacobbe, che riceve un nome nuovo, diventa Israele, dà un nome nuovo anche al luogo in cui ha lottato con Dio, lo ha pregato; lo rinomina Penuel, che significa “Volto di Dio”. Con questo nome riconosce quel luogo colmo della presenza del Signore, rende sacra quella terra imprimendovi quasi la memoria di quel misterioso incontro con Dio. Colui che si lascia benedire da Dio, si abbandona a Lui, si lascia trasformare da Lui, rende benedetto il mondo. Che il Signore ci aiuti a combattere la buona battaglia della fede (cfr 1Tm 6,12; 2Tm 4,7) e a chiedere, nella nostra preghiera, la sua benedizione, perché ci rinnovi nell’attesa di vedere il suo Volto. Grazie.


Saluti:

Je salue cordialement les pèlerins francophones, particulièrement les jeunes et les membres de la communauté de l’Arche de Grenoble ! Comme Jacob, laissez-vous bénir et transformer par Dieu pour rendre béni notre monde. Puisse le Seigneur vous aider à mener le bon combat de la foi avec humilité et dans une prière quotidienne et confiante ! Avec ma bénédiction !

I offer a warm welcome to all the English-speaking pilgrims present at today’s Audience, especially those from England, Ireland, Denmark, Norway, Nigeria, Australia, India, Indonesia, Japan and the United States. In a special way I welcome the group of Wounded Warriors, with the promise of my solidarity in prayer. I also greet the many student groups present, and I thank the choirs for their praise of God in song. Upon all of you I invoke the joy and peace of the Risen Lord.

Von Herzen grüße ich alle deutschsprachigen Pilger und Besucher. Möge das Beispiel Jakobs uns Mut machen, uns ganz in die Hände Gottes zu geben, nicht Angst zu haben, daß uns dabei etwas verlorengeht, und uns von ihm umwandeln zu lassen. Der Herr helfe uns, den Kampf des Glaubens mit Ausdauer zu kämpfen und durch unsere Gebete Gottes Segen zu erlangen für uns und für die Welt. Danke.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular al grupo del Movimiento Scout católico, acompañado por el Señor Obispo de Solsona, así como a los demás grupos provenientes de España, México, Guatemala, Ecuador, Venezuela, Colombia, Argentina y otros países latinoamericanos. Que el Señor nos ayude a combatir el buen combate de la fe. Muchas gracias.

Queridos peregrinos vindos de Portugal e do Brasil, nomeadamente da paróquia de Itú, agradeço a vossa presença e quanto a mesma significa de confissão de fé e amor a Deus. Procurai sempre na oração o auxílio do Senhor para combater a boa batalha da fé. De coração, a todos abençôo. Ide com Deus!

Saluto in lingua polacca:

Serdecznie pozdrawiam polskich pielgrzymów. Modlitwa Jakuba była trudna, była zmaganiem się z Bogiem. Ostatecznie jednak Jakub poddaje się Bogu, pozwala się wewnętrznie przemienić Bożą mocą, zyskuje nowe imię i otrzymuje błogosławieństwo. Czasem nasza modlitwa może być tak samo trudna, ale możemy być pewni, że nas przemienia i jest niewyczerpanym źródłem łaski. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

Traduzione italiana:

Saluto cordialmente i pellegrini polacchi. La preghiera di Giacobbe era difficile, era una lotta con Dio. Tuttavia alla fine Giacobbe si abbandona a Dio, si lascia trasformare della potenza di Dio, ottiene un nome nuovo e riceve la benedizione. A volte la nostra preghiera può essere ugualmente difficile, però possiamo essere certi che ci trasforma ed è un’esauribile fonte di grazia. Sia lodato Gesù Cristo.

Saluto in lingua bulgara:

ОТПРАВЯМ СЪРДЕЧНИ ПОЖЕЛАНИЯ КЪМ МИНИСТРАНТИТЕ ОТ ЕНОРИЯ „ПРЕСВЕТО СЪРЦЕ ИСУСОВО” ОТ ГРАД РАКОВСКИ В БЪЛГАРИЯ И ГИ ПРИКАНВАМ ДА САХРАНЯВАТ ЕДНО ДЪЛБОКО ПРИЯТЕЛСТВО С ИСУС. ТОЙ СЕ НУЖДАЕ ОТ ДЕЦА И МЛАДЕЖИ, КОИТО ОСВЕН СЛУЖЕНИЕТО НА ОЛТАРА ДА СТАНАТ СЛУЖИТЕЛИ НА ОЛТАРА. НА ВСЕКИ ЕДИН ОТ ВАС ДАВАМ МОЯ БЛАГОСЛОВ!

Traduzione italiana:

Rivolgo un cordiale saluto ai ministranti della parrocchia Sacratissimo Cuore di Gesù, di Rakovski, in Bulgaria, e li invito a coltivare una profonda amicizia con Gesù. Egli ha bisogno di ragazzi e giovani che, oltre al servizio all’altare, diventino ministri dell’altare. A ciascuno la mia Benedizione!

Saluto in lingua croata:

Od srca pozdravljam sve hrvatske hodočasnike, a osobito članove Hrvatskog katoličkog liječničkog društva iz Zadra.

Dragi prijatelji, u svakodnevnom radu nasljedujte Krista, Dobrog Samaritanca, koji s ljubavlju strpljivo liječi svaku bol i dariva život. Hvaljen Isus i Marija!

Traduzione italiana:

Saluto di cuore tutti i pellegrini Croati in modo particolare i membri dell’Associazione dei medici cattolici croati di Zadar. Cari amici, nel lavoro quotidiano imitate Cristo, Buon Samaritano, che con amore e pazienza cura ogni dolore e da la vita. Siano lodati Gesù e Maria!

Saluto in lingua slovacca:

S láskou vítam slovenských pútnikov, osobitne z Farnosti svätého Martina z Lipian.
Bratia a sestry, Cirkev si včera v liturgii pripomínala Pannu Máriu Pomocnicu kresťanov. Podľa príkladu svätého Jána Apoštola prijmite ju aj vy do svojich domovov a dajte jej priestor vo vašom každodennom živote.
Všetkých vás žehnám.
Pochválený buď Ježiš Kristus!

Traduzione italiana:

Con affetto do il benvenuto ai pellegrini slovacchi, in particolare a quelli provenienti dalla Parrocchia di San Martino in Lipany.
Fratelli e sorelle, la Chiesa ieri ha celebrato la memoria liturgica della Beata Maria Vergine Ausiliatrice del popolo cristiano. Sull’esempio di San Giovanni Apostolo anche voi accogliete Maria nelle vostre case e fateLe spazio nella vostra esistenza quotidiana.
A tutti voi la mia benedizione.
Sia lodato Gesù Cristo!

Saluto in lingua ucraina:

Щиро вітаю українських військовиків, що брали участь у військовому паломництві до Люрду. Дорогі друзі, підбадьорені цією духовною зупинкою у стіп Пречистої Діви, повертайтесь на вашу Батьківщину з бажанням ще великодушніше свідчити Христа та Його Євангеліє. Від щирого серця благословлю вас і ваші родини. Христос Воскрес!

Traduzione italiana:

Rivolgo un cordiale saluto ai militari ucraini che hanno partecipato al pellegrinaggio militare a Lourdes. Cari amici, rinfrancati da questa sosta spirituale ai piedi della Madonna, ritornate nella vostra Patria con il desiderio di testimoniare ancora più generosamente Cristo e il suo Vangelo. Di cuore benedico voi e le vostre famiglie. Cristo è risorto!

Saluto in lingua ungherese:

Isten hozta a magyar zarándokokat, különösen azokat, akik Hatvanból és az ősi Veszprém városából érkeztek. Biztosítalak benneteket imáimról, hogy egyre inkább megismerjétek és kövessétek Jézus Krisztust, a világ egyetlen Megváltóját. Elődöm, Boldog II. János Pál pápa közbenjárását kérve szívesen adom Rátok és minden családtagotokra Apostoli Áldásomat.
Dicsértessék a Jézus Krisztus!

Traduzione italiana:

Un saluto cordiale ai pellegrini ungheresi, specialmente a coloro che sono venuti da Hatvan e dall'antica Veszprém. Vi assicuro della mia preghiera, perchè si rafforzi in voi il desiderio di conoscere e seguire Gesù Cristo, unico Salvatore del mondo. Chiedendo la intercessione del mio predecessore, Papa Beato Giovanni Paolo Il, imparto volentieri a voi e a tutti i vostri familiari la Benedizione Apostolica.
Sia lodato Gesù Cristo!

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto i rappresentanti dell’associazione “L’Ora di Gesù” della diocesi di Taranto, accompagnati dal loro Pastore Mons. Benigno Luigi Papa, e li incoraggio a proseguire con gioia nel loro cammino di fede, diventando sempre più testimoni coraggiosi al servizio della vita e della dignità umana. Saluto gli esponenti della comunità “Regina Pacis” di Verona, che celebrano il 25° anniversario di fondazione, e faccio voti che da questa fausta ricorrenza scaturisca un rinnovato ardore apostolico. Saluto i fedeli della parrocchia di San Pietro in Carolei e auspico che questo incontro possa apportare ricchi frutti spirituali alla comunità parrocchiale.

Saluto, infine, i giovani, i malati e gli sposi novelli. Ieri abbiamo celebrato la festa della Madonna venerata con il titolo di Maria Ausiliatrice. Maria aiuti voi, cari giovani, specialmente voi alunni della Scuola S. Vincenzo de’ Paoli di Reggio Calabria, a rinsaldare ogni giorno la vostra fedeltà a Cristo. Ottenga conforto e serenità per voi, cari ammalati. Incoraggi voi, cari sposi novelli, a tradurre nella vita quotidiana il comandamento dell'amore.

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lunedì 23 maggio 2011

Nella prolusione all’assemblea della Conferenza episcopale. La lezione di Giovanni Paolo II (Angelo Bagnasco)



[...] Ma abbiamo almeno altri due motivi circostanziati per i quali esprimere al Papa la nostra gratitudine: il primo riguarda l’istruzione Universae Ecclesiae volta a dare una corretta applicazione del «motu proprio» Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, e dunque al recupero più impegnativo e armonioso nell’ambito delle singole Diocesi dell’intero patrimonio liturgico della Chiesa universale. In sostanza, a non ferire mai la concordia di ogni Chiesa particolare con la Chiesa universale, operando piuttosto per unire tutte le forze e restituire alla liturgia il suo possente incanto.

Nella prolusione all’assemblea della Conferenza episcopale

La lezione di Giovanni Paolo II
per il futuro dell’Italia

di Angelo Bagnasco
Cardinale, Presidente Conferenza Episcopale Italiana

Si è aperta oggi nella sala del Sinodo dei Vescovi, nella Città del Vaticano, la sessantatreesima assemblea della Conferenza episcopale italiana (Cei), che si concluderà il 27 maggio. Pubblichiamo ampi stralci della prolusione del cardinale presidente.



Il nostro sguardo è ancora pervaso dalla beatificazione di Giovanni Paolo II, con gli eventi ad essa connessi. In un tempo facilmente catturabile dall’apparenza e dall’effimero, si è assistito all’esaltazione di un autentico uomo di Dio, la cui santità è stata riconosciuta col dovuto rigore dall’autorità della Chiesa, la quale ha così intercettato un consenso sorprendente, più ampio dei confini cattolici.

Noi vescovi guardiamo a Giovanni Paolo II con particolare attenzione e responsabilità: egli, infatti, ha accettato il pontificato ma non ha chiesto di scendere dalla croce. Vivendo l’esistenza a lui destinata, si è rivelato testimone credibile ed è stato ascoltato. Quello che diciamo a noi stessi, dobbiamo chiederlo anche ai nostri amati Sacerdoti, ognuno fidandosi di Gesù, e gettando continuamente la rete affidati alla sua parola. Nell’essere preti non c’è un potere da esercitare ma un’obbedienza secondo cui agire, contrastando la sonnolenza che prende i discepoli lungo la storia (cfr. Benedetto XVI, Udienza generale, 20 aprile 2011).

Precisamente così Giovanni Paolo II si è comportato, cesellando la propria vita secondo la forma pasquale, e dimostrando a tutti che cosa può diventare l’esistenza di una persona quando si lascia afferrare da Cristo. Il rapporto con Dio è infatti l’elemento generativo di una personalità formidabile e fascinosa. La santità, per lui, fu obiettivo precedente ogni altro, l’opzione su cui ha innestato e orientato le altre scelte, a cominciare da quella sacerdotale; l’opzione che ha perseguito senza esitazioni e vischiosità, senza il timore che Dio gli chiedesse troppo, dispiegando al contrario un’interpretazione piena della chiamata alla vita.

Tutti ricordiamo, non senza emozione, il legame spirituale intenso e amico che correva, benefico per la Chiesa intera, tra Giovanni Paolo II e colui che nel disegno della Provvidenza – sarebbe stato il suo successore. All’indomani dell’elezione, Benedetto XVI disse davanti al collegio cardinalizio ancora riunito nella Cappella Sistina: «Mi sembra di sentire la mano forte di Giovanni Paolo II che stringe la mia, mi sembra di vedere i suoi occhi sorridenti e di ascoltare le sue parole, rivolte in questo momento particolarmente a me: “Non avere paura”» (Omelia ai Cardinali elettori, 20 aprile 2005). E il 1° maggio è andato oltre, come se la distanza temporale, anziché attenuare i sentimenti, li avesse rinforzati. Ha commosso infatti il suo inchinarsi quasi a fondersi con il popolo cristiano, lui cui è toccato in sorte d’essere a sua volta Pietro quando ha concluso, con la spontaneità del cuore: «Santo Padre, ci benedica». Qualcosa di più della semplice continuità: c’è una perdurante ammirazione spirituale che diventa stupefacente lezione di stile, di umiltà e di candore, dalla quale noi sentiamo di dover imparare. Da una voce attendibile è stato osservato che Papa Ratzinger «si è presentato al mondo come il primo devoto del suo Predecessore» (Monsignor Georg Gänswein, Intervento al Premio Capri, in “Avvenire” del 26 settembre 2010), giacché tale interiormente egli si sente. E l’hanno, appunto, avvertito tutti. Anche noi allora, in punta di piedi, diciamo a Benedetto XVI la nostra spirituale ammirazione, rinnovandogli il grazie più sentito per la beatificazione, espresso già con il comunicato del 29 aprile scorso.


Ma abbiamo almeno altri due motivi circostanziati per i quali esprimere al Papa la nostra gratitudine: il primo riguarda l’istruzione Universae Ecclesiae volta a dare una corretta applicazione del «motu proprio» Summorum Pontificum del 7 luglio 2007, e dunque al recupero più impegnativo e armonioso nell’ambito delle singole Diocesi dell’intero patrimonio liturgico della Chiesa universale. In sostanza, a non ferire mai la concordia di ogni Chiesa particolare con la Chiesa universale, operando piuttosto per unire tutte le forze e restituire alla liturgia il suo possente incanto. La seconda circostanza è data dalla «lettera circolare», inviata ad ogni vescovo dalla Congregazione per la Dottrina della Fede, in vista della preparazione di necessarie «linee guida» per i casi di abusi sessuali perpetrati da chierici ai danni di minori. Si tratta di contestualizzare nei diversi Paesi, da parte delle rispettive Conferenze episcopali, le norme emanate il 21 maggio 2010 per aggiornare il «motu proprio» papale Sacramentorum sanctitatis tutela del 30 aprile 2001. Ebbene, confermando che «la responsabilità nel trattare i delitti di abuso appartiene in primo luogo al Vescovo diocesano», si dovrà arrivare, avverte la lettera, entro il mese di maggio 2012 «ad un orientamento comune all’interno di ogni Conferenza Episcopale nazionale, aiutando ad armonizzare al meglio gli sforzi dei singoli Vescovi nel salvaguardare i minori». A tale riguardo, riconoscendo su questo fronte un’infame emergenza non ancora superata, la quale causa danni incalcolabili a giovani vite e alle loro famiglie cui non cessiamo di presentare il nostro dolore e la nostra incondizionata solidarietà, vorrei anche assicurare che da oltre un anno, su mandato della presidenza Cei, è al lavoro un gruppo interdisciplinare di esperti proprio con l’obiettivo di «tradurre» per il nostro Paese le indicazioni provenienti dalla Congregazione; obiettivo che sotto il nome di «Linee guida» oggi viene autorevolmente richiesto a tutte le Conferenze episcopali del mondo. L’esito di tale lavoro sarà presto portato all’esame dei nostri organismi statutari. Ripetiamo però quest’oggi il grido amaro che già è risuonato nell’assemblea dello scorso anno: sull’integrità dei nostri sacerdoti non possiamo transigere, costi quel che costi. Anche un solo caso, in tale ambito, sarebbe troppo. Quando poi i casi si ripetono, lo strazio è indicibile e l’umiliazione totale (cfr. Prolusione all’Assemblea generale dell’Episcopato italiano, 24 maggio 2010). Ma le ombre, anche le più gravi e dolorose, non possono oscurare il bene che c’è. Ancora una volta, quindi, noi Vescovi confermiamo stima e gratitudine al nostro clero che si prodiga con fedeltà, sacrificio e gioia, nella cura delle comunità cristiane.

Che cosa resta della larghissima partecipazione registrata il 1° maggio scorso? Senza indulgere a letture enfatiche, basta ricordare i gesti compiuti dai tantissimi che hanno avvertito il bisogno di rendersi presenti, a Roma, per l’evento. Neanche stavolta è mancata sui media la domanda ricorrente in questi casi: ne valeva la pena? La risposta che in generale danno i diretti protagonisti è senza esitazione: sì, ne valeva la pena. Desideriamo solamente segnalare come, nel passaggio da una religione d’abitudine a una fede personale, questo genere di esperienze lascino una traccia. È il coinvolgimento soggettivo ad essere decisivo, è la valorizzazione della propria singolarità a fare la differenza. Certo, occorre guadagnare un rapporto esplicito e consapevole con l’alterità che è Cristo e lasciarlo parlare. Giovanni Paolo II è stato il suggeritore illuminato di una consapevolezza che è bene non manchi nelle nostre comunità: la trasmissione della fede passa per l’ancoraggio a ciò che vi è di profondo e soggettivo. Nella Chiesa, rami un tempo rigogliosi possono rinsecchire, ma spunta una gemma, si affaccia un uomo il cui volto esprime una profonda fede in Dio, la storia si riaccende, i suoi cardini si smuovono, e tutto ricomincia.

Il 17 aprile scorso, domenica delle Palme, ha avuto luogo nelle Chiese particolari la fase locale della Giornata mondiale della Gioventù, cui il Papa quest’anno ha affidato il tema «Radicati e fondati in Cristo, saldi nella fede». L’evento avrà il suo secondo tempo in estate, a Madrid, dove dal 16 al 21 agosto si svolgerà il XXVI raduno mondiale. I nostri giovani sono dunque in cammino. Auguriamo loro di vivere con impegno l’ultimo periodo dell’anno scolastico, ricavando da tale esperienza tutto ciò che si può trarre per la propria crescita intellettuale e culturale. La scuola non è un parcheggio, non è neppure il tempo che intercorre tra una vacanza e l’altra. Neanche basta dire che la scuola è per la vita: essa, la scuola, è già vita. C’è troppa banalità oggi attorno all’asse primordiale della civiltà, qual è l’amare, il generare o non generare figli, l’educarli che vuol dire rigenerarli un’altra volta, ma per un tempo enormemente più lungo.

Giovedì prossimo, nel tardo pomeriggio, ci recheremo nella basilica di Santa Maria Maggiore e, alla presenza del Papa, nostro Primate, pregheremo per l’Italia nel 150° anniversario dell’Unità nazionale. Si completerà così il gesto del 17 marzo scorso, quando con una solenne Concelebrazione Eucaristica alla presenza delle massime Autorità dello Stato abbiamo ringraziato Iddio per il nostro Paese e il nostro popolo. Sappiamo che, nell’attaccamento alla Madre del Redentore e nostra, c’è un dato storico che da sempre ci unisce, e che in tale devozione si rintraccia il volto popolare della nostra terra. In una fase cruciale della giovane storia unitaria di questa antica nazione, Giovanni Paolo II ha dato un contributo, culturalmente documentato e al contempo scevro da condizionamenti psicologici e biografici, veramente determinante per il recupero della stima che gli italiani devono avere di se stessi e del proprio compito rispetto agli altri popoli e alle altre nazioni, e in solidarietà con questi. Se, nonostante tutto, il Paese regge è perché ci sono arcate, magari non immediatamente percepibili, che lo tengono in piedi. La rappresentazione pubblica talora soffre di qualche unilateralità e di predominanze che nei fatti non trovano sempre giustificazione. L’Italia non è solo certa vita pubblica. Ovvio che non si debba cadere in schemi manichei, in generalizzazioni ingiuste e inaccettabili. Se oggi diciamo che vi è una rappresentazione della vita politica svincolata dalle aspirazioni generali, lo facciamo certo con l’avvertenza dei meccanismi sofisticati che fatalmente concorrono alla proiezione esteriore delle società moderne. Eppure non ci sono scusanti. La politica che ha oggi visibilità è, non raramente, inguardabile, ridotta a litigio perenne, come una recita scontata e — se si può dire — noiosa. È il dramma del vaniloquio, dentro, come siamo, alla spirale dell’invettiva che non prevede assunzioni di responsabilità. La gente è stanca di vivere nella rissa e si sta disamorando sempre di più. A potenziale contrasto, c’è una stampa che appare da una parte troppo fusa con la politica, tesa per lo più ad eccitare le rispettive tifoserie, e dall’altra troppo antagonista, e in altro modo eccitante al disfattismo, mentre dovrebbe essere fondamentalmente altro: cioè informazione non scevra da cultura, resoconto scrupoloso, vigilanza critica, non estranea ad acribia ed equilibrio. Ma segnaliamo lo iato anche per dare voce all’invocazione interiore del Paese sano che è distribuito all’interno di ogni schieramento. In quanto vescovi, non ci stanchiamo di incoraggiare i gesti di assennatezza che mirano a creare condizioni di pace sociale e di alacre operosità. Se non parliamo ad ogni piè sospinto, non è perché siamo assenti, anzi, ma perché le cose che contano spesso sono già state dette, e ripeterle in taluni casi non serve. Si sappia tuttavia che la nostra opzione di fondo, anche per il conforto dei ripetuti appelli del Papa (per l’ultimo, in ordine di tempo, cfr. Discorso all’assemblea del 2° Convegno ecclesiale triveneto, Aquileia, 7 maggio 2011) resta quella di preparare una generazione nuova di cittadini che abbiano la freschezza e l’entusiasmo di votarsi al bene comune, quale criterio di ogni pratica collettiva. Affinché l’Italia goda di una nuova generazione di politici cattolici, la Chiesa si sta impegnando a formare aree giovanili non estranee alla dimensione ideale ed etica, per essere presenza morale non condizionabile.

Desidero per un istante riprendere il filo di un discorso già abbozzato in precedenti circostanze e che riguarda quella patologia del post-moderno che va sotto il titolo di un individualismo indiscriminato. L’individualismo non può coincidere con l’«indifferenza», con l’apatia sociale, con il narcisismo incurante degli altri e del mondo. In questo, si vorrebbe davvero che le donne e gli uomini di cultura fossero anche illuminati nel saper cogliere in tempo i rapporti di consequenzialità tra le istanze da raccordare e i fenomeni che, pur volendolo, sarà poi impossibile evitare. C’è chi si ostina a rappresentare la Chiesa come un soggetto che si batte contro la modernità. Vorremmo appena ricordare che la modernità trova radici e, in fondo ha la sua migliore garanzia, nel Vangelo: la dignità incomprimibile della persona, l’uguaglianza fra tutti in quanto figli di Dio, la libertà che Cristo più di ogni altro rispetta, offrendo il suo amore salvifico e rigeneratore... sono le consapevolezze scaturenti da quelle pagine, da duemila anni germinatrici di testimonianze eloquenti. Più che avversaria della modernità, la Chiesa a guardare bene ne è l’anima. Si potrebbe dire che, con gelosia, ne custodisce gli ingredienti di base.

C’è anche chi, partendo da una ricognizione dei più recenti rivolgimenti in atto nel Nordafrica, riesce a scorgervi non solo la fine di ogni vera influenza occidentale, ma anche la prova che l’ordinamento assoluto messo in campo dalle religioni, compresa quella cristiana, si sta sgretolando, se già non è ormai abbattuto. Onestamente, non si riesce a comprendere tale demolitoria lena nei confronti delle religioni, e di quella cristiana in particolare, e di conseguenza la corsa a frantumare qualunque premessa di alleanza virtuosa nel nostro Paese tra il cattolicesimo e l’umanesimo laico, come invece sarebbe decisamente da propiziare appena si voglia costruire. Noi crediamo che l’aver messo da parte ciò che ha in sé lo statuto epistemologico dell’assoluto non sia fino ad oggi servito a dare plausibile spessore morale ad una società inquieta e convulsa.

Per questa consapevolezza, noi vescovi non esitiamo ad esplicitare l’auspicio che avvertiamo urgente in merito a talune questioni poste all’ordine del giorno del dibattito pubblico e che meritano la preoccupazione più condivisa da parte della cittadinanza. Penso alla legge sulla fine vita il cui varo si configura come un approdo non solo importantissimo per le famiglie che hanno al proprio interno casi riconducibili alla evocata situazione, ma anche altamente significativo per la composizione calibrata e ispirata al principio di precauzione dei beni in gioco, senza dimenticare che — come afferma la Costituzione — la salute è fondamentale diritto dell’individuo, ma anche interesse della collettività (cfr. art. 32). Ci si augura cordialmente che il provvedimento — al di là dei tatticismi che finirebbero per dare un’impressione errata di strumentalità — non si imbatta in ulteriori ostacoli, ottenendo piuttosto il consenso più largo da parte del Parlamento.

Il tema della famiglia resta cruciale nella sensibilità comune come anche nell’attenzione dei media. La denatalità è un’emergenza dai contorni obiettivamente allarmanti. L’Italia del 2040 o del 2050 chiede, anzi supplica l’Italia di oggi, a porre mente alle questioni che stanno compromettendo alla radice le condizioni per un affidabile equilibrio demografico. Su questo tema è in elaborazione il nuovo Rapporto-proposta da parte del nostro Comitato per il Progetto culturale.

Il lavoro che manca, o è precario in maniera eccedente ogni ragionevole parametro, è motivo di angoscia per una parte cospicua delle famiglie italiane. Questa angoscia è anche nostra: sappiamo infatti che nel lavoro c’è la ragione della tranquillità delle persone, della progettualità delle famiglie, del futuro dei giovani. Vorremmo quindi che niente rimanesse intentato per salvare e recuperare posti di lavoro. Vorremmo che si riabilitasse anche il lavoro manuale, contadino e artigiano. Vorremmo che scattasse da subito tra le diverse categorie un’alleanza esplicita per il lavoro che va non solo salvato, ma anche generato. Vorremmo che i giovani, in particolare, avvertissero che la comunità pensa a loro e in loro scorge fin d’ora il ponte praticabile per il futuro. Le manifestazioni giovanili in atto, in diverse piazze europee, non possono essere liquidate da alcuno con sufficienza.

Infine è la scuola, tutta la scuola, che dobbiamo amare con predilezione, qualificando certo la spesa ma non prosciugando risorse che lasciano scoperti servizi essenziali come le materne, il tempo pieno, le scuole professionali, la ricerca.

Accennavamo prima alle insurrezioni che dal mese di gennaio sono in atto nel Nordafrica e nel vicino Medio Oriente. Il caso della Libia ci ha coinvolto fatalmente di più per evidenti motivi di vicinanza geografica, ma anche perché la repressione là intentata ha finito per provocare una reazione dapprima esitante, poi confusamente accelerata, da parte di singoli Paesi occidentali e infine della Nato stessa, autorizzata dal Consiglio di sicurezza dell’Onu. C’è da dire che la non chiarezza emersa al momento dell’ingaggio, ha continuato a pesare sullo sviluppo temporale e strategico delle operazioni che avrebbero dovuto avere la forma dell’ingerenza umanitaria, e hanno ugualmente causato gravissime perdite umane, anche tra i civili. Difficile oggi non convenire che nel concreto non esistono interventi armati «puliti». È, questo, allora un motivo in più per intensificare gli sforzi che portino ad un cessate il fuoco, e quindi a sveltire la strada della diplomazia, preservando l’incolumità dei cittadini e garantendo l’accesso agli indispensabili soccorsi umani. Con ciò ci uniamo alle parole accorate del Papa: «la via del negoziato e del dialogo prevalga su quella della violenza, con l’aiuto degli Organismi internazionali che già si stanno adoperando nella ricerca di una soluzione alla crisi» (Appello al Regina Caeli, 15 maggio 2011).

Non può non colpire tuttavia il diverso atteggiamento adottato a livello internazionale tra la disponibilità all’interposizione armata e l’indisponibilità a suddividere il carico delle conseguenze umanitarie che lo scontro armato determina. Il nostro Paese, con la sua esposizione geografica, si è trovato e rimane in prima linea sul fronte degli aiuti e soprattutto della prima accoglienza per gli sfollati, i profughi e i richiedenti asilo che giungono sulle coste italiane, le quali sono ad un tempo il confine sud dell’Europa. Va da sé che se non avanza un più maturo senso di condivisione circa le responsabilità comuni, si aprono nel processo di integrazione falle di difficile rimedio. Ovvio che i cittadini d’Europa sinceramente comunitari vogliano a questo punto capire perché per i missili c’erano soldi e intesa politica, mentre per i profughi non ci sono i primi ed è inesistente la seconda. Quando è di ogni evidenza ormai la necessità di individuare una «via africana» verso il futuro, che dia speranza a quei giovani ma coinvolga significativamente anche i popoli dell’Occidente. Non tutto bisogna dirlo ha prontamente funzionato nei dispositivi di accoglienza messi in campo dalle autorità italiane, come non sono mancati i momenti di incertezza, o di esitazione nel mantenere gli impegni già presi. In generale però il Paese non può non essere fiero di quel che infine gli è riuscito complessivamente di offrire, a cominciare dalla gente di Lampedusa che, pur stressata da mesi di tensione e pur preoccupata per la prossima stagione turistica, ha saputo dar prova di un altruismo eroico, portando in salvo i naufraghi dell’ennesima imbarcazione incagliata nelle rocce. La visita che il 18 maggio scorso ho compiuto nella piccola isola, era un segno di vicinanza di noi vescovi al pastore di quella Chiesa, monsignor Francesco Montenegro, e voleva avere il senso dell’ammirata solidarietà e della concreta amicizia da parte dell’intera comunità ecclesiale a quell’avamposto d’Italia che così bene sa interpretare il valore dell’accoglienza nonostante tutto, nonostante tante condizioni avverse: sia di esempio e di efficace stimolo per l’intera comunità nazionale. Questo il Santo Padre ha chiesto a noi e a tutti di fare, senza la paura per il diverso e lo straniero, giacché è proprio ciò che viene messo in campo che contribuisce al riconoscerci fratelli (cfr. Benedetto XVI, Discorso all’assemblea cit.).

(©L'Osservatore Romano 23-24 maggio 2011)

domenica 22 maggio 2011

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL'ANGELUS - 22 maggio 2011



BENEDETTO XVI

REGINA CÆLI

Piazza San Pietro
Domenica, 22 maggio 2011

[Croato, Francese, Inglese, Italiano, Spagnolo, Tedesco]


Cari fratelli e sorelle!

Il Vangelo dell’odierna domenica, la Quinta di Pasqua, propone un duplice comandamento sulla fede: credere in Dio e credere in Gesù. Il Signore, infatti, dice ai suoi discepoli: «Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me» (Gv 14,1). Non sono due atti separati, ma un unico atto di fede, la piena adesione alla salvezza operata da Dio Padre mediante il suo Figlio Unigenito. Il Nuovo Testamento ha posto fine all’invisibilità del Padre. Dio ha mostrato il suo volto, come conferma la risposta di Gesù all’apostolo Filippo: «Chi ha visto me, ha visto il Padre» (Gv 14,9). Il Figlio di Dio, con la sua incarnazione, morte e risurrezione, ci ha liberati dalla schiavitù del peccato per donarci la libertà dei figli di Dio e ci ha fatto conoscere il volto di Dio che è amore: Dio si può vedere, è visibile in Cristo. Santa Teresa d’Avila scrive che «non dobbiamo allontanarci da ciò che costituisce tutto il nostro bene e il nostro rimedio, cioè dalla santissima umanità di nostro Signore Gesù Cristo» (Castello interiore, 7, 6: Opere Complete, Milano 1998, 1001). Quindi solo credendo in Cristo, rimanendo uniti a Lui, i discepoli, tra i quali siamo anche noi, possono continuare la sua azione permanente nella storia: «In verità, in verità io vi dico – dice il Signore –: chi crede in me, anch’egli compirà le opere che io compio» (Gv 14,12).

La fede in Gesù comporta seguirlo quotidianamente, nelle semplici azioni che compongono la nostra giornata. «È proprio del mistero di Dio agire in modo sommesso. Solo pian piano Egli costruisce nella grande storia dell’umanità la sua storia. Diventa uomo ma in modo da poter essere ignorato dai contemporanei, dalle forze autorevoli della storia. Patisce e muore e, come Risorto, vuole arrivare all’umanità soltanto attraverso la fede dei suoi ai quali si manifesta. Di continuo Egli bussa sommessamente alle porte dei nostri cuori e, se gli apriamo, lentamente ci rende capaci di “vedere”» (Gesù di Nazareth II, 2011, 306). Sant’Agostino afferma che «era necessario che Gesù dicesse: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), perché una volta conosciuta la via, restava da conoscere la meta» (Tractatus in Ioh., 69, 2: CCL 36, 500), e la meta è il Padre. Per i cristiani, per ciascuno di noi, dunque, la Via al Padre è lasciarsi guidare da Gesù, dalla sua parola di Verità, e accogliere il dono della sua Vita. Facciamo nostro l’invito di San Bonaventura: «Apri dunque gli occhi, tendi l’orecchio spirituale, apri le tue labbra e disponi il tuo cuore, perché tu possa in tutte le creature vedere, ascoltare, lodare, amare, venerare, glorificare, onorare il tuo Dio» (Itinerarium mentis in Deum, I, 15).

Cari amici, l’impegno di annunciare Gesù Cristo, “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), costituisce il compito principale della Chiesa. Invochiamo la Vergine Maria perché assista sempre i Pastori e quanti nei diversi ministeri annunciano il lieto Messaggio di salvezza, affinché la Parola di Dio si diffonda e il numero dei discepoli si moltiplichi (cfr At 6,7).


Dopo il Regina Caeli

Cari fratelli e sorelle!

Mi unisco alla gioia della Chiesa in Portogallo, per la beatificazione di Madre Maria Chiara di Gesù Bambino, avvenuta ieri a Lisbona; e a quella in Brasile, dove oggi, a Salvador Bahia, viene proclamata beata Suor Dulce Lopes Pontes. Due donne consacrate, in Istituti posti entrambi sotto la protezione di Maria Immacolata. Siano lodati il Signore e la sua santa Madre!

Je salue avec joie les pèlerins francophones. Dans l’élan apporté à l’Eglise par la béatification du Pape Jean-Paul II, je vous invite à prier le chapelet en méditant sur les Mystères lumineux, ainsi qu’il nous y a invités. En suivant les étapes de la mission du Christ avec la Vierge Marie, nous devenons capables, comme elle, de voir l’amour du Père à l’œuvre dans la vie et l’enseignement de son Fils. Puissions-nous ainsi devenir des adorateurs en esprit et en vérité et des témoins! Je vous bénis de grand cœur, ainsi que vos familles!


I welcome all the English-speaking visitors who join us for this Regina Cœli prayer. In a special way I greet the participants in the leadership training course offered by the Saint Egidio community, assuring them of my prayers for their efforts to proclaim the Gospel and serve the poor and needy in their native countries. Also in these days the International Ecumenical Peace Convocation, organized by the World Council of Churches, is meeting in Kingston, Jamaica. The Convocation is the culmination of a decade-long programme aimed at combating all forms of violence. Let us join in prayer for this noble intention, and recommit ourselves to eliminating violence in families, in society and in the international community. Dear friends, in the joy of this Easter season, may we be strengthened by the Risen Lord to follow him faithfully and to share in his life. Upon you and your families I invoke God’s abundant blessings.

Ganz herzlich heiße ich alle Pilger und Besucher deutscher Sprache willkommen. Im Evangelium des heutigen Sonntags antwortet der Herr auf das Unwissen und die Richtungslosigkeit der Jünger mit der Zusicherung: „Ich bin der Weg und die Wahrheit und das Leben“ (Joh 14,6). Er gibt ihnen damit mehr als einen Wegweiser und ein orientierendes Wort. Er begegnet ihnen als Person an, der sie sich anvertrauen können. Auch uns lädt er ein, ihn in unser Leben und in unsere Welt aufzunehmen. Dann empfangen wir von ihm die Einsicht in das Wahre und Gute und die Anleitung zu einem wirklich gelungenen Leben. Ich wünsche Euch allen einen gesegneten Sonntag und eine gute Woche!

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española, en particular a los fieles de San Fernando de Henares. En este tiempo de Pascua, el ejemplo de la comunidad apostólica nos llama a manifestar con la palabra y el testimonio de vida la Verdad de Jesucristo, según la propia vocación. El Evangelio de hoy nos muestra el ideal de los diáconos y de los que son llamados al servicio de la comunidad: imbuirse plenamente de la Palabra de Dios y del amor a Jesucristo, para reflejar con sus buenas obras la bondad de Dios. Feliz domingo!

Ao saudar os peregrinos de língua portuguesa, desejo também associar-me à alegria dos Pastores e fiéis congregados em São Salvador da Bahia para a beatificação da Irmã Dulce Lopes Pontes, que deixou atrás de si um prodigioso rasto de caridade ao serviço dos últimos, levando o Brasil inteiro a ver nela «a mãe dos desamparados». Idêntica celebração teve lugar ontem, em Lisboa, ficando inscrita no álbum dos Beatos a Irmã Maria Clara do Menino Jesus; ela fundou as Franciscanas Hospitaleiras da Imaculada Conceição, que ensinou «a alumiar e aquecer» a multidão de pobres e esquecidos da sociedade, vendo e acolhendo neles o próprio Deus. Enquanto confio à intercessão das novas Beatas os seus familiares e devotos, as suas filhas e irmãs espirituais e as comunidades eclesiais de Lisboa e São Salvador da Bahia, de coração concedo-lhes a Bênção Apostólica.

Serdeczne pozdrowienie kieruję do Polaków. Jednoczę się duchowo z Biskupami, Duchowieństwem i Wiernymi, którzy dziś dziękują Bogu za 850 (osiemset pięćdziesiąt) lat istnienia Archikolegiaty Najświętszej Maryi Panny Królowej i św. Aleksego w Tumie koło Łęczycy. Wszystkim z serca błogosławię.

[Un cordiale saluto rivolgo ai polacchi. Mi unisco spiritualmente ai Vescovi, al clero e ai fedeli che oggi ringraziano Dio per gli 850 anni dell’Arcicollegiata della Santissima Maria Vergine Regina e di Sant’Alessio a Tum presso Leczyca. Vi benedico tutti di cuore.]

Rivolgo il mio cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai numerosi cresimandi della Diocesi di Genova, guidati dal Cardinale Bagnasco. Un pensiero va poi al folto gruppo del Movimento per la Vita: cari amici, mi congratulo con voi, in particolare per l’impegno con cui aiutate le donne che affrontano gravidanze difficili, i fidanzati e i coniugi che desiderano una procreazione responsabile; così voi operate concretamente per la cultura della vita. Chiedo al Signore che, grazie anche al vostro contributo, il “sì alla vita” sia motivo di unità in Italia e in ogni Paese del mondo. Benedico i bambini accompagnati dall’UNITALSI, i quali superando i disagi della malattia si fanno testimoni di pace. Incoraggio i malati e i volontari presenti in occasione della Settimana nazionale della sclerosi multipla. Saluto i membri dell’Istituzione Teresiana, nel centenario dell’Associazione; i fedeli provenienti da Saiano, da Montegranaro e da alcune parrocchie di Roma; le scolaresche di Verona e i ragazzi di Torano Nuovo. A tutti auguro una buona domenica e una buona settimana. Grazie per la vostra presenza.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

sabato 21 maggio 2011

Benedetto XVI conversa con gli astronauti della Stazione spaziale internazionale in orbita intorno alla Terra (21 maggio 2011)



Benedetto XVI conversa con gli astronauti
della Stazione spaziale internazionale in orbita intorno alla Terra

Voi siete i nostri rappresentanti

«In un certo senso, voi siete i nostri rappresentanti, guidate l’esplorazione, da parte dell’umanità, di nuovi spazi e di nuove possibilità per il nostro futuro, andando al di là dei limiti della nostra esistenza quotidiana». Lo ha detto il Papa rivolgendosi nella tarda mattina di sabato 21 maggio agli astronauti della Stazione spaziale internazionale, con i quali si è collegato dalla Saladei Foconi del Palazzo Apostolico. Con Benedetto XVI erano il direttore voli umani e operazioni dell’Agenzia spaziale europea (Esa), il tedesco Thomas Reiter; il presidente dell’Agenzia spaziale italiana, Enrico Saggese; e il generale di squadra aerea Giuseppe Bernardis, capo di stato maggiore dell’aeronautica militare italiana. Preceduto da un’introduzione del Papa, lo storico colloquio si è articolato in cinque domande rivolte agli astronauti e nelle loro rispettive risposte. Ne pubblichiamo di seguito una nostra traduzione.

Cari astronauti,

sono molto lieto di avere questa opportunità straordinaria di conversare con voi durante la vostra missione. Sono particolarmente riconoscente per il fatto di poter parlare a un gruppo così numeroso, visto che in questo momento sono presenti sulla Stazione Spaziale entrambi gli equipaggi.

L’umanità sta vivendo in un tempo di progresso estremamente rapido nel campo delle conoscenze scientifiche e delle applicazioni tecniche. In un certo senso, voi siete i nostri rappresentanti, guidate l’esplorazione, da parte dell’umanità, di nuovi spazi e di nuove possibilità per il nostro futuro, andando al di là dei limiti della nostra esistenza quotidiana.

Noi tutti ammiriamo davvero il vostro coraggio, così come la disciplina e l’impegno con cui vi siete preparati per questa missione. Siamo sicuri che siete ispirati da nobili ideali e che intendete mettere a disposizione di tutta l’umanità e del bene comune i risultati delle vostre ricerche e delle vostre imprese.

Questa conversazione mi offre quindi l’opportunità di esprimere la mia personale ammirazione e il mio apprezzamento a voi e a tutti quelli che collaborano per rendere possibile la vostra missione, e di unire il mio caloroso incoraggiamento, affinché essa possa essere portata a termine con pieno successo.

Ma questa è una conversazione, non devo essere solo io a parlare.

Sono molto curioso di ascoltare da voi le vostre esperienze e le vostre riflessioni.

Se non vi dispiace, vorrei rivolgervi alcune domande:

Dalla Stazione Spaziale voi avete una prospettiva molto diversa sulla Terra. Voi sorvolate molte volte al giorno i differenti continenti e nazioni. Credo che per voi debba essere evidente il fatto che noi tutti viviamo su di un unico pianeta e che è assurdo combatterci e ucciderci gli uni gli altri. So che la moglie di Mark Kelly è stata vittima di un grave attentato e spero che la sua salute continui a migliorare. Quando voi contemplate la Terra da lassù, vi capita di pensare al modo in cui le nazioni e i popoli vivono insieme quaggiù, o a come la scienza può contribuire alla causa della pace?

«Grazie per le gentili parole, Santità, e grazie — ha risposto lo statunitense Mark Kelly — per aver menzionato mia moglie Gabby. È un’ottima domanda. Sorvoliamo quasi tutta la terra e non si vedono confini, ma allo stesso tempo ci rendiamo conto che le persone combattono le une contro le altre e che c’è tanta violenza nel mondo. Di solito le persone si combattono per molte cose diverse, come possiamo vedere adesso in Medio Oriente. Di solito la gente lotta per le risorse. È interessante che sulla terra la gente combatta per l’energia, mentre nello spazio utilizziamo l’energia solare e pile a combustibile. La scienza e la tecnologia che mettiamo nella stazione spaziale serve a sviluppare una capacità di energia solare per fornirci una quantità di energia illimitata. Se si riuscisse ad adottare tecnologie simili sulla terra, forse potremmo ridurre un po’ quella violenza».

Uno dei temi sui quali ritorno spesso nei miei discorsi è quello della responsabilità che tutti abbiamo per l’avvenire del nostro pianeta. Richiamo i seri rischi che si prospettano per l’ambiente e per la sopravvivenza delle future generazioni. Gli scienziati ci dicono che dobbiamo essere vigili e, da un punto di vista etico, dobbiamo ugualmente sviluppare la nostra coscienza. Dal vostro straordinario punto di osservazione come vedete la situazione sulla Terra? Vedete segni o fenomeni ai quali dobbiamo prestare maggiore attenzione?

«Santità, è davvero — è stata la seconda risposta di Ron Garan, statunitense — un punto di osservazione privilegiato. È un grande onore parlare con lei ed ha ragione che da quassù si gode di uno straordinario punto di osservazione. Da una parte possiamo vedere quanto il nostro pianeta sia indescrivibilmente bello, dall’altro possiamo capire quanto sia estremamente fragile. L’atmosfera, per esempio, se vista dallo spazio è sottile come un foglio. E fa riflettere il fatto che questo strato tanto sottile è ciò che separa ogni essere vivente dal vuoto dello spazio ed è tutto ciò che ci protegge. Ci sembra incredibile osservare la terra che è sospesa nello scuro dello spazio e pensare che noi siamo qui insieme, viaggiando attraverso l’universo in questa bella e fragile oasi. E ci riempie di speranza pensare che tutti noi a bordo di questa incredibile stazione orbitante, costruita grazie al partenariato internazionale di molte nazioni, compiamo questa sorprendente impresa. Ciò dimostra che lavorando insieme e cooperando possiamo superare molti dei problemi del nostro pianeta e risolvere molte delle sfide che i suoi abitanti devono affrontare. Ed è un posto bellissimo per lavorare e osservare il nostro bellissimo lavoro».

L’esperienza che ora state facendo è straordinaria e importantissima, anche se alla fine dovrete ritornare giù su questa terra come tutti noi. Quando tornerete, sarete molto ammirati e trattati come eroi che parlano e agiscono con autorità. Sarete invitati a raccontare le vostre esperienze. Quali saranno i messaggi più importanti che vorreste trasmettere, specialmente ai giovani, che vivranno in un mondo profondamente influenzato dalle vostre esperienze e scoperte?


«Santità, come hanno detto i miei colleghi, possiamo guardare in giù e vedere il nostro bel pianeta, che è stato creato da Dio — è stata la risposta di Mike Finchke, statunitense — ed è il pianeta più bello dell’intero sistema solare. Tuttavia, se guardiamo verso l’alto possiamo vedere il resto dell’universo. E il resto dell’universo è lì per noi da esplorare. La Stazione Spaziale Internazionale è solo un simbolo, un esempio di ciò che possono fare gli esseri umani quando lavorano insieme in modo costruttivo. Quindi uno dei nostri messaggi più importanti è quello di far sapere ai figli del pianeta, di far sapere ai giovani, che c’è un intero universo per noi da esplorare e se ci impegniamo insieme non c’è nulla che non riusciamo a fare».

L’esplorazione dello spazio è un’avventura scientifica affascinante. So che siete stati occupati nell’installazione di nuove strumentazioni per l’ulteriore ricerca scientifica e lo studio delle radiazioni che giungono dagli spazi più lontani. Credo però che si tratti anche di un’avventura dello spirito umano, uno stimolo fortissimo a riflettere sulle origini e sul destino dell’universo e dell’umanità. I credenti spesso rivolgono lo sguardo in alto verso gli spazi sconfinati dei cieli e, meditando su Colui che ha creato tutto ciò, sono colpiti dal mistero della sua grandezza. È per questo motivo che la medaglia che ho affidato a Roberto (Vittori), come segno della mia partecipazione alla vostra missione, rappresenta la creazione dell’uomo, così come l’ha dipinta Michelangelo sulla volta della Cappella Sistina. Nel mezzo del vostro intenso lavoro e ricerca, vi capita mai di fermarvi e fare simili pensieri, magari anche di rivolgere una preghiera al Creatore? Oppure vi sarà più facile riflettere su questi temi una volta ritornati sulla Terra?




«Santità, il lavoro di astronauta — ha detto Vittori — è molto intenso. Abbiamo tutti la possibilità di guardare fuori. Quando sopraggiunge la notte possiamo guardare in giù, verso il nostro pianeta, il pianeta blu. È bellissimo. Il blu è il colore del nostro pianeta, blu è il colore del cielo, blu è il colore dell’aeronautica italiana, che mi ha dato l’opportunità di unirmi all’Agenzia Spaziale Europea. Siamo riusciti a vedere la bellezza tridimensionale del nostro pianeta. Prego per me, per le nostre famiglie, per il nostro futuro. Ho portato con me questa medaglia per dimostrare la mancanza di gravità. La ringrazio per questa opportunità, e adesso la farò fluttuare verso il mio collega e amico Paolo. L’ho portata con me nello spazio e la riporterò giù per darla a lei».

La mia ultima domanda è per Paolo (Nespoli). Caro Paolo, so che nei giorni scorsi la tua mamma ti ha lasciato e quando fra pochi giorni tornerai a casa non la troverai più ad aspettarti. Tutti ti siamo stati vicini, anche io ho pregato per lei... Come hai vissuto questo tempo di dolore? Nella vostra Stazione vi sentite lontani e isolati e soffrite un senso di separazione, o vi sentite uniti fra voi e inseriti in una comunità che vi accompagna con attenzione e affetto?

«Santo Padre — ha risposto Nespoli — ho sentito le sue preghiere, le vostre preghiere arrivare fin quassù: è vero, siamo fuori da questo mondo, orbitiamo intorno alla Terra e abbiamo un punto di vantaggio per guardare la Terra e per sentire tutto quello che ci sta attorno. I miei colleghi qui, a bordo della Stazione — Dmitry, Kelly, Ron, Alexander e Andrei — mi sono stati vicini in questo momento importante per me, molto intenso, così come i miei fratelli, le mie sorelle, le mie zie, i miei cugini, i miei parenti sono stati vicini a mia madre negli ultimi momenti. Sono grato di tutto questo. Mi sono sentito lontano ma anche molto vicino, e sicuramente il pensiero di sentire tutti voi vicino a me, uniti in questo momento, è stato di estremo sollievo. Ringrazio anche l’Agenzia spaziale europea e l’Agenzia spaziale americana che hanno messo a disposizione le risorse affinché io abbia potuto parlare con lei negli ultimi momenti».

Al termine Benedetto XVI ha augurato il pieno successo della missione e ha impartito la benedizione apostolica.

Cari astronauti,

vi ringrazio di cuore per questa bellissima opportunità di incontro e dialogo con voi. Avete aiutato me e tante altre persone a riflettere insieme su argomenti importanti che riguardano l’avvenire dell’umanità. Vi faccio i migliori auguri per il vostro lavoro e per il successo della vostra grande missione al servizio della scienza, della collaborazione internazionale, dell’autentico progresso e in favore della pace nel mondo. Continuerò a seguirvi con il pensiero e la preghiera e volentieri vi imparto la Benedizione Apostolica.

(©L'Osservatore Romano 22 maggio 2011)