lunedì 26 settembre 2011

Santi Cosma e Damiano, martiri (mf) 26 settembre



26 SETTEMBRE

 SANTI COSMA e DAMIANO, MARTIRI

(sec. III, inizio sec. IV)
Memoria facoltativa

Calendario Liturgico 2011 - Pag. 4 di 4 - Messale Romano e Liturgia delle Ore

Preziosa è la morte dei martiri,
acquistata col prezzo della morte di Cristo

Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo
(Disc. 329, 1-2; PL 38, 1454-1455
)

La gesta gloriose dei santi martiri fanno rifiorire la Chiesa in ogni luogo. Perciò possiamo constatare con i nostri stessi occhi quanto sia vero ciò che abbiamo cantato: «Preziosa agli occhi del Signore è la morte dei suoi fedeli» (Sal 115, 15). Questa morte è preziosa ai nostri occhi e agli occhi di colui, per il cui nome venne affrontata.

Ma il prezzo versato per queste morti è stato la morte di uno solo. Quante morti ha riscattato con la sua morte uno solo! Se quel solo non fosse morto, il chicco di frumento non si sarebbe moltiplicato. Avete sentito le parole che dice all'avvicinarsi della sua passione, cioè della nostra redenzione: «Se il chicco di grano, caduto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto»? (Gv 12, 24-25).

Sulla croce egli compì un'operazione di incalcolabile valore. Su di essa fu fatto il versamento per il nostro riscatto. La lanciata del soldato gli aprì il costato e da quella ferita sgorgò il prezzo di tutto il mondo. Con esso furono comprati i fedeli e i martiri, e il loro sangue è testimone che la loro fede era autentica. Essi restituirono ciò che era stato speso per loro, e misero in pratica quello che dice san Giovanni: Come Cristo ha dato la sua vita per noi, così anche noi dobbiamo dare la vita per i fratelli (cfr. 1 Gv 3, 16). E in un altro passo troviamo scritto: Quando sei seduto a mangiare con un potente, considera bene che cosa hai davanti, perché bisogna che tu prepari altrettanto (cfr. Pro 23, 1-2).

Lauta è quella mensa dove il cibo è costituito dallo stesso padrone della mensa. Nessuno nutre gli invitati con la propria carne: questo lo fa solo Cristo Signore. Egli è colui che invita, egli è il cibo e la bevanda.

Compresero bene i martiri che cosa avessero mangiato e bevuto, per rendere un tale contraccambio.

Ma come avrebbero potuto rendere questo contraccambio, se egli, che sborsò per primo il prezzo, non avesse dato loro il mezzo per corrisponderlo? «Che cosa renderò al Signore per quanto mi ha dato?». «Alzerò il calice della salvezza» (Sal 115, 12-13). Qual è questo calice? E` il calice della passione, amaro, ma benefico: quel calice avrebbe causato terrore al malato, se il medico non l'avesse bevuto per primo. Questo calice è proprio la passione. Lo riconosciamo dalle parole stesse di Cristo, che dice: «Padre, se è possibile, passi da me questo calice» (Mt 26, 39). DI questo stesso calice i martiri hanno detto: «Alzerò il calice della salvezza e invocherò il nome del Signore» (Sal 115, 13).

Non temi dunque tu, o martire, nel momento della tua passione? Tu non temi e sta bene! Ma sai dirmi il perché «Perché invocherò il nome del Signore».

Come potrebbero vincere i martiri, se non vincesse negli stessi martiri colui che ha detto: «Abbiate fiducia, io ho vinto il mondo»? (Gv 16, 33).

Il sovrano del cielo sosteneva il loro animo, guidava la loro lingua, sconfiggeva, per mezzo loro il demonio sulla terra, e li coronava martiri in cielo. O beati loro che bevvero questo calice! I dolori hanno avuto fine ed essi hanno conseguito la gloria.

domenica 25 settembre 2011

Benedetto XVI: Recita dell'Angelus Domini nell’Aeroporto turistico di Freiburg im Breisgau (25 settembre 2011)



VIAGGIO APOSTOLICO IN GERMANIA
22-25 SETTEMBRE 2011

BENEDETTO XVI

ANGELUS

Aeroporto turistico di Freiburg im Breisgau
Domenica, 25 settembre 2011



Cari fratelli e sorelle,

vogliamo concludere ora questa solenne Santa Messa con l’Angelus. Questa preghiera ci fa ricordare sempre di nuovo l’inizio storico della nostra salvezza. L’Arcangelo Gabriele presenta alla Vergine Maria il piano di salvezza di Dio, secondo il quale Ella avrebbe dovuto diventare la Madre del Redentore. Maria rimane turbata. Ma l’Angelo del Signore Le dice una parola di consolazione: “Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio.” Così Maria può dire il suo grande “sì”. Questo “sì” all’essere serva del Signore è l’affermazione fiduciosa al piano di Dio e alla nostra salvezza. E, infine, Maria dice questo “sì” a tutti noi, che sotto la croce le siamo stati affidati come figli (cfr Gv 19,27). Non revoca mai questa promessa. Ed è per questo che Ella deve essere chiamata felice, anzi, beata perché ha creduto nel compimento di ciò che Le era stato detto dal Signore (cfr Lc 1,45). Recitando ora questo saluto dell’Angelo, possiamo unirci a questo “sì” di Maria e aderire fiduciosamente alla bellezza del piano di Dio e della provvidenza che Egli, nella sua grazia, ha riservato per noi. Allora, anche nella nostra vita l'amore di Dio diventerà, per così dire, carne, prenderà sempre più forma. Non dobbiamo avere paura in mezzo a tutte le nostre preoccupazioni. Dio è buono. Allo stesso tempo, possiamo sentirci sostenuti dalla comunità dei tanti fedeli che in quest’ora pregano l’Angelus con noi, in tutto il mondo, attraverso la televisione e la radio.


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Benedetto XVI: Santa Messa nell’Aeroporto turistico di Freiburg im Breisgau (25 settembre 2011)



VIAGGIO APOSTOLICO IN GERMANIA
22-25 SETTEMBRE 2011

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Aeroporto turistico di Freiburg im Breisgau
Domenica, 25 settembre 2011



Cari fratelli e sorelle!

Per me è emozionante celebrare qui l’Eucaristia, il Ringraziamento, con tanta gente proveniente da diverse parti della Germania e dai Paesi confinanti. Vogliamo rivolgere il nostro ringraziamento soprattutto a Dio, nel quale viviamo, ci muoviamo ed esistiamo (cfr At 17,28). Ma vorrei ringraziare anche voi tutti per la vostra preghiera a favore del Successore di Pietro, affinché egli possa continuare a svolgere il suo ministero con gioia e fiduciosa speranza e confermare i fratelli nella fede.

“O Dio, che riveli la tua onnipotenza soprattutto con la misericordia e il perdono…”, abbiamo detto nella colletta del giorno. Nella prima lettura abbiamo ascoltato come Dio nella storia di Israele ha manifestato il potere della sua misericordia. L’esperienza dell’esilio babilonese aveva fatto cadere il popolo in una profonda crisi di fede: perché era sopravvenuta questa sciagura? Forse Dio non era veramente potente?

Ci sono teologi che, di fronte a tutte le cose terribili che avvengono oggi nel mondo, dicono che Dio non possa essere affatto onnipotente. Di fronte a questo, noi professiamo Dio, l’Onnipotente, il Creatore del cielo e della terra. E noi siamo lieti e riconoscenti che Egli sia onnipotente. Ma dobbiamo, al contempo, renderci conto che Egli esercita il suo potere in maniera diversa da come noi uomini siamo soliti fare. Egli stesso ha posto un limite al suo potere, riconoscendo la libertà delle sue creature. Noi siamo lieti e riconoscenti per il dono della libertà. Tuttavia, quando vediamo le cose tremende, che a causa di essa avvengono, ci spaventiamo. Fidiamoci di Dio, il cui potere si manifesta soprattutto nella misericordia e nel perdono. E siamo certi, cari fedeli: Dio desidera la salvezza del suo popolo. Desidera la nostra salvezza, la mia salvezza, la salvezza di ciascuno. Sempre, e soprattutto in tempi di pericolo e di cambiamento radicale, Egli ci è vicino e il suo cuore si commuove per noi, si china su di noi. Affinché il potere della sua misericordia possa toccare i nostri cuori, ci vuole l’apertura a Lui, ci vuole la libera disponibilità di abbandonare il male, di alzarsi dall’indifferenza e di dare spazio alla sua Parola. Dio rispetta la nostra libertà. Egli non ci costringe. Egli attende il nostro “sì” e lo mendica, per così dire.

Gesù nel Vangelo riprende questo tema fondamentale della predicazione profetica. Racconta la parabola dei due figli che sono invitati dal padre a lavorare nella vigna. Il primo figlio rispose: “«Non ne ho voglia»; ma poi, pentitosi, ci andò” (Mt 21,29). L’altro, invece, disse al padre: “«Sì, signore», ma non andò” (Mt 21,30). Alla domanda di Gesù, chi dei due abbia compiuto la volontà del padre, gli ascoltatori giustamente rispondono: “Il primo” (Mt 21,31). Il messaggio della parabola è chiaro: non contano le parole, ma l’agire, le azioni di conversione e di fede. Gesù – lo abbiamo sentito - rivolge questo messaggio ai sommi sacerdoti e agli anziani del popolo di Israele, cioè agli esperti di religione del suo popolo. Essi, prima, dicono “sì” alla volontà di Dio. Ma la loro religiosità diventa routine, e Dio non li inquieta più. Per questo avvertono il messaggio di Giovanni Battista e il messaggio di Gesù come un disturbo. Così, il Signore conclude la sua parabola con parole drastiche: “I pubblicani e le prostitute vi passano avanti nel regno di Dio. Giovanni infatti venne a voi sulla via della giustizia, e non gli avete creduto; i pubblicani e le prostitute invece gli hanno creduto. Voi, al contrario, avete visto queste cose, ma poi non vi siete nemmeno pentiti così da credergli” (Mt 21,31-32). Tradotta nel linguaggio del tempo, l’affermazione potrebbe suonare più o meno così: agnostici, che a motivo della questione su Dio non trovano pace; persone che soffrono a causa dei loro peccati e hanno desiderio di un cuore puro, sono più vicini al Regno di Dio di quanto lo siano i fedeli “di routine”, che nella Chiesa vedono ormai soltanto l’apparato, senza che il loro cuore sia toccato da questo, dalla fede.


Così, la parola deve far riflettere molto, anzi, deve scuotere tutti noi. Questo, però, non significa affatto che tutti coloro che vivono nella Chiesa e lavorano per essa siano da valutare come lontani da Gesù e dal Regno di Dio. Assolutamente no! No, piuttosto è questo il momento per dire una parola di profonda gratitudine ai tanti collaboratori impiegati e volontari, senza i quali la vita nelle parrocchie e nell’intera Chiesa sarebbe impensabile. La Chiesa in Germania ha molte istituzioni sociali e caritative, nelle quali l’amore per il prossimo viene esercitato in una forma anche socialmente efficace e fino ai confini della terra. A tutti coloro che si impegnano nella Caritas tedesca o in altre organizzazioni, oppure che mettono generosamente a disposizione il loro tempo e le loro forze per incarichi di volontariato nella Chiesa, vorrei esprimere, in questo momento, la mia gratitudine e il mio apprezzamento. Tale servizio richiede innanzitutto una competenza oggettiva e professionale. Ma nello spirito dell’insegnamento di Gesù ci vuole di più: il cuore aperto, che si lascia toccare dall’amore di Cristo, e così dà al prossimo, che ha bisogno di noi, più che un servizio tecnico: l’amore, in cui all’altro si rende visibile il Dio che ama, Cristo. Allora interroghiamoci, anche a partire dal Vangelo di oggi: come è il mio rapporto personale con Dio, nella preghiera, nella partecipazione alla Messa domenicale, nell’approfondimento della fede mediante la meditazione della Sacra Scrittura e lo studio del Catechismo della Chiesa Cattolica? Cari amici, il rinnovamento della Chiesa, in ultima analisi, può realizzarsi soltanto attraverso la disponibilità alla conversione e attraverso una fede rinnovata.


Nel Vangelo di questa Domenica - lo abbiamo visto - si parla di due figli, dietro i quali, però, ne sta, in modo misterioso, un terzo. Il primo figlio dice di sì, ma non fa ciò che gli è stato ordinato. Il secondo figlio dice di no, ma compie poi la volontà del padre. Il terzo figlio dice di “sì” e fa anche ciò che gli viene ordinato. Questo terzo figlio è il Figlio unigenito di Dio, Gesù Cristo, che ci ha tutti riuniti qui. Gesù, entrando nel mondo, ha detto: “Ecco, io vengo […] per fare, o Dio, la tua volontà” (Eb 10,7). Questo “sì”, Egli non l’ha solo pronunciato, ma l’ha compiuto e sofferto fin dentro la morte. Nell’inno cristologico della seconda lettura si dice: “Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini. Dall’aspetto riconosciuto come uomo, umiliò se stesso facendosi obbediente fino alla morte e a una morte di croce” (Fil 2, 6-8). In umiltà ed obbedienza, Gesù ha compiuto la volontà del Padre, è morto sulla croce per i suoi fratelli e le sue sorelle - per noi - e ci ha redenti dalla nostra superbia e caparbietà. Ringraziamolo per il suo sacrificio, pieghiamo le ginocchia davanti al suo Nome e proclamiamo insieme con i discepoli della prima generazione: “Gesù Cristo è il Signore – a gloria di Dio Padre” (Fil 2,10).


La vita cristiana deve misurarsi continuamente su Cristo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù” (Fil 2,5), scrive san Paolo nell’introduzione all’inno cristologico. E qualche versetto prima, egli già ci esorta: “Se dunque c’è qualche consolazione in Cristo, se c’è qualche conforto, frutto della carità, se c’è qualche comunione di spirito, se ci sono sentimenti di amore e di compassione, rendete piena la mia gioia con un medesimo sentire e con la stessa carità, rimanendo unanimi e concordi” (Fil 2,1-2). Come Cristo era totalmente unito al Padre ed obbediente a Lui, così i suoi discepoli devono obbedire a Dio ed avere un medesimo sentire tra loro. Cari amici, con Paolo oso esortarvi: rendete piena la mia gioia con l’essere saldamente uniti in Cristo! La Chiesa in Germania supererà le grandi sfide del presente e del futuro e rimarrà lievito nella società, se i sacerdoti, le persone consacrate e i laici credenti in Cristo, in fedeltà alla propria vocazione specifica, collaborano in unità; se le parrocchie, le comunità e i movimenti si sostengono e si arricchiscono a vicenda; se i battezzati e cresimati, in unione con il Vescovo, tengono alta la fiaccola di una fede inalterata e da essa lasciano illuminare le loro ricche conoscenze e capacità. La Chiesa in Germania continuerà ad essere una benedizione per la comunità cattolica mondiale, se rimane fedelmente unita con i Successori di san Pietro e degli Apostoli, se cura in molteplici modi la collaborazione con i Paesi di missione e si lascia anche “contagiare” in questo dalla gioia nella fede delle giovani Chiese.


Con l’esortazione all’unità, Paolo collega il richiamo all’umiltà. Egli dice: “Non fate nulla per rivalità o vanagloria, ma ciascuno di voi, con tutta umiltà, consideri gli altri superiori a se stesso. Ciascuno non cerchi l’interesse proprio, ma anche quello degli altri” (Fil 2,3-4). L’esistenza cristiana è una pro-esistenza: un esserci per l’altro, un impegno umile per il prossimo e per il bene comune. Cari fedeli, l’umiltà è una virtù che nel mondo di oggi e, in genere, di tutti i tempi, non gode di grande stima. Ma i discepoli del Signore sanno che questa virtù è, per così dire, l’olio che rende fecondi i processi di dialogo, possibile la collaborazione e cordiale l’unità. Humilitas, la parola latina per “umiltà”, ha a che fare con humus, cioè con l’aderenza alla terra, alla realtà. Le persone umili stanno con ambedue i piedi sulla terra. Ma soprattutto ascoltano Cristo, la Parola di Dio, la quale rinnova ininterrottamente la Chiesa ed ogni suo membro.

Chiediamo a Dio il coraggio e l’umiltà di camminare sulla via della fede, di attingere alla ricchezza della sua misericordia e di tenere fisso lo sguardo su Cristo, la Parola che fa nuove tutte le cose, che per noi è “la via, la verità e la vita” (Gv 14,6), che è il nostro futuro. Amen.

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Benedetto XVI: Veglia di preghiera con i giovani nella Fiera di Freiburg im Breisgau (24 settembre 2011)



VIAGGIO APOSTOLICO IN GERMANIA
22-25 SETTEMBRE 2011

VEGLIA DI PREGHIERA CON I GIOVANI

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Fiera di Freiburg im Breisgau
Sabato, 24 settembre 2011



Cari giovani amici!

Durante tutto il giorno ho pensato con gioia a questa serata in cui sarei potuto stare qui insieme con voi ed essere unito a voi nella preghiera. Alcuni forse saranno già stati presenti alla Giornata Mondiale della Gioventù, dove abbiamo potuto sperimentare la particolare atmosfera di tranquillità, di profonda comunione e di intima gioia che caratterizza una veglia serale di preghiera. Auguro che anche noi tutti possiamo fare tale esperienza in questo momento: che il Signore ci tocca e ci fa testimoni gioiosi, che pregano insieme e si fanno garanti gli uni per gli altri, non soltanto stasera, ma durante tutta la nostra vita.

In tutte le chiese, nelle cattedrali e nei conventi, dovunque si radunano i fedeli per la celebrazione della Veglia pasquale, la più santa di tutte le notti è inaugurata con l’accensione del cero pasquale, la cui luce viene poi trasmessa a tutti i presenti. Una minuscola fiamma irradia in tanti luci ed illumina la casa di Dio al buio. In tale meraviglioso rito liturgico, che abbiamo imitato in questa veglia di preghiera, si svela a noi, attraverso segni più eloquenti delle parole, il mistero della nostra fede cristiana. Lui, Cristo, che dice di se stesso: “Io sono la luce del mondo” (Gv 8,12), fa brillare la nostra vita, perché sia vero ciò che abbiamo appena ascoltato nel Vangelo: “Voi siete la luce del mondo” (Mt 5,14). Non sono i nostri sforzi umani o il progresso tecnico del nostro tempo a portare luce in questo mondo. Sempre di nuovo facciamo l’esperienza che il nostro impegno per un ordine migliore e più giusto incontra i suoi limiti. La sofferenza degli innocenti e, infine, la morte di ogni uomo costituiscono un buio impenetrabile che può forse essere rischiarato per un momento da nuove esperienze, come da un fulmine nella notte. Alla fine, però, rimane un’oscurità angosciante.


Intorno a noi può esserci il buio e l’oscurità, e tuttavia vediamo una luce: una piccola fiamma, minuscola, che è più forte del buio apparentemente tanto potente ed insuperabile. Cristo, che è risorto dai morti, brilla in questo mondo, e lo fa nel modo più chiaro proprio là dove secondo il giudizio umano tutto sembra cupo e privo di speranza. Egli ha vinto la morte – Egli vive – e la fede in Lui penetra come una piccola luce tutto ciò che è buio e minaccioso. Chi crede in Gesù, certamente non vede sempre soltanto il sole nella vita, quasi che gli possano essere risparmiate sofferenze e difficoltà, ma c’è sempre una luce chiara che gli indica una via, la via che conduce alla vita in abbondanza (cfr Gv 10,10). Gli occhi di chi crede in Cristo scorgono anche nella notte più buia una luce e vedono già il chiarore di un nuovo giorno.

La luce non rimane sola. Tutt’intorno si accendono altre luci. Sotto i loro raggi si delineano i contorni dell’ambiente così che ci si può orientare. Non viviamo da soli nel mondo. Proprio nelle cose importanti della vita abbiamo bisogno di altre persone. Così, in modo particolare, nella fede non siamo soli, siamo anelli della grande catena dei credenti. Nessuno arriva a credere se non è sostenuto dalla fede degli altri e, d’altra parte, con la mia fede contribuisco a confermare gli altri nella loro fede. Ci aiutiamo a vicenda ad essere esempi gli uni per gli altri, condividiamo con gli altri ciò che è nostro, i nostri pensieri, le nostre azioni, il nostro affetto. E ci aiutiamo a vicenda ad orientarci, ad individuare il nostro posto nella società.


Cari amici, “Io sono la luce del mondo – Voi siete la luce del mondo”, dice il Signore. È una cosa misteriosa e grandiosa che Gesù dica di se stesso e di ciascuno di noi la medesima cosa, e cioè di “essere luce”. Se crediamo che Egli è il Figlio di Dio che ha guarito i malati e risuscitato i morti, anzi, che Egli stesso è risorto dal sepolcro e vive veramente, allora capiamo che Egli è la luce, la fonte di tutte le luci di questo mondo. Noi invece sperimentiamo sempre di nuovo il fallimento dei nostri sforzi e l’errore personale nonostante le nostre buone intenzioni. A quanto appare il mondo in cui viviamo, nonostante il progresso tecnico, in ultima analisi non diventa più buono. Esistono tuttora guerre, terrore, fame e malattia, povertà estrema e repressione senza pietà. E anche quelli che nella storia si sono ritenuti “portatori di luce”, senza però essere stati illuminati da Cristo, l’unica vera luce, non hanno creato alcun paradiso terrestre, bensì hanno instaurato dittature e sistemi totalitari, in cui anche la più piccola scintilla di umanesimo è stata soffocata.

A questo punto non dobbiamo tacere il fatto che il male esiste. Lo vediamo, in tanti luoghi di questo mondo; ma lo vediamo anche – e questo ci spaventa – nella nostra stessa vita. Sì, nel nostro stesso cuore esistono l’inclinazione al male, l’egoismo, l’invidia, l’aggressività. Con una certa autodisciplina ciò forse è, in qualche misura, controllabile. E’ più difficile, invece, con forme di male piuttosto nascosto, che possono avvolgerci come una nebbia indistinta, e sono la pigrizia, la lentezza nel volere e nel fare il bene. Ripetutamente nella storia, persone attente hanno fatto notare che il danno per la Chiesa non viene dai suoi avversari, ma dai cristiani tiepidi. Come può allora Cristo dire che i cristiani – e con ciò forse anche quei cristiani deboli – sono la luce del mondo? Forse capiremmo se Egli gridasse: Convertitevi! Siate la luce del mondo! Cambiate la vostra vita, rendetela chiara e splendente! Non dobbiamo forse restare stupiti che il Signore non ci rivolga un appello, ma dica che siamo la luce del mondo, che siamo luminosi, che splendiamo nel buio?

Cari amici, l’apostolo san Paolo, in molte delle sue lettere, non teme di chiamare “santi” i suoi contemporanei, i membri delle comunità locali. Qui si rende evidente che ogni battezzato – ancor prima di poter compiere opere buone – è santificato da Dio. Nel Battesimo, il Signore accende, per così dire, una luce nella nostra vita, una luce che il catechismo chiama la grazia santificante. Chi conserva tale luce, chi vive nella grazia è santo.


Cari amici, ripetutamente l’immagine dei santi è stata sottoposta a caricatura e presentata in modo distorto, come se essere santi significasse essere fuori dalla realtà, ingenui e senza gioia. Non di rado si pensa che un santo sia soltanto colui che compie azioni ascetiche e morali di altissimo livello e che perciò certamente si può venerare, ma mai imitare nella propria vita. Quanto è errata e scoraggiante questa opinione! Non esiste alcun santo, fuorché la beata Vergine Maria, che non abbia conosciuto anche il peccato e che non sia mai caduto. Cari amici, Cristo non si interessa tanto a quante volte nella vita vacilliamo e cadiamo, bensì a quante volte noi, con il suo aiuto, ci rialziamo. Non esige azioni straordinarie, ma vuole che la sua luce splenda in voi. Non vi chiama perché siete buoni e perfetti, ma perché Egli è buono e vuole rendervi suoi amici. Sì, voi siete la luce del mondo, perché Gesù è la vostra luce. Voi siete cristiani – non perché realizzate cose particolari e straordinarie – bensì perché Egli, Cristo, è la vostra, nostra vita. Voi siete santi, noi siamo santi, se lasciamo operare la sua Grazia in noi.

Cari amici, questa sera, in cui ci raduniamo in preghiera attorno all’unico Signore, intuiamo la verità della parola di Cristo secondo la quale non può restare nascosta una città collocata sopra un monte. Questa assemblea brilla nei vari significati della parola – nel chiarore di innumerevoli lumi, nello splendore di tanti giovani che credono in Cristo. Una candela può dar luce soltanto se si lascia consumare dalla fiamma. Essa resterebbe inutile se la sua cera non nutrisse il fuoco. Permettete che Cristo arda in voi, anche se questo può a volte significare sacrificio e rinuncia. Non temete di poter perdere qualcosa e restare, per così dire, alla fine a mani vuote. Abbiate il coraggio di impegnare i vostri talenti e le vostre doti per il Regno di Dio e di donare voi stessi – come la cera della candela – affinché per vostro mezzo il Signore illumini il buio. Sappiate osare di essere santi ardenti, nei cui occhi e cuori brilla l’amore di Cristo e che, in questo modo, portano luce al mondo. Io confido che voi e tanti altri giovani qui in Germania siate fiaccole di speranza, che non restano nascoste. “Voi siete la luce del mondo”. “Dove c’è Dio, là c’è futuro!” Amen.

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Benedetto XVI: Incontro con il Consiglio del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi (ZDK) nella Hörsaal del Seminario di Freiburg im Breisgau (24 settembre 2011)



VIAGGIO APOSTOLICO IN GERMANIA
22-25 SETTEMBRE 2011

INCONTRO CON IL CONSIGLIO
DEL COMITATO CENTRALE DEI CATTOLICI TEDESCHI (ZDK)

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Hörsaal del Seminario di Freiburg im Breisgau
Sabato, 24 settembre 2011



Illustri Signori e Signore,
cari fratelli e sorelle,

sono grato per la possibilità di incontrarmi, qui a Friburgo, con voi, Membri del Consiglio del Comitato Centrale dei Cattolici Tedeschi. Volentieri vi manifesto il mio apprezzamento per il vostro impegno nel sostenere in pubblico gli interessi dei cattolici e nel dare impulso all’opera apostolica della Chiesa e dei cattolici nella società. Allo stesso tempo, vorrei ringraziarLa, caro signor Presidente Gluck, per le sue cortesi parole in cui ha detto molte cose importanti e degne di riflessione.

Cari amici, da anni esistono i cosiddetti programmi exposure negli aiuti ai Paesi in via di sviluppo. Persone responsabili della politica, dell’economia e della Chiesa vivono, per un certo tempo, con i poveri in Africa, Asia o America Latina e condividono la loro vita concreta quotidiana. Si mettono nella situazione di vita di queste persone per vedere il mondo con gli occhi di queste persone e per trarre da questa esperienza insegnamenti per il proprio agire solidale.

Immaginiamo che un tale programma exposure abbia luogo qui in Germania. Esperti provenienti da un Paese lontano verrebbero a vivere per una settimana presso una famiglia tedesca media. Qui ammirerebbero tante cose, ad esempio il benessere, l’ordine e l’efficienza. Ma, con uno sguardo non prevenuto, constaterebbero anche tanta povertà: povertà per quanto riguarda le relazioni umane e povertà nell’ambito religioso.

Viviamo in un tempo caratterizzato, in gran parte, da un relativismo subliminale che penetra tutti gli ambiti della vita. A volte, questo relativismo diventa battagliero, rivolgendosi contro persone che dicono di sapere dove si trova la verità o il senso della vita.

E notiamo come questo relativismo eserciti sempre di più un influsso sulle relazioni umane e sulla società. Ciò trova espressione anche nell’incostanza e nella discontinuità di tante persone e in un eccessivo individualismo. Qualcuno non sembra affatto capace di rinunciare a qualcosa o di fare un sacrificio per altri. Anche l’impegno altruistico per il bene comune, nei campi sociali e culturali, oppure per i bisognosi, sta diminuendo. Altri non sono più in grado di legarsi in modo incondizionato ad un partner. Quasi non si trova più il coraggio di promettere di essere fedele per tutta la vita; il coraggio di decidersi e di dire: io ora appartengo totalmente a te, oppure di impegnarsi con decisione per la fedeltà e la veracità, e di cercare con sincerità le soluzioni dei problemi.

Cari amici, nel programma exposure, all’analisi segue la riflessione comune. Tale elaborazione deve guardare la persona umana nella sua totalità, e di questa fa parte – non solo in modo implicito, ma proprio in modo esplicito – la sua relazione con il Creatore.

Vediamo che nel nostro mondo ricco occidentale c’è carenza: Tante persone sono carenti dell’esperienza della bontà di Dio. Non trovano alcun punto di contatto con le Chiese istituzionali e le loro strutture tradizionali. Ma perché? Penso che questa sia una domanda sulla quale dobbiamo riflettere molto seriamente. Occuparsi di questa domanda è il compito principale del Pontificio Consiglio per la Promozione della Nuova Evangelizzazione. Ma essa, ovviamente, riguarda tutti noi. Permettetemi di affrontare qui un punto della situazione specifica tedesca. In Germania la Chiesa è organizzata in modo ottimo. Ma, dietro le strutture, vi si trova anche la relativa forza spirituale, la forza della fede nel Dio vivente? Sinceramente dobbiamo però dire che c’è un’eccedenza delle strutture rispetto allo Spirito. Aggiungo: La vera crisi della Chiesa nel mondo occidentale è una crisi di fede. Se non arriveremo ad un vero rinnovamento nella fede, tutta la riforma strutturale resterà inefficace.

Ma torniamo alle persone alle quali manca l’esperienza della bontà di Dio. Hanno bisogno di luoghi, dove possano parlare della loro nostalgia interiore. E qui siamo chiamati a cercare nuove vie dell’evangelizzazione. Una di queste vie potrebbe essere costituita dalle piccole comunità, dove si vivono amicizie, che sono approfondite nella frequente adorazione comunitaria di Dio. Qui ci sono persone che raccontano le loro piccole esperienze di fede nel posto di lavoro e nell’ambito della famiglia e dei conoscenti, testimoniando, in tal modo, una nuova vicinanza della Chiesa alla società. A quelle persone appare poi in modo sempre più chiaro che tutti hanno bisogno di questo cibo dell’amore, dell’amicizia concreta l’uno con l’altro e con il Signore. Resta importane il collegamento con la linfa vitale dell’Eucaristia, perché senza Cristo non possiamo far nulla (cfr Gv 15,5).

Cari fratelli e sorelle, che il Signore ci indichi sempre la via per essere insieme luci nel mondo e per mostrare al nostro prossimo la via verso la sorgente, dove possono soddisfare il loro più profondo desiderio di vita Vi ringrazio.

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sabato 24 settembre 2011

Benedetto XVI: Incontro con rappresentanti delle Chiese Ortodosse nella Hörsaal del Seminario di Freiburg im Breisgau (24 settembre 2011)



VIAGGIO APOSTOLICO IN GERMANIA
22-25 SETTEMBRE 2011

INCONTRO CON I RAPPRESENTANTI
DELLE CHIESE ORTODOSSE ED ORTODOSSE ORIENTALI

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Hörsaal del Seminario di Freiburg im Breisgau
Sabato, 24 settembre 2011



Eminenze, Eccellenze,
Venerati Rappresentanti delle Chiese ortodosse ed ortodosse orientali,

sono molto contento di ritrovarci oggi qui insieme. Ringrazio di cuore tutti Voi per la Vostra presenza e per la possibilità di questo scambio amichevole. Ringrazio in particolare Lei, caro Metropolita Augustinos per le sue profonde parole. Mi ha colpito soprattutto ciò che Lei ha detto sulla Madre di Dio e sui Santi che abbracciano e uniscono tutti i secoli. E in questo contesto ripeto volentieri ciò che ho detto altrove: senza dubbio, fra le Chiese e le comunità cristiane, l’Ortodossia, teologicamente, è la più vicina a noi; cattolici ed ortodossi hanno conservato la medesima struttura della Chiesa delle origini; in questo senso tutti noi siamo “Chiesa delle origini”, che tuttavia è sempre presente e nuova. E così osiamo sperare, anche se da un punto di vista umano emergono ripetutamente difficoltà, che non sia troppo lontano il giorno in cui potremo di nuovo celebrare insieme l’Eucaristia (cfr Luce del Mondo. Un colloquio con Peter Seewald, pp. 129s).

Con interesse e simpatia la Chiesa cattolica segue – e io personalmente - lo sviluppo delle comunità ortodosse in Europa occidentale che hanno registrato una notevole crescita. In Germania – così ho appreso – vivono oggi circa un milione e seicentomila cristiani ortodossi ed ortodossi orientali. Essi sono diventati parte costitutiva della società, contribuendo a rendere più vivo il patrimonio delle culture cristiane e della fede cristiana in Europa. Mi compiaccio dell’intensificazione della collaborazione pan ortodossa, che negli ultimi anni ha fatto progressi essenziali. La fondazione delle Conferenze Episcopali Ortodosse – di cui Lei ci ha parlato - là dove le Chiese ortodosse sono in diaspora, è espressione delle salde relazioni all’interno dell’ortodossia. Sono contento che lo scorso anno in Germania si sia fatto tale passo. Le esperienze che si vivono in queste Conferenze Episcopali rafforzino l’unione tra le Chiese ortodosse e facciano progredire gli sforzi per un concilio panortodosso.

Fin dal tempo in cui ero professore a Bonn e poi, in particolare, da Arcivescovo di Monaco e Frisinga, attraverso l’amicizia personale con rappresentanti delle Chiese ortodosse, ho potuto conoscere e apprezzare l’Ortodossia in modo sempre più profondo. A quel tempo si è iniziato anche il lavoro della Commissione congiunta della Conferenza Episcopale Tedesca e della Chiesa ortodossa. Da allora, con i suoi testi in merito a questioni pastorali e pratiche, essa promuove la comprensione reciproca e contribuisce a consolidare e sviluppare le relazioni cattolico-ortodosse in Germania.

Rimane altrettanto importante la continuazione del lavoro per chiarire le differenze teologiche, perché il loro superamento è indispensabile per il ristabilimento della piena unità, che auspichiamo e per la quale preghiamo. Noi sappiamo che è soprattutto sulla questione del primato che dobbiamo continuare, con pazienza e umiltà, gli sforzi nel confronto per la sua giusta comprensione. Penso che qui le riflessioni circa il discernimento tra la natura e la forma dell’esercizio del primato come le ha fatte Papa Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ut unum sint (n. 95), possono ancora darci fruttuosi impulsi.

Guardo con gratitudine anche al lavoro della Commissione mista internazionale per il dialogo teologico tra la Chiesa cattolica e le Chiese ortodosse orientali. Sono contento, venerate Eminenze e venerati Rappresentanti delle Chiese ortodosse orientali, di incontrare con Voi i rappresentanti delle Chiese coinvolte in questo dialogo. I risultati ottenuti fanno crescere la comprensione gli uni degli altri e l’avvicinarsi gli uni agli altri.

Nell’attuale tendenza del nostro tempo, in cui non poche persone vogliono, per così dire, “liberare” la vita pubblica da Dio, le Chiese cristiane in Germania – tra le quali anche i cristiani ortodossi ed ortodossi orientali –, sulla base della fede nell’unico Dio e Padre di tutti gli uomini, camminano insieme sulla via di una testimonianza pacifica per la comprensione e per la comunione tra i popoli. Facendo questo, non tralasciano di mettere il miracolo dell’incarnazione di Dio al centro dell’annuncio. Consapevoli che su questo miracolo si fonda ogni dignità della persona, si impegnano insieme per la protezione della vita umana dal suo concepimento fino alla sua morte naturale. La fede in Dio, il Creatore della vita, e il restare assolutamente fedeli alla dignità di ogni persona rafforzano i cristiani nell’opporsi decisamente ad ogni intervento manipolatore e selettivo nei confronti della vita umana. Inoltre, conoscendo il valore del matrimonio e della famiglia, in quanto cristiani ci sta molto a cuore, come cosa importante, proteggere l’integrità e la singolarità del matrimonio tra un uomo e una donna da ogni interpretazione sbagliata. Qui l’impegno comune dei cristiani, tra cui i fedeli ortodossi ed ortodossi orientali, dà un contributo prezioso per l’edificazione di una società che può avere un futuro, nella quale si porta il dovuto rispetto alla persona umana.

Vorrei, infine, rivolgere lo sguardo a Maria, - Lei l’ha presentata a noi come Panaghia - alla Hodegetria, la “guida del cammino”, che è venerata anche in Occidente col titolo “Nostra Signora del cammino”. La Santissima Trinità ha donato all’umanità Maria, la Vergine Madre, affinché Ella, con la sua intercessione, ci guidi attraverso i tempi e ci indichi il cammino verso il compimento. A Lei vogliamo affidarci e presentare la nostra richiesta di diventare, in Cristo, una comunità sempre più intimamente unita, a lode e gloria del Suo nome. Dio Vi benedica tutti! Grazie.


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Benedetto XVI: Saluto alla cittadinanza nella Münsterplatz di Freiburg im Breisgau (24 settembre 2011)



VIAGGIO APOSTOLICO IN GERMANIA
22-25 SETTEMBRE 2011

SALUTO ALLA CITTADINANZA

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Münsterplatz di Freiburg im Breisgau
Sabato, 24 settembre 2011



Cari amici,

con grande gioia vi saluto tutti e vi ringrazio per la cordiale accoglienza, che mi avete riservato. Dopo i begli incontri a Berlino ed Erfurt, sono lieto di poter essere ora con voi a Friburgo, illuminato e scaldato dal sole. Un grazie particolare va al vostro caro Arcivescovo Robert Zollitsch per l’invito – ha talmente insistito che, alla fine, ho dovuto dire: devo davvero andare a Friburgo! – e per il suo gentile indirizzo di benvenuto.

“Dove c’è Dio, là c’è futuro”, così suona il motto di queste giornate. Come Successore dell’Apostolo Pietro, al quale il Signore, appunto, ha dato l’incarico - nel cenacolo - di confermare i fratelli (cfr Lc 22,32), sono venuto volentieri da voi, in questa bella città, per pregare insieme con voi, per proclamare la parola di Dio e per celebrare insieme l’Eucaristia. Chiedo la vostra preghiera affinché questi giorni siano fruttuosi, affinché Dio confermi la nostra fede, rafforzi la nostra speranza e accresca il nostro amore. Che in questi giorni diventiamo di nuovo consapevoli di quanto Dio ci ami e che Egli veramente è buono. E così dobbiamo essere colmati dalla fiducia che Egli è buono verso di noi e che ha una potere buono e che Egli porta noi, e tutto ciò che muove il nostro cuore ed è importante per noi, nelle sue mani. E vogliamo metterlo consapevolmente nelle sue mani. In Lui il nostro futuro è assicurato; Egli dona senso alla nostra vita e può condurla alla pienezza. Il Signore vi accompagni nella pace e renda tutti noi messaggeri della sua pace! Grazie di cuore per l’accoglienza.


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Benedetto XVI: Santa Messa nella Domplatz (Erfurt, 24 settembre 2011)



VIAGGIO APOSTOLICO IN GERMANIA
22-25 SETTEMBRE 2011

SANTA MESSA

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Domplatz di Erfurt
Sabato, 24 settembre 2011



Cari fratelli e sorelle!

“Lodate il Signore in ogni tempo, perché è buono”: così abbiamo appena cantato prima del Vangelo. Sì, abbiamo veramente motivo per ringraziare Dio con tutto il cuore. Se in questa città torniamo indietro col pensiero al 1981, l’anno giubilare di sant’Elisabetta, trent’anni fa, ai tempi della DDR – chi avrebbe immaginato che il muro e il filo spinato alle frontiere sarebbero caduti pochi anni dopo? E se andiamo ancora più indietro, di circa settant’anni fino al 1941, ai tempi del nazionalsocialismo, nella Grande Guerra – chi avrebbe potuto predire che il “Reich millenario” sarebbe stato ridotto in cenere già quattro anni dopo?

Cari fratelli e sorelle, qui in Turingia e nell’allora DDR avete dovuto sopportare una dittatura “bruna” [nazista] e una “rossa” [comunista], che per la fede cristiana avevano l’effetto che ha la pioggia acida. Tante conseguenze tardive di quel tempo sono ancora da smaltire, soprattutto nell’ambito intellettuale e in quello religioso. La maggioranza della gente in questa terra vive ormai lontana dalla fede in Cristo e dalla comunione della Chiesa. Gli ultimi due decenni, però, presentano anche esperienze positive: un orizzonte più ampio, uno scambio al di là delle frontiere, una fiduciosa certezza che Dio non ci abbandona e ci conduce per vie nuove. “Dove c’è Dio, là c’è futuro”.


Noi tutti siamo convinti che la nuova libertà abbia aiutato a conferire all’uomo una dignità più grande e ad aprire molteplici nuove possibilità. Dal punto di vista della Chiesa possiamo sottolineare con gratitudine molte facilitazioni: nuove possibilità per le attività parrocchiali, la ristrutturazione e l’ampiamento di chiese e di centri parrocchiali, iniziative diocesane di carattere pastorale o culturale. Ma davanti a noi, naturalmente, si presenta la domanda: queste possibilità ci hanno portato anche a crescita nella fede? Non bisogna forse cercare il fondamento della fede e della vita cristiana a un livello più profondo di quello della libertà sociale? Molti cattolici risoluti sono rimasti fedeli a Cristo e alla Chiesa proprio nella difficile situazione di un’oppressione esteriore. E noi oggi dove stiamo? Quelle persone hanno accettato svantaggi personali pur di vivere la propria fede. Vorrei qui ringraziare i sacerdoti e i loro collaboratori e collaboratrici di quei tempi. In particolare, vorrei ricordare la pastorale dei rifugiati immediatamente dopo la seconda guerra mondiale: allora molti ecclesiastici e laici hanno compiuto grandi cose per attenuare la situazione penosa dei profughi e donare loro una nuova Patria. Non da ultimo, un ringraziamento sincero va ai genitori che, in mezzo alla diaspora e in un ambiente politico ostile alla Chiesa, hanno educato i loro figli nella fede cattolica. Con gratitudine vorrei ricordare le Settimane Religiose per i bambini durante le vacanze, come anche il lavoro fruttuoso delle Case per la gioventù cattolica “Sankt Sebastian” a Erfurt e “Marcel Callo” a Heiligenstadt. Specialmente nell’Eichsfeld molti cristiani cattolici hanno resistito all’ideologia comunista. Voglia Dio ricompensare tutti abbondantemente per la perseveranza nella fede. La testimonianza coraggiosa e il paziente vivere con Lui, la paziente fiducia nella provvidenza di Dio sono come un seme prezioso che promette un abbondante frutto per il futuro.


La presenza di Dio si manifesta sempre in modo particolarmente chiaro nei Santi. La loro testimonianza di fede può darci anche oggi il coraggio per un nuovo risveglio. Pensiamo qui soprattutto ai santi Patroni della Diocesi di Erfurt: Elisabetta di Turingia, Bonifacio e Kilian. Elisabetta venne da un Paese estero, dall’Ungheria, a Wartburg in Turingia. Condusse una vita intensa di preghiera, unita alla penitenza e alla povertà evangelica. Scendeva regolarmente dal suo castello nella città di Eisenach per curarvi di persona i poveri e i malati. La sua vita su questa terra durò poco – raggiunse soltanto l’età di ventiquattro anni –, ma il frutto della sua santità si estende per i secoli. Sant’Elisabetta gode grande stima anche da parte dei cristiani evangelici; può aiutare tutti noi a scoprire la pienezza della fede, la sua bellezza e la sua profondità e la sua forza trasformante e purificante, e a tradurla nella nostra vita quotidiana.

Alle radici cristiane del nostro Paese rimanda anche la fondazione della Diocesi di Erfurt nell’anno 742 da parte di san Bonifacio. Questo evento costituisce, al contempo, la prima menzione documentata della città di Erfurt. Il Vescovo missionario Bonfacio era venuto dall’Inghilterra e faceva parte del suo stile di lavoro di operare in unità essenziale e in stretto collegamento con il Vescovo di Roma, il Successore di san Pietro. Sapeva che la Chiesa deve essere unita attorno a Pietro. Lo veneriamo come “Apostolo della Germania”; morì martire. Due dei suoi compagni che condivisero con lui la testimonianza del sangue per la fede cristiana sono seppelliti qui, nel Duomo di Erfurt: sono i santi Eoban ed Adelar.


Già prima dei missionari anglosassoni ha operato in Turingia san Kilian, un missionario itinerante che proveniva dall’Irlanda. Insieme con due compagni egli morì martire a Würzburg, perché criticava il comportamento moralmente sbagliato del duca di Turingia lì residente. E, infine, non vogliamo dimenticare san Severo, il Patrono della Severikirche qui nella Piazza del Duomo: nel quarto secolo, egli era Vescovo di Ravenna; nell’anno 836, le sue spoglie vennero portate a Erfurt, per radicare più profondamente la fede cristiana in questa regione. Da questi morti, infatti, partiva la testimonianza viva della Chiesa che perdura nel tempo, della fede, che feconda ogni epoca e ci indica il cammino della vita.

Chiediamoci: che cosa hanno in comune questi santi? Come possiamo descrivere l’aspetto particolare della loro vita e comprendere che ci riguarda e che può operare nella nostra vita? I Santi ci mostrano anzitutto che è possibile e che è bene vivere in rapporto con Dio e vivere questo rapporto in modo radicale, metterlo al primo posto e non riservare ad esso soltanto qualche angolo. I santi ci rendono evidente il fatto che Dio, da parte sua, si è rivolto per primo verso di noi. Noi non potremmo giungere fino a Lui e protenderci in qualche modo verso ciò che è ignoto, se non ci avesse amato per primo, se non ci fosse venuto incontro per primo. Dopo essere già venuto incontro ai Padri con le parole della chiamata, Egli stesso si è mostrato a noi in Gesù Cristo e in Lui continua a mostrarsi a noi. Cristo ci viene incontro anche oggi, parla ad ognuno, come ha appena fatto nel Vangelo, e invita ciascuno di noi ad ascoltarlo, ad imparare a comprenderLo e a seguirLo. Questo invito e questa possibilità, i Santi l’hanno valorizzata, hanno riconosciuto il Dio concreto, lo hanno visto e ascoltato, Gli sono andato incontro e hanno camminato con Lui; si sono, per così dire, fatti contagiare da Lui, e si sono protesi dal loro intimo verso di Lui – nel continuo dialogo della preghiera – e da Lui hanno ricevuto la luce che dischiuse loro la vita vera.


La fede è sempre anche essenzialmente un credere insieme con gli altri. Nessuno può credere da solo. Riceviamo la fede, ci dice Paolo, attraverso l’ascolto. E l’ascolto è un processo dell’essere insieme in modo spirituale e fisico. Soltanto nella grande comunione dei fedeli di ogni tempo che hanno trovato Cristo e che sono stati trovati da Lui posso credere. Il fatto di poter credere lo devo innanzitutto a Dio che si rivolge a me e, per così dire, “accende” la mia fede. Ma molto concretamente devo la mia fede a coloro che mi sono vicini e che hanno creduto prima di me e credono insieme con me. Questo grande “con”, senza il quale non può esserci alcuna fede personale, è la Chiesa. E questa Chiesa non si ferma davanti alle frontiere dei Paesi, lo dimostrano le nazionalità dei santi da me menzionati: Ungheria, Inghilterra, Irlanda e Italia. Qui si evidenzia quanto sia importante lo scambio spirituale che si espande attraverso l’intera Chiesa universale. Sì, è stato fondamentale per lo sviluppo della Chiesa nel nostro Paese e continua ad essere fondamentale per ogni tempo: che crediamo insieme in tutti i Continenti e che impariamo gli uni dagli altri a credere. Se noi ci apriamo a tutta la fede in tutta la storia e nelle sue testimonianze in tutta la Chiesa, allora la fede cattolica ha futuro anche come forza pubblica in Germania. Al tempo stesso le figure dei Santi di cui ho parlato ci mostrano la grande fecondità di una vita con Dio, la fecondità di questo amore radicale per Dio e per il prossimo. I Santi, anche dove sono soltanto pochi, cambiano il mondo. E i grandi Santi continuano a essere forze trasformatrici in ogni tempo.


Così i cambiamenti politici dell’anno 1989 nel nostro Paese non erano motivati soltanto dal desiderio di benessere e di libertà di movimento, ma, in modo decisivo, dal desiderio di veracità. Questo desiderio venne tenuto desto, fra l’altro, da persone che stavano totalmente al servizio di Dio e del prossimo ed erano disposte a sacrificare la propria vita. Essi e i santi ricordati ci danno il coraggio di trarre profitto dalla nuova situazione. Non vogliamo nasconderci in una fede solamente privata, ma vogliamo gestire in modo responsabile la libertà raggiunta. Come i santi Kilian, Bonifacio, Adelar, Eoban ed Elisabetta di Turingia vogliamo andare incontro ai nostri concittadini da cristiani ed invitarli a scoprire con noi la pienezza della Buona Novella, la sua presenza e la sua forza vitale e bellezza. Allora assomiglieremo alla famosa campana del Duomo di Erfurt che porta il nome di “Gloriosa”. Essa è ritenuta la più grande campana medioevale del mondo ad oscillazione libera. È un segno vivo del nostro profondo radicamento nella tradizione cristiana, ma anche un richiamo a metterci in cammino ed impegnarci nella missione. Suonerà anche oggi alla fine della Messa solenne. Possa stimolarci a rendere visibile ed udibile nel mondo – secondo l’esempio dei Santi - la testimonianza di Cristo, a rendere udibile e visibile la gloria di Dio e, in tal modo, a vivere in un mondo in cui Dio è presente e rende la vita bella e ricca di significato. Amen.

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A chi vuole fare il teologo "Quanto gioverebbe un po’ di storia" (Inos Biffi)



A chi vuole fare il teologo

Quanto gioverebbe un po’ di storia

Le verità cristiane non sono paragonabili a formule geometriche. Occorre seguire e capire secondo le successive epoche la coscienza di fede della Chiesa. Oggi non è infrequente trovare docenti preparatissimi su un singolo trattato teologico ma che ignorano tutto il resto A farne le spese sono gli alunni.
di Inos Biffi

Chi vuole dedicarsi alla teologia, non può trascurarne la storia. La teologia, infatti, si è istituita nella storia. L’intelletto e la manifestazione della fede appaiono intrecciate e solidali col linguaggio, la sensibilità, la cultura del tempo, con una varietà di atteggiamento, di accoglienza oppure di critica, secondo i casi. Fare teologia, infatti, non significa semplicemente estrarre dalla Rivelazione una trama di verità, da comporre e da connettere secondo un ordine logico, trascurando la loro genesi e la modalità del loro concreto percorso.

Le verità cristiane non sono paragonabili a formule geometriche o matematiche, che in se stesse non hanno storia, o a essenze indifferenti alle vicissitudini del tempo. In particolare, la storia della teologia permette di seguire e di capire, secondo le successive epoche, la coscienza di fede della Chiesa, la ragione e gli strumenti delle sue espressioni, quindi la forma e il livello della sua comprensione del mistero, con le sue accentuazioni ed eventualmente i limiti delle sue prospettive e delle sue percezioni, osservando, al riguardo, che l’intelligenza del Credo non si manifesta solo nella modalità testuale, ma anche in quella pratica e simbolica, in quella della scuola e in quella dell’orazione, in quella dottrinale e in quella dell’esperienza e dell’arte. L’averlo dimenticato ebbe gravi conseguenze. Anzitutto si è, in tal modo, canonizzata la configurazione teologica propria di un’ep o ca, ritenendola in ogni suo aspetto un modello intangibile e irreformabile, che si trattava solo di proseguire e di ripetere. Proprio la storia della teologia, o la storia della fede, avrebbe potuto preservare da questa visione assolutizzante e statica, e aprire alla valutazione e al confronto con altre epoche e con altre espressioni della fede, anche perché le cesure cronologiche non rispecchiano e spesso tradiscono la realtà .

La stessa storia avrebbe permesso non solo di riconoscere una pluralità teologica nel solco della medesima ortodossia, ma di valorizzare le diffuse e sparse risorse di quelle che potremmo chiamare scuole teologiche.

Per sua stessa natura il contenuto del mistero cristiano non è comprensibile ed esauribile in un’unica tipologia. Conoscere la storia della teologia, con la particolareggiata analisi delle fonti, farebbe inoltre constatare come non raramente la persuasione della propria originalità o della novità di un orientamento è spesso soltanto un dono fatto alla smemoratezza o all’ignoranza, nel senso di non conoscenza.

Così, chi si soffermi nel mondo dei Padri della Chiesa o frequenti i primi scrittori cristiani, troverebbe un senso dell’economia di salvezza, una cristologia e una dottrina eucaristica di incomparabile e inesauribile valore e di intramontabile attualità, che semmai i secoli successivi hanno, per qualche aspetto, sminuito o attenuato.

Una più ampia e attenta conoscenza storica della teologia avrebbe potuto forse evitare alcune infiammate polemiche e alcuni penosi fraintendimenti e contrasti sorti e divampati all’interno della Chiesa. Potremmo anche aggiungere — a sottolineare l’importanza della storia della teologia — che essa rappresenterebbe un’eccellente iniziazione agli studi teologici, obbligandone i «novizi», come li chiamerebbe san Tommaso, alla ricerca paziente e all’ascolto prolungato della tradizione teologica, e quindi a munirsi degli strumenti necessari per intraprenderla. Si eviterebbe così la «presunzione», definita dall’Angelico «madre degli errori» (Summa contra Gentiles, I, 5), di ritenere che finalmente con se stessi incomincia la teologia e si eviterebbero giudizi avventati e infondati, come, ad esempio, quelli su san Tommaso imparato per sentito dire. Solo che, anche in questo caso, si richiede la «docibilità», senza la quale non resta che pregare.

E tuttavia fare teologia non significa limitarsi a esplorarne la storia e a registrarne ed esporne cronologicamente le diverse forme di intelligenza della fede, senza che venga colto ed evidenziato il non mutevole contenuto teoretico della stessa fede e ultimamente della Rivelazione, che è la fonte della teologia, Vale per le verità teologiche quanto Maritain afferma della verità in generale, e cioè che essa «non riconosce come suo criterio il criterio cronologico». Non è il tempo che genera la verità.

Ciò vale specialmente nel caso della Parola di Dio o della «realtà» del mistero rivelato, che è l’oggetto della manifestazione divina e quindi dell’adesione della fede. La teologia «sistematica» mira a mettere in luce la verità dello stesso mistero, nel suo nucleo e nelle sue articolazioni: ancora Tommaso parlerebbe di ordo disciplinae, che è la ragione della sua composizione della Summa Theologiae.

Ora, questa verità della divina scientia non è generata dalla storia: questa è chiamata a esprimerla, a penetrarla e a trasmetterla, ma non a ricrearla e a modificarla. Diversamente avremmo un evoluzionismo veritativo che equivarrebbe al dissolvimento della stessa Rivelazione. Senza una teologia teoretica, alla fine la storia della teologia equivarrebbe all’esposizione di opinioni, non alla conoscenza del dogma salvifico, e facilmente si esporrebbe a sostituire alla trascendente Parola di Dio la semplice e volubile parola dell’uomo.

A questo punto l’intento della storia della teologia può essere meglio precisato: è quello esattamente di rilevare nei diversi momenti della vita e della coscienza della Chiesa la presenza e l’emergenza della verità rivelata, che diviene il criterio per giudicare del valore stesso della teologia di una determinata epoca storica, in ogni modo inaccettabile, quando essa appaia incoerente o infedele o in rottura rispetto al Credo ecclesiale della Tradizione. Una professione di fede e quindi una teologia che, poniamo, misconosca la struttura gerarchica della Chiesa, o contesti i sacramenti, o metta in discussione il carattere sacrificale dell’Eucaristia, rappresenterebbe non un caso di legittima pluralità teologica, ma una deludente novità che infrange la comunione con il Credo della Chiesa di sempre. Di conseguenza, un caso in cui la storia ha arbitrariamente ricreato la verità di fede.

Ecco, quindi, un altro profilo da cui risalta l’imprescindibile necessità della storia della teologia. Com’è noto, attualmente viene per lo più praticata, nell’insegnamento della teologia, la distinzione tra la parte storica e la parte sistematica, la prima intesa a studiare il tema teologico nella storia, a partire dalle fonti bibliche; la seconda a raccogliere in una sintesi ordinata i dati rivenuti. È un procedimento senza dubbio più valido di quello seguito dalla teologia manualistica, segnata da indubbi limiti nella stessa concezione della teologia, dove il riferimento biblico era posto a prova della tesi enunciata. Anche se non condivideremmo il senso, a dir poco, di sufficienza ormai diffuso nei confronti della manualistica e in particolare dell’antica teologia delle facoltà romane.

D’altronde, i moduli d’oltr’alp e, a loro volta, non erano affatto immuni da limiti e da pregiudizi, e le fiere intenzioni dei teologi discesi in occasione del Vaticano II non erano in tutto ineccepibili, così come, alla fine, i loro stessi prodotti sbalordivano molto fin che non trovavano una versione nella lingua nostrana. In seguito impressionavano assai meno. Non dovrebbero dimenticarlo neppure i teologi che si compiacciono di elencare nel loro pedigree le università estere frequentate. Anche le più rinomate scuderie accolgono, ma non trasformano chi vi entra.

Vorremmo persino non omettere un elogio della manualistica, con i suoi diversi trattati, non raramente svolti in maniera eccellente da acuti e illustri maestri; e cioè l’elogio per la sua funzione pedagogica di introdurre gli alunni a una visione d’insieme della materia teologica e di stimolare a essa lo stesso docente, almeno agli inizi del suo insegnamento, prima delle sue specializzazioni. Oggi, infatti, non è infrequente trovare docenti versatissimi su un trattato teologico, ma che ignorano, o quasi, tutti gli altri, con l’inevitabile riflesso di dannose lacune negli alunni, quando, come si sa, i collegamenti tematici sono fondamentali soprattutto nel campo teologico, unificato e insieme irraggiante dal cristocentrismo trinitario e antropologico.

La stessa docenza di materie che non si denominano sistematiche — e a ognuna delle quali va senz’a l t ro riconosciuta una specifica dignità metodologica e scientifica — avrebbe tutto da guadagnare dall’ampiezza e dal rigore di una fondamentale conoscenza dogmatica e dall’attiva consapevolezza che l’inizio e l’esito della scienza teologica è il disegno divino. È, infatti, questo l’oggetto della Rivelazione e alla sua illustrazione mirano, alla fine, le competenze nelle diverse branche della teologia.

Per fare alcuni nomi di biblisti, felicemente provveduti dal profilo teologico, ricorderei lo stesso celebre fondatore dell’École Biblique, Joseph Lagrange, e più di recente il geniale Enrico Galbiati, in Italia, o a Rudolf Schnackenburg e Heinrich Schlier, per esempio con la loro mirabile teologia della Chiesa.

Del resto, proprio una sensibilità «dogmatica» abilita a rinvenire gli aspetti del medesimo disegno e ad ampliarne l’intelligenza, contro il pericolo di una elaborazione astratta non fondata sulle fonti.

Riconosciuto il senso della distinzione tra momento storico della teologia e momento teoretico o sistematico (distinzione assente in epoca medievale, dove l’insegnamento della teologia era fondato soprattutto sulla «lezione» biblica), non si deve dimenticare quanto soprattutto importi, di là dall’esigenza didattica, tenerli strettamente uniti. E infatti, da un lato, il mistero nella sua realtà «teorica », se così si può dire, è ritrovato, o meglio ci è donato, e quasi plasmato e sagomato, nel modulo della storia, fatta «di eventi e di parole » (gestis verbisque, costituzione Dei Verbum, 2). E, dall’altro lato, la stessa storia appare luogo intrinsecamente irradiato dal mistero e dalla sua dottrina.

A questo punto teoria e storia quasi si risolvono l’una nell’altra, mentre il dogmatico e lo storico del dogma, non che opporsi, si accordano nella compiaciuta e ammirata contemplazione della luce della Rivelazione, che in ogni epoca dell’ortodossia cristiana si diffonde nella sua unità luminosa e multiforme.

© L'Osservatore Romano 24 settembre 2011