domenica 6 novembre 2011

Benedetto XVI alla Recita dell'Angelus in Piazza San Pietro (6 novembre 2011)




BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 6 novembre 2011


Cari fratelli e sorelle!

Le Letture bibliche dell’odierna liturgia domenicale ci invitano a prolungare la riflessione sulla vita eterna, iniziata in occasione della Commemorazione di tutti i fedeli defunti. Su questo punto è netta la differenza tra chi crede e chi non crede, o, si potrebbe ugualmente dire, tra chi spera e chi non spera. Scrive infatti san Paolo ai Tessalonicesi: «Non vogliamo lasciarvi nell’ignoranza a proposito di quelli che sono morti, perché non siate tristi come gli altri che non hanno speranza» (1 Ts 4,13). La fede nella morte e risurrezione di Gesù Cristo segna, anche in questo campo, uno spartiacque decisivo. Sempre san Paolo ricorda ai cristiani di Efeso che, prima di accogliere la Buona Notizia, erano «senza speranza e senza Dio nel mondo» (Ef 2,12). Infatti, la religione dei greci, i culti e i miti pagani, non erano in grado di gettare luce sul mistero della morte, tanto che un’antica iscrizione diceva: «In nihil ab nihilo quam cito recidimus», che significa: «Nel nulla dal nulla quanto presto ricadiamo». Se togliamo Dio, se togliamo Cristo, il mondo ripiomba nel vuoto e nel buio. E questo trova riscontro anche nelle espressioni del nichilismo contemporaneo, un nichilismo spesso inconsapevole che contagia purtroppo tanti giovani.

Il Vangelo di oggi è una celebre parabola, che parla di dieci ragazze invitate ad una festa di nozze, simbolo del Regno dei cieli, della vita eterna (Mt 25,1-13). E’ un’immagine felice, con cui però Gesù insegna una verità che ci mette in discussione; infatti, di quelle dieci ragazze: cinque entrano alla festa, perché, all’arrivo dello sposo, hanno l’olio per accendere le loro lampade; mentre le altre cinque rimangono fuori, perché, stolte, non hanno portato l’olio. Che cosa rappresenta questo «olio», indispensabile per essere ammessi al banchetto nuziale? Sant’Agostino (cfr Discorsi 93, 4) e altri antichi autori vi leggono un simbolo dell’amore, che non si può comprare, ma si riceve come dono, si conserva nell’intimo e si pratica nelle opere. Vera sapienza è approfittare della vita mortale per compiere opere di misericordia, perché, dopo la morte, ciò non sarà più possibile. Quando saremo risvegliati per l’ultimo giudizio, questo avverrà sulla base dell’amore praticato nella vita terrena (cfr Mt 25,31-46). E questo amore è dono di Cristo, effuso in noi dallo Spirito Santo. Chi crede in Dio-Amore porta in sé una speranza invincibile, come una lampada con cui attraversare la notte oltre la morte, e giungere alla grande festa della vita.

A Maria, Sedes Sapientiae, chiediamo di insegnarci la vera sapienza, quella che si è fatta carne in Gesù. Lui è la Via che conduce da questa vita a Dio, all’Eterno. Lui ci ha fatto conoscere il volto del Padre, e così ci ha donato una speranza piena d’amore. Per questo, alla Madre del Signore la Chiesa si rivolge con queste parole: “Vita, dulcedo, et spes nostra”. Impariamo da lei a vivere e morire nella speranza che non delude.




Dopo l'Angelus:

APPELLO

Seguo con apprensione i tragici episodi che si sono verificati nei giorni scorsi in Nigeria e, mentre prego per le vittime, invito a porre fine ad ogni violenza, che non risolve i problemi, ma li accresce, seminando odio e divisione anche fra i credenti.

Je salue cordialement les pèlerins francophones. Dans l’évangile de ce dimanche, le Seigneur nous invite à la vigilance du cœur pour savoir chercher et reconnaître chaque jour sa présence. Face aux incertitudes de l’existence, n’ayons pas peur de nous en remettre à Lui. Donnons-lui la première place dans notre vie, et nous marcherons avec assurance vers le bonheur éternel. Que la Vierge Marie nous accompagne sur le chemin de la foi et de l’espérance ! Je vous bénis de grand cœur.

I am happy to greet all the English-speaking pilgrims and visitors present for this Angelus. In today’s Gospel, Jesus invites us to be prepared, like the wise maidens, for the definitive encounter with him who will come to complete his work of salvation at the end of time. May the light of faith always guide us and may the gift of Christian love grow strong in our hearts and in our deeds as we journey to the eternal wedding feast. I wish you all a pleasant stay in Rome, and a blessed Sunday!

Ganz herzlich grüße ich alle Pilger und Besucher deutscher Sprache, heute besonders den Tölzer Knabenchor und seine Begleiter. Im Monat November denken wir gerne an unsere Verstorbenen. Wir hoffen, daß der Tod nicht das Ende ist, da Gott nicht aufhört, jeden Menschen in seiner Einzigartigkeit zu lieben. Diese Hoffnung ist wie das Licht der Jungfrauen im heutigen Evangelium. Wir leben in der Erwartung, Christus, dem Licht des Lebens, zu begegnen. Diese Spannung soll nicht in der Routine des Alltags erlöschen. Bitten wir den Herrn, daß wir auf das Öl in unseren „Lampen“ achten und beständig bleiben im Gebet, im Hören des Wortes Gottes, im Empfang der Sakramente, damit wir einst am himmlischen Hochzeitsmahl teilnehmen dürfen. Gottes Geist geleite euch auf allen euren Wegen.

Saludo a los peregrinos de lengua española presentes en esta oración mariana, en particular a los fieles de la parroquia de San Agustín, de Guadalix, España, de la Arquidiócesis de Maracaibo y la Diócesis de Cabimas, Venezuela, acompañados por sus Obispos. La liturgia de este día nos hace una invitación a vivir la sabiduría de la vigilancia, para entrar en el banquete eterno. El encuentro con Dios, no se improvisa, es algo que debe recorrer la vida entera. A Dios “le encuentran los que le buscan”. Recuerdo, que mañana hace un año, en Barcelona, tuve la alegría de dedicar la Basílica de la Sagrada Familia, admirable suma de técnica, belleza y fe, que concibió el Siervo de Dios Antonio Gaudí, genial arquitecto. Bon diumenge. Feliz domingo a todos.

Saúdo os peregrinos de língua portuguesa, em particular os membros do Instituto das Filhas do Sagrado Coração de Jesus, que vieram do Brasil em peregrinação aos lugares de origem da fundadora, Santa Teresa Verzeri, no décimo aniversário da sua canonização. Desejo abundantes graças divinas, às suas filhas e irmãs espirituais e aos seus devotos, para construírem a vida sobre aquela rocha firme que é Cristo vivo na sua Igreja. Deus a todos guarde e abençoe!

Lepo pozdravljam slovenske vernike iz Šmartnega v Tuhinju! Naj vas to vaše romanje okrepi, da boste prinašali v svoje okolje močno luč vere in krščanske ljubezni in boste tako vedno pripravljeni na srečanje z nebeškim Ženinom. Naj bo z vami moj blagoslov!

[Saluto cordialmente i fedeli sloveni da Šmartno v Tuhinju! Questo vostro pellegrinaggio vi rafforzi affinché portiate nei vostri ambienti la forte luce della fede e dell’amore cristiano, per essere sempre pronti ad accogliere lo Sposo celeste. Vi accompagni la mia Benedizione!]

Serdeczne pozdrowienie kieruję do Polaków. W dzisiejszej Ewangelii Chrystus przypomina nam: „Czuwajcie, bo nie znacie dnia, ani godziny” (Mt 25, 13). Idąc za przykładem świętych czuwajmy, aby nie gasły lampy naszej wiary i miłości. Wówczas będziemy mogli wyczekiwać nieznanego dnia i godziny przyjścia Pana bez lęku, a z nadzieją i pokojem. Niech Bóg wam błogosławi!

[Un cordiale saluto rivolgo ai polacchi. Nel Vangelo di oggi Cristo ci ricorda: “Vegliate, perché non sapete né giorno né l’ora” (Mt 25, 13). Seguendo l’esempio dei Santi vegliamo, affinché non si spengano le lampade della nostra fede e dell’amore. Allora potremo attendere il giorno ignoto e l’ora della venuta del Signore senza timore, ma con la speranza e con la pace. Dio vi benedica!]

Rivolgo infine un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare al gruppo di Veruno, con il Sindaco e altri amministratori, come pure ai fedeli provenienti da Rieti e da Piedimonte di Barano d’Ischia. Il pensiero oggi non può non andare alla città di Genova, duramente colpita dall’alluvione. Assicuro la mia preghiera per le vittime, per i familiari e per quanti hanno subito gravi danni. La Madonna della Guardia sostenga la cara popolazione genovese nell’impegno solidale per superare la prova. A tutti voi, cari pellegrini, auguro una buona domenica e una buona settimana. Buona domenica a voi tutti!

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

sabato 5 novembre 2011

Benedetto XVI ai Vespri per l'inizio dell'Anno Accademico delle Università Pontificie (4 novembre 2011)




OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Venerdì, 4 novembre 2011


Venerati Fratelli,
cari fratelli e sorelle!

E’ una gioia per me celebrare questi Vespri con voi, che formate la grande comunità delle Università Pontificie romane. Saluto il Cardinale Zenon Grocholewski ringraziandolo per le cortesi parole che mi ha rivolto e soprattutto per il servizio che svolge come Prefetto della Congregazione per l’Educazione Cattolica, coadiuvato dal Segretario e dagli altri collaboratori. Ad essi, e a tutti i Rettori, i Professori e gli studenti rivolgo il mio più cordiale saluto.

Settant’anni or sono il Venerabile Pio XII, con il Motu proprio «Cum Nobis» (cfr. AAS 33 [1941], 479-481)istituiva la Pontificia Opera per le Vocazioni Sacerdotali, con gli scopi di promuovere le vocazioni presbiterali, di diffondere la conoscenza della dignità e della necessità del ministero ordinato e di incoraggiare la preghiera dei fedeli per ottenere dal Signore numerosi e degni sacerdoti. In occasione di tale anniversario, questa sera vorrei proporvi alcune riflessioni proprio sul ministero sacerdotale. Il Motu proprio «Cum Nobis» rappresentò l’inizio di un vasto movimento di iniziative di preghiera e di attività pastorali. Fu una risposta chiara e generosa all’appello del Signore: «La messe è abbondante; ma sono pochi gli operai! Pregate dunque il padrone della messe, perché mandi operai nella sua messe» (Mt 9,37). Dopo l’avvio della Pontificia Opera, altre se ne svilupparono ovunque. Tra queste vorrei ricordare il «Serra International», fondato da alcuni imprenditori degli Stati Uniti e intitolato a Padre Junípero Serra, Frate francescano spagnolo, con lo scopo di incoraggiare e sostenere le vocazioni al sacerdozio ed assistere economicamente i seminaristi. Ai membri del Serra, che ricordano il 60° anniversario del riconoscimento della Santa Sede, rivolgo un cordiale pensiero. La Pontificia Opera per le Vocazioni Sacerdotali fu istituita nella ricorrenza liturgica di San Carlo Borromeo, venerato protettore dei Seminari. A Lui chiediamo anche in questa celebrazione di intercedere per il risveglio, la buona formazione e la crescita delle vocazioni al presbiterato.

Anche la Parola di Dio, che abbiamo ascoltato nel brano della Prima Lettera di Pietro, invita a meditare sulla missione dei Pastori nella comunità cristiana. Fin dagli albori della Chiesa è stato evidente il rilievo conferito alle guide delle prime comunità, stabilite dagli Apostoli per l’annuncio della Parola di Dio attraverso la predicazione e per celebrare il sacrificio di Cristo, l’Eucaristia. Pietro rivolge un appassionato incoraggiamento: «Esorto gli anziani che sono tra voi, quale anziano come loro, testimone delle sofferenze di Cristo e partecipe della gloria che deve manifestarsi» (1 Pt 5,1). San Pietro rivolge tale appello in forza della sua personale relazione con Cristo, culminata nelle drammatiche vicende della passione e nell’esperienza dell’incontro con Lui risorto dai morti. Pietro, inoltre, fa leva sulla reciproca solidarietà dei Pastori nel ministero, sottolineando la sua e la loro appartenenza all’unico ordine apostolico: dice infatti di essere «anziano come loro», il termine greco è sumpresbyteros. Pascere il gregge di Cristo è vocazione e compito ad essi comune e li rende particolarmente legati tra loro, perché uniti a Cristo con un vincolo speciale. Infatti, il Signore Gesù ha paragonato più volte Se stesso ad un pastore premuroso, attento a ciascuna delle sue pecore. Ha detto di sé: «Io sono il Buon Pastore» (Gv 10,11). E San Tommaso d’Aquino commenta: «Sebbene i capi della Chiesa siano tutti pastori, tuttavia dice di esserlo lui in modo singolare: “Io sono il buon pastore”, allo scopo di introdurre con dolcezza la virtù della carità. Non si può essere infatti buon pastore se non diventando una cosa sola con Cristo e suoi membri mediante la carità. La carità è il primo dovere del buon pastore» - così san Tommaso d'Aquino nel suo Commento al Vangelo di san Giovanni (Esposizione su Giovanni, cap. 10, lect. 3).

E’ grande la visione che l’apostolo Pietro ha della chiamata al ministero di guida della comunità, concepita in continuità con la singolare elezione ricevuta dai Dodici. La vocazione apostolica vive grazie al rapporto personale con Cristo, alimentato dalla preghiera assidua e animato dalla passione di comunicare il messaggio ricevuto e la stessa esperienza di fede degli Apostoli. Gesù chiamò i Dodici perché stessero con Lui e per inviarli a predicare il suo messaggio (cfr Mc 3,14). Vi sono alcune condizioni perché vi sia una crescente consonanza a Cristo nella vita del sacerdote. Vorrei sottolinearne tre, che emergono dalla Lettura che abbiamo ascoltato: l’aspirazione a collaborare con Gesù alla diffusione del Regno di Dio, la gratuità dell’impegno pastorale e l’atteggiamento del servizio.

Innanzitutto, nella chiamata al ministero sacerdotale c’è l’incontro con Gesù e l’essere affascinati, colpiti dalle sue parole, dai suoi gesti, dalla sua stessa persona. E’ l’avere distinto, in mezzo a tante voci, la sua voce, rispondendo come Pietro «Tu hai parole di vita eterna e noi abbiamo creduto e conosciuto che tu sei il Santo di Dio» (Gv 6,68-69). E’ come essere stati raggiunti dall’irradiazione di Bene e di Amore che promana da Lui, sentirsene avvolti e partecipi al punto da desiderare di rimanere con Lui come i due discepoli di Emmaus - «resta con noi perché si fa sera» (Gv 24,29) e di portare al mondo l’annuncio del Vangelo. Dio Padre ha inviato il Figlio eterno nel mondo per realizzare il suo piano di salvezza. Cristo Gesù ha costituito la Chiesa perché si estendessero nel tempo gli effetti benefici della redenzione. La vocazione dei sacerdoti ha la sua radice in questa azione del Padre realizzata in Cristo, attraverso lo Spirito Santo. Il ministro del Vangelo allora è colui che si lascia afferrare da Cristo, che sa «rimanere» con Lui, che entra in sintonia, in intima amicizia, con Lui, affinché tutto si compia “come piace a Dio” (1 Pt 5,2), secondo la sua volontà di amore, con grande libertà interiore e con profonda gioia del cuore.

In secondo luogo, si è chiamati ad essere amministratori dei Misteri di Dio «non per vergognoso interesse, ma con animo generoso», dice san Pietro nella Lettura di questi Vespri (ibidem). Non bisogna mai dimenticare che si entra nel sacerdozio attraverso il Sacramento, l’Ordinazione, e questo significa appunto aprirsi all’azione di Dio scegliendo quotidianamente di donare se stessi per Lui e per i fratelli, secondo il detto evangelico: «Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date» (Mt 10,8). La chiamata del Signore al ministero non è frutto di meriti particolari, ma è dono da accogliere e a cui corrispondere dedicandosi non a un proprio progetto, ma a quello di Dio, in modo generoso e disinteressato, perché Egli disponga di noi secondo la sua volontà, anche se questa potrebbe non corrispondere ai nostri desideri di autorealizzazione. Amare insieme a Colui che ci ha amati per primo e ha dato tutto se stesso. E’ l’essere disponibili a lasciarsi coinvolgere nel suo atto di amore pieno e totale al Padre e ad ogni uomo consumato sul Calvario. Mai dobbiamo dimenticare – come sacerdoti – che l’unica ascesa legittima verso il ministero di Pastore non è quella del successo, ma quella della Croce.

In questa logica essere sacerdoti vuol dire essere servi anche con l’esemplarità della vita. «Fatevi modelli del gregge» è l’invito dell’apostolo Pietro (1 Pt 5,3). I presbiteri sono dispensatori dei mezzi di salvezza, dei sacramenti, specialmente dell’Eucaristia e della Penitenza, non ne dispongono a proprio arbitrio, ma ne sono umili servitori per il bene del Popolo di Dio. E’ una vita, allora, segnata profondamente da questo servizio: dalla cura attenta del gregge, dalla celebrazione fedele della liturgia, e dalla pronta sollecitudine verso tutti i fratelli, specie i più poveri e bisognosi. Nel vivere questa «carità pastorale» sul modello di Cristo e con Cristo, in qualsiasi posto il Signore chiama, ogni sacerdote potrà realizzare pienamente se stesso e la propria vocazione.

Cari fratelli e sorelle, ho offerto qualche riflessione sul ministero sacerdotale. Ma anche le persone consacrate e i laici, penso particolarmente alle numerose religiose e laiche che studiano nelle Università Ecclesiastiche di Roma, come pure coloro che prestano il loro servizio come docenti o come personale in detti Atenei, potranno trovare elementi utili per vivere più intensamente il periodo che trascorrono nella Città Eterna. E’ importante per tutti, infatti, imparare sempre di più a «rimanere» con il Signore, quotidianamente, nell’incontro personale con Lui per lasciarsi affascinare e afferrare dal suo amore ed essere annunciatori del suo Vangelo; è importante cercare di seguire nella vita, con generosità, non un proprio progetto, ma quello che Dio ha su ciascuno, conformando la propria volontà a quella del Signore; è importante prepararsi, anche attraverso uno studio serio e impegnato, a servire il Popolo di Dio nei compiti che verranno affidati.

Cari amici, vivete bene, in intima comunione con il Signore, questo tempo di formazione: è un dono prezioso che Dio vi offre, specialmente qui a Roma dove si respira, in modo del tutto singolare, la cattolicità della Chiesa. San Carlo Borromeo ottenga la grazia della fedeltà a tutti coloro che frequentano le Facoltà ecclesiastiche romane. A voi tutti, per intercessione della Vergine Maria, Sedes Sapientiae, il Signore conceda un proficuo anno accademico. Amen.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

XXXII Domenica del Tempo Ordinario, Anno A - Domínica vigésima prima post Pentecosten (6 novembre 2011)



DOMENICA, 6 NOVEMBRE 2011


Calendario Liturgico 2011 - Pag. 4 di 4 - Messale Romano e Liturgia delle Ore

Cristo volle salvare tutto ciò che andava in rovina

Dall'«Omelia» di un autore del secondo secolo
(Capp. 1, 1 - 2, 7; Funk, 1, 145-149)

Fratelli, ravviviamo la nostra fede in Gesù Cristo, vero Dio, giudice dei vivi e dei morti, e rendiamoci consapevoli dell'estrema importanza della nostra salvezza. Se noi svalutiamo queste grandi realtà facciamo male e scandalizziamo quelli che ci sentono e mostriamo di non conoscere la nostra vocazione né chi ci abbia chiamati né per qual fine lo abbia fatto e neppure quante sofferenze Gesù Cristo abbia sostenuto per noi.

E quale contraccambio potremo noi dargli o quale frutto degno di quello che egli stesso diede a noi? E di quanti benefici non gli siamo noi debitori? Egli ci ha donato l'esistenza, ci ha chiamati figli proprio come un padre, ci ha salvati mentre andavamo in rovina. Quale lode dunque, quale contraccambio potremo dargli per ricompensarlo di quanto abbiamo ricevuto? Noi eravamo fuorviati di mente, adoravamo pietre e legno, oro, argento e rame lavorato dall'uomo. Tutta la nostra vita non era che morte! Ma mentre eravamo avvolti dalle tenebre, pur conservando in pieno il senso della vista, abbiamo riacquistato l'uso degli occhi, deponendo, per sua grazia, quel fitto velo che li ricopriva.

In realtà, scorgendo in noi non altro che errori e rovine e l'assenza di qualunque speranza di salvezza, se non di quella che veniva da lui, ebbe pietà di noi e, nella sua grande misericordia, ci donò la salvezza. Ci chiamò all'esistenza mentre non esistevamo, e volle che dal nulla cominciassimo ad essere.

Esulta, o sterile, tu che non hai partorito; prorompi in grida di giubilo, tu che non partorisci, perché più numerosi sono i figli dell'abbandonata dei figli di quella che ha marito (cfr. Is 54, 1). Dicendo: Esulta, o sterile, tu che non hai partorito, sottolinea la gioia della Chiesa che prima era priva di figli e poi ha dato noi alla luce. Con le parole: Prorompi in grida di giubilo..., esorta noi ad elevare a Dio, sempre festosamente, le voci della nostra preghiera. Con l'espressione: Perché più numerosi sono i figli dell'abbandonata dei figli di quella che ha marito, vuol dire che il nostro popolo sembrava abbandonato e privo di Dio e che ora, però, mediante la fede, siamo divenuti più numerosi di coloro che erano guardati come adoratori di Dio.

Un altro passo della Scrittura dice: «non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori» (Mt 9, 13). Dice così per farci capire che vuol salvare quelli che vanno in rovina. Importante e difficile è sostenere non ciò che sta bene in piedi, ma ciò che minaccia di cadere. Così anche Cristo volle salvare ciò che stava per cadere e salvò molti, quando venne a chiamare noi che già stavamo per perderci.

giovedì 3 novembre 2011

San Carlo Borromeo (m) 4 novembre



4 NOVEMBRE

 SAN CARLO BORROMEO, VESCOVO
(1538-1584)
Memoria

Calendario Liturgico 2011 - Pag. 4 di 4 - Messale Romano e Liturgia delle Ore

Vivere la propria vocazione

Dal Discorso tenuto da san Carlo, vescovo, nell'ultimo Sinodo
(Acta Ecclesiae Mediolanensis, Milano 1599, 1177-1178)

Tutti siamo certamente deboli, lo ammetto, ma il Signore Dio mette a nostra disposizione mezzi tali che, se lo vogliamo, possiamo far molto. senza di essi però non sarà possibile tener fede all'impegno della propria vocazione.

Facciamo il caso di un sacerdote che riconosca bensì di dover essere temperante, di dover dar esempio di costumi severi e santi, ma che poi rifiuti ogni mortificazione, non digiuni, non preghi, ami conversazioni e familiarità poco edificanti; come potrà costui essere all'altezza del suo ufficio?

Ci sarà magari chi si lamenta che, quando entra in coro per salmodiare, o quando va a celebrare la Messa, la sua mente si popoli di mille distrazioni. Ma prima di accedere al coro o di iniziare la Messa, come si è comportato in sacrestia, come si è preparato, quali mezzi ha predisposto e usato per conservare il raccoglimento?

Vuoi che ti insegni come accrescere maggiormente la tua partecipazione interiore alla celebrazione corale, come rendere più gradita a Dio la tua lode e come progredire nella santità? Ascolta ciò che ti dico. Se già qualche scintilla del divino amore è stata accesa in te, non cacciarla via, non esporla al vento. Tieni chiuso il focolare del tuo cuore, perché non si raffreddi e non perda calore. Fuggi, cioè le distrazioni per quanto puoi. Rimani raccolto con Dio, evita le chiacchiere inutili.

Hai il mandato di predicare e di insegnare? Studia e applicati a quelle cose che sono necessarie per compiere bene questo incarico.

Dà sempre buon esempio e cerca di essere il primo in ogni cosa. Predica prima di tutto con la vita e la santità, perché non succeda che essendo la tua condotta in contraddizione con la tua predica tu perda ogni credibilità.

Eserciti la cura d'anime? Non trascurare per questo la cura di te stesso, e non darti agli altri fino al punto che non rimanga nulla di te a te stesso. Devi avere certo presente il ricordo delle anime di cui sei pastore, ma non dimenticarti di te stesso.

Comprendete, fratelli, che niente è così necessario a tutte le persone ecclesiastiche quanto la meditazione che precede, accompagna e segue tutte le nostre azioni: Canterò, dice il profeta, e mediterò (cfr. Sal 100, 1 volg.) Se amministri i sacramenti, o fratello, medita ciò che fai. Se celebri la Messa, medita ciò che offri. Se reciti i salmi in coro, medita a chi e di che cosa parli. Se guidi le anime, medita da quale sangue siano state lavate; e «tutto si faccia tra voi nella carità» (1 Cor 16, 14).

Così potremo facilmente superare le difficoltà che incontriamo, e sono innumerevoli, ogni giorno. Del resto ciò è richiesto dal compito affidatoci. Se così faremo avremo la forza per generare Cristo in noi e negli altri.

Benedetto XVI alla Messa in suffragio dei Cardinali e Vescovi defunti nel corso dell'anno (3 novembre 2011)



CAPPELLA PAPALE IN SUFFRAGIO DEI CARDINALI E VESCOVI
DEFUNTI NEL CORSO DELL'ANNO

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Giovedì, 3 novembre 2011

Venerati Fratelli,
cari fratelli e sorelle!

All’indomani della Commemorazione liturgica di tutti i fedeli defunti, ci siamo riuniti intorno all’altare del Signore per offrire il suo Sacrificio in suffragio dei Cardinali e dei Vescovi che, nel corso dell’ultimo anno, hanno concluso il loro pellegrinaggio terreno. Con grande affetto ricordiamo i venerati membri del Collegio Cardinalizio che ci hanno lasciato: Urbano Navarrete, S.I., Michele Giordano, Varkey Vithayathil, C.SS.R., Giovanni Saldarini, Agustín García-Gasco Vicente, Georg Maximilian Sterzinsky, Kazimierz Świątek, Virgilio Noè, Aloysius Matthew Ambrozic, Andrzej Maria Deskur. Insieme con essi presentiamo al trono dell’Altissimo le anime dei compianti Fratelli nell’Episcopato. Per tutti e per ciascuno eleviamo la nostra preghiera, animati dalla fede nella vita eterna e nel mistero della comunione dei santi. Una fede piena di speranza, illuminata anche dalla Parola di Dio che abbiamo ascoltato.


Il brano tratto dal Libro del profeta Osea ci fa pensare immediatamente alla risurrezione di Gesù, al mistero della sua morte e del suo risveglio alla vita immortale. Questo passo di Osea – la prima metà del capitolo VI – era profondamente impresso nel cuore e nella mente di Gesù. Egli infatti – nei Vangeli – riprende più di una volta il versetto 6: “voglio l’amore e non il sacrificio, / la conoscenza di Dio più degli olocausti”. Invece il versetto 2 Gesù non lo cita, ma lo fa suo e lo realizza nel mistero pasquale: “Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare, e noi vivremo alla sua presenza”. Alla luce di questa parola, il Signore Gesù è andato incontro alla passione, ha imboccato con decisione la via della croce; Egli parlava apertamente ai suoi discepoli di ciò che doveva accadergli a Gerusalemme, e l’oracolo del profeta Osea risuonava nelle sue stesse parole: “Il Figlio dell’uomo viene consegnato nelle mani degli uomini e lo uccideranno; ma, una volta ucciso, dopo tre giorni, risorgerà” (Mc 9,31).


L’evangelista annota che i discepoli “non capivano queste parole e avevano timore di interrogarlo” (v. 32). Anche noi, di fronte alla morte, non possiamo non provare i sentimenti e i pensieri dettati dalla nostra condizione umana. E sempre ci sorprende e ci supera un Dio che si fa così vicino a noi da non fermarsi nemmeno davanti all’abisso della morte, che anzi lo attraversa, rimanendo per due giorni nel sepolcro. Ma proprio qui si attua il mistero del “terzo giorno”. Cristo assume fino in fondo la nostra carne mortale affinché essa sia investita dalla gloriosa potenza di Dio, dal vento dello Spirito vivificante, che la trasforma e la rigenera. E’ il battesimo della passione (cfr Lc 12,50), che Gesù ha ricevuto per noi e di cui scrive san Paolo nella Lettera ai Romani. L’espressione che l’Apostolo utilizza – “battezzati nella sua morte” (Rm 6,3) – non cessa mai di stupirci, tale è la concisione con cui riassume il vertiginoso mistero. La morte di Cristo è fonte di vita, perché in essa Dio ha riversato tutto il suo amore, come in un’immensa cascata, che fa pensare all’immagine contenuta nel Salmo 41: “Un abisso chiama l’abisso / al fragore delle tue cascate; tutti i tuoi flutti e le tue onde / sopra di me sono passati” (v. 8). L’abisso della morte viene riempito da un altro abisso, ancora più grande, che è quello dell’amore di Dio, così che la morte non ha più alcun potere su Gesù Cristo (cfr Rm 8,9), né su coloro che, per la fede e il Battesimo, sono associati a Lui: “Se siamo morti con Cristo – dice san Paolo – crediamo che anche vivremo con lui” (Rm 8,8). Questo “vivere con Gesù” è il compimento della speranza profetizzata da Osea: “… e noi vivremo alla sua presenza” (6,2).


In realtà, è solo in Cristo che tale speranza trova il suo fondamento reale. Prima essa rischiava di ridursi ad un’illusione, ad un simbolo ricavato dal ritmo delle stagioni: “come la pioggia d’autunno, come la pioggia di primavera” (Os 6,3). Al tempo del profeta Osea, la fede degli Israeliti minacciava di contaminarsi con le religioni naturalistiche della terra di Canaan, ma questa fede non è in grado di salvare nessuno dalla morte. Invece l’intervento di Dio nel dramma della storia umana non obbedisce a nessun ciclo naturale, obbedisce solamente alla sua grazia e alla sua fedeltà. La vita nuova ed eterna è frutto dell’albero della Croce, un albero che fiorisce e fruttifica per la luce e la forza che provengono dal sole di Dio. Senza la Croce di Cristo, tutta l’energia della natura rimane impotente di fronte alla forza negativa del peccato. Era necessaria una forza benefica più grande di quella che manda avanti i cicli della natura, un Bene più grande di quello della stessa creazione: un Amore che procede dal “cuore” stesso di Dio e che, mentre rivela il senso ultimo del creato, lo rinnova e lo orienta alla sua meta originaria e ultima.

Tutto questo avvenne in quei “tre giorni”, quando il “chicco di grano” cadde nella terra, vi rimase per il tempo necessario a colmare la misura della giustizia e della misericordia di Dio, e finalmente produsse “molto frutto”, non rimanendo solo, ma come primizia di una moltitudine di fratelli (cfr Gv 12,24; Rm 8,29). Ora sì, grazie a Cristo, grazie all’opera compiuta in Lui dalla Santissima Trinità, le immagini tratte dalla natura non sono più soltanto simboli, miti illusori, ma ci parlano di una realtà. A fondamento della speranza c’è la volontà del Padre e del Figlio, che abbiamo ascoltato nel Vangelo di questa Liturgia: “Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io” (Gv 17,24). E tra costoro, che il Padre ha dato a Gesù, ci sono anche i venerati Fratelli per i quali offriamo questa Eucaristia: essi “hanno conosciuto” Dio mediante Gesù, hanno conosciuto il suo nome, e l’amore del Padre e del Figlio, lo Spirito Santo, ha dimorato in loro (cfr Gv 12,25-26), aprendo la loro vita al Cielo, all’eternità. Rendiamo grazie a Dio per questo dono inestimabile. E, per intercessione di Maria Santissima, preghiamo perché questo mistero di comunione, che ha riempito tutta la loro esistenza, si compia pienamente in ciascuno di essi.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

In un mondo che non vuole sapere nulla dell’aldilà "Troppo adagiati nella finitezza" (José María Gil Tamay)




In un mondo che non vuole sapere nulla dell’aldilà

Troppo adagiati nella finitezza

In molti Paesi occidentali l’idolatria del benessere tende a ignorare o a banalizzare le realtà ultime
Occorre invece recuperare una coraggiosa professione di fede


di José María Gil Tamay

Sono proprio la solennità di Tutti i Santi e la commemorazione dei Fedeli Defunti, che abbiamo appena celebrato e stiamo celebrando, e le settimane successive che concludono l’anno cristiano, quelle in cui la Chiesa ci ricorda le realtà ultime dell’esistenza, i Novissimi, e nello stesso tempo ci invita a promuovere la virtù della speranza. Tuttavia — proprio come i vescovi spagnoli hanno denunciato nel documento Attendiamo la resurrezione e la vita eterna — attualmente, secondo quanto rilevano i dati delle indagini sociologiche, in molti Paesi occidentali la gente non mostra grande anelito soprannaturale, ossia il desiderio di un aldilà oltre la morte, anzi, al contrario si è adagiata nella finitezza e non vuole saper nulla dell’aldilà ma perseguire il benessere, stato del quale si desidera rendere partecipi persino i morti.

Ci siamo abituato al fatto che ogni anno in questi giorni nell’opinione pubblica non si parla dell’aldilà, ma dell’aumento del costo dei servizi funebri, e anche delle relative «mode». Non manca neppure lo strano e pagano Halloween. Morte, giudizio, inferno e paradiso, oltre al purgatorio, neanche a nominarli! Vengono appena citati, ma senza la chiarezza e l’approfondimento necessari, nella predica della sepoltura o del funerale, dove si tende a soffermarsi maggiormente sull’elogio funebre e sulla consolazione dei fedeli, ma si cita appena questa parte del Credo.

Questo è il clima postmoderno dove, visto l’insuccesso delle utopie mondane, la gente è stata contagiata da una crescente disillusione generale, e, per compensare, persino da esoterici succedanei di trascendenza.

«Richiama l’attenzione — hanno detto i vescovi spagnoli nel documento citato sopra — che non pochi di coloro che si dicono cattolici, pur dichiarando di credere in Dio, affermano di non aspettarsi che la vita prosegua al di là della morte. Che Dio è quello al quale dicono di credere quanti pensano che non ha vinto la morte e che è la morte ad avere l’ultima parola sulla vita dell’essere umano? Non è certo il Padre di Nostro Signore Gesù Cristo, il Dio vivo e vero» (n. 2).

Ma sono questi i dati di ripetuti studi sociologici, secondo i quali, per quanto si riferisce alla Spagna — ma ciò vale anche in generale per altri Paesi limitrofi — solo quattro cittadini su dieci credono nella vita dopo la morte. Al cielo crede circa un quaranta per cento, lo mette in dubbio un trenta per cento e la stessa percentuale si rifiuta di credere alla sua esistenza.

Per quanto riguarda l’inferno, le cifre s’invertono poiché la maggioranza della gente non ci crede, mentre nutre dei dubbi la stessa percentuale che dubita del cielo. Per quanto concerne il purgatorio, un minoranza appena della popolazione crede alla sua esistenza.

Questi dati mostrano indubbiamente una scandalosa contraddizione con la fede nel Dio cristiano e questa continua ad avere conseguenze nella nostra esistenza terrena, effetti che vanno dalla perdita del senso della vita al decadimento della solidarietà, passando per la mancanza di speranza e per l’aumento della paura di affrontare il futuro con decisioni durature. Una serie di carenze di valori necessari, persino per superare le crisi sociali ed economiche, che allo stesso tempo rivela una drammatica frammentazione vitale: valori sgretolati, non c’è modo migliore per dirlo, ma senza rinunciare allo svago e al divertimento, come mostra quella banalizzazione della fine della vita dell’essere umano che è Halloween, festa pubblicizzata di continuo dai mezzi di comunicazione, dalle scuole agli istituti e ai licei, passando per i luoghi di divertimento e i programmi televisivi.

In questo panorama non è strano che la Chiesa si sia proposta di dare una svolta, facendo del recupero della speranza una compito urgente e prioritario nella nuova evangelizzazione.

Così lo promuovono molti suoi documenti, come ad esempio l’Ecclesia in Europa di Giovanni Paolo II e la magnifica enciclica Spe salvi di Papa Benedetto XVI.

Proprio questo mercoledì il Papa ha detto nella sua catechesi che «se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità e ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata. L’uomo è spiegabile solamente se c’è un Amore che superi ogni isolamento, anche quello della morte, in una totalità che trascenda anche lo spazio e il tempo. L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio. E noi sappiamo che Dio è uscito dalla sua lontananza e si è fatto vicino, è entrato nella nostra vita e ci dice: “Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno” (Giovanni, 11, 25-26)».

Di conseguenza, oggi più che mai tocca a noi cristiani dare «ragione della speranza che è in noi» (1 Pietro, 3, 15) e recuperare la gioiosa e coraggiosa professione dell’articolo finale del Credo: «...nella vita eterna. Amen».

© L'Osservatore Romano 3 novembre 2011

mercoledì 2 novembre 2011

Benedetto XVI all'Udienza Generale: "La Commemorazione di tutti i fedeli defunti" (Mercoledì, 2 novembre 2011)



BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 2 novembre 2011





Cari fratelli e sorelle!

Dopo avere celebrato la Solennità di Tutti i Santi, la Chiesa ci invita oggi a commemorare tutti i fedeli defunti, a volgere il nostro sguardo a tanti volti che ci hanno preceduto e che hanno concluso il cammino terreno. Nell’Udienza di questo giorno, allora, vorrei proporvi alcuni semplici pensieri sulla realtà della morte, che per noi cristiani è illuminata dalla Risurrezione di Cristo, e per rinnovare la nostra fede nella vita eterna.

Come già dicevo ieri all’Angelus, in questi giorni ci si reca al cimitero per pregare per le persone care che ci hanno lasciato, quasi un andare a visitarle per esprimere loro, ancora una volta, il nostro affetto, per sentirle ancora vicine, ricordando anche, in questo modo, un articolo del Credo: nella comunione dei santi c’è uno stretto legame tra noi che camminiamo ancora su questa terra e tanti fratelli e sorelle che hanno già raggiunto l’eternità.

Da sempre l’uomo si è preoccupato dei suoi morti e ha cercato di dare loro una sorta di seconda vita attraverso l’attenzione, la cura, l’affetto. In un certo modo si vuole conservare la loro esperienza di vita; e, paradossalmente, come essi hanno vissuto, che cosa hanno amato, che cosa hanno temuto, che cosa hanno sperato e che cosa hanno detestato, noi lo sco­priamo proprio dalle tombe, davanti alle quali si affollano ricordi. Esse sono quasi uno specchio del loro mondo.

Perché è così? Perché, nonostante la morte sia spesso un tema quasi proibito nella nostra società, e vi sia il tentativo continuo di levare dalla nostra mente il solo pensiero della morte, essa riguarda ciascuno di noi, riguarda l’uomo di ogni tempo e di ogni spazio. E davanti a questo mistero tutti, anche inconsciamente, cerchiamo qualcosa che ci inviti a sperare, un segnale che ci dia consolazione, che si apra qualche orizzonte, che offra ancora un futuro. La strada della morte, in realtà, è una via della speranza e percorrere i nostri cimiteri, come pure leggere le scritte sulle tombe è compiere un cammino segnato dalla speranza di eternità.

Ma ci chiediamo: perché proviamo timore davanti alla morte? Perché l’umanità, in una sua larga parte, mai si è rassegnata a credere che al di là di essa non vi sia semplicemente il nulla? Direi che le risposte sono molteplici: abbiamo timore davanti alla morte perché abbiamo paura del nulla, di questo partire verso qualcosa che non conosciamo, che ci è igno­to. E allora c’è in noi un senso di rifiuto perché non possiamo accettare che tutto ciò che di bello e di grande è stato realizzato durante un’intera esistenza, venga improvvisamente cancellato, cada nell’abisso del nulla. Soprattutto noi sentiamo che l’amore richiama e chiede eternità e non è possibile accettare che esso venga distrutto dalla morte in un solo momento.

Ancora, abbiamo timore davanti alla morte perché, quando ci troviamo verso la fine dell’esistenza, c’è la percezione che vi sia un giudizio sulle nostre azioni, su come abbiamo condotto la nostra vita, soprattutto su quei punti d’ombra che, con abilità, sappiamo spesso rimuovere o tentiamo di rimuovere dalla nostra coscienza. Direi che proprio la questione del giudizio è spesso sottesa alla cura dell’uomo di tutti i tempi per i defunti, all’attenzione verso le persone che sono state significative per lui e che non gli sono più accanto nel cammino della vita terrena. In un certo senso i gesti di affetto, di amore che circondano il defunto, sono un modo per proteggerlo nella convinzione che essi non rimangano senza effetto sul giudizio. Questo lo possiamo cogliere nella maggior parte delle culture che caratterizzano la storia dell’uomo.

Oggi il mondo è diventato, almeno apparentemente, molto più razionale, o meglio, si è diffusa la tendenza a pensare che ogni realtà debba essere affrontata con i criteri della scienza sperimentale, e che anche alla grande questione della morte si debba rispondere non tanto con la fede, ma partendo da conoscenze sperimentabili, empiriche. Non ci si rende sufficientemente conto, però, che proprio in questo modo si è finiti per cadere in forme di spiritismo, nel tentativo di avere un qualche contatto con il mondo al di là della morte, quasi immaginando che vi sia una realtà che, alla fine, è sarebbe una copia di quella presente.

Cari amici, la solennità di tutti i Santi e la Commemorazione di tutti i fedeli defunti ci dicono che solamente chi può riconoscere una grande speranza nella morte, può an­che vivere una vita a partire dalla speranza. Se noi riduciamo l’uomo esclusivamente alla sua dimensione orizzontale, a ciò che si può percepire empiricamente, la stessa vita perde il suo senso profondo. L’uomo ha bisogno di eternità ed ogni altra speranza per lui è troppo breve, è troppo limitata. L’uomo è spiegabile solamente se c’è un Amore che superi ogni isolamento, anche quello della morte, in una totalità che trascenda anche lo spazio e il tempo. L’uomo è spiegabile, trova il suo senso più profondo, solamente se c’è Dio. E noi sappiamo che Dio è uscito dalla sua lontananza e si è fatto vicino, è entrato nella nostra vita e ci dice: «Io so­no la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore vivrà; chiunque vive e crede in me non morirà in eterno» (Gv 11,25-26).

Pensiamo un momento alla scena del Calvario e riascoltiamo le parole che Gesù, dall’alto della Croce, rivolge al malfattore crocifisso alla sua destra: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). Pensiamo ai due discepoli sulla strada di Emmaus, quando, dopo aver percorso un tratto di strada con Gesù Risorto, lo riconoscono e partono senza indugio verso Gerusalemme per annunciare la Risurrezione del Signore (cfr Lc 24,13-35). Alla mente ritornano con rinnovata chiarezza le parole del Maestro: «Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fede in Dio e abbiate fede anche in me. Nella casa del Padre mio vi sono molte dimore. Se no non vi avrei mai detto: “Vado a prepararvi un posto”?» (Gv 14,1-2). Dio si è veramente mostrato, è diventato accessibile, ha tanto amato il mondo «da dare il suo Figlio unigenito, perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna» (Gv 3,16), e nel supremo atto di amore della Croce, immergendosi nell’abisso della morte, l’ha vinta, è risorto ed ha aperto anche a noi le porte dell’eternità. Cristo ci sostiene attraverso la notte della morte che Egli stesso ha at­traversato; è il Buon Pastore, alla cui guida ci si può affidare sen­za alcuna paura, poiché Egli conosce bene la strada, anche attra­verso l’oscurità.

Ogni domenica, recitando il Credo, noi riaffermiamo questa verità. E nel recarci ai cimiteri a pregare con affetto e con amore per i nostri defunti, siamo invitati, ancora una volta, a rinnovare con coraggio e con forza la nostra fede nella vita eterna, anzi a vivere con questa grande speranza e testimoniarla al mondo: dietro il presente non c’è il nulla. E proprio la fede nella vita eterna dà al cristiano il coraggio di amare ancora più intensamente questa nostra terra e di lavorare per costruirle un futuro, per darle una vera e sicura speranza. Grazie.



Saluti

Je suis heureux de saluer ce matin les pèlerins de langue française. Que votre foi dans la résurrection du Christ vous donne force et courage pour traverser les épreuves de la vie et qu’elle fasse grandir en vous l’espérance de la vie éternelle ! Que Dieu vous bénisse!

I offer a warm welcome to the priests from the United States taking part in the Institute for Continuing Theological Education at the Pontifical North American College in Rome. My greeting also goes to the pilgrimage group from Saint Paul’s High School in Tokyo, Japan. Upon all the English-speaking visitors present at today’s Audience, especially those from Ireland, Denmark, Norway, Japan and the United States, I invoke God’s blessings of joy and peace!

Einen herzlichen Gruß richte ich an alle Pilger deutscher Sprache. Auch zu uns heute sagt Christus: »Ich bin die Auferstehung und das Leben. Wer an mich glaubt, wird leben, auch wenn er stirbt« (Joh 11,25). So ist dies ein Tag, um unseren Glauben an das Ewige Leben und unsere Hoffnung neu zu bekräftigen, von dieser Hoffnung her unser Leben zu vollbringen, und sie so auch vor den Mitmenschen glaubhaft zu machen. Gott behüte euch und führe euch auf allen euren Wegen.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los grupos provenientes de España, México, República Dominicana, Colombia, Argentina y otros países latinoamericanos. Invito a todos a que al recitar el Credo proclaméis al mundo la fe en la vida eterna, pues si el Buen Pastor nos guía en la noche de la muerte, seremos capaces de trabajar con denuedo en este mundo, con la esperanza del futuro que nos promete. Muchas gracias.

Saúdo com afeto os peregrinos de língua portuguesa, em particular os brasileiros vindos de diversas cidades do Estado de São Paulo. Exorto-vos a construir a vossa vida aqui na terra trabalhando por um futuro marcado por uma esperança verdadeira e segura, que abra para a vida eterna. Que Deus vos abençoe!

Saluto in lingua polacca:

Witam serdecznie obecnych tu pielgrzymów polskich. Dzisiaj we Wspomnienie Wszystkich Wiernych Zmarłych pamiętamy w modlitwie szczególnie o tych, którzy oczekują naszej pomocy, by wejść do życia wiecznego. Wierząc w świętych obcowanie, polecamy ich Bożemu Miłosierdziu. Niech smutek i ból rozłąki z bliskimi ożywia nadzieja naszego zmartwychwstania i spotkania z Bogiem w niebie. Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus.

Traduzione italiana:

Saluto cordialmente i pellegrini polacchi qui presenti. Oggi, celebrando la Commemorazione di tutti i Fedeli Defunti, ricordiamo in modo particolare coloro che aspettano l’aiuto della nostra preghiera per entrare nella vita eterna. Credendo nella comunione dei santi, affidiamoli alla Divina Misericordia. Che la tristezza e il dolore per la separazione dai nostri cari siano alleviati dalla speranza della risurrezione e dell’incontro con Dio nel cielo. Sia lodato Gesù Cristo.

APPELLO

Il 3 e il 4 novembre prossimi - domani e dopo domani - i Capi di Stato o di Governo del G-20 si riuniranno a Cannes, per esaminare le principali problematiche connesse con l’economia globale. Auspico che l’incontro aiuti a superare le difficoltà che, a livello mondiale, ostacolano la promozione di uno sviluppo autenticamente umano e integrale.


* * *

Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana. Cari amici, vi ringrazio per questa visita e vi esorto a trovare nella preghiera la forza per avanzare sempre più nel cammino della santità.

Desidero, infine, salutare i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Dopo domani ricorre la memoria liturgica di San Carlo Borromeo, Vescovo insigne della Diocesi di Milano, che, animato da ardente amore per Cristo, fu instancabile maestro e guida dei fratelli. Il suo esempio aiuti voi, cari giovani, a lasciarvi condurre da Cristo nelle vostre scelte per seguirLo senza timore; incoraggi voi, cari ammalati, ad offrire la vostra sofferenza per i Pastori della Chiesa e per la salvezza delle anime; sostenga voi, cari sposi novelli, nel generoso servizio alla vita
© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

martedì 1 novembre 2011

Commemorazione di tutti i fedeli defunti - In commemóratione ómnium fidélium defunctórum - 2 novembre




2 NOVEMBRE




Moriamo insieme a Cristo, per vivere con lui

Da libro «Sulla morte del fratello Satiro» di sant'Ambrogio, vescovo
(Lib. 2, 40.41.46.47.132.133; CSEL 73, 270-274, 323-324
)

Dobbiamo riconoscere che anche la morte può essere un guadagno e la vita un castigo. Perciò anche san Paolo dice: «Per me il vivere è Cristo e il morire un guadagno» (Fil 1, 21). E come ci si può trasformare completamente nel Cristo, che è spirito di vita, se non dopo la morte corporale?

Esercitiamoci, perciò, quotidianamente a morire e alimentiamo in noi una sincera disponibilità alla morte. Sarà per l'anima un utile allenamento alla liberazione dalle cupidigie sensuali, sarà un librarsi verso posizioni inaccessibili alle basse voglie animalesche, che tendono sempre a invischiare lo spirito. Così, accettando di esprimere già ora nella nostra vita il simbolo della morte, non subiremo poi la morte quale castigo. Infatti la legge della carne lotta contro la legge dello spirito e consegna l'anima stessa alla legge del peccato. Ma quale sarà il rimedio? Lo domandava già san Paolo, dandone anche la risposta: «Chi mi libererà da questo corpo votato alla morte?» (Rm 7, 24). La grazia di Dio per mezzo di Gesù Cristo nostro Signore (cfr. Rm 7, 25 ss.).

Abbiamo il medico, accettiamo la medicina. La nostra medicina è la grazia di Cristo, e il corpo mortale è il corpo nostro. Dunque andiamo esuli dal corpo per non andare esuli dal Cristo. Anche se siamo nel corpo cerchiamo di non seguire le voglie del corpo.

Non dobbiamo, è vero, rinnegare i legittimi diritti della natura, ma dobbiamo però dar sempre la preferenza ai doni della grazia.
Il mondo è stato redento con la morte di uno solo. Se Cristo non avesse voluto morire, poteva farlo. Invece egli non ritenne di dover fuggire la morte quasi fosse una debolezza, né ci avrebbe salvati meglio che con la morte. Pertanto la sua morte è la vita di tutti. Noi portiamo il sigillo della sua morte; quando preghiamo la annunziamo; offrendo il sacrificio la proclamiamo; la sua morte è vittoria, la sua morte è sacramento, la sua morte è l'annuale solennità del mondo.

E che cosa dire ancora della sua morte, mentre possiamo dimostrare con l'esempio divino che la morte sola ha conseguito l'immortalità e che la morte stessa si è redenta da sé? La morte allora, causa di salvezza universale, non è da piangere. La morte che il Figlio di Dio non disdegnò e non fuggì, non è da schivare.

A dire il vero, la morte non era insita nella natura, ma divenne connaturale solo dopo. Dio infatti non ha stabilito la morte da principio, ma la diede come rimedio. Fu per la condanna del primo peccato che cominciò la condizione miseranda del genere umano nella fatica continua, fra dolori e avversità. Ma si doveva porre fine a questi mali perché la morte restituisce quello che la vita aveva perduto, altrimenti, senza la grazia, l'immortalità sarebbe stata più di peso che di vantaggio.

L'anima nostra dovrà uscire dalle strettezze di questa vita, liberarsi delle pesantezze della materia e muovere verso le assemblee eterne.

Arrivarvi è proprio dei santi. Là canteremo a Dio quella lode che, come ci dice la lettura profetica, cantano i celesti sonatori d'arpa: «Grandi e mirabili sono le tue opere, o Signore Dio onnipotente; giuste e veraci le tue vie, o Re delle genti. Chi non temerà, o Signore, e non glorificherà il tuo nome? Poiché tu solo sei santo. Tutte le genti verranno e si prostreranno dinanzi a te» (Ap 15, 3-4).

L'anima dovrà uscire anche per contemplare le tue nozze, o Gesù, nelle quali, al canto gioioso di tutti, la sposa è accompagnata dalla terra al cielo, non più soggetta al mondo, ma unita allo spirito: «A te viene ogni mortale» (Sal 64, 3).

Davide santo sospirò, più di ogni altro, di contemplare e vedere questo giorno. Infatti disse: «Una cosa ho chiesto al Signore, questa sola io cerco: abitare nella casa del Signore tutti i giorni della mia vita, per gustare la dolcezza del Signore» (Sal 26, 4).

Libera me Domine





Benedetto XVI alla Recita dell'Angelus nella Solennità di Tutti i Santi (1 novembre 2011)




BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Martedì, 1° novembre 2011


Cari fratelli e sorelle!

La Solennità di Tutti i Santi è occasione propizia per elevare lo sguardo dalle realtà terrene, scandite dal tempo, alla dimensione di Dio, la dimensione dell’eternità e della santità. La Liturgia ci ricorda oggi che la santità è l’originaria vocazione di ogni battezzato (cfr Lumen gentium, 40). Cristo infatti, che col Padre e con lo Spirito è il solo Santo (cfr Ap 15,4), ha amato la Chiesa come sua sposa e ha dato se stesso per lei, al fine di santificarla (cfr Ef 5,25-26). Per questa ragione tutti i membri del Popolo di Dio sono chiamati a diventare santi, secondo l’affermazione dell’apostolo Paolo: «Questa infatti è la volontà di Dio, la vostra santificazione» (1 Ts 4,3). Siamo dunque invitati a guardare la Chiesa non nel suo aspetto solo temporale ed umano, segnato dalla fragilità, ma come Cristo l’ha voluta, cioè «comunione dei santi» (Catechismo della Chiesa Cattolica, 946). Nel Credo professiamo la Chiesa «santa», santa in quanto è il Corpo di Cristo, è strumento di partecipazione ai santi Misteri - in primo luogo l’Eucaristia - e famiglia dei Santi, alla cui protezione veniamo affidati nel giorno del Battesimo. Oggi veneriamo proprio questa innumerevole comunità di Tutti i Santi, i quali, attraverso i loro differenti percorsi di vita, ci indicano diverse strade di santità, accomunate da un unico denominatore: seguire Cristo e conformarsi a Lui, fine ultimo della nostra vicenda umana. Tutti gli stati di vita, infatti, possono diventare, con l’azione della grazia e con l’impegno e la perseveranza di ciascuno, vie di santificazione.

La Commemorazione dei fedeli defunti, cui è dedicata la giornata di domani, 2 novembre, ci aiuta a ricordare i nostri cari che ci hanno lasciato, e tutte le anime in cammino verso la pienezza della vita, proprio nell’orizzonte della Chiesa celeste, a cui la Solennità di oggi ci ha elevato. Fin dai primi tempi della fede cristiana, la Chiesa terrena, riconoscendo la comunione di tutto il corpo mistico di Gesù Cristo, ha coltivato con grande pietà la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi. La nostra preghiera per i morti è quindi non solo utile ma necessaria, in quanto essa non solo li può aiutare, ma rende al contempo efficace la loro intercessione in nostro favore (cfr Catechismo della Chiesa Cattolica, 958). Anche la visita ai cimiteri, mentre custodisce i legami di affetto con chi ci ha amato in questa vita, ci ricorda che tutti tendiamo verso un’altra vita, al di là della morte. Il pianto, dovuto al distacco terreno, non prevalga perciò sulla certezza della risurrezione, sulla speranza di giungere alla beatitudine dell’eternità, «momento colmo di appagamento, in cui la totalità ci abbraccia e noi abbracciamo la totalità» (Spe salvi, 12). L’oggetto della nostra speranza infatti è il gioire alla presenza di Dio nell’eternità. Lo ha promesso Gesù ai suoi discepoli, dicendo: «Vi vedrò di nuovo e il vostro cuore si rallegrerà e nessuno potrà togliervi la vostra gioia» (Gv 16,22).

Alla Vergine Maria, Regina di tutti i Santi, affidiamo il nostro pellegrinaggio verso la patria celeste, mentre invochiamo per i fratelli e le sorelle defunti la sua materna intercessione.




Dopo l'Angelus
Chers frères et sœurs,

Je salue cordialement les pèlerins francophones venus pour cette prière mariale. La Solennité de Tous les Saints nous rend proches de tous ceux et de toutes celles que Dieu a fait entrer dans sa lumière. En ce jour, souvenons-nous que, nous aussi, nous sommes en marche vers la sainteté. En chacun de nous brille déjà une étincelle de la lumière de Dieu, qui est appelée à resplendir. Mettons-nous à l’écoute des Béatitudes où Jésus nous enseigne comment progresser sur le chemin qui conduit à la gloire du ciel. Alors, nous trouverons le bonheur de partager la vie de Dieu avec tous les saints. Bonne fête de la Toussaint à tous !

I am pleased to wish all of you a happy All Saints Day! This wonderful feast, along with tomorrow’s commemoration of the faithful departed, speaks to us of the beauty of our faith and of the joy that awaits us in heaven with our loved ones who have fallen asleep in Christ. Let us therefore pray earnestly that we may all be joyfully united one day in the Father’s house. God bless you all!

Mit Freude heiße ich zum Hochfest Allerheiligen alle deutschsprachigen Pilger und Gäste willkommen. Besonders grüße ich heute die Mitglieder des Generalrates des Internationalen Kolpingwerkes. Die Heiligen sind das gelebte Evangelium. An ihnen sehen wir, daß die Botschaft Christi nicht ein unerreichbares Ideal ist, sondern konkret gelebt, in das ganz persönliche Leben eines jeden hinein umgesetzt werden kann. Lassen wir uns also von den Heiligen, die in den verschiedensten Umständen mit den verschiedensten Charakteren gelebt haben, anstecken, von ihrer Treue und von ihrer Liebe zu Christus und von ihrem Erfindungsreichtum, das Evangelium auch heute sozusagen greifbar zu machen. Und bitten wir sie um ihre Fürsprache, daß wir Gottes Liebe zu den Menschen sichtbar werden lassen und so wirklich „Licht der Welt“ sein mögen. Gesegneten Festtag euch allen!

Saludo con afecto a los fieles de lengua española presentes en esta oración mariana. En la solemnidad de Todos los Santos, la Liturgia nos invita a contemplar el amor infinito de Dios, que se refleja en la victoria de los que ya gozan de su gloria en el cielo. Es el amor del Padre que nos llama a ser hijos suyos, nos entrega a su propio Hijo para redimirnos con su sangre purificadora. Por eso nos proclama dichosos aun cuando sufrimos tribulación, porque en Él tenemos nuestra esperanza. Respondamos con generosidad y coherencia a ese don, que ha sido derramado en nuestros corazones, siendo Santos como Dios es Santo, para que también en nosotros se manifieste su gloria. Que Dios os bendiga.

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Bracia i siostry, w Uroczystość Wszystkich Świętych z radością myślimy o tych, których Bóg już wprowadził do swojej chwały. Są błogosławieni: cieszą się nieśmiertelnym życiem, „ujrzeli Boga takim, jakim jest” (por. 1 J 3,3). Niech świadectwo ich wiary i świętość życia będą dla nas drogowskazem na drodze wiodącej do domu Ojca. Niech ta myśl umacnia waszą nadzieję, gdy stajecie w modlitewnej zadumie nad grobami waszych bliskich. Z serca wam błogosławię.

[Saluto cordialmente tutti i Polacchi. Fratelli e sorelle, nella Solennità di Tutti i Santi con gioia pensiamo a tutti coloro che Dio ha già introdotto nella sua gloria. Sono i beati: godono della vita immortale, “vedono Dio cosi come è” (cfr. 1 Gv 3,3). La testimonianza della loro fede e santità di vita sia per noi di esempio sulla via che ci conduce alla casa del Padre. Questo pensiero rafforzi la vostra speranza, quando sosterete in preghiera davanti ai sepolcri dei vostri cari. Vi benedico di cuore.]

Rivolgo infine un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai giovani di Valenzano e ai ragazzi di Modena che hanno da poco ricevuto il Sacramento della Confermazione. Un caloroso saluto rivolgo a quanti hanno partecipato questa mattina alla “Corsa dei Santi”, organizzata dalla Fondazione “Don Bosco nel mondo”. San Paolo direbbe che tutta la vita è una “corsa” verso la santità: voi ci date un buon esempio! A tutti auguro una buona festa. Grazie per la vostra attenzione. Grazie e buona festa a tutti!

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana

Preghiere per i defunti




 INDULGENZE PER LE ANIME DEL PURGATORIO

IL GIORNO DEI MORTI
I fedeli possono lucrare un’Indulgenza Plenaria applicabile solo alle anime del Purgatorio alle seguenti condizioni:
        -visita di una chiesa (tutte le chiese o oratori)
        -recita del Pater e del Credo
        -confessione (negli 8 giorni precedenti o successivi)
        -comunione
        -preghiera secondo le intenzioni del Papa (Pater, Ave e Gloria)

DAL 1° all’8 NOVEMBRE
Alle solite condizioni, i fedeli possono lucrare (una al giorno) una Indulgenza Plenaria applicabile alle anime del Purgatorio:
        -visitando il cimitero
        -pregando per i defunti

PREGHIERE PER I DEFUNTI

L'Eterno riposo
L'eterno riposo dona loro, o Signore,
e splenda ad essi la luce perpetua.
Riposino in pace. Amen.


Requiem Æternam
Réquiem ætérnam dona eis, Dómine,
et lux perpétua lúceat eis.
Requiéscant in pace. Amen.



Preghiera per i defunti
(Tradizione Bizantina)
Dio degli spiriti e di ogni carne, che calpestasti la morte e annientasti il diavolo e la vita al tuo mondo donasti; tu stesso o Signore, dona all'anima del tuo servo N. defunto il riposo in un luogo luminoso, in un luogo verdeggiante, in un luogo di freschezza, donde sono lontani sofferenza, dolore e gemito.

Quale Dio buono e benigno perdona ogni colpa da lui commessa con parola, con opera o con la mente; poiché non v'è uomo che viva e non pecchi; giacché tu solo sei senza peccato, e la tua giustizia è giustizia nei secoli e la tua parola è verità.

Poiché tu sei la risurrezione, la vita e il riposo del tuo servo N. defunto, o Cristo nostro Dio, noi ti rendiamo gloria, assieme al Padre tuo unigenito, con il santissimo buono e vivificante tuo Spirito, ora e sempre e nei secoli dei secoli. Riposino in pace. Amen.


De profundis
Dal profondo a te grido, o Signore; *
Signore, ascolta la mia voce.
Siano i tuoi orecchi attenti *
alla voce della mia preghiera.

Se consideri le colpe, Signore, *
Signore, chi potrà sussistere?
Ma presso di te è il perdono, *
perciò avremo il tuo timore.

Io spero nel Signore, *
l'anima mia spera nella sua parola.
L'anima mia attende il Signore *
più che le sentinelle l'aurora.

Israele attenda il Signore, *
perché presso il Signore è la misericordia,
grande è presso di lui la redenzione; *
egli redimerà Israele da tutte le sue colpe.


De profundis
De profúndis clamávi ad te, Dómine; *
Dómine, exáudi vocem meam.
Fiant aures tuæ intendéntes *
in vocem deprecatiónis meæ.

Si iniquitátes observáveris, Dómine, *
Dómine, quis sustinébit?
Quia apud te propitiátio est, *
et timébimus te.

Sustínui te, Dómine, †
sustínuit ánima mea in verbo eius, *
sperávit ánima mea in Dómino.
Magis quam custódes auróram, *
speret Israel in Dómino.

Quia apud Dóminum misericórdia, *
et copiósa apud eum redémptio.
Et ipse rédimet Israel *
ex ómnibus iniquitátibus eius.


 RITO DELL'UNZIONE DEGLI INFERMI


Dies irae dies illa,
solvet saeclum in favilla
teste David cum Sibylla.
Quantus tremor est futurus
quando judex est venturus
cuncta stricte discussurus!
Tuba mirum spargens sonum
per sepulcra regionum,
coget omnes ante thronum.
Mors stupebit et natura,
cum resurget creatura
Judicanti responsura.
Liber scriptus proferetur
in quo totum continetur
unde mundus judicetur.
Judex ergo cum sedebit
quicquid latet apparebit,
nil inultum remanebit.
Quid sum, miser, tunc dicturus,
quem patronum rogaturus
dum vix justus sit securus?
Rex tremendae maiestatis,
qui salvandos salvas gratis,
salva me, fons pietatis.
Recordare, Jesu pie,
quod sum causa tuae viae,
ne me perdas illa die.
Quaerens me sedisti lassus,
redemisti crucem passus;
tantus labor non sit cassus.
Juste Judex ultionis,
donum fac remissionis
ante diem rationis.
Ingemisco tamquam reus,
culpa rubet vultus meus:
supplicanti parce, Deus.
Qui Mariam absolvisti
et latronem exaudisti,
mihi quoque spem dedisti.
Preces meae non sunt dignae,
sed tu, bonus, fac benigne
ne perenni cremer igne.
Inter oves locum praesta
et ab haedis me sequestra
statuens in parte dextra.
Confutatis maledictis
flammis acribus addictis,
voca me cum benedictis.
Oro supplex et acclinis,
cor contritum quasi cinis,
gere curam mei finis.
Lacrimosa dies illa
qua resurget ex favilla
judicandus homo reus:
huic ergo parce, Deus.
Pie Jesu Domine,
dona eis requiem.
Amen.