mercoledì 13 gennaio 2010

CATECHESI DEL SANTO PADRE ALL'UDIENZA GENERALE - 13 gen 2010



BENEDETTO XVI
UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI - Mercoledì, 13 gennaio 2010 

Cari fratelli e sorelle,

all'inizio del nuovo anno guardiamo alla storia del Cristianesimo, per vedere come si sviluppa una storia e come può essere rinnovata. In essa possiamo vedere che sono i santi, guidati dalla luce di Dio, gli autentici riformatori della vita della Chiesa e della società. Maestri con la parola e testimoni con l’esempio, essi sanno promuovere un rinnovamento ecclesiale stabile e profondo, perché essi stessi sono profondamente rinnovati, sono in contatto con la vera novità: la presenza di Dio nel mondo. Tale consolante realtà, che in ogni generazione cioè nascono santi e portano la creatività del rinnovamento, accompagna costantemente la storia della Chiesa in mezzo alle tristezze e agli aspetti negativi del suo cammino. Vediamo, infatti, secolo per secolo, nascere anche le forze della riforma e del rinnovamento, perché la novità di Dio è inesorabile e dà sempre nuova forza per andare avanti. Così accadde anche nel secolo tredicesimo, con la nascita e lo straordinario sviluppo degli Ordini Mendicanti: un modello di grande rinnovamento in una nuova epoca storica. Essi furono chiamati così per la loro caratteristica di "mendicare", di ricorrere, cioè, umilmente al sostegno economico della gente per vivere il voto di povertà e svolgere la propria missione evangelizzatrice. Degli Ordini Mendicanti che sorsero in quel periodo, i più noti e i più importanti sono i Frati Minori e i Frati Predicatori, conosciuti come Francescani e Domenicani. Essi sono così chiamati dal nome dei loro Fondatori, rispettivamente Francesco d’Assisi e Domenico di Guzman. Questi due grandi santi ebbero la capacità di leggere con intelligenza "i segni dei tempi", intuendo le sfide che doveva affrontare la Chiesa del loro tempo.

Una prima sfida era rappresentata dall’espansione di vari gruppi e movimenti di fedeli che, sebbene ispirati da un legittimo desiderio di autentica vita cristiana, si ponevano spesso al di fuori della comunione ecclesiale. Erano in profonda opposizione alla Chiesa ricca e bella che si era sviluppata proprio con la fioritura del monachesimo. In recenti Catechesi mi sono soffermato sulla comunità monastica di Cluny, che aveva sempre più attirato giovani e quindi forze vitali, come pure beni e ricchezze. Si era così sviluppata, logicamente, in un primo momento, una Chiesa ricca di proprietà e anche immobile. Contro questa Chiesa si contrappose l'idea che Cristo venne in terra povero e che la vera Chiesa avrebbe dovuto essere proprio la Chiesa dei poveri; il desiderio di una vera autenticità cristiana si oppose così alla realtà della Chiesa empirica. Si tratta dei cosiddetti movimenti pauperistici del Medioevo. Essi contestavano aspramente il modo di vivere dei sacerdoti e dei monaci del tempo, accusati di aver tradito il Vangelo e di non praticare la povertà come i primi cristiani, e questi movimenti contrapposero al ministero dei Vescovi una propria "gerarchia parallela". Inoltre, per giustificare le proprie scelte, diffusero dottrine incompatibili con la fede cattolica. Ad esempio, il movimento dei Catari o Albigesi ripropose antiche eresie, come la svalutazione e il disprezzo del mondo materiale – l’opposizione contro la ricchezza diventa velocemente opposizione contro la realtà materiale in quanto tale - la negazione della libera volontà, e poi il dualismo, l'esistenza di un secondo principio del male equiparato a Dio. Questi movimenti ebbero successo, specie in Francia e in Italia, non solo per la solida organizzazione, ma anche perché denunciavano un disordine reale nella Chiesa, causato dal comportamento poco esemplare di vari esponenti del clero.

I Francescani e i Domenicani, sulla scia dei loro Fondatori, mostrarono, invece, che era possibile vivere la povertà evangelica, la verità del Vangelo come tale, senza separarsi dalla Chiesa; mostrarono che la Chiesa rimane il vero, autentico luogo del Vangelo e della Scrittura. Anzi, Domenico e Francesco trassero proprio dall’intima comunione con la Chiesa e con il Papato la forza della loro testimonianza. Con una scelta del tutto originale nella storia della vita consacrata, i Membri di questi Ordini non solo rinunciavano al possesso di beni personali, come facevano i monaci sin dall’antichità, ma neppure volevano che fossero intestati alla comunità terreni e beni immobili. Intendevano così testimoniare una vita estremamente sobria, per essere solidali con i poveri e confidare solo nella Provvidenza, vivere ogni giorno della Provvidenza, della fiducia di mettersi nelle mani di Dio. Questo stile personale e comunitario degli Ordini Mendicanti, unito alla totale adesione all’insegnamento della Chiesa e alla sua autorità, fu molto apprezzato dai Pontefici dell’epoca, come Innocenzo III e Onorio III, i quali offrirono il loro pieno sostegno a queste nuove esperienze ecclesiali, riconoscendo in esse la voce dello Spirito. E i frutti non mancarono: i gruppi pauperistici che si erano separati dalla Chiesa rientrarono nella comunione ecclesiale o, lentamente, si ridimensionarono fino a scomparire. Anche oggi, pur vivendo in una società in cui spesso prevale l’"avere" sull’"essere", si è molto sensibili agli esempi di povertà e di solidarietà, che i credenti offrono con scelte coraggiose. Anche oggi non mancano simili iniziative: i movimenti, che partono realmente dalla novità del Vangelo e lo vivono con radicalità nell’oggi, mettendosi nelle mani di Dio, per servire il prossimo. Il mondo, come ricordava Paolo VI nell’Evangelii nuntiandi, ascolta volentieri i maestri, quando sono anche testimoni. È questa una lezione da non dimenticare mai nell’opera di diffusione del Vangelo: vivere per primi ciò che si annuncia, essere specchio della carità divina.

Francescani e Domenicani furono testimoni, ma anche maestri. Infatti, un’altra esigenza diffusa nella loro epoca era quella dell’istruzione religiosa. Non pochi fedeli laici, che abitavano nelle città in via di grande espansione, desideravano praticare una vita cristiana spiritualmente intensa. Cercavano dunque di approfondire la conoscenza della fede e di essere guidati nell’arduo, ma entusiasmante cammino della santità. Gli Ordini Mendicanti seppero felicemente venire incontro anche a questa necessità: l'annuncio del Vangelo nella semplicità e nella sua profondità e grandezza era uno scopo, forse lo scopo principale di questo movimento. Con grande zelo, infatti, si dedicarono alla predicazione. Erano molto numerosi i fedeli, spesso vere e proprie folle, che si radunavano per ascoltare i predicatori nelle chiese e nei luoghi all’aperto, pensiamo a sant'Antonio, per esempio. Venivano trattati argomenti vicini alla vita della gente, soprattutto la pratica delle virtù teologali e morali, con esempi concreti, facilmente comprensibili. Inoltre, si insegnavano forme per nutrire la vita di preghiera e la pietà. Ad esempio, i Francescani diffusero molto la devozione verso l’umanità di Cristo, con l’impegno di imitare il Signore. Non sorprende allora che fossero numerosi i fedeli, donne ed uomini, che sceglievano di farsi accompagnare nel cammino cristiano da frati Francescani e Domenicani, direttori spirituali e confessori ricercati e apprezzati. Nacquero, così, associazioni di fedeli laici che si ispiravano alla spiritualità di san Francesco e di san Domenico, adattata al loro stato di vita. Si tratta del Terzo Ordine, sia francescano che domenicano. In altri termini, la proposta di una "santità laicale" conquistò molte persone. Come ha ricordato il Concilio Ecumenico Vaticano II, la chiamata alla santità non è riservata ad alcuni, ma è universale (cfr Lumen gentium, 40). In tutti gli stati di vita, secondo le esigenze di ciascuno di essi, si trova la possibilità di vivere il Vangelo. Anche oggi ogni cristiano deve tendere alla "misura alta della vita cristiana", a qualunque stato di vita appartenga!

L’importanza degli Ordini Mendicanti crebbe così tanto nel Medioevo che Istituzioni laicali, come le organizzazioni del lavoro, le antiche corporazioni e le stesse autorità civili, ricorrevano spesso alla consulenza spirituale dei Membri di tali Ordini per la stesura dei loro regolamenti e, a volte, per la soluzione di contrasti interni ed esterni. I Francescani e i Domenicani diventarono gli animatori spirituali della città medievale. Con grande intuito, essi misero in atto una strategia pastorale adatta alle trasformazioni della società. Poiché molte persone si spostavano dalle campagne nelle città, essi collocarono i loro conventi non più in zone rurali, ma urbane. Inoltre, per svolgere la loro attività a beneficio delle anime, era necessario spostarsi secondo le esigenze pastorali. Con un’altra scelta del tutto innovativa, gli Ordini mendicanti abbandonarono il principio di stabilità, classico del monachesimo antico, per scegliere un altro modo. Minori e Predicatori viaggiavano da un luogo all’altro, con fervore missionario. Di conseguenza, si diedero un’organizzazione diversa rispetto a quella della maggior parte degli Ordini monastici. Al posto della tradizionale autonomia di cui godeva ogni monastero, essi riservarono maggiore importanza all’Ordine in quanto tale e al Superiore Generale, come pure alla struttura delle provincie. Così i Mendicanti erano maggiormente disponibili per le esigenze della Chiesa Universale. Questa flessibilità rese possibile l’invio dei frati più adatti per lo svolgimento di specifiche missioni e gli Ordini Mendicanti raggiunsero l’Africa settentrionale, il Medio Oriente, il Nord Europa. Con questa flessibilità il dinamismo missionario venne rinnovato.

Un’altra grande sfida era rappresentata dalle trasformazioni culturali in atto in quel periodo. Nuove questioni rendevano vivace la discussione nelle università, che sono nate alla fine del XII secolo. Minori e Predicatori non esitarono ad assumere anche questo impegno e, come studenti e professori, entrarono nelle università più famose del tempo, eressero centri di studi, produssero testi di grande valore, diedero vita a vere e proprie scuole di pensiero, furono protagonisti della teologia scolastica nel suo periodo migliore, incisero significativamente nello sviluppo del pensiero. I più grandi pensatori, san Tommaso d'Aquino e san Bonaventura, erano mendicanti, operando proprio con questo dinamismo della nuova evangelizzazione, che ha rinnovato anche il coraggio del pensiero, del dialogo tra ragione e fede. Anche oggi c’è una "carità della e nella verità", una "carità intellettuale" da esercitare, per illuminare le intelligenze e coniugare la fede con la cultura. L’impegno profuso dai Francescani e dai Domenicani nelle università medievali è un invito, cari fedeli, a rendersi presenti nei luoghi di elaborazione del sapere, per proporre, con rispetto e convinzione, la luce del Vangelo sulle questioni fondamentali che interessano l’uomo, la sua dignità, il suo destino eterno. Pensando al ruolo dei Francescani e Domenicani nel Medioevo, al rinnovamento spirituale che suscitarono, al soffio di vita nuova che comunicarono nel mondo, un monaco disse: "In quel tempo il mondo invecchiava. Due Ordini sorsero nella Chiesa, di cui rinnovarono la giovinezza come quella di un’aquila" (Burchard d’Ursperg, Chronicon).

Cari fratelli e sorelle, invochiamo proprio all'inizio di quest'anno lo Spirito Santo, eterna giovinezza della Chiesa: egli faccia sentire ad ognuno l’urgenza di offrire una testimonianza coerente e coraggiosa del Vangelo, affinché non manchino mai santi, che facciano risplendere la Chiesa come sposa sempre pura e bella, senza macchia e senza ruga, capace di attrarre irresistibilmente il mondo verso Cristo, verso la sua salvezza.

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martedì 12 gennaio 2010

BREVE ESAME CRITICO DEL "NOVUS ORDO MISSAE" - CARD. OTTAVIANI E BACCI



Card. Alfredo Ottaviani
Roma, 29 ottobre 1890 – Città del Vaticano, 3 agosto 1979

Breve esame critico del
«Novus Ordo Missæ»



lunedì 11 gennaio 2010

ED ECCO A VOI LA VERA RIFORMA DEL PAPATO RATZINGERIANO: IL CARDINALE CAÑIZARES SPIEGA COME RESTITUIRE AL CULTO DIVINO IL SIGNIFICATO E IL VIGORE PERDUTI NELLA BANALIZZAZIONE POST CONCILIARE – INTERVISTA DI PAOLO RODARI


Cardinale Antonio Cañizares LloveraPrefetto della Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti



L’ex arcivescovo di Toledo e primate di Spagna, il cardinale Antonio Cañizares Llovera, guida il “ministero” vaticano che si occupa di liturgia da poco più di un anno. Un compito delicato in un pontificato, come è quello di Benedetto XVI, in cui la liturgia e la sua “ristrutturazione” dopo le derive post conciliari hanno un ruolo centrale. Come centrale, del resto, è la liturgia nella vita dei fedeli. Lo ha detto ancora il Papa la notte di Natale: come per i monaci, anche per ogni uomo “la liturgia è la prima priorità. Tutto il resto viene dopo”. Occorre “mettere in secondo piano altre occupazioni, per quanto importanti esse siano, per avviarci verso Dio, per lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo”.
Quanto dice Cañizares al Foglio è più d’un bilancio dopo un anno trascorso in curia romana:
“Ho ricevuto – spiega – la missione di portare a termine, con l’aiuto indispensabile e validissimo dei miei collaboratori, quei compiti che sono assegnati alla congregazione per il culto divino e la disciplina dei sacramenti nella costituzione apostolica Pastor Bonus di Giovanni Paolo II rispetto all’ordinazione e alla promozione della liturgia sacra, in primo luogo dei sacramenti. Per la situazione religiosa e culturale in cui viviamo e per la stessa priorità che corrisponde alla liturgia nella vita della chiesa, credo che la missione principale che ho ricevuto è promuovere con dedizione totale e impegno, ravvivare e sviluppare lo spirito e il senso vero della liturgia nella coscienza e nella vita dei fedeli; che la liturgia sia il centro e il cuore della vita delle comunità; che tutti, sacerdoti e fedeli, la consideriamo come sostanziale e imprescindibile nella nostra vita; che viviamo la liturgia in piena verità, e che viviamo di essa; che sia in tutta la sua ampiezza, come dice il Concilio Vaticano II, ‘fonte e culmine’ della vita cristiana.

Dopo un anno alla guida di questa congregazione, ogni giorno sperimento e sento con forza maggiore la necessità di promuovere nella chiesa, in tutti i continenti, un impulso liturgico forte e rigoroso che faccia rivivere la ricchissima eredità del Concilio e di quel gran movimento liturgico del diciannovesimo secolo e della prima metà del ventesimo – con uomini come Guardini, Jungmann e tanti altri – che rese feconda la chiesa nel Concilio Vaticano II. Lì, senza alcun dubbio, sta il nostro futuro e il futuro stesso del mondo. Dico questo perché il futuro della chiesa e dell’umanità intera è riposto in Dio, nel vivere di Dio e di quanto viene da Lui; e questo accade nella liturgia e attraverso essa. Soltanto una chiesa che viva della verità della liturgia sarà in grado di dare l’unica cosa che può rinnovare, trasformare e ricreare il mondo: Dio e soltanto Dio e la Sua grazia. La liturgia, nella sua più pura indole, è presenza di Dio, opera salvifica e rigeneratrice di Dio, comunicazione e partecipazione del Suo amore misericordioso, adorazione, riconoscimento di Dio. E’ l’unica cosa che può salvarci”.
Guardini, Jungmann, due pilastri del rinnovamento liturgico dei decenni passati. Figure alle quale anche Joseph Ratzinger si è ispirato nel suo “Introduzione allo spirito della liturgia”. Figure che, probabilmente, l’hanno ispirato anche nelle promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum. Si è detto che il Motu Proprio ha rappresentato anche (c’è chi dice anzitutto) una mano tesa del Papa ai lefebvriani. E’ così?

“Di fatto lo è. Però credo che il Motu Proprio abbia un grandissimo valore per se stesso e per la chiesa e per la liturgia. Sebbene ad alcuni questo dispiaccia, a giudicare dalle reazioni arrivate e che continuano ad arrivare, è giusto e necessario dire che il Motu Proprio non è un passo indietro, né un ritorno al passato. E’ riconoscere e accogliere, con semplicità, in tutta la sua ampiezza i tesori e l’eredità della grande Tradizione, che ha nella liturgia la sua espressione più genuina e profonda. La chiesa non può permettersi di prescindere, dimenticare o rinunciare ai tesori e alla ricca eredità di questa tradizione, contenuta nel Rito romano. Sarebbe un tradimento e una negazione verso se stessa. Non si può abbandonare l’eredità storica della liturgia ecclesiastica, né volere stabilire tutto ex novo, come alcuni pretenderebbero, senza amputare parti fondamentali della chiesa stessa.
Alcuni intesero la riforma liturgica conciliare come una rottura, e non come uno sviluppo organico della tradizione. In quegli anni del post Concilio il ‘cambiamento’ era una parola quasi magica; bisognava modificare ciò che era stato al punto da dimenticarlo; tutto nuovo; bisognava introdurre novità, in fondo opera e creazione umana. Non possiamo dimenticare che la riforma liturgica e il post Concilio coincisero con un clima culturale marcato o dominato intensamente da una concezione dell’uomo come ‘creatore’ che difficilmente si accompagna bene a una liturgia che, soprattutto, è azione di Dio e sua priorità, “diritto” di Dio, adorazione di Dio e anche tradizione di ciò che riceviamo e ci è dato una volta e per sempre.

La liturgia non siamo noi a farla, non è opera nostra, ma di Dio. Questa concezione dell’uomo ‘creatore’ che conduce a una visione secolarizzata di tutto, dove Dio, spesso, non ha un posto, questa passione per il cambiamento e la perdita della tradizione non è stata ancora superata; e per questo, a mio parere, fra le altre cose, ha fatto sì che alcuni vedessero con tanta diffidenza il Motu Proprio o che dispiaccia tanto ad alcuni recepirlo e accoglierlo, rincontrare le grandi ricchezze della tradizione liturgica romana che non possiamo dilapidare, o cercare e accettare l’arricchimento reciproco nell’unico Rito romano fra la forma “ordinaria” e quella “straordinaria”.

Il Motu Proprio Summorum Pontificum è un grandissimo valore, che tutti dovremmo apprezzare, che non ha soltanto a che fare con la liturgia ma con l’insieme della chiesa, di ciò che è e significa la tradizione, senza che la chiesa si converta in una istituzione umana in mutamento e, ovviamente, ha anche a che vedere con la lettura e l’interpretazione che si fa o si sia fatta del Concilio Vaticano II. Quando si legge e si interpreta in chiave di rottura o di discontinuità, non si capisce nulla del Concilio e lo si travisa del tutto. Per questo, come indica il Papa, soltanto ‘un’ermeneutica della continuità’ ci porta a una giusta e corretta lettura del Concilio, e a conoscere la verità di ciò che dice e insegna nel suo insieme e in particolare nella Costituzione Sacrosantum Concilium sulla liturgia divina, inseparabile, per lo più, da questo stesso insieme. Il Motu Proprio, di conseguenza, ha anche un valore altissimo per la comunione della chiesa”.
C’è il Papa dietro il lento ma necessario processo di riavvicinamento della chiesa a un autentico spirito liturgico. Eppure, non mancano divisioni e contrapposizioni. Ne parla il cardinale Cañizares:

“Il grande apporto del Papa, a mio parere, è che ci sta portando fino alla verità della liturgia, con una saggia pedagogia ci sta introducendo nel genuino ‘spirito’ della liturgia (come recita il titolo di una delle sue opere prima di diventare Papa).

Lui, prima di tutto, sta seguendo un semplice processo educativo che chiede di andare verso questo ‘spirito’ o senso genuino della liturgia, per superare una visione riduttiva molto radicata della liturgia. I suoi insegnamenti così ricchi e abbondanti in questo campo, come Papa e prima di diventarlo, così come i gesti evocatori che stanno accompagnando le celebrazioni che presiede, vanno in questa stessa direzione. Accogliere questi gesti e questi insegnamenti è un dovere che abbiamo se siamo disposti a vivere la liturgia in modo corrispondente alla sua stessa naturalezza e se non vogliamo perdere i tesori e le eredità liturgiche della tradizione. Inoltre, costituiscono un vero dono per la formazione, così urgente e necessaria, del popolo cristiano.

In questa prospettiva bisognerebbe vedere lo stesso Motu Proprio che ha confermato la possibilità di celebrare con il rito del messale romano approvato da Giovanni XXIII e che risale, con le successive modifiche, al tempo di san Gregorio Magno e ancora prima. E’ certo che sono molte le difficoltà che stanno avendo coloro che, nell’utilizzo di quello che è un loro diritto, celebrano o partecipano alla Santa Messa conforme al ‘rito antico’ o ‘straordinario’. Di suo, non ci sarebbe bisogno di questa opposizione, né tantomeno di essere visti con sospetto o essere etichettati come ‘pre conciliari’, o, ancora peggio, come ‘anti conciliari’. Le ragioni di questo sono molteplici e diverse, però, in fondo, sono le stesse che portarono a una riforma liturgica intesa come rottura e non nell’orizzonte della tradizione e dell’‘ermeneutica della continuità’, che reclama il rinnovamento e la vera riforma liturgica nella chiave del Vaticano II. Non possiamo dimenticare, in più, che nella liturgia si tocca quanto di più essenziale c’è delle fede e della chiesa e, per questo, ogni volta che nella storia si è toccato qualcosa della liturgia tensioni e anche divisioni non sono state rare”.

E’ dal discorso di Benedetto XVI alla curia romana del 22 dicembre 2005 che la necessità di leggere il Vaticano II non in un’ottica di discontinuità col passato ma di continuità è diventata centrale nell’attuale pontificato. Dal punto di vista liturgico questo cosa significa?

“Significa, fra le altre cose, che non possiamo portare a termine il rinnovamento della liturgia e metterla al centro e alla fonte della vita cristiana, se ci poniamo davanti a essa in chiave di rottura con la tradizione che ci precede e che porta questa ricca sorgente di vita e di dono di Dio che ha alimentato e dato vita al popolo cristiano. Gli insegnamenti, le indicazioni, i gesti di Benedetto XVI sono fondamentali in questo senso. Per questo bisogna favorire la conoscenza serena e profonda di quanto ci sta dicendo, compreso quello che ha detto prima di diventare Papa, e che tanto chiaramente si riflette, per esempio, nella sua esortazione apostolica ‘Sacramentum caritatis’”.
La congregazione che Cañizares presiede si è riunita lo scorso marzo in plenaria e ha presentato delle propositiones al Papa.

“L’assemblea plenaria della congregazione si è occupata soprattutto dell’adorazione eucaristica, l’eucarestia come adorazione, e l’adorazione al di fuori delle sante messe. Sono state approvate alcune conclusioni poi presentate al Santo Padre. Queste conclusioni prevedono un piano di lavoro della congregazione per i prossimi anni, che il Papa ha ratificato e incoraggiato.

Si muovono tutte sulla linea di ravvivare e promuovere un nuovo movimento liturgico che, fedele in tutto agli insegnamenti del Concilio e seguendo gli insegnamenti di Benedetto XVI, collochi la liturgia nel posto centrale che le corrisponde nella vita della chiesa. Le conclusioni delle propositiones riguardano l’impulso e la promozione dell’adorazione del Signore, base del culto che si deve dare a Dio, della liturgia cristiana; inseparabile dalla fede nella presenza reale e sostanziale di Cristo nel sacramento eucaristico; assolutamente necessaria per una chiesa viva. Porre un freno agli abusi, che disgraziatamente sono molti, e correggerli non è qualcosa che derivi dalla plenaria della congregazione, ma è qualcosa che reclama la stessa liturgia e la vita e il futuro della chiesa e la comunione con essa. Su questo, sui tanti abusi liturgici e sulla loro correzione, alcuni anni fa la congregazione pubblicò un’istruzione importantissima, la ‘Redemptionis Sacramentum’ e a essa dobbiamo rimetterci tutti, è un dovere urgentissimo correggere gli abusi esistenti se vogliamo come cattolici portare qualcosa al mondo per rinnovarlo. Le proposizioni non si occupano di mettere a freno la creatività, ma anzi di incoraggiare, favorire, ravvivare la verità della liturgia, il suo senso più autentico e il suo spirito più genuino; non possiamo nemmeno dimenticare o ignorare che la creatività liturgica come spesso la si è intesa e la si intende, è un freno alla liturgia e la causa della sua secolarizzazione, perché è in contraddizione con la naturalezza stessa della liturgia”.
Si parla nelle propositiones dell’uso della lingua latina?

“Non si dice nulla a proposito del dare più spazio alla lingua latina, compreso nel rito ordinario, né di pubblicare messali bilingue, come in realtà già si è già fatto in alcuni luoghi dopo la conclusione del Concilio; non bisogna comunque dimenticare che il concilio nella costituzione ‘Sacrosanctum Concilium’ non deroga il latino, lingua venerabile alla quale è vincolato il rito romano”.
Ci sono poi tante altre questioni importanti, l’orientamento…

“Non solleviamo la questione dell’orientamento ‘versus Orientem’, né della comunione per bocca, né di altri aspetti che a volte vengono fuori come accuse di ‘passi indietro’, di conservatorismo o d’involuzione. Credo, del resto, che le questioni come queste, l’orientamento, il crocifisso visibile al centro dell’altare, la comunione in ginocchio e in bocca, l’uso del canto gregoriano, sono questioni importanti che non si possono sminuire in maniera frivola o superficiale e delle quali, in ogni caso, si deve parlare con cognizione di causa e con fondamento, come fa, per esempio, il Santo Padre, e vedendo anche come queste cose corrispondono (e anche favoriscono) di più la verità della celebrazione così come la partecipazione attiva, nel senso in cui ne parla il Concilio e non in altri sensi. Ciò che è importante è che la liturgia venga celebrata nella sua verità, con verità, e che si favorisca e promuova intensamente il senso e lo spirito della liturgia in tutto il popolo di Dio in modo tale che si viva di essa; è veramente molto importante che le celebrazioni abbiano e propizino il senso del sacro, del Mistero, che ravvivino la fede nella presenza reale del Signore e nel dono di Dio che agisce in essa, così come l’adorazione, il rispetto, la venerazione, la contemplazione, la preghiera, l’elogio, l’azione di grazia, e molte altre cose che corrono il rischio di annacquarsi.

Quando partecipo o vedo la liturgia del Papa che ha già incorporato alcuni di questi elementi mi convinco sempre più che non sono aspetti casuali ma che invece hanno una forza espressiva ed educativa per se stessa e nella verità della celebrazione, la cui assenza si nota”.
Cañizares è stato per anni una figura di spicco della chiesa spagnola. Lo è ancora, pur risiedendo a Roma. In Spagna c’è stata recentemente una dichiarazione del segretario della conferenza episcopale del paese, monsignor Juan Antonio Martinez Camino, che diceva che quei politici che si esprimeranno pubblicamente a favore dell’aborto non potranno ricevere la comunione. Condivide questa posizione di Camino? Perché la Spagna è diventata l’avamposto di politiche cosiddette laiciste? Come debbono comportarsi vescovi e le conferenze episcopali di fronte a posizioni che negano la vita?

“I vescovi, come pastori che guidano e difendono il popolo che ci è stato affidato, hanno il dovere di carità ineludibile di insegnare e trasmettere ai fedeli, fedelmente, con saggezza, dottrina e prudenza, ciò che crede e insegna la fede della Chiesa, sebbene questo costi, sebbene vada controcorrente o penalizzi l’opinione pubblica. Ciò che c’è in gioco sul tema dell’aborto e quello che si legifererà in Spagna in questa materia, quando saranno approvati tutti i passaggi regolamentari, è qualcosa di molto grave e decisivo, e non possiamo né tacere né occultare la verità; è ciò che, compiendo l’ordine del suo Signore, la chiesa dice e comanda ai suoi fedeli, esige e si aspetta da loro. Dobbiamo servire e indirizzare i fedeli con la luce della verità ricevuta della quale non possiamo disporre in questioni morali e, a volte, delicate; e dobbiamo aiutare i cattolici nella vita pubblica a prendere le loro decisioni con responsabilità davanti a Dio e davanti agli uomini e conformemente alla ragione come corrisponde alla loro condizione di figli della chiesa e credenti in Gesù Cristo.

Non possiamo né dobbiamo, pena quella di essere dei cattivi pastori, muoverci in queste questioni con relativismi, con calcoli ‘politici’, o con abili o sottili ‘diplomazie’. L’esercitare bene il nostro ministero episcopale, del resto, non è assolutamente in lotta, anzi, con la prudenza, la misura, la misericordia, la gentilezza e la mano tesa che certamente dovranno accompagnarci in tutto. E’ un momento difficile quello che stiamo attraversando ora in Spagna; non è facile neanche per i vescovi.

Non credo, d’altra parte, che la Spagna sia la portabandiera o l’avanguardia di politiche laiciste. Il laicismo, evidente o nascosto, e le politiche laiciste sono diffuse quasi dappertutto, in alcuni paesi più che in altri, e in alcuni con moltissimo potere e forza; c’è una forza, apparentemente inarrestabile, impegnata a introdurre il laicismo in tutto il mondo, o, che è lo stesso, a cancellare Dio rivelato nel viso umano di Gesù Cristo, suo Unigenito, dalla coscienza degli uomini. E’ vero che in Spagna questo laicismo ha delle connotazioni speciali forse per tutta la sua storia e la sua stessa identità. La Spagna sta subendo una trasformazione molto radicale nella sua mentalità, nel suo pensiero e nei criteri di giudizio, nei suoi costumi e nei modi di agire, nella sua cultura, insomma, nella sua natura o identità; questo, inoltre, si manifesta in una grande e profonda crisi o rottura morale e di valori, dietro la quale si nasconde una crisi religiosa e sociale e una frammentazione dell’uomo. Però, al tempo stesso, le radici e le fondamenta che sostengono la Spagna e la parte più genuina di essa derivano dalla fede cristiana, trovano sostentamento in essa, e in quanto essa crede; e queste radici non sono sparite né scompariranno. Un’insieme di leggi, come quella dell’aborto che è già stata approvata in Parlamento, oltre ad altri fattori, è senza dubbio il segno della trasformazione in atto.

Ho sempre creduto che noi vescovi, obbedendo a Dio prima che agli uomini, dobbiamo annunciare sempre il Vangelo e Gesù Cristo, non anteporre nulla a Lui e alla sua opera, annunciare senza sosta e coraggiosamente Dio vivo, la cui gloria è che l’uomo viva, che costituisce il ‘sì’ più pieno e totale che si possa dare all’uomo, alla sua dignità inviolabile, alla vita, ai suoi diritti fondamentali, a tutto ciò che è veramente umano. Annunciare e testimoniare Colui che è amore, agendo in tutto con carità e portando e testimoniando davanti a tutti la carità, la passione di Dio per l’uomo, in modo particolare per i deboli, gli indifesi, coloro che sono trattati ingiustamente. Tutto indirizzato verso la conversione, perché sorga una nuova umanità fatta da uomini nuovi con la novità del Vangelo di Gesù Cristo, del modo di essere, di pensare e di agire che in Lui, verità di Dio e dell’uomo, incontriamo e ha origine.

Si tratta semplicemente di dare impulso e portare a termine una nuova e decisa evangelizzazione. Questa è la condizione in cui si trovano la chiesa e i vescovi in Spagna da molto tempo; è un lavoro lento e arduo, ma che sta dando i suoi frutti. Credo, inoltre, che i vescovi in Spagna, proprio in virtù dell’affermazione di Dio e della fede in Gesù Cristo, si sono imbarcati in una grande battaglia a favore dell’uomo, del diritto alla vita, della libertà, di ciò che è imprescindibile per l’uomo come la famiglia, la verità e bellezza della famiglia basata sul matrimonio tra un uomo e una donna aperto alla vita, nell’amore; sono a favore dell’educazione della persona e della libertà di insegnamento, della libertà religiosa. La chiesa in Spagna, per puntare ogni giorno e con più forza e intensità sull’uomo e sui suoi diritti fondamentali, sente la chiamata a rafforzare l’esperienza di Dio perché i suoi fedeli siano ‘testimoni del Dio vivo’, come dice uno dei suoi documenti più importanti ed emblematici di alcuni anni fa. Il suo compito non è la politica, né fare politica, se non essere semplicemente chiesa, presenza di Cristo fra gli uomini, anche se questo la penalizza. La situazione è dura, ma guardiamo al futuro con una grande speranza e una grande chiamata a lasciarci rafforzare da Dio e tenerlo al centro di tutto, e proseguiamo il nostro cammino senza fermarci e senza tirarci indietro, con lo sguardo fisso su Gesù Cristo.

Ho la certezza assoluta che la Spagna cambierà e tornerà al vigore di una fede vivida e di un rinnovamento della società. Non possiamo abbassare la guardia, né abbassare le braccia che devono stare tese verso Dio in una supplica fiduciosa e permanente. E’ essenziale che, prima di tutto, recuperi la sua vitalità e il suo vigore teologale e religioso, che Dio dato in Gesù Cristo sia veramente il suo centro e il suo più saldo fondamento, per essere capaci, come in altri momenti, di creare una nuova cultura e far sorgere una nuova società. Questo è possibile; e, inoltre, nulla è impossibile a Dio”.
Pubblicato sul Foglio sabato 9 gennaio 2010
Fonte: Palazzo Apostolico, Diario Vaticano di Paolo Rodari

domenica 10 gennaio 2010

Le Parole del Papa alla recita dell'ANGELUS - 10 Gen 2010



 BENEDETTO XVI ALL'ANGELUS
Festa del Battesimo del Signore
Piazza San Pietro - Domenica, 10 gennaio 2010

Cari fratelli e sorelle!

Questa mattina, durante la santa Messa celebrata nella Cappella Sistina, ho amministrato il sacramento del Battesimo ad alcuni neonati. Tale consuetudine è legata alla festa del Battesimo del Signore, con la quale si conclude il tempo liturgico del Natale. Il Battesimo suggerisce molto bene il senso globale delle Festività natalizie, nelle quali il tema del diventare figli di Dio grazie alla venuta del Figlio unigenito nella nostra umanità costituisce un elemento dominante. Egli si è fatto uomo perché noi possiamo diventare figli di Dio. Dio è nato perché noi possiamo rinascere. Questi concetti ritornano continuamente nei testi liturgici natalizi e costituiscono un entusiasmante motivo di riflessione e di speranza. Pensiamo a ciò che scrive san Paolo ai Galati: "Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli" (Gal 4,4-5); o ancora san Giovanni nel Prologo del suo Vangelo: "A quanti l’hanno accolto / ha dato potere di diventare figli di Dio" (Gv 1,12). Questo stupendo mistero che è la nostra "seconda nascita" – la rinascita di un essere umano dall’"alto", da Dio (cfr Gv 3,1-8) – si realizza e si riassume nel segno sacramentale del Battesimo.



Con tale sacramento l’uomo diventa realmente figlio, figlio di Dio. Da allora, il fine della sua esistenza consiste nel raggiungere in modo libero e consapevole ciò che fin dall’inizio è la destinazione dell’uomo. "Diventa ciò che sei" – rappresenta il principio educativo di base della persona umana redenta dalla grazia. Tale principio ha molte analogie con la crescita umana, dove il rapporto dei genitori con i figli passa, attraverso distacchi e crisi, dalla dipendenza totale alla consapevolezza di essere figli, alla riconoscenza per il dono della vita ricevuta e alla maturità e alla capacità di donare la vita. Generato dal Battesimo a vita nuova, anche il cristiano inizia il suo cammino di crescita nella fede che lo porterà ad invocare consapevolmente Dio come "Abbà – Padre", a rivolgersi a Lui con gratitudine e a vivere la gioia di essere suo figlio.

Dal Battesimo deriva anche un modello di società: quella dei fratelli. La fraternità non si può stabilire mediante un’ideologia, tanto meno per decreto di un qualsiasi potere costituito. Ci si riconosce fratelli a partire dall’umile ma profonda consapevolezza del proprio essere figli dell’unico Padre celeste. Come cristiani, grazie allo Spirito Santo ricevuto nel Battesimo, abbiamo in sorte il dono e l’impegno di vivere da figli di Dio e da fratelli, per essere come "lievito" di un’umanità nuova, solidale e ricca di pace e di speranza. In questo ci aiuta la consapevolezza di avere, oltre che un Padre nei cieli, anche una madre, la Chiesa, di cui la Vergine Maria è il perenne modello. A lei affidiamo i bambini neo-battezzati e le loro famiglie, e chiediamo per tutti la gioia di rinascere ogni giorno "dall’alto", dall’amore di Dio, che ci rende suoi figli e fratelli tra noi.

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SANTA MESSA NELLA CAPPELLA SISTINA E AMMINISTRAZIONE DEL SACRAMENTO DEL BATTESIMO DEI BAMBINI - OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI - 10 gennaio 2010



OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
Festa del Battesimo del Signore
Capella Sistina


Cari fratelli e sorelle!

Nella festa del Battesimo del Signore, anche quest’anno ho la gioia di amministrare il sacramento del Battesimo ad alcuni neonati, che i genitori presentano alla Chiesa. Siate i benvenuti, cari papà e mamme di questi piccoli, e voi padrini e madrine, amici e parenti, che fate loro corona. Rendiamo grazie a Dio, che oggi chiama queste sette bambine e questi sette bambini a diventare suoi figli in Cristo. Li circondiamo con la preghiera e con l’affetto e li accogliamo con gioia nella Comunità cristiana, che da oggi diventa anche la loro famiglia.


Con la festa del Battesimo di Gesù continua il ciclo delle manifestazioni del Signore, che è iniziato a Natale con la nascita a Betlemme del Verbo incarnato, contemplato da Maria, Giuseppe e i pastori nell’umiltà del presepe, e che ha avuto una tappa importante nell’Epifania, quando il Messia, attraverso i Magi, si è manifestato a tutte le genti. Oggi Gesù si rivela, sulle rive del Giordano, a Giovanni e al popolo d'Israele. È la prima occasione in cui egli, da uomo maturo, entra nella scena pubblica, dopo aver lasciato Nazaret. Lo troviamo presso il Battista, da cui si reca un gran numero di gente, in una scena inconsueta. Nel brano evangelico, poc’anzi proclamato, san Luca osserva anzitutto che il popolo "era in attesa" (3,15). Egli sottolinea, così, l’attesa di Israele, coglie, in quelle persone che avevano lasciato le loro case e gli impegni abituali, il profondo desiderio di un mondo diverso e di parole nuove, che sembrano trovare risposta proprio nelle parole severe, impegnative, ma colme di speranza del Precursore. Il suo è un battesimo di penitenza, un segno che invita alla conversione, a cambiare vita, perché si avvicina Colui che "battezzerà in Spirito santo e fuoco" (3,16). Infatti, non si può aspirare ad un mondo nuovo rimanendo immersi nell’egoismo e nelle abitudini legate al peccato. Anche Gesù abbandona la casa e le consuete occupazioni per raggiungere il Giordano. Arriva in mezzo alla folla che sta ascoltando il Battista e si mette in fila come tutti, in attesa di essere battezzato. Giovanni, non appena lo vede avvicinarsi, intuisce che in quell’Uomo c’è qualcosa di unico, che è il misterioso Altro che attendeva e verso il quale era orientata tutta la sua vita. Comprende di trovarsi di fronte a Qualcuno di più grande di lui e di non essere degno neppure di sciogliergli i lacci dei sandali.

Presso il Giordano, Gesù si manifesta con una straordinaria umiltà, che richiama la povertà e la semplicità del Bambino deposto nella mangiatoia, e anticipa i sentimenti con i quali, al termine dei suoi giorni terreni, giungerà a lavare i piedi dei discepoli e subirà l’umiliazione terribile della croce. Il Figlio di Dio, Colui che è senza peccato, si pone tra i peccatori, mostra la vicinanza di Dio al cammino di conversione dell’uomo. Gesù prende sulle sue spalle il peso della colpa dell’intera umanità, inizia la sua missione mettendosi al nostro posto, al posto dei peccatori, nella prospettiva della croce.

Mentre, raccolto in preghiera, dopo il battesimo, esce dall’acqua, si aprono i cieli. È il momento atteso da schiere di profeti. "Se tu squarciassi i cieli e scendessi!", aveva invocato Isaia (63,19). In questo momento, sembra suggerire san Luca, tale preghiera viene esaudita. Infatti, "Il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo" (3,21-22); si udirono parole mai ascoltate prima: "Tu sei il Figlio mio, l’amato, in te ho posto il mio compiacimento" (v. 22). Gesù salendo dalle acque, come afferma san Gregorio Nazianzeno, "vede scindersi e aprirsi i cieli, quei cieli che Adamo aveva chiuso per sé e per tutta la sua discendenza" (Discorso 39 per il Battesimo del Signore, PG 36). Il Padre, il Figlio e lo Spirito Santo scendono tra gli uomini e ci rivelano il loro amore che salva. Se sono gli angeli a recare ai pastori l'annuncio della nascita del Salvatore, e la stella ai Magi venuti dall’Oriente, ora è la voce stessa del Padre che indica agli uomini la presenza nel mondo del suo Figlio e che invita a guardare alla risurrezione, alla vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte.

Il lieto annuncio del Vangelo è l'eco di questa voce che scende dall’alto. A ragione, perciò, Paolo, come abbiamo ascoltato nella seconda lettura, scrive a Tito: "Figlio mio, è apparsa la grazia di Dio, che porta salvezza a tutti gli uomini" (2,11). Il Vangelo, infatti, è per noi grazia che dà gioia e senso alla vita. Essa, prosegue l’Apostolo, "ci insegna a rinnegare l'empietà e i desideri mondani e a vivere in questo mondo con sobrietà, con giustizia e con pietà" (v. 12); ci conduce, cioè, ad una vita più felice, più bella, più solidale, ad una vita secondo Dio. Possiamo dire che anche per questi bambini oggi si aprono i cieli. Essi riceveranno in dono la grazia del Battesimo e lo Spirito Santo abiterà in loro come in un tempio, trasformando in profondità il loro cuore. Da questo momento, la voce del Padre chiamerà anche loro ad essere suoi figli in Cristo e, nella sua famiglia che è la Chiesa, donerà a ciascuno il dono sublime della fede. Tale dono, ora che non hanno la possibilità di intendere pienamente, sarà deposto nel loro cuore come un seme pieno di vita, che attende di svilupparsi e portare frutto. Oggi vengono battezzati nella fede della Chiesa, professata dai genitori, dai padrini e dalle madrine e dai cristiani presenti, che poi li condurranno per mano nella sequela di Cristo. Il rito del Battesimo richiama con insistenza il tema della fede già all’inizio, quando il Celebrante ricorda ai genitori che chiedendo il battesimo per i propri figli, essi assumono l’impegno ad "educarli nella fede". Questo compito è richiamato in modo ancora più forte a genitori e padrini nella terza parte della celebrazione, che inizia con le parole loro rivolte: "A voi il compito di educarli nella fede perché la vita divina che ricevono in dono sia preservata dal peccato e cresca di giorno in giorno. Se dunque, in forza della vostra fede, siete pronti ad assumervi questo impegno… fate la vostra professione in Cristo Gesù. E’ la fede della Chiesa nella quale i vostri figli vengono battezzati". Queste parole del rito suggeriscono che, in qualche modo, la professione di fede e la rinuncia al peccato di genitori, padrini e madrine rappresentano la premessa necessaria perché la Chiesa conferisca il Battesimo ai loro bambini.

Immediatamente prima dell’infusione dell’acqua sul capo del neonato vi è, poi, un ulteriore richiamo alla fede. Il celebrante rivolge un’ultima domanda: "Volete che il vostro bambino riceva il Battesimo nella fede della Chiesa, che tutti insieme abbiamo professato?". E solo dopo la loro risposta affermativa viene amministrato il Sacramento. Anche nei riti esplicativi - unzione con il crisma, consegna della veste bianca e del cero accesso, gesto dell’"effeta" - la fede rappresenta il tema centrale. "Abbiate cura - dice la formula che accompagna la consegna del cero – che i vostri bambini… vivano sempre come figli della luce; e perseverando nella fede, vadano incontro al Signore che viene"; "Il Signore Gesù – afferma ancora il Celebrante nel rito dell’"effeta" – ti conceda di ascoltare presto la sua parola, e di professare la tua fede, a lode e gloria di Dio Padre". Tutto poi è coronato dalla benedizione finale che ricorda ancora ai genitori il loro impegno di essere per i figli "i primi testimoni della fede".

Cari amici, oggi per questi bambini è un grande giorno. Con il Battesimo, essi, divenuti partecipi della morte e risurrezione del Cristo, iniziano con lui l’avventura gioiosa ed esaltante del discepolo. La liturgia la presenta come un’esperienza di luce. Infatti, consegnando a ciascuno la candela accesa al cero pasquale, la Chiesa afferma: "Ricevete la luce di Cristo!". È del Battesimo illuminare con la luce di Cristo, aprire gli occhi al suo splendore e introdurre al mistero di Dio attraverso il lume divino della fede. In questa luce i bambini che stanno per essere battezzati dovranno camminare per tutta la vita, aiutati dalle parole e dall’esempio dei genitori, dei padrini e delle madrine. Questi dovranno impegnarsi ad alimentare con le parole e la testimonianza della loro vita le fiaccole della fede dei bambini, perché possa risplendere in questo nostro mondo, che brancola spesso nelle tenebre del dubbio, e recare la luce del Vangelo che è vita e speranza. Solo così, da adulti potranno pronunciare con piena consapevolezza la formula collocata al termine della professione di fede presente nel rito: "Questa è la nostra fede. Questa è la fede della Chiesa. E noi ci gloriamo di professarla in Cristo Gesù nostro Signore".

Anche ai nostri giorni la fede è un dono da riscoprire, da coltivare e da testimoniare. Con questa celebrazione del Battesimo, il Signore conceda a ciascuno di noi di vivere la bellezza e la gioia dell’essere cristiani, perché possiamo introdurre i bambini battezzati alla pienezza dell’adesione a Cristo. Affidiamo questi piccoli alla materna intercessione della Vergine Maria. Chiediamo a Lei che, rivestiti della veste bianca, segno della loro nuova dignità di figli di Dio, siano per tutta la loro vita fedeli discepoli di Cristo e coraggiosi testimoni del Vangelo. Amen.

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sabato 9 gennaio 2010

DOMENICA DOPO L'EPIFANIA - BATTESIMO DEL SIGNORE C - 10 gennaio 2009




DOMENICA DOPO L'EPIFANIA
BATTESIMO DEL SIGNORE
Anno C - FESTA

MISSALE ROMANUM
VETUS ORDO  -  NOVUS ORDO

°°°  °  °°°

Domenica 10 gennaio 2010
FESTA DEL BATTESIMO DEL SIGNORE
Cappella Sistina, ore 10
Il Santo Padre Benedetto XVI
presiederà la Celebrazione Eucaristica nel corso della quale amministrerà il
Sacramento del Battesimo ad alcuni bambini.

INTRODUCCIÓN AL ESPÍRITU DE LA LITURGIA por Mons. Guido Marini, Una Conferencia para el año de los Sacerdotes

 
INTRODUCCIÓN AL ESPÍRITU DE LA LITURGIA
Una Conferencia para el año de los Sacerdotes
Ciudad del Vaticano, Enero 6 de 2010


Por Mons. Guido Marini,
Maestro de Ceremonias de las Celebraciones Litúrgicas del Papa

[English, Italiano]


Propongo enfocarse en algunos aspectos conectados al espíritu de la liturgia y reflexionar en ellos con Ustedes; verdaderamente, intento abordar un aspecto que me requerirá decir mucho. No solo porque es una tarea exigente y compleja hablar acerca del espíritu de la liturgia, sino también porque muchos importantes trabajos que tratan esta materia ya han sido escritos por autores de incuestionable más alto calibre en teología y liturgia. Pienso en dos personas en particular entre muchos: Romano Guardini y el Cardenal Joseph Ratzinger.



Por otra parte, lo más necesario ahora es hablar acerca del espíritu de la liturgia, especialmente para nosotros miembros del sacerdocio sagrado. Además, hay una urgente necesidad de reafirmar el “autentico” espíritu de la liturgia, tal como está presente en la ininterrumpida tradición de la Iglesia, y está atestiguado, en continuidad con el pasado, en las más recientes enseñanzas Magisteriales: comenzando desde el Concilio Vaticano II hasta el presente pontificado. Uso a propósito la palabra continuidad, una palabra muy querida por nuestro presente Santo Padre. Él ha hecho de ella el único criterio autoritativo por medio del cual uno puede correctamente interpretar la vida de la Iglesia, y mas específicamente, los documentos conciliares, incluyendo todas las propuestas reformas contenidas en ellos. ¿Cómo podría ser diferente? ¿Puede uno verdaderamente hablar de una Iglesia del pasado y de una Iglesia del futuro como si un rompimiento histórico en el cuerpo de la Iglesia hubiera ocurrido? ¿Podría alguien decir que la Esposa de Cristo ha vivido sin la asistencia del Espíritu Santo en un particular periodo del pasado, tal que su recuerdo debiera ser borrado, olvidado a propósito?

Sin embargo, a veces parece que algunos individuos son verdaderos partidarios de un modo de pensar que es definido justamente y propiamente como una ideología, o más bien una preconcebida noción aplicada a la historia de la Iglesia que nada tiene que ver con la verdadera fe.

Un ejemplo del fruto producido por esa engañosa ideología es la recurrente distinción entre la Iglesia preconciliar y la postconciliar. Tal manera de hablar puede ser legítima, pero solo a condición de que por ello no se entiendan dos Iglesias: una, la Iglesia preconciliar, que no tiene nada más que decir o que dar, porque ya ha sido superada, y una segunda, la Iglesia postconciliar, una nueva realidad nacida del Concilio y, por su presunto espíritu, no en continuidad con su pasado. Esta manera de hablar y aún más, de pensar, no debe ser la nuestra. Aparte de ser incorrecta, está sobreseída y anticuada, tal vez entendible desde un punto de vista histórico, mas conectada a una época en la vida de la Iglesia ahora concluida.

¿Tiene algo que ver lo que hemos discutido hasta ahora respecto a la “continuidad” con el asunto que se nos ha pedido tratar en esta conferencia? Si, absolutamente. El autentico espíritu de la liturgia no habita cuando no es abordado con serenidad, dejando de lado todas las polémicas con respecto al pasado reciente o remoto. La liturgia no puede y no debe ser una oportunidad de conflicto entre aquellos que encuentran bueno solo lo que vino antes de nosotros, y aquellos que, por el contrario, casi siempre encuentran lo malo en lo que vino antes. La única disposición que nos permite alcanzar el autentico espíritu de la liturgia, con gozo y verdadero gusto espiritual, es considerar la presente y la pasada liturgia de la Iglesia como un patrimonio en continuo desarrollo. Un espíritu, en consecuencia, que debemos recibir de la Iglesia y no es fruto de nuestra propia fabricación. Un espíritu, añado, que lleva a lo que es esencial en la liturgia, ó, mas precisamente, a orar inspirado y guiado por el Espíritu Santo, en quien Cristo continúa a hacerse presente para nosotros hoy, e irrumpe en nuestras vidas. En verdad, el espíritu de la liturgia es la liturgia del Espíritu Santo.

No pretendo entrar en las honduras de la materia propuesta, ni tratar todos los diferentes aspectos necesarios para un entendimiento panorámico y amplio de la liturgia, específicamente con referencia a la celebración de la Eucaristía, tal como la Iglesia los propone, y en la forma que he aprendido a profundizar mi conocimiento de ellos en estos dos años al servicio de nuestro Santo Padre, Benedicto XVI. Él es un autentico maestro del espíritu de la liturgia, sea por su enseñanza, o por el ejemplo que da en la celebración de los sagrados ritos.

Si, durante el curso de estas reflexiones sobre la esencia de la liturgia, me encuentro tomando nota de algunos comportamientos que no considero en completa armonía con el autentico espíritu de la liturgia, lo haré sólo como una pequeña contribución para hacer sobresalir lo máximo este espíritu en toda su belleza y verdad.


1. La Sagrada Liturgia, el más grande regalo de Dios a la Iglesia.


Estamos todos bien advertidos cómo el Concilio Vaticano segundo dedicó todo su primer documento a la liturgia: Sacrosanctum Concilium. Fue rotulada como la Constitución sobre la sagrada liturgia.

Quiero subrayar el término sagrado en su aplicación a la liturgia, por su importancia. De hecho, los Padres conciliares trataron es esta forma de reforzar el carácter sagrado de la liturgia.

¿Entonces, qué queremos significar por sagrada liturgia? Los Orientales en este caso hablarían de la dimensión divina en la Liturgia, ó, para ser más precisos, de esa dimensión que no es dejada a la arbitraria voluntad del hombre, porque es un don que viene de lo alto. Se refiere, en otras palabras, al misterio de la salvación en Cristo, confiado a la Iglesia para hacerlo disponible en cada momento y en cada lugar por medio de la naturaleza objetiva de los ritos litúrgicos y sacramentales. Esta es una realidad que nos sobrepasa, que debe ser recibida como don, y a la cual debe permitírsele transformarnos. Ciertamente, el Concilio Vaticano segundo afirma: “... toda celebración litúrgica, por ser obra de Cristo sacerdote y de su Cuerpo, que es la Iglesia, es acción sagrada por excelencia...” (Sacrosanctum concilium, n.7)

Desde esta perspectiva no es difícil darse cuenta de qué tanto distan algunos modos o conductas del autentico espíritu de la liturgia. De hecho, algunos individuos han logrado subvertir la liturgia de la Iglesia en varias formas bajo el pretexto de una mal entendida creatividad. Esto fue hecho en nombre del principio de adaptarse a la situación local y alas necesidades de la comunidad, apropiándose así, el derecho de quitar, añadir, o modificar el rito litúrgico en búsqueda de fines subjetivos y emocionales. De esto, nosotros los sacerdotes somos grandemente responsables.

Por esta razón, ya en 2001, el anterior Cardenal Ratzinger afirmó: “hay necesidad, al menos, de un nuevo despertar litúrgico que pueda poner un alto a la tendencia de tratar la liturgia como si fuera un objeto abierto a la manipulación. Hemos llegado al punto donde grupos litúrgicos cosen juntos el Domingo la liturgia por su propia autoridad. El resultado es ciertamente el producto imaginativo de un grupo de individuos capaces y hábiles. Pero de esta manera el espacio en donde uno puede encontrar al “absolutamente otro” es reducido, en el cual lo santo se ofrece a sí mismo como don; con lo que me encuentro es solamente la habilidad de un grupo de personas. Es entonces que nos damos cuenta que estamos buscando algo mas. Es demasiado pequeño, y al mismo tiempo, algo diferente. La cosa más importante hoy es adquirir de nuevo un respeto por la liturgia, y estar conciente que ella no está abierta a la manipulación. Aprender una vez más a reconocer en su naturaleza una creación viva que crece y ha sido dada como don, por medio de la cual participamos en la liturgia celestial. Renunciar a buscar en ella nuestra propia autorrealización para en lugar ver un don. Esto, creo, es de primaria importancia: vencer la tentación de un comportamiento despótico, que concibe la liturgia como un objeto, como la propiedad de un hombre, y despertar de nuevo el sentido interior de lo santo.” (de ‘Dios y el Mundo’)

Afirmar , entonces, que liturgia es sagrada presupone el hecho de que la liturgia no existe sujeta a esporádicas modificaciones e invenciones arbitrarias de un individuo o grupo. La liturgia no es un circulo cerrado en el cual decidimos encontrarnos, tal vez para animarnos unos a otros, para sentirnos que nosotros somos los protagonistas de alguna fiesta. La liturgia es el encuentro de Dios con su pueblo para estar en Su presencia; es el advenimiento de Dios entre nosotros; es Dios que nos encuentra en este mundo.

Una cierta adaptación a situaciones particulares locales está prevista y a justo título. El Misal mismo indica en donde se puede hacer adaptaciones en algunas de sus secciones, únicamente en esas y no arbitrariamente en otras. La razón para esto es importante y es bueno reafirmarla: la liturgia es un don el cual nos precede, un tesoro precioso que se nos ha entregado por la antigua oración de la Iglesia, el lugar en el cual la fe ha encontrado su forma en el tiempo y su expresión en la oración. No se nos hace disponible para estar sujeta a nuestra propia interpretación personal; más bien, la liturgia se hace disponible para estar completamente a disposición de todos, ayer como hoy y también mañana. “También en nuestros tiempos,” escribió el Papa Juan Pablo II en su carta encíclica Ecclesia de Eucharistia, “la obediencia a las normas litúrgicas debería ser redescubierta y valorada como reflejo y testimonio de la Iglesia una y universal, que se hace presente en cada celebración de la Eucaristía” (n. 52)

En la brillante Encíclica Mediator Dei, que es a menudo citada en la constitución sobre la sagrada liturgia, el Papa Pío XII define la liturgia como “…el culto público… la adoración dada por el Cuerpo Místico de Cristo en la totalidad de su Cabeza y sus miembros.” (n. 20). Como para decir, entre otras cosas, que en la liturgia, la iglesia “oficialmente” se identifica a sí misma en el misterio de su unión con Cristo como esposo, y en donde ella “oficialmente” se revela a sí misma. ¡Qué fortuita tontería es de verdad, reclamar para nosotros el derecho de cambiar en modo subjetivo los signos sagrados que el tiempo ha depurado, por medio de los cuales la Iglesia habla de sí misma, de su identidad y de su fe!

El pueblo de Dios tiene un derecho que no puede ser ignorado nunca, en virtud del cual, a todos se les debe permitir acercarse a lo que no es solamente el pobre fruto del esfuerzo humano, sino la obra de Dios, y precisamente porque es la obra de Dios, es una fuente salvadora de vida nueva.

Quiero prolongar mi reflexión un momento más largo sobre este punto, el cual, puedo atestiguar, es muy querido al Santo Padre, compartiendo con Uds, un pasaje de Sacramentum Caritatis, la Exhortación Apostólica de Su Santidad Benedicto XVI, escrita después del Sínodo sobre la Eucaristía. “al subrayar la importancia del ars celebrandi,” escribe el Santo Padre, “se pone de relieve el valor de las normas… Favorece la celebración eucarística que los sacerdotes y los responsables de la pastoral litúrgica se esfuercen en dar a conocer los libros litúrgicos vigentes y las respectivas normas… En las comunidades eclesiales se da quizás por descontado que se conocen y aprecian, pero a menudo no es así. En realidad, son textos que contienen riquezas que custodian y expresan la fe, así como el camino del Pueblo de Dios a lo largo de dos milenios de historia.” (n. 40)


2. La orientación de la oración litúrgica


Sobre todo y más allá de los cambios que han caracterizado, durante el curso del tiempo, la arquitectura de las iglesias y los lugares en los cuales la liturgia tiene lugar, una convicción ha permanecido clara entre la comunidad Cristiana, casi hasta el presente día. Me refiero a la oración mirando al oriente, una tradición que va hasta los orígenes de la Cristiandad.

¿Qué se entiende por “oración mirando al oriente”? Se refiere a la orientación del corazón orante hacia Cristo, de quien viene la salvación, y hacia quien se dirige tanto en el comienzo como en el fin de la historia. El sol nace en el oriente, y es sol es un símbolo de Cristo, la luz naciente en el Oriente. El pasaje mesiánico en el cántico del Benedictus viene fácilmente a la mente: “Por la insondable misericordia de nuestro Dios; nos visitará el sol que nace del Oriente”

Estudios muy confiables y recientes han ahora probado efectivamente que, en cada época de su pasado, la comunidad Cristiana ha encontrado el modo de expresarse incluso en los signos litúrgicos externos y visibles, esta orientación fundamental para la vida de fe. Esto es por lo que encontramos iglesias construidas en tal forma que el ábside se vuelve al Oriente. Cuando tal orientación del espacio sagrado no es posible más, la Iglesia ha recurrido al Crucifijo puesto sobre el altar, sobre el cual todos pudieran centrarse. Del mismo modo muchos ábsides fueron decorados con representaciones resplandecientes del Señor. Todos fueron invitados a contemplar estas imágenes durante la celebración de la liturgia Eucarística.

Sin recurrir a detallados análisis históricos del desarrollo del arte Cristiano, nos gustaría reafirmar que la oración mirando al oriente, más específicamente, mirando al Señor, es una expresión característica del autentico espíritu de la liturgia. Es de acuerdo con este sentido que estamos invitados a volver nuestros corazones al Señor durante la celebración de la Eucaristía, como el diálogo introductorio del Prefacio bien nos recuerda. Sursum corda “levantemos el corazón,” exhorta el sacerdote, y todos responden: Habemus ad Dominum “Lo tenemos levantado hacia el Señor.” Ahora, si tal orientación puede ser siempre adoptada interiormente por toda la comunidad Cristiana cuando se reúne en oración, debe ser posible encontrar esta orientación expresada externamente también por medio de signos. El signo exterior, aún más, no puede ser verdadero, sino de tal modo que por medio de su correcta actitud espiritual sea hecho visible.

He aquí la razón de la propuesta hecha por el entonces Cardenal Ratzinger, y reafirmada presentemente durante el curso de su pontificado, ubicar el Crucifijo en el centro del altar, para que todos, durante la celebración de la liturgia, puedan concretamente mirar y observar hacia el Señor, en tal forma orienten también su oración y sus corazones. Escuchemos las palabras de Su Santidad, Benedicto XVI, directamente, quien en el prefacio del primer libro de sus Obras Completas, dedicado a la liturgia, escribe como sigue: “La idea de que el sacerdote y el pueblo deberían encararse uno al otro durante la oración, nació sólo en la Cristiandad moderna, y es completamente extraña a la antigua Iglesia. El sacerdote y el pueblo no deben ciertamente orar uno al otro, sino al único Señor. Entonces, ellos miran en la misma dirección durante la oración: ya hacia el oriente como un símbolo cósmico del Señor que viene, ó, donde esto no sea posible, hacia la imagen de Cristo en el ábside, hacia un crucifijo, o simplemente hacia los cielos, como nuestro Señor mismo hizo en su oración sacerdotal la noche antes de Su Pasión (Juan 17, 1). Mientras tanto, la propuesta hecha por mi al final del capitulo que trata de esta cuestión en mi trabajo “El Espíritu de la Liturgia” está afortunadamente llegando a ser más y más común: más bien que proceder con más transformaciones, simplemente ubicar el crucifijo en el centro del altar, al cual el sacerdote y los fieles puedan mirar y ser guiados en esta manera hacia el Señor, a quien todos se dirigen juntos en la oración.”

No se diga, entonces, que la imagen de nuestro Señor crucificado obstruye la vista de los fieles de la del sacerdote, ¡porque ellos no están para mirar al celebrante en ese punto en la liturgia! ¡Están para volver su mirada hacia el Señor! Del mismo modo, el presidente de la celebración siempre debería ser capaz de volverse hacia el Señor. El crucifijo no obstruye nuestra vista; más bien expande nuestro horizonte para ver el mundo de Dios; el crucifijo nos lleva a meditar sobre el misterio; nos introduce a los cielos de donde viene la única luz capaz de dar sentido a la vida en esta tierra. Nuestra vista, en verdad, sería cegada y obstruida si nuestros ojos permanecieran fijos en esas cosas que muestran sólo al hombre y a su obra.

De esta forma uno puede llegar a entender por qué es todavía posible hoy celebrar la Santa Misa sobre los antiguos altares, donde los aspectos arquitectónicos y artísticos de nuestras iglesias lo sugieran. También en esto, el Santo Padre nos da un ejemplo cuando celebra la santa Eucaristía en el antiguo altar de la Capilla Sistina en la Fiesta del Bautismo de nuestro Señor.

En nuestro tiempo, la expresión “celebrar de cara al pueblo” ha entrado en nuestro vocabulario común. Si la intención de uno usando esta expresión es describir la localización del sacerdote, que, debido al hecho de que hoy el a menudo se encuentra mirando a la congregación por causa de la ubicación del altar, es este caso tal expresión es aceptable. Pero tal expresión sería categóricamente inaceptable en el momento que viene a expresar una proposición teológica. Teológicamente hablando, la santa Misa, de hecho, está siempre dirigida a Dios por medio de Cristo nuestro Señor, y sería un grave error imaginar que la principal orientación de la acción sacrificial es la comunidad. Tal orientación, entonces, de volverse hacia el Señor, debe animar la participación interior de cada individuo durante la liturgia. Es igualmente importante que esta orientación sea bien visible en el signo litúrgico también.


3. Adoración y unión con Dios


La adoración es el reconocimiento, lleno de admiración, podríamos decir incluso éxtasis, (porque nos hace salirnos de nosotros y de nuestro pequeño mundo) el reconocimiento del infinito poder de Dios, de Su incomprensible majestad, y de Su amor sin límite que nos ofrece absolutamente gratis, de Su omnipotente y providente Señorío. Consecuentemente, la adoración lleva a la reunificación del hombre y la creación con Dios, al abandono del estado de separación, de aparente autonomía, de perderse a sí mismo, que es aún más, la única manera de ganarse a sí mismo.

Ante la inefable belleza de la caridad de Dios, que toma forma en el misterio del Verbo Encarnado, quien por nuestro bien ha muerto y está resucitado, y que encuentra su manifestación sacramental en la liturgia, no hay nada más para nosotros sino permanecer en adoración. “El acontecimiento pascual y la Eucaristía que lo actualiza a lo largo de los siglos,” afirma el Papa Juan Pablo II en Ecclesia de Eucharistia, “tienen una «capacidad» verdaderamente enorme, en la que entra toda la historia como destinataria de la gracia de la redención. Este asombro ha de inundar siempre a la Iglesia, reunida en la celebración eucarística.” (n. 5)

“Señor mío y Dios mío”, se nos ha enseñado a decir desde la infancia en el momento de la consagración. En tal manera, tomando prestadas las palabras del apóstol Santo Tomás, somos guiados a adorar al Señor, hecho presente y viviente en las especies de la santa Eucaristía, uniéndonos a Él, y reconociéndolo como nuestro todo. De allí llega a ser posible retomar nuestro camino diario, habiendo encontrado el correcto orden de la vida, el criterio fundamental por el cual vivir y morir.

Esta es la razón por la que todo en el acto litúrgico, pasando por la nobleza, la belleza, y la armonía del signo exterior, debe ser conducida a la adoración, a la unión con Dios: esto incluye la música, el canto, los periodos de silencio, la manera de proclamar la Palabra del Señor, y la manera de orar, los gestos empleados, las vestiduras litúrgicas y los vasos sagrados y otros accesorios, tanto como el sagrado edificio en su totalidad. Es bajo esta perspectiva que la decisión de Su Santidad, Benedicto XVI, debe ser tomada en consideración, quien, comenzando en la fiesta del Corpus Christi el año pasado, ha comenzado a distribuir la sagrada Comunión directamente en la lengua a los fieles arrodillados. Por el ejemplo de esta acción, el Santo Padre nos invita a hacer visible la propia actitud de adoración ante la grandeza del misterio de la presencia eucarística de nuestro Señor. Una actitud de adoración que debe nutrida tanto más al acercarse a la santísima Eucaristía en las otras formas permitidas hoy.

Me gustaría citar una vez mas otro pasaje de la Exhortación Apostólica postsinodal Sacramentum Caritatis: “Mientras la reforma daba sus primeros pasos, a veces no se percibió de manera suficientemente clara la relación intrínseca entre la santa Misa y la adoración del Santísimo Sacramento. Una objeción difundida entonces se basaba, por ejemplo, en la observación de que el Pan eucarístico no habría sido dado para ser contemplado, sino para ser comido. En realidad, a la luz de la experiencia de oración de la Iglesia, dicha contraposición se mostró carente de todo fundamento. Ya decía san Agustín: « nemo autem illam carnem manducat, nisi prius adoraverit; [...] peccemus non adorando – Nadie come de esta carne sin antes adorarla [...], pecaríamos si no la adoráramos ». En efecto, en la Eucaristía el Hijo de Dios viene a nuestro encuentro y desea unirse a nosotros; la adoración eucarística no es si no la continuación obvia de la celebración eucarística, la cual es en sí misma el acto más grande de adoración de la Iglesia. Recibir la Eucaristía significa adorar al que recibimos. Precisamente así, y sólo así, nos hacemos una sola cosa con Él y, en cierto modo, pregustamos anticipadamente la belleza de la liturgia celestial.” (n. 66)

Creo que, entre otros, el siguiente pasaje del texto que acabo de leer no debe pasar inadvertido: “[La celebración eucarística] es en sí misma el acto más grande de adoración de la Iglesia.” Gracias a la sagrada Eucaristía, Su Santidad, Benedicto XVI, anota una vez más: “La imagen del matrimonio entre Dios e Israel se realiza ahora en una forma antes inconcebible: era para estar en presencia de Dios, pero ahora llega a ser unión con Dios por medio de la participación en el auto darse de Jesús, compartido en su cuerpo y en su sangre.” (Deus Caritas est, n.13). Por esta razón, todo en la liturgia, y más específicamente en la liturgia eucarística, debe llevara a la adoración, todo en el desenvolvimiento del rito debe ayudarlo a uno a entrar en la adoración de la Iglesia a su Señor.

Considerar la liturgia como lugar de adoración, para unirse con Dios, no significa perder de vista la dimensión comunal en la celebración litúrgica, mucho menos olvidar el imperativo de la caridad hacía el vecino. Por el contrario, sólo a través de una renovada adoración de Dios en Cristo, que toma forma en el acto litúrgico, nacerá una autentica comunión fraterna y una nueva historia de caridad y amor, que depende de la capacidad de maravillarse y actuar heroicamente, lo cual sólo la gracia de Dios puede darlo a nuestros pobres corazones. Las vidas de los santos nos recuerdan y nos enseñan esto. “La unión con Cristo es también unión con todos aquellos a quien Él se da. No puedo poseer a Cristo sólo para mí; sólo puedo pertenecer a Él en unión con todos aquellos que han sido, o llegarán a ser suyos. La comunión me saca de mi hacia Él, y así también hacia la unidad con todos los Cristianos.” (Deus caritas est, n. 14)


4. La Participación Activa


Realmente han sido los santos quienes han celebrado y vivido el acto litúrgico al participar activamente. La santidad, como resultado de sus vidas, es el más bello testimonio de una participación verdaderamente activa en la liturgia de la Iglesia.

Justamente, entonces, y por providencia divina el Concilio Vaticano Segundo insiste tanto en la necesidad de promover una autentica participación de parte de los fieles durante la celebración de los sagrados misterios, al mismo tiempo cuando recordó que la Iglesia del llamado universal a la santidad. Esta autoritativa instrucción desde el concilio ha sido confirmada y propuesta una y otra vez por tantos documentos sucesivos del magisterio hasta el presente día.

Sin embargo, no siempre ha habido un correcto entendimiento del concepto de “participación activa”, de acuerdo a como la Iglesia la enseña y exhorta a los fieles a vivirla. Para estar seguros, hay participación activa cuando, durante el curso de la celebración litúrgica, se cumple con el apropiado servicio; hay también participación activa cuando se tiene una mejor comprensión de la palabra de Dios cuando es escuchada o de las oraciones cuando son dichas; también hay participación activa cuando uno se une la propia voz a la de los otros en el canto… Todo esto, sin embargo, no significaría una participación verdaderamente activa si no lleva a la adoración del misterio de la salvación en Cristo Jesús, quien por nuestro bien murió y resucitó. Esto es por lo que únicamente quien adora el misterio, acogiéndolo dentro de su vida, demuestra que ha comprendido lo que se celebra, y ello es participando verdaderamente en la gracia del acto litúrgico.

Como confirmación y respaldo de lo que se acaba de afirmar, escuchemos una vez más las palabras de un pasaje del entonces Cardenal Ratzinger, de su fundamental estudio “El Espíritu de la Liturgia”: “¿A dónde lleva esta participación? ¿Qué significa que debemos hacer? Infortunadamente la palabra fue rápidamente malentendida significando algo externo, perpetuando una necesidad de actividad general, como si mientras más personas como fuera posible, lo más a menudo posible, debieran estar visiblemente involucradas en la acción. Sin embargo, la palabra ‘part-icipación’ se refiere a una acción principal en la cual todos tienen una ‘parte’… Por la actio de la liturgia las fuentes quieren decir la Plegaria Eucarística. La real acción litúrgica, el verdadero acto litúrgico, es la oratio… Esta oratio —la Plegaria Eucarística, el “Cánon”— es realmente más que hablar; es actio en el más alto sentido de la palabra.” (pp.171-172). Cristo se hace presente en todo su trabajo salvífico, y por esta razón la actio humana se convierte en secundaria y deja espacio para la divina actio, la obra de Dios.

Así la verdadera acción que es llevada a cabo en la liturgia es la acción de Dios mismo, su obra salvadora en Cristo, de la que participamos. Esto es, entre otras cosas, la verdadera novedad de la liturgia Cristiana con respecto a cualquier otro acto de adoración: Dios mismo actúa y realiza lo que es esencial, mientras el hombre es llamado a abrirse a la actividad de Dios, a dejarse transformar. Consecuentemente, el aspecto esencial de la participación activa es superar la diferencia entre el acto de Dios y el propio, que lleguemos a ser uno con Cristo. Esto es por lo que yo podría afirmar que lo que ha sido dicho hasta ahora, no es posible participar sin adoración. Escuchemos otro pasaje de Sacrosanctum Concilium: “Por tanto, la Iglesia, con solícito cuidado, procura que los cristianos no asistan a este misterio de fe como extraños y mudos espectadores, sino que, comprendiéndolo bien a través de los ritos y oraciones, participen consciente, piadosa y activamente en la acción sagrada, sean instruidos con la Palabra de Dios, se fortalezcan en la mesa del Señor, den gracias a Dios, aprendan a ofrecerse a sí mismos al ofrecer la hostia inmaculada no sólo por manos del sacerdote, sino juntamente con él; se perfeccionen día a día por Cristo Mediador en la unión con Dios entre sí, para que, finalmente, Dios sea todo en todos.” (n. 48).

Comparado con esto, todo lo demás es secundario. Me refiero en particular a las acciones externas, concediendo que son importantes y necesarias, y previstas sobre todo durante la Liturgia de la Palabra. Menciono las acciones externas porque, se convertirían en la preocupación esencial y la liturgia se reduciría a un acto genérico, en ese caso el autentico espíritu de la liturgia se ha malentendido. Se sigue que una autentica educación en la liturgia no puede consistir simplemente en aprender y practicar acciones exteriores, sino en una introducción a la acción esencial, que es Dios mismo, el misterio pascual de Cristo, a quien siempre debemos permitirle encontrarnos, envolvernos, transformarnos. Que la mera ejecución de gestos externos no sea confundida con el correcto envolvimiento de nuestros cuerpos en el acto litúrgico. Sin quitar nada del significado y la importancia de la acción externa que acompaña el acto interior, la Liturgia demanda mucho más del cuerpo humano. Requiere, de hecho, su esfuerzo total y renovado en las acciones diarias de esta vida. Esto es lo que el Santo Padre, Benedicto XVI llama “coherencia Eucarística”. Propiamente hablado, es el ejercicio oportuno y fiel de tal coherencia o consistencia lo que es la más autentica expresión de la participación, incluso corporalmente, en el acto litúrgico, la acción salvífica de Cristo.

Deseo discutir mas este punto. ¿Estamos de verdad seguros de que la promoción de una participación activa consiste en dar todo en el mayor grado posible a lo inmediatamente comprensible? ¿No puede ser el caso que el entrar en el misterio de Dios podría facilitarse y, a veces, incluso mejor acompañado por lo que toca principalmente las razones del corazón? ¿No es el caso que a menudo se da una cantidad desproporcionada de espacio a charlas vacías y triviales, olvidando que el diálogo y el silencio pertenecen a la liturgia, el canto congregacional y la música coral, las imágenes, los símbolos, los gestos? ¿Tal vez, también la lengua latina, el canto gregoriano, y la sagrada polifonía pertenecen a este múltiple lenguaje que nos conduce al centro del misterio?


5. Música Sagrada o Litúrgica


No hay duda de que una discusión, para introducirse a sí misma auténticamente en el espíritu de la liturgia, no puede pasar en silencio la música sagrada o litúrgica.

Me limitaré a una breve reflexión para orientar la discusión. Uno podría preguntarse por qué la Iglesia por medio de sus documentos, mas o menos recientes, insiste en indicar un cierto tipo de música y de canto como particularmente consonantes con la celebración litúrgica. Ya en tiempos del Concilio de Trento la Iglesia intervino en el conflicto cultural que se desarrollaba en ese entonces, reestableciendo la norma en la que la música conformándose al texto sagrado era de importancia primaria. Limitando el uso de instrumentos y señalando una clara distinción entre música profana y sagrada. La música sagrada, mucho más, nunca debe ser entendida como una expresión puramente subjetiva. Está anclada a textos bíblicos o de la Tradición, que se cantarán durante el curso de la celebración. Más recientemente, el Papa San Pío X intervino en una manera análoga, buscando remover el canto operático de la liturgia y seleccionando el canto gregoriano y la polifonía desde el tiempo de la reforma Católica como el estándar para la música litúrgica, distinguirlo de la música religiosa en general. El Concilio Vaticano Segundo no hizo más que reafirmar el mismo estándar, así también los más recientes documentos magisteriales.

¿Por qué insiste la Iglesia en proponer ciertas formas como características de la música sagrada y litúrgica que las hacen distinguir de todas las otras formas de música? ¿Por qué, también, el canto gregoriano y la sagrada polifonía clásica se han convertido en las formas a imitarse a la luz de las cuales la música litúrgica e incluso la popular deberían continuar siendo producidas hoy?

La respuesta a estas preguntas reside precisamente en lo que hemos buscado afirmar con respecto al espíritu de la liturgia. Es propiamente esas formas de música, en su santidad, su bonomía, y su universalidad, la que se traduce en notas, en melodías y cantando el autentico espíritu litúrgico: llevando a la adoración del misterio celebrado, favoreciendo una autentica e integral participación, ayudando a quien escucha a captar lo sagrado y con ello la esencial primacía de dios actuando en Cristo, y finalmente permitiendo un desarrollo musical que está anclado en la vida de la Iglesia y la contemplación de su misterio.

Permítaseme citar al entonces Cardenal Ratzinger una última vez: “Gandhi subraya tres espacios vitales en el cosmos, y demuestra cómo cada uno de ellos comunica incluso su propio modo de ser. El pez vive en el mar y es callado. Los animales terrestres gritan, pero los pájaros, cuyo espacio vital son los cielos, cantan. El silencio es propio del mar, el grito es propios de la tierra, y el canto es propio de los cielos. El hombre, sin embargo, participa en todos los tres: lleva en sí lo profundo del mar, el peso de la tierra, y la altura de los cielos; esto es por lo que los tres modos de existencia le pertenecen: el silencio, el grito y el canto. Hoy… vemos que, despojado de trascendencia, todo lo que le queda al hombre es gritar, por que desea ser únicamente tierra y busca convertir en tierra incluso las cielos y el fondo del mar. La verdadera liturgia, la liturgia de la comunión de los santos, lo restaura a la plenitud de su existencia. Ella le enseña de nuevo cómo volar, la naturaleza de un ángel; elevando su corazón, hace resonar de nuevo en él esa canción que en cierto modo ha caído dormida. De hecho, podemos incluso decir que la verdadera liturgia es reconocible especialmente cuando nos libera del modo común de vivir, y nos restaura el fondo y la altura, el silencio y el canto. La verdadera liturgia es reconocible por el hecho de que es cósmica, no una costumbre hecha por un grupo. Canta con los ángeles. Permanece callada con el profundo fondo del universo en espera. Y en este modo redime al hombre.”

En este punto quiero concluir la discusión. Por algunos años ahora, algunas voces que hablan acerca de la necesidad de una nueva renovación litúrgica se han escuchado dentro de círculos eclesiales. De un movimiento, en varias maneras análogo al que formó la base para la reforma promovida por el Concilio Vaticano Segundo, capaz de operar una reforma de la reforma, o más bien, un paso más adelante en el entendimiento del autentico espíritu de la liturgia y de su celebración; su meta sería llevar a cabo esa providencial reforma de la liturgia que los Padres conciliares llevaron adelante pero que no siempre, en su implementación práctica, encuentra un oportuno y feliz cumplimiento.

No hay duda de que en esta nueva renovación litúrgica somos nosotros los sacerdotes quienes debemos recobrar un papel decisivo. Con la ayuda de nuestro Señor y de la Santísima Virgen María, madre de todos los sacerdotes, que este mas hondo desarrollo de la reforma también sea el fruto de nuestro sincero amor por la liturgia, en fidelidad a al Iglesia y al Santo Padre.

Mons. Guido Marini
Maestro de Ceremonias de las Celebraciones Litúrgicas del Papa


Testo tradotto in Spagnolo da:
http://secretummeummihi.blogspot.com