martedì 4 gennaio 2011

La "Deposizione di Cristo nel sepolcro" di Caravaggio


Il capolavoro di Caravaggio riletto in base alla collocazione originaria
nella chiesa di Santa Maria in Vallicella

Come parlerebbe la "Deposizione"


di Marco Agostini

La Deposizione di Cristo nel sepolcro di Caravaggio è una delle più celebrate opere dei Musei Vaticani; nell'Ottocento fu copiata a mosaico sull'altare della sagrestia della basilica Vaticana. Tra i primi dipinti pubblici dell'artista, fa parte di quella produzione della maturità che racconta episodi drammatici della religione, attraverso forme di straordinario impatto evocativo, che rinnovano profondamente l'iconografia tradizionale del fatto sacro. È una vera e propria sacra rappresentazione avvolta da un misterioso silenzio in cui la luce, che è più di quella naturale, irrompe con forza propria dall'alto e indaga ansiosa i corpi scultorei degli attori impegnati in gesti semplici e ieratici, cadenzati da un ritmo arcano. L'opera è pervasa da un'altissima tensione morale densa di riferimenti autobiografici che la storiografia artistica non ha mancato di rilevare.

Il dipinto mira all'essenziale; non all'ambiente, al giardino - qualche sasso e un arbusto - in cui l'avvenimento accade. Rari bagliori evocano il luogo, possibile ovunque, sepolto nell'ombra. Solo il lastrone di pietra su cui poggia il gruppo ha un ruolo pari ai personaggi che sostiene. La pietra e i movimenti dei protagonisti sono bloccati in scorci arditi, l'evidenza plastica dei corpi e delle poche cose emerge dal buio, il sorprendente classicismo fatto di essenzialità e solennità scaturisce dalla realtà stessa nel momento in cui questa è rivelata dalla luce. Qui c'è tutto di Caravaggio: l'uomo dalla vita tormentata e il pittore.
La storia e la critica d'arte, tuttavia, non bastano a rendere giustizia a un simile quadro perché in esso c'è qualcosa che si muove più in profondità e che, per essere percepito, abbisogna di una condizione fisica e spaziale diversa e pure di una sensibilità visiva diversa. Per intercettare questa eccedenza il quadro andrebbe rimesso in libertà sull'altare nella Cappella della Pietà della Chiesa di Santa Maria in Vallicella. Nella Chiesa Nuova, agli occhi del sacerdote e dei fedeli, durante la celebrazione del Divin Sacrificio, si vedrebbe anche il Caravaggio credente.

Il monumentale dipinto fu eseguito tra il 1602 e il 1604, su commissione di Girolamo Vittrice, nipote di Pietro, morto il 26 marzo del 1600, per la cappella della chiesa degli Oratoriani dove lo zio era stato sepolto. Nel 1602 la cappella era in rifacimento. C'è chi osserva che, essendo Girolamo uomo di poche lettere, la teologia del dipinto potrebbe essere stata suggerita al pittore dagli Oratoriani. È probabile, anche se la sapientia cordis, che proviene dalla partecipazione credente ai sacramenti, ha riservato e riserva ancora grandi sorprese. È sincero il desiderio del committente di dotare la cappella di un'opera sublime che aiuti i vivi ad associare la messa al ricordo dei defunti, che renda visibile lo slancio a trarre refrigerio dal Sacrificio di Cristo. Sull'altare la realtà fisica della Deposizione modellata dalla luce tornerebbe a parlarci del soprannaturale, delle verità della fede, della vita eterna, tornerebbe a sussurrare le antiche parole pronunciategli innanzi per secoli: Hoc est enim corpus meum, le parole della consacrazione che transustanziano il pane nel Corpo di Cristo.

All'elevazione il sacerdote e i fedeli scorgerebbero l'ostia sovrapporsi al corpo sacrificato di Gesù sceso dalla croce; il loro sguardo, non smarrito nel vuoto ma fisso sull'ostia, intercetterebbe il crocifisso dell'altare e vedrebbe nell'immagine dipinta ciò che il sacramento vela. Al sacerdote diverrebbe manifesto che la funzione della pietra tombale è quella di proiettare verso di lui il Corpo di Cristo per offrirglielo al momento della transustanziazione; in quell'attimo tremendo egli si troverebbe, d'un tratto, sodale di Nicodemo e di Giovanni nel trasporto di quel corpo tornito dalla luce e palpitante di viva bellezza. L'officiante, più di ogni fedele, si identificherebbe nell'apostolo Giovanni e sentirebbe amico Nicodemo, girato verso di lui, col suo volto scavato di contadino posto in evidenza dal mantello rosso dell'apostolo. Lo sguardo del discepolo che "andò da Gesù di notte" - di cui si intuisce l'intensità ma non la consistenza - è una stoccata lancinante nell'anima di chi osserva. La sua bocca socchiusa rivolge al sacerdote domande importanti: "Lo ami anche tu davvero? Ami veramente il Corpo di Cristo che hai tra le mani? Completi anche tu nella tua carne ciò che manca ai patimenti di Cristo?".

La proposizione artistica dell'avvenimento storico della deposizione nel sepolcro è pacata meditazione della messa. La messa non è una rappresentazione simbolica, ma l'effettiva ripetizione e riproduzione del sacrificio del Calvario, l'atto più fortemente drammatico della storia umana, dramma divino. Il dipinto è un canto formale incontenibile di ciò che i gesti del sacerdote attualizzano per ciascuno, dell'offerta redentrice di Cristo Agnello che toglie i peccati del mondo. La pietra su cui poggia l'intero gruppo, con il suo protendersi al di qua della linea di superficie, appuntata verso chi guarda, davvero "pietra angolare scartata dai costruttori", è troppo in evidenza e troppo al centro per essere solo la base d'appoggio del gruppo, il coperchio di un sepolcro o "la pietra dell'unzione": è la pietra dell'altare, l'immagine del Golgota su cui era stata conficcata la croce di Gesù, è la pietra su cui il Salvatore fonda la sua Chiesa - la mano cadente sembra indicarlo - sempre di nuovo nata dal sacrificio. Su quella pietra Cristo, avvolto nel lino bianco, è deposto dalle mani pie di coloro che gli volevano bene e riceve il bacio da Giovanni. Quando il sacerdote, compiuta l'elevazione, depone l'ostia sul lino del corporale, sull'altare, ripete ancora con una carezza quel gesto di amore, anch'egli bacia l'altare. Questa pietra trasfigura il semplice altare delle nostre chiese nell'inaccessibile e splendente trono del Dio che giace su di esso.

La vita e la gioia duellano, nel contrasto tra luce e tenebra, con la morte e il dolore, ma la luce ha il sopravvento: è certo il ritorno alla vita. Di spalle al gruppo del Cristo morto si affacciano, dalla tenebra densa della notte e dal silenzio, tre donne a ripetere altri gesti che il sacerdote compie, all'inizio del canone, per benedire e consacrare le materie sacrificali: allargano, alzano, abbassano e congiungono le mani. Maria di Magdala, asciugato il pianto, medita l'avvenimento, adora il mistero e attende l'incontro nel giardino il mattino di Pasqua: è la Chiesa che ama. Maria, la Madre di Gesù, raccoglie in un unico abbraccio Giovanni, Nicodemo e Maria di Magdala, e contempla il Figlio morto, pare pronunci l'orazione della messa con la quale il sacerdote accompagna l'offerta del pane Suscipe sancte Pater, hanc immaculatam hostiam: è la Chiesa che offre e spera. Maria di Cleofa alza le mani, il volto, gli occhi al cielo, personificazione dell'orazione della Chiesa: è la Chiesa che crede. Le tre Marie, simbolo delle virtù teologali, sono immagine della Chiesa nella messa e nella vita pratica la Carità, la Speranza e la Fede. Nello spazio spoglio e disadorno e nell'essenzialità assoluta dei movimenti, la verità della fede è espressa attraverso la sintesi e i gesti lenti carichi di intensità eloquente. In tali atti nulla v'è di tragico o angosciante, di scomposto o gridato, tutto è silenzio come nel canone: i personaggi hanno coscienza di non essere rassegnati testimoni di un fattaccio di cronaca nera, o ambasciatori di un muto cordoglio, ma annunciatori dell'avvenimento più importante al mondo, liturghi di un rito di dolente moralità che la luce radente rende toccabile e che i colori bianchi, bruni verdi, rossi e turchini rivelano pervaso d'intima speranza.

Scriveva il cardinale Ratzinger: "Nella passione di Cristo (...) l'esperienza del bello ha ricevuto una nuova profondità, un nuovo realismo. Colui che è la Bellezza stessa si è lasciato colpire il volto, sputare addosso, incoronare di spine (...) Ma proprio in questo Volto così sfigurato appare l'autentica, estrema bellezza: la bellezza dell'amore che arriva "sino alla fine" e che, proprio per questo, si rivela più forte della menzogna e della violenza. Chi ha percepito questa bellezza sa che proprio la verità, e non la menzogna, è l'ultima istanza del mondo. Non la menzogna è vera, bensì proprio la verità. È un nuovo trucco della menzogna presentarsi come verità e dirci: al di là di me non c'è in fondo nulla, smettete di cercare la verità o addirittura di amarla, così facendo siete sulla strada sbagliata. L'immagine di Cristo crocifisso ci libera da questo inganno oggi dilagante. Tuttavia essa pone come condizione che noi ci lasciamo ferire insieme con lui e crediamo nell'Amore, che può rischiare di deporre la bellezza esteriore per annunciare, proprio in questo modo, la verità della bellezza" (La bellezza. La Chiesa, Castel Bolognese, Itaca, 2005, pp. 25-26).

(©L'Osservatore Romano - 5 gennaio 2011)


lunedì 3 gennaio 2011

"Se il Papa convoca i leader religiosi" di Andrea Tornielli


Se il Papa convoca i leader religiosi


di Andrea Tornielli

Dopo il Natale e il Capodanno di sangue, Benedetto XVI ha dato all’Angelus del 1° gennaio un annuncio passato quasi in sordina: la convocazione dei leader delle religioni mondiali ad Assisi, il prossimo ottobre.

Un gesto ancor più significativo perché inatteso, con il quale Ratzinger segue le orme del predecessore e intende celebrare il 25° anniversario di quella riunione interreligiosa voluta da Papa Wojtyla in un momento in cui sul mondo pendeva la spada di Damocle della guerra nucleare.

Ma significativo anche perché, in occasione di quella riunione vi furono sbavature e abusi, dovuti non certamente al Pontefice ma alla leggerezza degli organizzatori, che finirono per far passare un messaggio sincretistico. È noto che l’allora cardinale Prefetto della Congregazione per la dottrina della fede mostrò di comprendere le obiezioni sollevate.

Nel libro Fede Verità e Tolleranza, Ratzinger parlò di «pericoli innegabili» e scrisse che molti interpretarono «in modo errato» la riunione di Assisi. Ma aggiunse che «sarebbe però altrettanto sbagliato rifiutare in blocco e incondizionatamente la preghiera multireligiosa», spiegando che essa andava legata a determinate condizioni.

La prima era che queste riunioni interreligiose finalizzate all’invocazione della pace dovevano «restare solo come un segno in situazioni straordinarie, in cui, per così dire, si leva un comune grido d’angoscia che dovrebbe riscuotere i cuori degli uomini e al tempo stesso scuotere il cuore di Dio».

La seconda condizione era presentare l’evento «in modo talmente chiaro da non diventare dimostrazione di relativismo, perché si priverebbe da solo del suo senso». Benedetto XVI ieri ha definito «vile gesto di morte» l’attentato contro i cristiani copti ad Alessandria d’Egitto, come pure le bombe usate per «sfrattare» i cristiani dall’Irak, parlando di una «strategia di violenze che mira ai cristiani».

Un giudizio che attesta la crescente preoccupazione del Papa per la situazione mondiale. Nel 1986 l’incontro convocato da Giovanni Paolo II avvenne sotto la minaccia di un conflitto atomico. Nel 1993 Wojtyla volle un secondo incontro nella città di san Francesco, in occasione della guerra che insanguinava la Jugoslavia. Una terza riunione con i leader religiosi del mondo venne presieduto sempre da Giovanni Paolo II e sempre ad Assisi nel gennaio 2002, poco dopo gli attacchi alle Torri Gemelle.

Ora, se Benedetto XVI si è deciso a ripetere il gesto, sta a significare che la crescente spirale di odio e di violenza, la strumentalizzazione del nome di Dio per giustificare il terrorismo, la «strategia» contro i cristiani e il crescere del fondamentalismo richiedono il ripetersi di quel «comune grido d’angoscia» e soprattutto l’appello a impegnarsi per la pace e per il diritto alla libertà religiosa.

Fonte: La Bussola Quotidiana 03-01-2011


Maria nel "Tondo Pitti" di Michelangelo


Maria nel "Tondo Pitti" di Michelangelo

Cercava nel suo libro aperto
e Dio le ha donato il Verbo


di Timothy Verdon

"Dio che aveva già parlato nei tempi antichi molte volte e in diversi modi ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio" (Ebrei, 1, 1-2). Dopo tante parole, alla fine "il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi e noi vedemmo la sua gloria" (Giovanni, 1, 14), così che ormai coloro che parlano lo fanno solo per annunciare la sua presenza. Le "sentinelle alzano la voce, insieme gridano di gioia, poiché vedono con i loro occhi il ritorno del Signore in Sion" (Isaia, 52, 8), un ritorno trionfale a beneficio non solo del popolo eletto ma dell'intero genere umano: "Il Signore ha snudato il suo santo braccio davanti a tutti i popoli; tutti i confini della terra vedranno la salvezza del nostro Dio" (Isaia, 52, 10).

Tale dimensione universale è suggerita, ad esempio, dalla forma "cosmica" di un tondo marmoreo scolpito da Michelangelo nel primo lustro del Cinquecento, il cosiddetto Tondo Pitti. Rappresenta Maria, seduta su un blocco di marmo mentre mostra un libro aperto al bambino Gesù, il quale vi appoggia il braccio destro. Alle spalle di Maria, un altro bambino guarda verso Cristo: è san Giovannino Battista, sovente raffigurato nell'arte di Firenze in quanto patrono cittadino; le relative posizioni di san Giovannino e del piccolo Cristo riflettono la testimonianza del Battista ricordata dal brano evangelico, "Colui che viene dopo di me mi è passato avanti, perché era prima di me" (Giovanni, 1, 15). Ma è soprattutto il braccio di Gesù poggiante sul libro a collegare questo rilievo alla liturgia del tempo natalizio, comunicando con efficacia l'idea di un'antica cultura letteraria ora "incarnata" nel Verbo fattosi bambino.

Ha particolare interesse il blocco su cui siede Maria. Perfettamente squadrato e levigato, allude a una delle promesse messianiche riportate da Isaia: "Ecco io pongo in Sion una pietra angolare, scelta, preziosa e chi crede in essa non resterà confuso" (28, 16). Il Nuovo Testamento, ricordando questa pietra simboleggiante Cristo, ricorda anche che essa fu "rigettata dai costruttori" (1 Pietro, 2, 4). L'allineamento del blocco con la sovrastante figura di san Giovannino, futuro profeta della morte sacrificale di Cristo, suggerisce la misura in cui "i suoi non l'hanno accolto".

Ma il blocco ha soprattutto un significato positivo. Rappresenta Cristo, e nella prima lettera di san Pietro si dice ai cristiani: "stringendovi a lui, pietra viva, rigettata dagli uomini ma scelta e preziosa davanti a Dio, anche voi venite impiegati come pietre vive per la costruzione di un edificio spirituale, per un sacerdozio santo, per offrire sacrifici spirituali graditi a Dio, per mezzo di Gesù Cristo" (2, 4-5). Con la nascita del Salvatore, cioè, Dio risarcisce i suoi fedeli per la distruzione dell'antico tempio e della città santa, inserendoli nel nuovo tempio che ha Cristo per fondamento; ecco il senso dell'esortazione di Isaia nella prima lettura: "Prorompete insieme in canti di gioia, rovine di Gerusalemme, perché il Signore ha consolato il suo popolo, ha riscattato Gerusalemme" (Isaia, 52, 9). In verità, Dio ha fatto più che "consolare": ha mandato un figlio che "a quanti l'hanno accolto ha dato il potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome, i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati" (Giovanni, 1, 12-13).

A quanti l'hanno accolto. La prima persona ad "accogliere" il Verbo - a stringersi a lui, pietra d'angolo - è infatti Maria, figura privilegiata dello "edificio spirituale" le cui pietre vive sono coloro che credono nel nome di Cristo. Ecco perché Michelangelo la rappresenta assorta, meditabonda, con in testa un serto adorno d'un cherubino: Maria qui "sta" per la Chiesa, o, meglio, per l'umanità intera chiamata in Cristo alla figliolanza divina. Medita perché riassume in sé la ricerca spirituale di tutti gli uomini di tutti i tempi, di senso, di verità e di bellezza. Stava cercando nel suo libro aperto, ma, al posto delle parole, Dio le ha dato il suo Verbo come figlio. Se il volto della giovane donna non è poi solo pensoso ma sottilmente velato, è perché con la carne viene la mortalità, e Maria - seduta sulla pietra destinata a essere rigettata - intuisce che un giorno suo figlio morirà.

(©L'Osservatore Romano - 3-4 gennaio 2011)


Terra Santa News, 1 gennaio 2011



Terra Santa News - 31/12/2010
http://www.custodia.org/



Terra Santa News - 24/12/2010


"Una settimana col Papa" ogni lunedì su Radio Maria con Paolo Rodari (4)


 "Una settimana col Papa" 
 ogni lunedì su Radio Maria con Paolo Rodari 

Card. Raymond Leo Burke: "L'azione divina della Santa Messa"


L'azione divina della Santa Messa

«Dopo il Concilio Ecumenico Vaticano II, ma non per ragione del Concilio, il modo della riforma del rito della Messa ha abbastanza oscurato l'azione divina nella Santa Messa unendo cielo e terra e ha indotto alcuni nell'errore che la Santa Liturgia è una nostra attività, che, in qualche senso, noi abbiamo inventato e con la quale, allora, noi possiamo sperimentare. La verità della sacra liturgia è ben diversa.»

Sono parole tratte dall'omelia pronunciata dal cardinale statunitense Raymond Leo Burke, prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica (nonché membro della Congregazione per il Culto Divino) e porporato di nuova nomina, durante la Santa Messa pontificale celebrata il 26 dicembre scorso presso il Seminario dei Francescani dell'Immacolata a Roma secondo il rito antico. Approfondiamo ancora l'aspetto del Magistero di Benedetto XVI riguardante la liturgia (in preparazione alla visita dei prossimi 7 e 8 maggio) proprio a partire da queste parole. Potrebbero sembrare, ad un primo sguardo, parole molto dure, di stampo chiaramente anticonciliarista; ma ad un'analisi più approfondita si comprende che questa impressione è piuttosto un fraintendimento. Il cardinale, infatti, precisa che l'errore della riforma è avvenuto dopo il Concilio, ma non per volere del Concilio.

E' importante chiarire questo punto, poiché molto spesso si tende ad accostare coloro che amano una buona ed autentica liturgia o che si sentono legati alla forma straordinaria del rito romano (quella che era celebrata prima della riforma liturgica degli anni settanta e ripristinata con una certa libertà da papa Benedetto XVI) a degli inguaribili nostalgici, a vuoti esteti che, in ogni caso, rifiutano il Concilio. Come, allora, spiegare queste parole del cardinale Burke, che criticano in alcuni aspetti la riforma liturgica, con il fatto che questa critica non si ponga per forza di cose contro il Concilio?

Per poterlo fare è necessario fare un passo indietro, nel recente passato della Chiesa, ed analizzare da un punto di vista storico e sociale il periodo in cui questa riforma si è sviluppata. Non passa assolutamente in secondo piano il fatto che il Concilio si sia concluso nel 1965, alla vigilia di quel movimento socio-politico che oggi viene chiamato "Contestazione", nel quale specialmente i giovani dell'epoca contestavano il "mondo degli adulti", ritenuto troppo chiuso e repressivo. Sotto la spinta di queste correnti di pensiero, ed in parte cercando di accoglierne le critiche, la Chiesa che stava cominciando a rileggere e meditare i documenti del Concilio fu spesso tentata dall'errore di "supporre che il Concilio Ecumenico Vaticano Secondo rappresenti una rottura con la tradizione dottrinale e disciplinare che lo precede, quasi ch’esso sia tale novità da doversi paragonare ad una sconvolgente scoperta, ad una soggettiva emancipazione, che autorizzi il distacco, quasi una pseudo-liberazione, da quanto fino a ieri la Chiesa ha con autorità insegnato e professato" (Paolo VI, omelia in occasione del 1° anniversario della chiusura del Concilio Vaticano II). Nasceva cioè quella che Benedetto XVI ha definito, in uno storico discorso alla curia romana, l'Ermeneutica della discontinuità, secondo la quale l'altare addossato alla parete, il latino ed il canto gregoriano, l'organo, la musica polifonica e quella popolare, nonché, talvolta, addirittura il carattere sacrificale della Santa Messa devono essere abbandonati, perché retaggio di un passato ormai anacronistico, inutili superstizioni o linguaggi non più alla portata del popolo (anche se non si capisce bene come lo fossero una volta, quando la gente andava a lavorare nei campi con a malapena la seconda elementare e non lo siano più oggi quando i mezzi per la cultura di base sono alla portata di tutti). Diceva il papa, parlando dell'ermeneutica della discontinuità:

«Essa asserisce che i testi del Concilio come tali non sarebbero ancora la vera espressione dello spirito del Concilio. Sarebbero il risultato di compromessi nei quali, per raggiungere l'unanimità, si è dovuto ancora trascinarsi dietro e riconfermare molte cose vecchie ormai inutili. Non in questi compromessi, però, si rivelerebbe il vero spirito del Concilio, ma invece negli slanci verso il nuovo che sono sottesi ai testi: solo essi rappresenterebbero il vero spirito del Concilio, e partendo da essi e in conformità con essi bisognerebbe andare avanti. Proprio perché i testi rispecchierebbero solo in modo imperfetto il vero spirito del Concilio e la sua novità, sarebbe necessario andare coraggiosamente al di là dei testi, facendo spazio alla novità nella quale si esprimerebbe l’intenzione più profonda, sebbene ancora indistinta, del Concilio. In una parola: occorrerebbe seguire non i testi del Concilio, ma il suo spirito. In tal modo, ovviamente, rimane un vasto margine per la domanda su come allora si definisca questo spirito e, di conseguenza, si concede spazio ad ogni estrosità. Con ciò, però, si fraintende in radice la natura di un Concilio come tale.»

Con queste parole chiare ed efficaci del papa, possiamo dire che le parole del cardinale Burke hanno trovato una esauriente spiegazione. Se seguiamo i testi del Concilio, ci accorgiamo che essi non intendono affatto eliminare il latino, il gregoriano, girare gli altari o cambiare il contenuto dottrinale che viene trasmesso dalla Santa Messa. In effetti, all'ermeneutica della discontinuità si contrappone una lettura del Concilio nel senso della continuità con il Magistero immutabile della Chiesa; in questa chiave di lettura comprendiamo perché il papa ha, per così dire, liberalizzato la celebrazione della Messa secondo il rito detto di san Pio V, che era quello in cui la Messa era celebrata prima del Concilio in tutte le chiese cattoliche del mondo, in Italia come negli Stati Uniti d'America o in Australia.

La liturgia non è, quindi, un'invenzione dell'uomo, ma un dono di Dio, che l'uomo ha il dovere di ricevere, apprezzare e salvaguardare. Continua, infatti, il cardinale Burke:

«La Sacra Liturgia è l'azione di Gesù Cristo, vivo nel suo Corpo mistico per l'effusione dello Spirito Santo. E' il suo dono a noi, che noi dobbiamo ricevere, apprezzare e salvaguardare secondo l'indicazione dei nostri pastori e specialmente il Santo Padre, vicario di Cristo il Buon Pastore, sulla terra, e perciò pastore della Chiesa Universale.»

Sempre attingendo al Magistero di papa Benedetto, scopriamo anche che il ripristino del Missale antico, accanto a quello nuovo, non vuol essere sorgente di divisione. Sarà piuttosto causa di arricchimento tra l'una e l'altra forma, affinché anche oggi, sebbene intaccati dalla mentalità moderna che tende al relativismo e alla banalizzazione di ogni cosa, specialmente nell'ambito religioso, non cessiamo di nutrirci del bene che la liturgia antica ha trasmesso anche ai nostri padri e ai nostri santi (san Francesco, san Giovanni Bosco, san Pio X, san Pio da Pietrelcina...). E tramite l'apporto della liturgia antica potremo evitare, nelle nostre liturgie odierne, gli abusi che derivano dal tentativo di secolarizzare anche la Santa Messa (introducendo gestualità, linguaggi, musiche profane, tutte cose che, per dirla come Paolo VI e Giovanni Paolo II, "si precludono da sé l’ingresso nella sfera del sacro e del religioso"). Dice il cardinale Burke citando il Santo Padre (Lettera ai vescovi in occasione della promulgazione del Motu Proprio Summorum Pontificum):

«"Non c’è nessuna contraddizione tra l’una e l’altra edizione del Missale Romanum. Nella storia della Liturgia c’è crescita e progresso, ma nessuna rottura. Ciò che per le generazioni anteriori era sacro, anche per noi resta sacro e grande, e non può essere improvvisamente del tutto proibito o, addirittura, giudicato dannoso. Ci fa bene a tutti conservare le ricchezze che sono cresciute nella fede e nella preghiera della Chiesa, e di dar loro il giusto posto".
Seguendo il Magistero del Santo Padre, molto giustamente celebriamo il rito romano secondo la forma straordianaria oggi per aiutarci ad entrare più pienamente nella conoscenza del mistero della Fede, il mistero dell'Amore di Dio verso di noi, e rispondere al mistero con amore puro e disinteressato verso Dio e il prossimo.»

Preghiamo, dunque, il Signore Gesù Cristo perché ci conceda di servirlo nella liturgia con la docilità che Lui stesso ci ha insegnato, rimanendo sottomesso a Maria e Giuseppe nella Santa Famiglia di Nazareth, e perché anche noi possiamo crescere, oltre che in età, in sapienza e grazia davanti a Dio. Con questi sentimenti continuiamo ad attendere la visita del papa in mezzo a noi i prossimi 7 e 8 maggio.

Qui di seguito potete ascoltare per intero l'omelia del cardinale Burke:


Fonte: http://caorleduomo.blogspot.com/


domenica 2 gennaio 2011

Santissimo Nome di Gesù (mf) 3 gennaio 2011


MISSALE ROMANUM
3 Gennaio 2011

FORMA ORDINARIA


FORMA STRAORDINARIA


Grande fondamento della fede è il nome di Gesù
per il quale siamo fatti figli di Dio

Dall'opera sul «Vangelo eterno» di san Bernardino da Siena
(Sermone 49, art. 1 - Opera Omnia, IV, pp. 495 ss
)

Il Nome santissimo dagli antichi Patriarchi e Padri fu desiderato, con tanta ansietà aspettato, con tanti sospiri, con tante lagrime invocato, ma nel tempo della grazia misericordiosamente è stato donato. Scompaia il nome dell'umana sapienza, non si senta nome della vendetta, rimanga il nome della giustizia. Donaci il nome della misericordia, risuoni il nome di Gesù nelle mie orecchie, poiché allora veramente la tua voce è dolce e grazioso il tuo volto.

Grande fondamento della fede pertanto è il Nome di Gesù, per il quale siamo fatti figli di Dio. La fede della religione cattolica consiste nella conoscenza e nella luce di Gesù Cristo; che è illuminazione dell’uomo, porta della vita, fondamento della salute eterna. Se qualcuno non lo ha o lo ha abbandonato, è come se camminasse senza luce nelle tenebre e per luoghi pericolosi ad occhi chiusi; e sebbene splenda il lume della ragione, segue una guida cieca quando segue il proprio intelletto per capire i segreti celesti, come colui che intraprenda la costruzione della casa senza curarsi del fondamento, oppure, non avendo costruita la porta, cerca poi di entrare per il tetto.

Questo fondamento è Gesù, porta e luce che, mostrandosi agli erranti, indicò a tutti la luce della fede per la quale è possibile ricercare il Dio sconosciuto, e ricercandolo credere, e credendo trovarlo. Questo fondamento sostiene la Chiesa fondata nel Nome di Gesù.
Il Nome di Gesù è luce ai predicatori, poiché fa luminosamente risplendere, annunciare e udire la sua parola. Da dove credi che provenga tanta improvvisa e fervida luce di fede in tutta la terra, se non dalla predicazione del Nome di Gesù? Forse che Dio non ci ha chiamati all'ammirabile sua luce attraverso la luce e la dolcezza di questo Nome? A coloro che sono illuminati e che vedono in questa luce, giustamente l'Apostolo dice: «Una volta eravate tenebre, ora siete luce nel Signore: camminate dunque quali figli della luce».

O nome glorioso, o nome grazioso, o nome amoroso e virtuoso! Per mezzo tuo vengono perdonate le colpe, per mezzo tuo vengono sconfitti i nemici, per te i malati vengono liberati, per te coloro che soffrono sono irrobustiti e gioiscono! Tu onore dei credenti, maestro dei predicatori, forza di coloro che operano, tu sostegno dei deboli! I desideri si accendono per il tuo calore e ardore di fuoco, si inebriano le anime contemplative e per te le anime trionfanti sono glorificate nel cielo: con le quali, o dolcissimo Gesù, per questo tuo santissimo Nome, fa' che possiamo anche noi regnare. Amen!


Benedetto XVI: "Quel che è accaduto offende Dio e l'umanità intera"


Le parole del Papa dopo l'Angelus

Ieri mattina abbiamo appreso con dolore la notizia del grave attentato contro la comunità cristiana copta compiuto ad Alessandria d’Egitto. Questo vile gesto di morte, come quello di mettere bombe ora anche vicino alle case dei cristiani in Iraq per costringerli ad andarsene, offende Dio e l’umanità intera, che proprio ieri ha pregato per la pace e ha iniziato con speranza un nuovo anno. Davanti a questa strategia di violenze che ha di mira i cristiani, e ha conseguenze su tutta la popolazione, prego per le vittime e i familiari, e incoraggio le comunità ecclesiali a perseverare nella fede e nella testimonianza di non violenza che ci viene dal Vangelo. Penso anche ai numerosi operatori pastorali uccisi nel 2010 in varie parti del mondo: ad essi va ugualmente il nostro affettuoso ricordo davanti al Signore. Rimaniamo uniti in Cristo, nostra speranza e nostra pace!


ATTENTATO A CHIESA ALESSANDRIA,STRAGE CRISTIANI

di Stefano de Paolis

E' iniziato nel terrore e nel sangue il 2011 per i cristiani di Alessandria d'Egitto, dove poco dopo la mezzanotte, 21 persone sono state uccise - ma le vittime identificate sono per ora 17 - e un'ottantina di altre ferite in un devastante attentato davanti a una chiesa copto-ortodossa: l'esplosione ha investito in pieno i fedeli che stavano uscendo dopo aver partecipato a una messa per celebrare l'arrivo del nuovo anno. Secondo la Tv satellitare Al Jazira, 17 persone sono state arrestate per l'attentato. La dinamica dell'attacco ancora non é chiara. In un primo momento si è parlato di un'autobomba, poi il ministero degli interni ha affermato che la bomba era invece "probabilmente" nascosta tra le vesti di un kamikaze.


Una signora musulmana che abita proprio di fronte alla Chiesa dei Santi teatro della carneficina, ha detto all'ANSA di aver "visto parcheggiare un'auto in doppia fila. Ne sono scesi due giovani che si sono dileguati. Poco dopo l'auto è esplosa". La deflagrazione è stata potentissima. "Sembra di essere a Baghdad", ha commentato uno dei soccorritori, notando la devastazione, i detriti, il sangue, le parti di corpi umani sparsi nel raggio di decine di metri. E in effetti, proprio dall'Iraq erano arrivate a novembre via web esplicite minacce ai copti egiziani da parte del ramo iracheno di Al Qaida, all'indomani di un'assalto a una chiesa siro-cattolica della capitale in cui morirono oltre 50 persone. Nella rivendicazione si minacciavano altri attacchi se non fossero state liberate due donne, mogli di due preti copti, "imprigionate in un monastero" in Egitto per essersi convertite all'Islam.


E ieri su un semi-sconosciuto sito di area integralista sono comparse altre minacce contro i copti e le loro chiese, e anche in questo testo c'é un'allusione alle "sorelle che si sono convertite all'Islam", prese prigioniere. A causa delle minacce di Al Qaida, le autorità egiziane avevano adottato nelle settimane scorse rigide misure di sicurezza attorno alle chiese, vietandovi ad esempio il parcheggio delle auto. Misure che evidentemente non sono state sufficienti, e anche per questo la collera della comunità copta di Alessandria si è scatenata nelle ore dopo l'attentato. In molti si sono ritrovati in strada a protestare con forza, dando vita anche a una violenta sassaiola contro gruppi di musulmani, che hanno risposto allo stesso modo. Ancora ieri, circa 3.000 cristiani sono tornati davanti alla loro chiesa e hanno ripreso a lanciare sassi contro le forze di sicurezza che la presidiavano.


Al termine dei funerali di alcune delle vittime, i parenti hanno aggredito due ministri, quello per le abitazioni Ahmed el Magrabi e quello per gli affari giuridici Moufed Shihabe. In un discorso trasmesso in tv, il presidente Hosni Mubarak ha affermato che è stato "un atto terroristico" in cui ci sono le tracce "di mani straniere". Questi attacchi, ha detto, "rientrano in una serie di atti che puntano a seminare la discordia fra cristiani e musulmani". Una prospettiva particolarmente pericolosa nel momento in cui il Paese si avvicina alle elezioni presidenziali di novembre, in cui, prevedibilmente, lo stesso 'rais', che ha 82 anni ed è al potere dal 1981, dovrebbe essere nuovamente candidato.


Le tensioni tra i musulmani e i copti - tra il 6 e il 10% dei quasi 80 milioni di abitanti in Egitto - non sono una novità: un anno fa, il 6 gennaio, otto cristiani vennero uccisi a Nagaa Hammadi, nel sud del Paese, da un gruppo di musulmani che aveva sparato contro di loro da un'auto in corsa. Tuttavia, in periodo pre-elettorale possono essere particolarmente pericolose. Ed è anche per questo che le massime autorità religiose islamiche del Cairo si sono affrettate a condannare l'accaduto, mentre Mubarak ha affermato che "le forze del terrorismo falliranno, non realizzeranno i loro piani di... sabotare l'unità del popolo, musulmani e copti". Anche dal presidente Usa Barack Obama è venuta una "ferma condanna".
Fonte: Ansa


LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL'ANGELUS - 2 gennaio 2011


BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 2 gennaio 2011

[Croato, Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]


Cari fratelli e sorelle!

Rinnovo a tutti i miei auguri per il nuovo anno e ringrazio quanti mi hanno inviato messaggi di spirituale vicinanza. La liturgia di questa domenica ripropone il Prologo del Vangelo di san Giovanni, proclamato solennemente nel giorno di Natale. Questo mirabile testo esprime, nella forma di un inno, il mistero dell’Incarnazione, predicato dai testimoni oculari, gli Apostoli, in particolare da Giovanni, la cui festa, non a caso, si celebra il 27 dicembre. Afferma san Cromazio di Aquileia che “Giovanni era il più giovane di tutti i discepoli del Signore; il più giovane per età, ma già anziano per la fede» (Sermo II,1 De Sancto Iohanne Evangelista, CCL 9a, 101). Quando leggiamo: “In principio era il Verbo, e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio” (Gv 1,1), l’Evangelista – paragonato tradizionalmente ad un’aquila – si eleva al di sopra della storia umana scrutando le profondità di Dio; ma ben presto, seguendo il suo Maestro, ritorna alla dimensione terrena dicendo: “E il Verbo si fece carne” (Gv 1,14). Il Verbo è “una realtà vivente: un Dio che … si comunica facendosi Egli stesso Uomo» (J. Ratzinger, Teologia della liturgia, LEV 2010, 618). Infatti, attesta Giovanni, “venne ad abitare in mezzo a noi; e noi abbiamo contemplato la sua gloria” (Gv 1,14). “Egli si è abbassato ad assumere l’umiltà della nostra condizione – commenta san Leone Magno – senza che ne fosse diminuita la sua maestà” (Tractatus XXI, 2, CCL 138, 86-87). Leggiamo ancora nel Prologo: “Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto: grazia su grazia” (Gv 1,16). “Qual è la prima grazia che abbiamo ricevuto? – si chiede sant’Agostino – È la fede”. La seconda grazia, subito aggiunge, è “la vita eterna” (Tractatus in Ioh. III, 8.9, CCL 36, 24.25).

Ora mi rivolgo in lingua spagnola alle migliaia di famiglie radunate a Madrid per una grande manifestazione.

Saludo con afecto a los numerosos Pastores y fieles reunidos en la Plaza de Colón, de Madrid, para celebrar con gozo el valor del matrimonio y la familia bajo el lema: “La familia cristiana, esperanza para Europa”. Queridos hermanos, os invito a ser fuertes en el amor y a contemplar con humildad el Misterio de la Navidad, que continúa hablando al corazón y se convierte en escuela de vida familiar y fraterna. La mirada maternal de la Virgen María, la amorosa protección de San José y la dulce presencia del Niño Jesús son una imagen nítida de lo que ha de ser cada una de las familias cristianas, auténticos santuarios de fidelidad, respeto y comprensión, en los que también se transmite la fe, se fortalece la esperanza y se enardece la caridad. Aliento a todos a vivir con renovado entusiasmo la vocación cristiana en el seno del hogar, como genuinos servidores del amor que acoge, acompaña y defiende la vida. Haced de vuestras casas un verdadero semillero de virtudes y un espacio sereno y luminoso de confianza, en el que guiados por la gracia de Dios se pueda sabiamente discernir la llamada del Señor, que sigue invitando a su seguimiento. Con estos sentimientos, encomiendo fervientemente a la Sagrada Familia de Nazaret los propósitos y frutos de ese encuentro, para que sean cada vez más las familias en las que reine la alegría, la entrega mutua y la generosidad. Que Dios os bendiga siempre.

Alla Vergine Maria, che il Signore ha affidato come Madre al “discepolo che Egli amava”, chiediamo la forza di comportarci come figli “generati da Dio” (cfr Gv 1,13), accogliendoci gli uni gli altri e manifestando così l’amore fraterno.


Dopo l'Angelus:

Ieri mattina abbiamo appreso con dolore la notizia del grave attentato contro la comunità cristiana copta compiuto ad Alessandria d’Egitto. Questo vile gesto di morte, come quello di mettere bombe ora anche vicino alle case dei cristiani in Iraq per costringerli ad andarsene, offende Dio e l’umanità intera, che proprio ieri ha pregato per la pace e ha iniziato con speranza un nuovo anno. Davanti a questa strategia di violenze che ha di mira i cristiani, e ha conseguenze su tutta la popolazione, prego per le vittime e i familiari, e incoraggio le comunità ecclesiali a perseverare nella fede e nella testimonianza di non violenza che ci viene dal Vangelo. Penso anche ai numerosi operatori pastorali uccisi nel 2010 in varie parti del mondo: ad essi va ugualmente il nostro affettuoso ricordo davanti al Signore. Rimaniamo uniti in Cristo, nostra speranza e nostra pace!

La prière de l’Angélus me donne la joie de vous saluer, chers pèlerins francophones! En ce temps de Noël, le Seigneur fait briller sur nous la splendeur de son amour qui dissipe toute ténèbre. Soyons dans la joie en union avec les pays qui célèbrent aujourd’hui l’Épiphanie du Seigneur. Par l’intercession de la Vierge Marie, laissons-nous guider vers son Fils Jésus, lumière née de la lumière! Bon dimanche et bonne année à tous!

I am happy to greet all the English-speaking visitors present for this Angelus prayer. Today we continue to contemplate the divine mystery of Jesus Christ, born in Bethlehem of the Virgin Mary. He is the Word of God made flesh for our salvation, the Wisdom of God who has come to enlighten us. Let us always cherish this presence of Jesus who brings us grace and truth! I wish you all a pleasant Sunday and renew my good wishes for a Happy New Year!

Mit Freude grüße ich alle Brüder und Schwestern aus den Ländern deutscher Sprache. Gottes Wort steht am Anfang von allem, es ist Licht und Leben für die Welt, für uns Menschen. Dies rufen uns die Lesungen am heutigen zweiten Sonntag nach Weihnachten in Erinnerung. Das göttliche Wort hat in Jesus Christus menschliche Gestalt angenommen, es macht sich auf und sucht unsere Liebe. Maria hat ihm ihr mütterliches Herz, ihr ganzes Leben geschenkt. Auch wir sind eingeladen, Gottes Wort in uns lebendig werden zu lassen, damit es uns von innen her verwandle. Denn es gibt uns die Macht, Kinder Gottes, wirklich Menschen nach dem Abbild Gottes zu sein. Der Herr segne und behüte euch.

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española presentes en esta oración mariana. La liturgia de este tiempo de Navidad nos conduce a contemplar con asombro a Jesucristo, el Hijo de Dios hecho hombre, el Emmanuel. Os invito en estos días santos a abrir vuestras almas a este misterio de infinito amor. Que a ello os ayude la Santísima Virgen María y san José, cuya protección invoco sobre todas las familias, particularmente sobre las que se encuentran en dificultad o están probadas por la incomprensión y la división. El Salvador, luz del mundo, conceda a todas la gracia para superar cualquier contrariedad, y de este modo puedan avanzar siempre por el camino del bien. Feliz domingo.

Serdeczne pozdrowienie kieruję do Polaków. Dzisiejsza liturgia podpowiada nam, byśmy chwalili odwieczną mądrość Boga i dziękowali za błogosławieństwo, jakim nas obdarzył we wcielonym Słowie. „Ono było na początku u Boga. (...). W Nim było życie, a życie było światłością ludzi”. Niech ta światłość opromienia każdy dzień nowego roku i całego naszego życia. Niech Bóg wam błogosławi.

[Un cordiale saluto rivolgo ai Polacchi. La liturgia odierna ci suggerisce di lodare l’eterna saggezza di Dio e di ringraziare per la benedizione che ci ha donato nel Verbo incarnato. “Egli era in principio presso Dio. (...) In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini”. Questa luce risplenda su ogni giorno dell’anno nuovo e di tutta la nostra vita. Dio vi benedica.]

Saluto infine con affetto i pellegrini di lingua italiana, in particolare i gruppi parrocchiali di Grandate e Palanzo, presso Como, e di Asola, e i numerosi amici e volontari della “Fraterna Domus” di Roma. Buona domenica – la prima del nuovo anno! – e tanti auguri di pace e di bene a tutti nel Signore.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana







II DOMENICA DOPO NATALE - SS.MI NOMINIS IESU (2 gennaio 2011)


MISSALE ROMANUM
Domenica, 2 Gennaio 2011

FORMA ORDINARIA


FORMA STRAORDINARIA


Il Signore vivifica il suo Corpo nello Spirito

Dal trattato «Sullo Spirito Santo» di san Basilio, vescovo
(Cap. 26, 61. 64; PG 32, 179-182. 186)

Colui che ormai non vive più secondo la carne ma è guidato dallo Spirito di Dio, poiché prende il nome di figlio di Dio e diviene conforme all'immagine del Figlio unigenito, viene detto spirituale.

Come in un occhio sano vi è la capacità di vedere, così nell'anima che ha questa purezza vi è la forza operante dello Spirito. Come il pensiero della nostra mente ora resta inespresso nell'intimo del cuore, ora invece si esprime con la parola, così lo Spirito Santo ora attesta nell'intimo al nostro spirito e grida nei nostri cuori: «Abbà, Padre» (Gal 4, 6), ora invece parla per noi, come dice la Scrittura: Non siete voi che parlate, ma parla in voi lo Spirito del Padre (cfr. Mt 10, 20). Inoltre lo Spirito distribuendo a tutti i suoi carismi è il Tutto che si trova in tutte le parti. Tutti infatti siamo membra gli uni degli altri, e abbiamo doni diversi secondo la grazia di Dio comunicata a noi. Per questo «non può l'occhio dire alla mano: Non ho bisogno di te; né la testa ai piedi: Non ho bisogno di voi» (1 Cor 12, 21). Tutte le membra insieme completano il corpo di Cristo nell'unità dello Spirito e secondo i carismi si rendono, come è necessario, utili le une alle altre. Dio infatti ha disposto le membra nel corpo, ciascuna di esse secondo il suo volere. Le parti dunque sono piene di sollecitudine vicendevole, secondo la spirituale comunione dell'amore. Perciò «se un membro soffre, tutte le altre membra soffrono insieme; e, se un membro è onorato, tutte le membra gioiscono con lui» (1 Cor 12, 26). E come le parti sono nel tutto, così noi siamo ognuno nello Spirito, poiché tutti in un solo corpo siamo stati battezzati nell'unico Spirito.

Come il Padre si rende visibile nel Figlio, così il Figlio si rende presente nello Spirito. Perciò l'adorazione nello Spirito indica un'attività del nostro animo, svolta in piena luce. Lo si apprende dalle parole dette alla Samaritana. Essa infatti, secondo la concezione errata del suo popolo, pensava che si dovesse adorare in un luogo particolare, ma il Signore, facendole mutare idea, le disse: Bisogna adorare nello Spirito e nella Verità (cfr. Gv 4, 23), chiaramente definendo se stesso «la Verità».

Dunque nel modo come intendiamo adorazione nel Figlio, come adorazione cioè nell'immagine di colui che è Dio e Padre, così anche dobbiamo intendere adorazione nello Spirito, come adorazione a colui che esprime in se stesso la divina essenza del Signore Dio.

Giustamente, dunque, nello Spirito che ci illumina noi vediamo lo splendore della gloria di Dio. Per mezzo dell'impronta risaliamo al sigillo e a colui al quale appartiene l'impronta e il sigillo e al quale l'una e l'altra cosa sono perfettamente uguali.


LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL'ANGELUS - 1 gennaio 2011


BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Sabato, 1° gennaio 2011

[Croato, Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]


Cari fratelli e sorelle!

In questo primo Angelus del 2011, rivolgo a tutti il mio augurio di pace e di bene affidandolo all’intercessione di Maria Santissima, che oggi celebriamo quale Madre di Dio. All’inizio di un nuovo anno, il Popolo cristiano si raduna spiritualmente dinanzi alla grotta di Betlemme, dove la Vergine Maria ha dato alla luce Gesù. Chiediamo alla Madre la benedizione, e lei ci benedice mostrandoci il Figlio: infatti, Lui in persona è la Benedizione. Donandoci Gesù, Dio ci ha donato tutto: il suo amore, la sua vita, la luce della verità, il perdono dei peccati; ci ha donato la pace. Sì, Gesù Cristo è la nostra pace (cfr Ef 2,14). Egli ha portato nel mondo il seme dell’amore e della pace, più forte del seme dell’odio e della violenza; più forte perché il Nome di Gesù è superiore ad ogni altro nome, contiene tutta la signoria di Dio, come aveva annunciato il profeta Michea: “E tu, Betlemme, … da te uscirà per me colui che dev’essere il dominatore … Egli si leverà e pascerà con la forza del Signore, con la maestà del nome del Signore, suo Dio … Egli stesso sarà la pace!” (5,1-4).

Per questo, dinanzi all’icona della Vergine Madre, la Chiesa in questo giorno invoca da Dio, per mezzo di Gesù Cristo, il dono della pace: è la Giornata Mondiale della Pace, occasione propizia per riflettere insieme sulle grandi sfide che la nostra epoca pone all’umanità. Una di queste, drammaticamente urgente ai nostri giorni, è quella della libertà religiosa; perciò, quest’anno ho voluto dedicare il mio Messaggio a questo tema: “Libertà religiosa, via per la pace”. Assistiamo oggi a due tendenze opposte, due estremi entrambi negativi: da una parte il laicismo, che, in modo spesso subdolo, emargina la religione per confinarla nella sfera privata; dall’altra il fondamentalismo, che invece vorrebbe imporla a tutti con la forza. In realtà, “Dio chiama a sé l’umanità con un disegno di amore che, mentre coinvolge tutta la persona nella sua dimensione naturale e spirituale, richiede di corrispondervi in termini di libertà e di responsabilità, con tutto il cuore e con tutto il proprio essere, individuale e comunitario” (Messaggio, 8). Là dove si riconosce effettivamente la libertà religiosa, la dignità della persona umana è rispettata nella sua radice e, attraverso una sincera ricerca del vero e del bene, si consolida la coscienza morale e si rafforzano le stesse istituzioni e la convivenza civile (cfr ibid. 5). Per questo la libertà religiosa è via privilegiata per costruire la pace.

Cari amici, rivolgiamo di nuovo lo sguardo a Gesù, tra le braccia di Maria, sua Madre. Guardando Lui, che è il “Principe della pace” (Is 9,5), noi comprendiamo che la pace non si raggiunge con le armi, né con il potere economico, politico, culturale e mediatico. La pace è opera di coscienze che si aprono alla verità e all’amore. Ci aiuti Dio a progredire su questa strada nel nuovo anno che ci dona di vivere.


Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle, nel Messaggio per l’odierna Giornata della Pace ho avuto modo di sottolineare come le grandi religioni possano costituire un importante fattore di unità e di pace per la famiglia umana, ed ho ricordato, a tale proposito, che in questo anno 2011 ricorrerà il 25° anniversario della Giornata Mondiale di Preghiera per la Pace che il Venerabile Giovanni Paolo II convocò ad Assisi nel 1986. Per questo, nel prossimo mese di ottobre, mi recherò pellegrino nella città di san Francesco, invitando ad unirsi a questo cammino i fratelli cristiani delle diverse confessioni, gli esponenti delle tradizioni religiose del mondo e, idealmente, tutti gli uomini di buona volontà, allo scopo di fare memoria di quel gesto storico voluto dal mio Predecessore e di rinnovare solennemente l’impegno dei credenti di ogni religione a vivere la propria fede religiosa come servizio per la causa della pace. Chi è in cammino verso Dio non può non trasmettere pace, chi costruisce pace non può non avvicinarsi a Dio. Vi invito ad accompagnare sin d’ora con la vostra preghiera questa iniziativa.

In questo contesto desidero salutare e incoraggiare quanti, da ieri sera e durante la giornata di oggi, in tutta la Chiesa pregano per la pace e per la libertà religiosa. In Italia, la tradizionale marcia promossa da CEI, Pax Christi e Caritas ha avuto luogo ad Ancona, città che ospiterà nel settembre prossimo il Congresso Eucaristico Nazionale. Qui a Roma, e in altre città del mondo, la Comunità di Sant’Egidio ha riproposto l’iniziativa “Pace in tutte le terre”: saluto di cuore quanti vi hanno preso parte. Saluto anche gli aderenti al Movimento dell’Amore Familiare, che stanotte hanno vegliato in Piazza San Pietro e nella diocesi de L’Aquila pregando per la pace nelle famiglie e tra le nazioni.

Je suis heureux de vous saluer, chers pèlerins francophones présents ce matin, ainsi que les personnes qui nous rejoignent par la radio et la télévision! En ce premier jour de l’année, nous fêtons Sainte Marie, Mère de Dieu, et nous prions particulièrement pour la paix. Puisse la Vierge Marie, Mère du Prince de la Paix, aider chaque personne à renouveler son engagement pour construire un monde toujours plus fraternel où tous soient libres de professer leur religion ou leur foi. Bonne et heureuse Année à tous!

I extend a warm welcome to the English-speaking visitors here today. On the first day of the year the Church pays special honour to the Mother of God, recalling how in humble obedience to the Lord’s will she bore in her womb and gave birth to him who is the Light of the World. On this day, too, we pray especially for peace throughout the world, and I invite all of you to join in heartfelt prayer to Christ the Prince of Peace for an end to violence and conflict wherever they are found. Upon all of you, and upon your loved ones at home, I invoke God’s abundant blessings for the year that lies ahead. Happy New Year!

Einen frohen Neujahrsgruß richte ich an alle deutschsprachigen Pilger und Besucher. Gerne heiße ich heute die Sternsinger aus Mainz willkommen und grüße mit ihnen alle, die in den Pfarreien am Dreikönigssingen teilnehmen, um den Menschen das Ereignis der Geburt Christi zu künden. Es ist eine Botschaft der Freude und des Friedens für die ganze Welt. Gott will bei den Menschen sein. In seinem menschgewordenen Sohn wendet Gott uns sein Angesicht zu und schenkt uns Heil. So bitten wir ihn um seinen Segen und wollen dieses neue Jahr im Namen des Herrn beginnen. Gott geleite euch auf allen Wegen.

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española que participan en esta oración mariana en este primer día del año, octava de la Navidad. La Iglesia celebra hoy la solemnidad de Santa María, Madre de Dios, y también la Jornada Mundial de la Paz. Os invito a entrar en la escuela de la Virgen Santísima, fiel discípula del Señor, para aprender de Ella a acoger en la fe y en la oración la salvación que Dios quiere derramar sobre los que confían en su paz y amor misericordioso. Feliz Año Nuevo.

Serdecznie pozdrawiam wszystkich Polaków. Wam obecnym tu w Rzymie, waszym rodakom w kraju i za granicą, życzę błogosławionego Nowego Roku. Niech spełnią się nadzieje i dobre plany, jakie w nim pokładamy. Proszę Maryję, Świętą Bożą Rodzicielkę, by uprosiła pokój dla świata, by otaczała was swoją opieką i wam przewodziła. Niech Bóg wam błogosławi.

[Saluto cordialmente tutti i Polacchi. A voi presenti qui a Roma, ai vostri connazionali nel vostro Paese e all’estero, auguro un Anno Nuovo colmo delle divine benedizioni. Che si realizzino le nostre speranze e nostri buoni propositi, che noi riponiamo in esso. Chiedo alla Santissima Madre di Dio di impetrare la pace per il mondo, sostenervi con il suo aiuto e di essere la vostra guida. Dio vi benedica.]

Saluto tutti i pellegrini di lingua italiana, in particolare i giovani dell’Opera Don Orione. Buon anno a tutti!

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana



Benedetto XVI nella Solennità di Maria SS.ma Madre di Dio (1° gennaio 2010)


OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Sabato, 1° gennaio 2011

[Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]


Cari fratelli e sorelle!

Ancora avvolti dal clima spirituale del Natale, nel quale abbiamo contemplato il mistero della nascita di Cristo, oggi celebriamo con i medesimi sentimenti la Vergine Maria, che la Chiesa venera quale Madre di Dio, in quanto ha dato carne al Figlio dell’eterno Padre. Le letture bibliche di questa solennità pongono l’accento principalmente sul Figlio di Dio fatto uomo e sul “nome” del Signore. La prima lettura ci presenta la solenne benedizione che i sacerdoti pronunciavano sugli Israeliti nelle grandi feste religiose: essa è scandita appunto dal nome del Signore, ripetuto per tre volte, come ad esprimere la pienezza e la forza che da tale invocazione deriva. Questo testo di benedizione liturgica, infatti, evoca la ricchezza di grazia e di pace che Dio dona all’uomo, con una benevola disposizione nei suoi confronti, e che si manifesta con il “risplendere” del volto divino e il “rivolgerlo” verso di noi.


La Chiesa riascolta oggi queste parole, mentre chiede al Signore di benedire il nuovo anno appena iniziato, nella consapevolezza che, dinanzi ai tragici eventi che segnano la storia, dinanzi alle logiche di guerra che purtroppo non sono ancora del tutto superate, solo Dio può toccare l’animo umano nel profondo e assicurare speranza e pace all’umanità. E’ ormai consolidata tradizione, infatti, che il primo giorno dell’anno la Chiesa, sparsa in tutto il mondo, elevi una corale preghiera per invocare la pace. E’ bene iniziare un nuovo tratto di cammino ponendosi con decisione sulla via della pace. Oggi, vogliamo raccogliere il grido di tanti uomini, donne, bambini e anziani vittime della guerra, che è il volto più orrendo e violento della storia. Noi oggi preghiamo affinché la pace, che gli angeli hanno annunciato ai pastori la notte di Natale, possa giungere ovunque: “super terram pax in hominibus bonae voluntatis” (Lc 2,14). Per questo, specialmente con la nostra preghiera, vogliamo aiutare ogni uomo e ogni popolo, in particolare quanti hanno responsabilità di governo, a camminare in modo sempre più deciso sulla via della pace.

Nella seconda lettura, san Paolo riassume nell’adozione filiale l’opera di salvezza compiuta da Cristo, nella quale è come incastonata la figura di Maria. Grazie a lei il Figlio di Dio, “nato da donna” (Gal 4,4), ha potuto venire nel mondo come vero uomo, nella pienezza del tempo. Tale compimento, tale pienezza, riguarda il passato e le attese messianiche, che si realizzano, ma, al tempo stesso, si riferisce anche alla pienezza in senso assoluto: nel verbo fatto carne, Dio ha detto la sua Parola ultima e definitiva. Sulla soglia di un nuovo anno, risuona così l’invito a camminare con gioia verso la luce del “sole che sorge dall’alto” (Lc 1,78), poiché nella prospettiva cristiana, tutto il tempo è abitato da Dio, non c’è futuro che non sia in direzione di Cristo e non esiste pienezza al di fuori di quella di Cristo.


Il brano del Vangelo di oggi termina con l’imposizione del nome di Gesù, mentre Maria partecipa in silenzio, meditando nel cuore, al mistero di questo suo Figlio, che in modo del tutto singolare è dono di Dio. Ma la pericope evangelica che abbiamo ascoltato mette in particolare evidenza i pastori, che se ne tornarono “glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto” (Lc 2,20). L’angelo aveva annunciato loro che nella città di Davide, cioè Betlemme, era nato il Salvatore e che avrebbero trovato il segno: un bambino avvolto in fasce dentro una mangiatoia (cfr Lc 2,11-12). Partiti in fretta, essi avevano trovato Maria e Giuseppe e il Bambino. Notiamo come l’Evangelista parli della maternità di Maria a partire dal Figlio, da quel “bambino avvolto in fasce”, perché è Lui – il Verbo di Dio (Gv 1,14) – il punto di riferimento, il centro dell’evento che si sta compiendo ed è Lui a far sì che la maternità di Maria sia qualificata come “divina”.

Questa attenzione prevalente che le letture odierne dedicano al “Figlio”, a Gesù, non riduce il ruolo della Madre, anzi, la colloca nella giusta prospettiva: Maria, infatti, è vera Madre di Dio proprio in virtù della sua totale relazione a Cristo. Pertanto, glorificando il Figlio si onora la Madre e onorando la Madre si glorifica il Figlio. Il titolo di “Madre di Dio”, che oggi la liturgia pone in risalto, sottolinea la missione unica della Vergine Santa nella storia della salvezza: missione che sta alla base del culto e della devozione che il popolo cristiano le riserva. Maria infatti non ha ricevuto il dono di Dio solo per se stessa, ma per recarlo nel mondo: nella sua verginità feconda, Dio ha donato agli uomini i beni della salvezza eterna (cfr Colletta). E Maria offre continuamente la sua mediazione al Popolo di Dio peregrinante nella storia verso l’eternità, come un tempo la offrì ai pastori di Betlemme. Ella, che ha dato la vita terrena al Figlio di Dio, continua a donare agli uomini la vita divina, che è Gesù stesso e il suo Santo Spirito. Per questo viene considerata madre di ogni uomo che nasce alla Grazia e insieme è invocata come Madre della Chiesa.


È nel nome di Maria, madre di Dio e degli uomini, che dal 1° gennaio 1968 si celebra in tutto il mondo la Giornata Mondiale della Pace. La pace è dono di Dio, come abbiamo ascoltato nella prima lettura: “Il Signore … ti conceda pace” (Nm 6,26). Essa è il dono messianico per eccellenza, il primo frutto della carità che Gesù ci ha donato, è la nostra riconciliazione e pacificazione con Dio. La pace è anche un valore umano da realizzare sul piano sociale e politico, ma affonda le sue radici nel mistero di Cristo (cfr Conc. Vat. II, Cost. Gaudium et spes, 77-90). In questa solenne celebrazione, in occasione della quarantaquattresima Giornata Mondiale della Pace, sono lieto di rivolgere il mio deferente saluto agli illustri Signori Ambasciatori presso la Santa Sede, con i migliori voti augurali per la loro missione. Un cordiale e fraterno saluto va, poi, al mio Segretario di Stato ed agli altri Responsabili dei Dicasteri della Curia Romana, con un particolare pensiero per il Presidente del Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace e i suoi collaboratori. Desidero manifestare loro viva riconoscenza per il quotidiano impegno a favore di una pacifica convivenza tra i popoli e della formazione sempre più solida di una coscienza di pace nella Chiesa e nel mondo. In questa prospettiva, la comunità ecclesiale è sempre più impegnata ad operare, secondo le indicazioni del Magistero, per offrire un sicuro patrimonio spirituale di valori e di principi nella continua ricerca della pace.

L’ho voluto ricordare nel mio Messaggio per l’odierna Giornata, dal titolo “Libertà religiosa, via per la pace”: “Il mondo ha bisogno di Dio. Ha bisogno di valori etici e spirituali, universali e condivisi, e la religione può offrire un contributo prezioso nella loro ricerca, per la costruzione di un ordine sociale e internazionale giusto e pacifico” (n. 15). Ho sottolineato, pertanto, che “la libertà religiosa è elemento imprescindibile di uno Stato di diritto; non la si può negare senza intaccare nel contempo tutti i diritti e le libertà fondamentali, essendone sintesi e vertice” (n. 5).

L’umanità non può mostrarsi rassegnata alla forza negativa dell’egoismo e della violenza; non deve fare l’abitudine a conflitti che provocano vittime e mettono a rischio il futuro dei popoli. Di fronte alle minacciose tensioni del momento, di fronte specialmente alle discriminazioni, ai soprusi e alle intolleranze religiose, che oggi colpiscono in modo particolare i cristiani (cfr ibid., 1), ancora una volta rivolgo il pressante invito a non cedere allo sconforto e alla rassegnazione. Esorto tutti a pregare affinché giungano a buon fine gli sforzi intrapresi da più parti per promuovere e costruire la pace nel mondo. Per questo difficile compito non bastano le parole, occorre l’impegno concreto e costante dei responsabili delle Nazioni, ma è necessario soprattutto che ogni persona sia animata dall’autentico spirito di pace, da implorare sempre nuovamente nella preghiera e da vivere nelle relazioni quotidiane, in ogni ambiente.

In questa celebrazione eucaristica abbiamo davanti agli occhi, per la nostra venerazione, l’immagine della Madonna del Sacro Monte di Viggiano, così cara alle genti della Basilicata. La Vergine Maria ci dona il suo Figlio, ci mostra il volto del suo Figlio, Principe della Pace: sia lei ad aiutarci a rimanere nella luce di questo volto, che brilla su di noi (cfr Nm 6,25), per riscoprire tutta la tenerezza di Dio Padre; sia lei a sostenerci nell’invocare lo Spirito Santo, perché rinnovi la faccia della terra e trasformi i cuori, sciogliendo la loro durezza davanti alla bontà disarmante del Bambino, che è nato per noi. La Madre di Dio ci accompagni in questo nuovo anno; ottenga per noi e per il mondo intero il desiderato dono della pace. Amen.

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