domenica 12 febbraio 2012

Leo XIII on abusive legislation - Leone XIII sulla legislazione abusiva




Ciò che sta succedendo negli Stati Uniti in tema di legislazione abusiva e anticattolica succederà anche in Italia, sopratutto con un governo tecnico designato dal Presidente Napolitano, che con la scusa di risolvere i gravi problemi economici, ha già dato segnali di proporre leggi contrarie all'etica e alla morale cattolica. 



Leo XIII on abusive legislation
Leone XIII sulla legislazione abusiva


“Here is precisely the ground on which, political dissensions aside, upright men should unite as one to combat, by all lawful and honest means, these progressive abuses of legislation. The respect due to constituted power cannot prohibit this; unlimited respect and obedience cannot be yielded to all legislative measures, of no matter what kind, enacted by this same power. Let it not be forgotten that law is a precept ordained according to reason and promulgated for the good of the community by those who, for this end, have been entrusted with power. Accordingly, such points in legislation as are hostile to religion and to God should never be approved; to the contrary, it is a duty to disapprove them.”

Pope Leo XIII in Au Milieu des Sollicitudes 24 (Feb. 16th. 1892)



“Ed ecco appunto il terreno su cui, dissensi politici a parte, gli uomini giusti dovrebbero unirsi all'unisono per combattere, con tutti i mezzi leciti e onesti, questi abusi progressivi della legislazione. Il rispetto dovuto al potere costituito non può vietare questo: il rispetto e obbedienza illimitata non può essere ceduto a tutte le misure legislative, di non importa che tipo, emanata da questo stesso potere. Non va tuttavia dimenticato che la legge è un precetto ordinato secondo ragione e promulgata per il bene della comunità da parte di coloro che, per tale scopo, sono stati affidati con il potere ... Di conseguenza, tali punti della normativa, come sono ostili alla religione e di Dio non dovrebbe essere approvato; al contrario, è un dovere di non approvare loro.”

Papa Leone XIII in Au Milieu Des Sollicitudes 24 (16 Febbraio 1892)




Fonte: Fr. Z's Blog – What Does The Prayer Really Say?

sabato 11 febbraio 2012

VI Domenica del T.O. Anno B - Domínica in Sexagésima (12 febbraio 2012)




12 FEBBRAIO 2012




La lebbra del peccato

La mentalità religiosa dei contemporanei di Gesù legava l’anima al corpo in una unità maggiore di quanto non facesse la mentalità greca. Ne risultava che ogni malattia fisica doveva essere il riflesso e la conseguenza di una malattia morale.

Il lebbroso, un escluso
Fra tutte le malattie, la lebbra era considerata dagli Ebrei quella che più rendeva impuro l’uomo, perché distruggendolo nella sua integrità e vitalità fisica, era per eccellenza segno del peccato e della sua gravità. Per questo, la lebbra non è mai considerata solo o principalmente da un punto di vista medico, ma riveste un carattere prevalentemente religioso. Solo così si spiegano le misure severe e repellenti che sono riportate nella prima lettura. Non si tratta semplicemente di misure profilattiche: tale isolamento mirava a preservare «la santità del popolo di Dio». La lebbra, segno del peccato, poneva l’uomo al di fuori della comunità del popolo di Dio, ne faceva uno «scomunicato».

Per questo le guarigioni dalla lebbra, narrate dai vangeli — tenuto conto del contesto sociale presente nella prima lettura — diventano simbolo della liberazione dal peccato, segno e prova del potere di Gesù.

L’incontro con Gesù
Ma la guarigione operata da Gesù dice qualcosa di più della sem¬plice liberazione da una malattia e della riammissione nel seno della comunità. Egli si rende partecipe della situazione del lebbroso; toccandolo con la sua mano, in qualche modo contrae la sua stessa impurità... In questo gesto Gesù appare come colui che «si è caricato delle nostre sofferenze»: ha contratto, lui, il male disgregatore delle forze vive dell’uomo e così ci ha guariti nella radice del nostro essere. Si ha qui una prima realizzazione della profezia del Servo di Iahvè che si presenta con l’aspetto di un lebbroso perché si è addossato i nostri peccati e, conseguentemente, il loro castigo (cf Is 53,3-12).

Questo si realizzerà alla lettera nella sua passione quando sarà portato a morire assieme ai malfattori, «fuori dell’accampamento», fuori delle mura della città.

Sotto i diversi elementi del racconto evangelico si coglie, in trasparenza, il dinamismo della confessione-penitenza, come si opera oggi nella Chiesa. La celebrazione della penitenza è un incontro con Gesù che guarisce dalla lebbra del peccato e riammette nella comunità ecclesiale. Il racconto ha un andamento quasi liturgico e non è difficile individuare nei gesti del lebbroso e in quelli di Gesù un trasparente simbolismo penitenziale.

Gli esclusi di oggi
La lebbra purtroppo esiste ancora nella nostra società. Essa ha lo stesso volto disumano di sempre e, paradossalmente, la condizione del lebbroso non è molto cambiata dai tempi di Gesù.

Ma la nostra considerazione non si può fermare solo sulla lebbra. Ci sono tante altre categorie di esclusi nella nostra società, gente emarginata e tenuta «fuori dell’accampamento», cioè fuori di una società dove si decide per loro e su di loro, ma senza considerarli o interpellarli.

I lebbrosi d’oggi sono la gente che vive nelle baracche delle «bidonvilles» delle città ricche ed opulente, sono i «falliti», i sottooccupati delle città industriali, sono i giovani «drogati», i «bruciati», vittime di una civiltà rivolta solo al consumo e al successo; sono i bambini handicappati, ritardati, spastici, ai quali la società non pensa, perché non «rendono» e sono di peso; sono gli anziani che «aspettano» senza speranza la morte in un isolamento e in una inerzia che frustra e svilisce...; sono i carcerati, bollati d’un marchio anche dopo scontata la pena.

I cristiani sono chiamati a rendere ragione della speranza che è in loro. Ad essi spetta darne testimonianza credibile. L’impegno per costruire un mondo più giusto, più a misura d’uomo e dell’uomo redento, è contributo effettivo al cammino del Regno.

Nell’attesa di nuovi cieli e di nuova terra, il cristiano vive la sua presenza nel tempo come membro solidale di tutta l’umanità, nel suo sforzo di trasformazione del mondo: è questo infatti il mondo che verrà rigenerato in nuova umanità e in nuova terra. La responsabilità storica e sociale dei cristiani li pone a confronto con problemi sempre nuovi, sia in ordine al rapporto con gli altri che con le cose (cf CdA, pag. 424). (CC Salesiano)




La parola di Dio è sorgente inesauribile di vita
Dai «Commenti dal Diatessaron» di sant'Efrem, diacono
(1, 18-19; SC 121, 52-53)

Chi è capace di comprendere, Signore, tutta la ricchezza di una sola delle tue parole? E' molto più ciò che ci sfugge di quanto riusciamo a comprendere. Siamo proprio come gli assetati che bevono ad una fonte. La tua parola offre molti aspetti diversi, come numerose sono le prospettive di coloro che la studiano. Il Signore ha colorato la sua parola di bellezze svariate, perché coloro che la scrutano possano contemplare ciò che preferiscono. Ha nascosto nella sua parola tutti i tesori, perché ciascuno di noi trovi una ricchezza in ciò che contempla.
La sua parola è un albero di vita che, da ogni parte, ti porge dei frutti benedetti. Essa è come quella roccia aperta nel deserto, che divenne per ogni uomo, da ogni parte, una bevanda spirituale. Essi mangiarono, dice l'Apostolo, un cibo spirituale e bevvero una bevanda spirituale (cfr. 1 Cor 10, 2).

Colui al quale tocca una di queste ricchezze non creda che non vi sia altro nella parola di Dio oltre ciò che egli ha trovato. Si renda conto piuttosto che egli non è stato capace di scoprirvi se non una sola cosa fra molte altre. Dopo essersi arricchito della parola, non creda che questa venga da ciò impoverita. Incapace di esaurirne la ricchezza, renda grazie per la immensità di essa. Rallegrati perché sei stato saziato, ma non rattristarti per il fatto che la ricchezza della parola ti superi. Colui che ha sete è lieto di bere, ma non si rattrista perché non riesce a prosciugare la fonte. E' meglio che la fonte soddisfi la tua sete, piuttosto che la sete esaurisca la fonte. Se la tua sete è spenta senza che la fonte sia inaridita, potrai bervi di nuovo ogni volta che ne avrai bisogno. Se invece saziandoti seccassi la sorgente, la tua vittoria sarebbe la tua sciagura. Ringrazia per quanto hai ricevuto e non mormorare per ciò che resta inutilizzato. Quello che hai preso o portato via è cosa tua, ma quello che resta è ancora tua eredità. Ciò che non hai potuto ricevere subito a causa della tua debolezza, ricevilo in altri momenti con la tua perseveranza. Non avere l'impudenza di voler prendere in un sol colpo ciò che non può essere prelevato se non a più riprese, e non allontanarti da ciò che potresti ricevere solo un pò alla volta.

Giobbe ovvero l’esperienza del dolore innocente "Interrogativo lancinante" (Enrico dal Covolo)



Giobbe ovvero l’esperienza del dolore innocente

Interrogativo lancinante

di Enrico dal Covolo

Il grido di Giobbe — ovvero lo scandalo della malattia, del dolore, della morte — percorre la storia dell’umanità dall’inizio alla fine, e incrocia “tragicamente” Dio, l’uomo e il mondo nella questione più importante di tutte: la questione globale sul senso dell’esistenza umana. Quest’oggi — nel giorno in cui celebriamo la Giornata del malato, nella memoria della Beata Vergine di Lourdes — vogliamo fare nostro il doloroso interrogativo di Giobbe, e poi cercarne la risposta nel Vangelo di Gesù.

Giobbe sa di essere innocente, sa di non aver “meritato” la malattia e il dolore. Il suo grido parte proprio da questa lucida consapevolezza. Ed ecco il problema, l’interrogativo lancinante: come accettare la presenza di un dolore ingiusto, e tuttavia continuare a credere nell’amore di Dio?

La domanda fondamentale — il vero e proprio “grido di Giobbe” — sta in queste parole: «Perisca il giorno in cui nacqui (...) Perché dare la luce a un infelice?» (Giobbe, 3, 1-20).

È la domanda di un credente, che si imbatte nell’esperienza scandalosa del dolore innocente, un’esperienza che sembra smentire la fede.

Ma — a dispetto di questa esperienza — Giobbe resta aggrappato alla certezza di fede che Dio interverrà; che egli, alla fine, si comporterà da difensore dei giusti. Il miracolo sta precisamente nel fatto che Giobbe non fa un passo per fuggire verso un Dio migliore, ma rimane lì, sotto tiro. In definitiva, Giobbe si rifugia in quel Dio che lui stesso accusa, e allora il suo grido di dolore approda a un grido di fede: «Io so che il mio redentore è vivo e che, da ultimo, si ergerà sulla polvere!» (Giobbe, 19,25).

Giobbe parla con Dio, e tenta in tutti i modi di capire. Forse Dio lo ha dimenticato o si è stancato di lui? Forse Dio è cambiato?

Le domande e i sentimenti si susseguono con un ritmo incalzante. Ora Giobbe sembra lasciarsi andare, rassegnato e stanco; ora tenta di far ragionare Dio; ora ironizza con infinita amarezza; ora assume atteggiamenti di sfida. Ma al fondo di tutto rimane un filo ostinato, costante: la fiducia in Dio. È la fede di Giobbe: una fede che accetta la sfida dei fatti, pur senza riuscire a spiegarli.

Manca a Giobbe — e non poteva non essere così — la fede in Gesù Cristo, che doveva ancora venire: cioè la fede in un Dio che si fa lui stesso dolore innocente, ingiusto, e che proprio per questa strada svela all’uomo il senso vero dell’esistenza.

«L’umana sofferenza», spiega a questo proposito il beato Papa Giovanni Paolo II, «ha raggiunto il suo culmine nella passione di Cristo. E contemporaneamente essa è entrata in una dimensione completamente nuova e in un nuovo ordine: è stata legata all’amore (...) A quell’amore che crea il bene anche ricavandolo dal male, ricavandolo per mezzo della sofferenza, così come il bene supremo della redenzione del mondo è stato tratto dalla Croce di Cristo, e costantemente prende da essa il suo avvio. La Croce di Cristo è diventata una sorgente, dalla quale sgorgano fiumi d’acqua viva. In essa dobbiamo anche riproporre l’interrogativo sul senso della sofferenza, e leggervi sino alla fine la risposta a questo interrogativo» (Lettera apostolica Salvifici doloris, 18).


«In quest’anno», scrive il Papa, «vorrei porre l’accento sui “Sacramenti di guarigione”». E subito egli orienta l’attenzione dei fedeli sulle parole che Gesù rivolse a uno dei dieci lebbrosi, da lui guariti: «Alzati e va’; la tua fede ti ha salvato!» (Luca, 17,19).

Sta qui, in fondo, la risposta di Gesù di fronte al dolore dell’uomo.

Come si vede, non è una risposta razionalmente appagante, che risolva il grido di Giobbe con un “due più due fa quattro”. È invece un appello robusto, affinché l’uomo — nonostante tutto — si fidi di lui, di Gesù Cristo, e dell’incontro con lui nei Sacramenti della Chiesa.

Nel Figlio, morto e risorto per noi, Dio «non ci abbandona alle nostre angosce e sofferenze, ma ci è vicino, ci aiuta a portarle, e desidera guarire nel profondo il nostro cuore».

«La fede di quell’unico lebbroso», prosegue il Papa, che «ritorna subito da Gesù per manifestare la propria riconoscenza, lascia intravedere che la salute riacquistata è segno di qualcosa di più prezioso della semplice guarigione fisica, è segno della salvezza che Dio ci dona attraverso Cristo; essa trova espressione nelle parole di Gesù: la tua fede ti ha salvato. Chi, nella propria sofferenza e malattia, invoca il Signore, è certo che il suo amore non lo abbandona mai, e che anche l’amore della Chiesa, prolungamento nel tempo della sua opera salvifica, non viene mai meno».

«A Maria», così il Papa conclude il suo Messaggio, e così concludiamo anche noi, «a Maria, Madre di Misericordia e Salute degli Infermi, eleviamo il nostro sguardo fiducioso e la nostra orazione; la sua materna compassione, vissuta accanto al Figlio morente sulla Croce, accompagni e sostenga la speranza di ogni persona ammalata e sofferente nel cammino di guarigione delle ferite del corpo e dello spirito».

© L'Osservatore Romano 11 febbraio 2012

venerdì 10 febbraio 2012

Beata Vergine Maria di Lourdes (mf) 11 febbraio




11 FEBBRAIO

(apparizioni: 1858)
memoria facoltativa

Solo da quattro anni Pio IX aveva additato alla Chiesa il segno luminoso della potenza salvatrice accordata dal Padre al Redentore: Maria, sua Madre, ripiena di Spirito Santo, totalmente preservata dal peccato, è Immacolata. L’11 febbraio 1858, Maria si manifestò come «l’Immacolata» a Bernardetta Soubirous nella grotta di Massabielle negli alti Pirenei, per ben 18 volte fino al 16 luglio.

Il perenne «miracolo» di Lourdes è l’Eucaristia. Al di là del «fenomeno» religioso rimangono gli effetti del messaggio fondamentale del Vangelo, richiamato con forza da Maria: la «conversione», e del grande gesto di Cristo: dare il proprio corpo e il proprio sangue» per la salvezza degli uomini. L’accettazione gioiosa della sofferenza insieme con Cristo da parte degli ammalati, la dedizione ammirevole di tanti giovani ai poveri e ai sofferenti, il «clima» ininterrotto di intensa preghiera, a Lourdes, non sono comprensibili se non alla luce della Messa che nella «cittadella di Maria» è al primo posto, sempre. E Cristo nell’Eucaristia passa benedicente fra i malati, annunciatore e realizzatore di una salvezza più profonda. (CC Salesiano)

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI
PER LA XX GIORNATA MONDIALE DEL MALATO
(11 FEBBRAIO 2012)

«Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato!» (Lc 17,19)



Una Signora mi ha parlato
Dalla « Lettera » di santa Maria Bernardetta Soubirous, vergine
(Lettera a P. Gondrand, a. 1861; cfr. A. Ravier,
Les écrits de sainte Bernadette, Paris, 1961, pp. 53-59).

Un giorno, recatami sulla riva del fiume Gave per raccogliere legna insieme con due fanciulle, sentii un rumore. Mi volsi verso il prato ma vidi che gli alberi non si muovevano affatto, per cui levai la testa e guardai la grotta. Vidi una Signora rivestita di vesti candide. Indossava un abito bianco ed era cinta da una fascia azzurra. Su ognuno dei piedi aveva una rosa d’oro, che era dello stesso colore della corona del rosario. A quella vista mi stropicciai gli occhi, credendo a un abbaglio. Misi le mani in grembo, dove trovai la mia corona del rosario. Volli anche farmi il segno della croce sulla fronte, ma non riuscii ad alzare la mano, che mi cadde. Avendo quella Signora fatto il segno della croce, anch’io, pur con mano tremante, mi sforzai e finalmente vi riuscii. Cominciai al tempo stesso a recitare il rosario, mentre anche la stessa Signora faceva scorrere i grani del suo rosario senza tuttavia muovere le labbra. Terminato il rosario la visione subito scomparve.

Domandai alle due fanciulle se avessero visto qualcosa, ma quelle dissero di no; anzi mi interrogarono cosa avessi da rivelare loro. Allora risposi di aver visto una Signora in bianche vesti, ma non sapevo chi fosse. Le avvertii però di non farne parola. Allora anch’esse mi esortarono a non tornare più in quel luogo, ma io mi rifiutai.

Vi ritornai pertanto la domenica, sentendo di esservi interiormente chiamata.

Quella Signora mi parlò soltanto la terza volta e mi chiese se volessi recarmi da lei per quindici giorni. Io le risposi di sì. Ella aggiunse che dovevo esortare i sacerdoti perché facessero costruire là una cappella; poi mi comandò di bere alla fontana. Siccome non ne vedevo alcuna, andavo verso il fiume Gave, ma ella mi fece cenno che non parlava del fiume e mi mostrò col dito una fontana. Recatami là, non trovai se non poca acqua fangosa. Accostai la mano, ma non potei prender niente; perciò cominciai a scavare e finalmente potei attingere un pò d’acqua; la buttai via per tre volte, alla quarta invece potei berla. La visione allora scomparve, ed io me ne tornai verso casa.

Per quindici giorni però ritornai colà e la Signora mi apparve tutti i giorni tranne un lunedì e un venerdì, dicendomi di nuovo di avvertire i sacerdoti che facessero costruire là una cappella di andare a lavarmi alla fontana e di pregare per la conversione dei peccatori. Le domandai più volte chi fosse, ma sorrideva dolcemente. Alla fine, tenendo le braccia levate ed alzando gli occhi al cielo mi disse di essere l’Immacolata Concezione.

Nello spazio di quei quindici giorni mi svelò anche tre segreti, che mi proibì assolutamente di rivelare ad alcuno cosa che io ho fedelmente osservato fino ad oggi.

giovedì 9 febbraio 2012

Santa Scolastica (m) 10 febbraio



10 FEBBRAIO

vergine (480?-547?)
memoria

Sorella di san Benedetto, lo seguì nella vita monastica, e pare abbia riunito attorno a sé alcune vergini. Docile all’azione dello Spirito, riconobbe per sé e per la sua piccola comunità il primato della contemplazione. San Gregorio Magno ne parla nei Dialoghi (II, 33-34) e forse completa in lei la fisionomia interiore di Benedetto: è l’anima pura, tutta contemplazione, a cui essa sottomette ogni cosa, persino l’osservanza letterale della regola: Benedetto la vede salire al cielo in forma di colomba.

Il primato dell’amore (cf Cantico dei Cantici 8,6-7) è la novità del Cristianesimo. La Chiesa lo contempla in ogni Messa «offerto» come persona viva nel sacrificio di Cristo che dà la vita per i suoi amici. (CC Salesiano)




Poté di più colei che più amò
Dai «Dialoghi» di san Gregorio Magno, papa.

Scolastica, sorella di san Benedetto, consacratasi a Dio fin dall’infanzia, era solita recarsi dal fratello una volta all’anno. L’uomo di Dio andava incontro a lei, non molto fuori della porta, in un possedimento del monastero.Un giorno vi si recò secondo il solito, e il venerabile suo fratello le scese incontro con alcuni suoi discepoli. Trascorsero tutto il giorno nelle lodi di Dio e in santa conversazione. Sull’imbrunire presero insieme il cibo.

Si trattennero ancora a tavola e, col protrarsi dei santi colloqui, si era giunti a un’ora piuttosto avanzata. La pia sorella perciò lo supplicò, dicendo: «Ti prego, non mi lasciare per questa notte, ma parliamo fino al mattino delle gioie della vita celeste». Egli le rispose: «Che cosa dici mai, sorella? Non posso assolutamente pernottare fuori del monastero».

Scolastica, udito il diniego del fratello, poggiò le mani con le dita intrecciate sulla tavola e piegò la testa sulle mani per pregare il Signore onnipotente. Quando levò il capo dalla mensa, scoppiò un tale uragano con lampi e tuoni e di pioggia, che né il venerabile Benedetto, né i monaci che l’accompagnavano, poterono metter piede fuori dalla soglia dell’abitazione, dove stavano seduti.

Allora l’uomo di Dio molto rammaricato cominciò a lamentarsi e a dire: «Dio onnipotente ti perdoni, sorella, che cosa hai fatto?». Ma ella gli rispose; «Ecco, ho pregato te, e tu non hai voluto ascoltarmi; ho pregato il mio Dio e mi ha esaudita. Ora esci pure, se puoi; lasciami e torna al monastero».

Ed egli che non voleva restare lì spontaneamente fu costretto a rimanervi per forza.

Così trascorsero tutta la notte vegliando e si saziarono di sacri colloqui raccontandosi l’un l’altro le esperienze della vita spirituale.

Non fa meraviglia che Scolastica abbia avuto più potere del fratello. Siccome, secondo la parola di Giovanni, «Dio è amore», fu molto giusto che potesse di più colei che più amò. Ed ecco che tre giorni dopo, mentre l’uomo di Dio stava nella cella e guardava al cielo, vide l’anima di sua sorella uscita dal corpo, penetrare nella sublimità dei cieli sotto forma di colomba. Allora, pieno di gioia per una così grande gloria toccatale, ringraziò Dio con inni e lodi, e mandò i suoi monaci perché portassero il corpo di lei al monastero, e lo deponessero nel sepolcro che aveva preparato per sé. Così neppure la tomba separò i corpi di coloro che erano stati uniti in Dio, come un’anima sola.

mercoledì 8 febbraio 2012

Benedetto XVI all'Udienza Generale: "La preghiera di Gesù di fronte alla morte (Mc e Mt)" (Mercoledì, 8 febbraio 2012)

 


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 8 febbraio 2012




La preghiera di Gesù di fronte alla morte (Mc e Mt)

Cari fratelli e sorelle,

oggi vorrei riflettere con voi sulla preghiera di Gesù nell’imminenza della morte, soffermandomi su quanto ci riferiscono san Marco e san Matteo. I due Evangelisti riportano la preghiera di Gesù morente non soltanto nella lingua greca, in cui è scritto il loro racconto, ma, per l'importanza di quelle parole, anche in una mescolanza di ebraico ed aramaico. In questo modo essi hanno tramandato non solo il contenuto, ma persino il suono che tale preghiera ha avuto sulle labbra di Gesù: ascoltiamo realmente le parole di Gesù come erano. Nel contempo, essi ci hanno descritto l’atteggiamento dei presenti alla crocifissione, che non compresero – o non vollero comprendere – questa preghiera.

Scrive san Marco, come abbiamo ascoltato: «Quando fu mezzogiorno, si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio. Alle tre, Gesù gridò a gran voce: “Eloì, Eloì, lemà sabactàni?”, che significa: “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?”» (15,34). Nella struttura del racconto, la preghiera, il grido di Gesù si alza al culmine delle tre ore di tenebre che, da mezzogiorno fino alle tre del pomeriggio, calarono su tutta la terra. Queste tre ore di oscurità sono, a loro volta, la continuazione di un precedente lasso di tempo, pure di tre ore, iniziato con la crocifissione di Gesù. L'Evangelista Marco, infatti, ci informa che: «Erano le nove del mattino quando lo crocifissero» (cfr 15,25). Dall'insieme delle indicazioni orarie del racconto, le sei ore di Gesù sulla croce sono articolate in due parti cronologicamente equivalenti.


Nelle prime tre ore, dalle nove fino a mezzogiorno, si collocano le derisioni di diversi gruppi di persone, che mostrano il loro scetticismo, affermano di non credere. Scrive san Marco: «Quelli che passavano di là lo insultavano» (15,29); «così anche i capi dei sacerdoti, con gli scribi, fra loro si facevano beffe di lui» (15,31); «e anche quelli che erano stati crocifissi con lui lo insultavano» (15,32). Nelle tre ore seguenti, da mezzogiorno «fino alle tre del pomeriggio», l’Evangelista parla soltanto delle tenebre discese su tutta la terra; il buio occupa da solo tutta la scena senza alcun riferimento a movimenti di personaggi o a parole. Quando Gesù si avvicina sempre più alla morte, c’è solo l'oscurità che cala «su tutta la terra». Anche il cosmo prende parte a questo evento: il buio avvolge persone e cose, ma pure in questo momento di tenebre Dio è presente, non abbandona. Nella tradizione biblica, il buio ha un significato ambivalente: è segno della presenza e dell’azione del male, ma anche di una misteriosa presenza e azione di Dio che è capace di vincere ogni tenebra. Nel Libro dell'Esodo, ad esempio, leggiamo: «Il Signore disse a Mosè: “Ecco, io sto per venire verso di te in una densa nube”» (19,9); e ancora: «Il popolo si tenne dunque lontano, mentre Mosè avanzò verso la nube oscura dove era Dio» (20,21). E nei discorsi del Deuteronomio, Mosè racconta: «Il monte ardeva, con il fuoco che si innalzava fino alla sommità del cielo, fra tenebre, nuvole e oscurità» (4,11); voi «udiste la voce in mezzo alle tenebre, mentre il monte era tutto in fiamme» (5,23). Nella scena della crocifissione di Gesù le tenebre avvolgono la terra e sono tenebre di morte in cui il Figlio di Dio si immerge per portare la vita, con il suo atto di amore.

Tornando alla narrazione di san Marco, davanti agli insulti delle diverse categorie di persone, davanti al buio che cala su tutto, nel momento in cui è di fronte alla morte, Gesù con il grido della sua preghiera mostra che, assieme al peso della sofferenza e della morte in cui sembra ci sia abbandono, l’assenza di Dio, Egli ha la piena certezza della vicinanza del Padre, che approva questo atto supremo di amore, di dono totale di Sé, nonostante non si oda, come in altri momenti, la voce dall’alto. Leggendo i Vangeli, ci si accorge che in altri passaggi importanti della sua esistenza terrena Gesù aveva visto associarsi ai segni della presenza del Padre e dell’approvazione al suo cammino di amore, anche la voce chiarificatrice di Dio. Così, nella vicenda che segue il battesimo al Giordano, allo squarciarsi dei cieli, si era udita la parola del Padre: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento» (Mc 1,11). Nella trasfigurazione, poi, al segno della nube si era affiancata la parola: «Questi è il Figlio mio, l’amato: ascoltatelo!» (Mc 9,7). Invece, all’avvicinarsi della morte del Crocifisso, scende il silenzio, non si ode alcuna voce, ma lo sguardo di amore del Padre rimane fisso sul dono di amore del Figlio.


Ma che significato ha la preghiera di Gesù, quel grido che lancia al Padre: «Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato», il dubbio della sua missione, della presenza del Padre? In questa preghiera non c’è forse la consapevolezza proprio di essere stato abbandonato? Le parole che Gesù rivolge al Padre sono l’inizio del Salmo 22, in cui il Salmista manifesta a Dio la tensione tra il sentirsi lasciato solo e la consapevolezza certa della presenza di Dio in mezzo al suo popolo. Il Salmista prega: «Mio Dio, grido di giorno e non rispondi; di notte, e non c’è tregua per me. Eppure tu sei il Santo, tu siedi in trono fra le lodi d’Israele» (vv. 3-4). Il Salmista parla di «grido» per esprimere tutta la sofferenza della sua preghiera davanti a Dio apparentemente assente: nel momento di angoscia la preghiera diventa un grido.

E questo avviene anche nel nostro rapporto con il Signore: davanti alle situazioni più difficili e dolorose, quando sembra che Dio non senta, non dobbiamo temere di affidare a Lui tutto il peso che portiamo nel nostro cuore, non dobbiamo avere paura di gridare a Lui la nostra sofferenza, dobbiamo essere convinti che Dio è vicino, anche se apparentemente tace.


Ripetendo dalla croce proprio le parole iniziali del Salmo, “Elì, Elì, lemà sabactàni?” – “Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?” (Mt 27,46), gridando le parole del Salmo, Gesù prega nel momento dell’ultimo rifiuto degli uomini, nel momento dell’abbandono; prega, però, con il Salmo, nella consapevolezza della presenza di Dio Padre anche in quest’ora in cui sente il dramma umano della morte. Ma in noi emerge una domanda: come è possibile che un Dio così potente non intervenga per sottrarre il suo Figlio a questa prova terribile? E’ importante comprendere che la preghiera di Gesù non è il grido di chi va incontro con disperazione alla morte, e neppure è il grido di chi sa di essere abbandonato. Gesù in quel momento fa suo l’intero Salmo 22, il Salmo del popolo di Israele che soffre, e in questo modo prende su di Sé non solo la pena del suo popolo, ma anche quella di tutti gli uomini che soffrono per l’oppressione del male e, allo stesso tempo, porta tutto questo al cuore di Dio stesso nella certezza che il suo grido sarà esaudito nella Risurrezione: «il grido nell'estremo tormento è al contempo certezza della risposta divina, certezza della salvezza – non soltanto per Gesù stesso, ma per “molti”» (Gesù di Nazaret II, 239-240). In questa preghiera di Gesù sono racchiusi l’estrema fiducia e l’abbandono nelle mani di Dio, anche quando sembra assente, anche quando sembra rimanere in silenzio, seguendo un disegno a noi incomprensibile. Nel Catechismo della Chiesa Cattolica leggiamo così: «Nell’amore redentore che sempre lo univa al Padre, Gesù ci ha assunto nella nostra separazione da Dio a causa del peccato al punto da poter dire a nome nostro sulla croce: “Mio Dio, mio Dio, perché mi hai abbandonato?”» (n. 603). Il suo è un soffrire in comunione con noi e per noi, che deriva dall’amore e già porta in sé la redenzione, la vittoria dell’amore.

Le persone presenti sotto la croce di Gesù non riescono a capire e pensano che il suo grido sia una supplica rivolta ad Elia. In una scena concitata, essi cercano di dissetarlo per prolungarne la vita e verificare se veramente Elia venga in suo soccorso, ma un forte urlo pone termine alla vita terrena di Gesù e al loro desiderio. Nel momento estremo, Gesù lascia che il suo cuore esprima il dolore, ma lascia emergere, allo stesso tempo, il senso della presenza del Padre e il consenso al suo disegno di salvezza dell’umanità. Anche noi ci troviamo sempre e nuovamente di fronte all’«oggi» della sofferenza, del silenzio di Dio - lo esprimiamo tante volte nella nostra preghiera - ma ci troviamo anche di fronte all’«oggi» della Risurrezione, della risposta di Dio che ha preso su di Sé le nostre sofferenze, per portarle insieme con noi e darci la ferma speranza che saranno vinte (cfr Lett. enc. Spe salvi, 35-40).


Cari amici, nella preghiera portiamo a Dio le nostre croci quotidiane, nella certezza che Lui è presente e ci ascolta. Il grido di Gesù ci ricorda come nella preghiera dobbiamo superare le barriere del nostro «io» e dei nostri problemi e aprirci alle necessità e alle sofferenze degli altri. La preghiera di Gesù morente sulla Croce ci insegni a pregare con amore per tanti fratelli e sorelle che sentono il peso della vita quotidiana, che vivono momenti difficili, che sono nel dolore, che non hanno una parola di conforto; portiamo tutto questo al cuore di Dio, perché anch’essi possano sentire l’amore di Dio che non ci abbandona mai. Grazie.




Saluti:


Je salue les pèlerins francophones présents, particulièrement les paroissiens de Paris ainsi que les collégiens et les lycéens. Soyez sûrs de la présence et de l’amour de Dieu dans nos vies. Il écoute nos cris et répond à notre prière par l’espérance qui a surgi de la victoire de Jésus sur la mort et le mal. Je vous bénis de grand cœur !

I greet all the English-speaking visitors and pilgrims present at today’s Audience, including groups from England, Ireland, Norway and the United States of America. I extend a special welcome to the many students who are here, and I pray that your studies may serve to deepen your knowledge and love of our Lord and Saviour Jesus Christ. Whatever darkness you experience in your lives, may you always remain firm in faith, hope and love. May God bless all of you!

Einen herzlichen Gruß richte ich an alle deutschsprachigen Pilger und Besucher. Bringen auch wir Gott im Gebet unser tägliches Kreuz, im Bewußtsein, daß er da ist und uns erhört, daß wir hineinbeten in das Beten Jesu, in das Beten der Menschheit und so in das Hören Gottes. Das Beispiel Jesu lehrt uns vor allem auch, für die vielen zu beten, die die Last des täglichen Lebens fühlen, die nur die Abwesenheit Gottes spüren und seine Anwesenheit nicht wahrnehmen, um sie in unser Gebet hinein und so zu Gott hinaufzuziehen. Dies ist die Gewißheit, mit der uns das Beten Jesu erfüllt: Gott ist gegenwärtig, seine Liebe ist größer als aller Haß und aller Schmerz dieser Welt.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los sacerdotes del Colegio Sacerdotal Argentino en Roma, a los participantes en el curso promovido por el Centro Internacional de Animación Misionera, a los grupos venidos de España, México, Nicaragua y otros países latinoamericanos. Que la oración de Jesús sobre la cruz nos enseñe a dirigirnos a Dios con la certeza de que él está siempre presente y nos escucha, y a rezar de modo especial por aquellos hermanos nuestros que sufren o pasan necesidad, para que también ellos sientan el amor de Dios que nunca los abandona. Muchas gracias.

Saúdo os fiéis da arquidiocese de Porto Alegre e restantes peregrinos de língua portuguesa. Sede bem-vindos! Com a sua ressurreição, Cristo abriu a estrada para além da morte; temos a estrada desimpedida até ao Céu. Que nada vos impeça de viver e crescer na amizade do Pai celeste, e testemunhar a todos a sua bondade e misericórdia! Sobre vós e vossas famílias, desça a sua Bênção generosa.

Saluto in lingua polacca:

Pozdrawiam obecnych tu Polaków. Jezus modlący się na krzyżu uczy nas wstawiać się z miłością za wszystkimi braćmi i siostrami, którzy doświadczają ciężaru codzienności, przeżywają trudne chwile cierpienia, fizycznego i duchowego bólu, lęku i osamotnienia, aby i oni mogli doznać miłości Boga, który nigdy nas nie opuszcza. Niech Jego błogosławieństwo stale wam towarzyszy.

Traduzione italiana:

Saluto i polacchi qui presenti. Gesù che prega sulla croce ci insegna a intercedere con amore per tutti i fratelli e le sorelle che sentono il peso della vita quotidiana, che vivono momenti difficili di sofferenza, di dolore fisico e spirituale, di timore e isolamento, perché anch’essi possano sentire l’amore di Dio che non ci abbandona mai. La Sua benedizione vi accompagni sempre.

Saluto in lingua slovacca:

Zo srdca pozdravujem slovenských pútnikov, osobitne z farnosti Bratislava - Blumenál.
Bratia a sestry, vaša púť ku hrobom svätých apoštolov nech vás naplní novým zápalom na ceste evanjeliového svedectva.
Rád žehnám vás i vaše rodiny.
Pochválený buď Ježiš Kristus!

Traduzione italiana:

Saluto di cuore i pellegrini slovacchi, in particolare quelli provenienti dalla Parrocchia di Bratislava - Blumentál.
Fratelli e sorelle, il vostro pellegrinaggio alle tombe dei Santi Apostoli vi riempia di un nuovo zelo sulla via della testimonianza evangelica.
Volentieri benedico voi e le vostre famiglie.
Sia lodato Gesù Cristo!




APPELLO


Cari fratelli e sorelle,

nelle ultime settimane un’ondata di freddo e di gelo si è abbattuta su alcune Regioni dell’Europa provocando forti disagi e ingenti danni, come sappiamo. Desidero manifestare la mia vicinanza alle popolazioni colpite da così intenso maltempo, mentre invito alla preghiera per le vittime e i loro familiari. Al tempo stesso incoraggio alla solidarietà affinché siano soccorse con generosità le persone provate da tali tragici avvenimenti.

* * *

Rivolgo adesso un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Saluto la Delegazione del Consiglio di Stato, il Reparto Mobile della Polizia di Napoli e le varie associazioni. Un caloroso saluto ai Padri Stimmatini che celebrano il 36° Capitolo Generale e alle religiose, agli insegnanti e studenti dell’Istituto “San Francesco di Sales” di Via Portuense, per i 75 anni di presenza a Roma, di cui 50 di impegno educativo nella scuola. Un saluto anche ai sacerdoti che partecipano alla settimana di studio promossa dall’Ateneo della Santa Croce sull’importante tema del ministero pastorale della direzione nei Seminari.

Infine, un pensiero affettuoso ai giovani, ai malati e agli sposi novelli. L’odierna memoria di San Girolamo Emiliani, patrono della gioventù abbandonata, stimoli voi, cari giovani, ad essere attenti ai vostri coetanei più svantaggiati e in difficoltà. Aiuti voi, cari ammalati ad offrire le vostre sofferenze per l’educazione cristiana delle nuove generazioni. E incoraggi voi, cari sposi novelli, ad avere sempre fiducia nella Provvidenza, e non solo nelle vostre proprie capacità.


© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana



martedì 7 febbraio 2012

San Girolamo Emiliani (mf) 8 febbraio



8 FEBBRAIO
(1486-1537)
Memoria facoltativa

Girolamo Emiliani nasce a Venezia nel 1486 da nobile famiglia.

Nel 1511 durante la guerra tra la Repubblica Veneta e gli stati della Lega di Cambrai, gli è affidata la difesa della fortezza di Castel Nuovo di Quero.

Fatto prigioniero, invoca la “Madonna Grande” di Treviso, viene prodigiosamente liberato e ritorna a Venezia a servizio della Repubblica. Progressivamente matura una radicale conversione alla vita cristiana: per imitare “il suo divino Maestro Gesù”, rinuncia a tutti i suoi averi dedicandosi al servizio dei poveri, in particolare dei fanciulli orfani e abbandonati, coi quali “vuole vivere e morire”.

A questo scopo costituisce la “Compagnia dei servi dei poveri”, sacerdoti e laici insieme, che condividono in tutto la vita dei piccoli.
Muore a Somasca l’8 febbraio 1537.

In seguito la Chiesa inserisce la Compagnia da lui fondata tra le Congregazioni dei chierici regolari e proclama il Santo “Patrono universale degli orfani e della gioventù abbandonata”. (CC Salesiano)




Dobbiamo confidare soltanto nel Signore
Dalle «Lettere ai suoi confratelli» di san Girolamo Emiliani
(Venezia, 21 giugno 1535)

Carissimi fratelli in Cristo e figli dell’Ordine dei Servi dei poveri.

Il vostro povero padre vi saluta e vi esorta a perseverare nell’amore di Cristo e nella fedele osservanza della legge cristiana, come vi ho mostrato con le parole e con le opere quando ero in mezzo a voi, in modo che il Signore sia glorificato in voi per mezzo mio.

Il nostro fine è Dio, fonte di tutti i beni, e dobbiamo confidare soltanto in lui e non in altri, come diciamo nella nostra preghiera. E il nostro misericordioso Signore, volendo accrescere la vostra fede (senza la quale, come dice l’evangelista, Cristo non poté operare molti miracoli) ed esaudire la vostra preghiera, ha stabilito di servirsi di voi poveri, maltrattati, afflitti, stremati di forze, disprezzati da tutti e privati della stessa mia presenza corporale, ma non dello spirito del vostro povero e amatissimo e dolce padre.

Perché vi abbia trattato così, egli solo lo sa; tuttavia possiamo individuare tre cause. Anzitutto il Signore nostro benedetto vi avverte che vuole accogliervi tra i suoi figli diletti, purché perseveriate nelle sue vie: così infatti si è comportato con i suoi amici e li ha resi santi.

La seconda causa è questa, che desidera vivamente che voi sempre più confidiate in lui e non in altri, perché, come ho detto, Dio non compie le sue opere in coloro che rifiutano di porre soltanto in lui tutta la loro fede e speranza, ma ha sempre infuso la pienezza della carità in coloro che erano dotati di grande fede e speranza, e in essi ha compiuto grandi cose. Perciò se sarete ricchi di fede e di speranza, egli stesso, che esalta gli umili, farà in voi grandi cose. Dunque, portando via da voi me e qualunque altro a voi gradito, vi imporrà di scegliere fra queste due cose: o allontanarvi dalla fede e ritornare alle cose del mondo, o rimanere saldi nella fede e così essere approvati da lui.

Ed ecco la terza causa: Dio vi vuole provare come l’oro nel crogiuolo. Infatti le scorie dell’oro sono distrutte dal fuoco, ma l’oro buono rimane e aumenta di valore. Allo stesso modo Dio si comporta con il servo buono che spera e rimane fermo in lui nelle tribolazioni. Dio lo solleva e di quelle cose che per suo amore ha abbandonato, gli darà il centuplo in questo mondo e la vita eterna nel futuro.

In questo modo egli si è comportato con tutti i santi. Così fece con il popolo d’Israele dopo quanto aveva sofferto in Egitto: non solo infatti lo trasse fuori di là con tanti prodigi e lo nutrì con la manna nel deserto, ma gli concesse anche la terra promessa. Se pertanto anche voi sarete costanti nella fede contro le tentazioni, il Signore vi concederà pace e riposo a tempo debito in questo mondo, e per sempre nell’altro.

Messaggio del Santo Padre Benedetto XVI per la Quaresima 2012



Latin Mass, Archbishop Thomas Wenski, Pontifical Solemn High Mass, Miami, Candlemas

 

Pontifical Solemn High Mass, Miami, Candlemas


domenica 5 febbraio 2012

Ss. Paolo Miki e c. (m) 6 febbraio

   

6 FEBBRAIO

Martiri (+1597)
Memoria

Trent'anni dopo l'inizio pieno di promesse della missione di san Francesco Saverio, la missione del Giappone ebbe gravi difficoltà. Le autorità fecero arrestare sei francescani spagnoli, tre gesuiti e diciassette laici, dei quali due catechisti e due ragazzi di 11 e 13 anni, tutti giapponesi; il più celebre di essi era il Padre Paolo Miki. Dopo aver loro inflitto oltraggi di ogni sorta, li condannarono a morte e li suppliziarono sulla spiaggia presso Nagasaki. Esiste la relazione di un testimone oculare di questo martirio. Il gesuita Paolo Miki, che nella sua predicazione aveva cercato di presentare ai suoi connazionali un Cristo «giapponese», si distinse per il suo eroico comportamento durante la crocifissione. Sono i primi martiri dell'Estremo Oriente, canonizzati da Pio IX nel 1862. (CC Salesiano)



Sarete miei testimoni
Dalla «Storia del martirio dei santi Paolo Miki e compagni» scritta da un autore contemporaneo
(Cap. 14, 109-110; Acta Sanctorum Febr. 1, 769)

Piantate le croci, fu meraviglioso vedere in tutti quella fortezza alla quale li esortava sia Padre Pasio, sia Padre Rodriguez. Il Padre commissario si mantenne sempre in piedi, quasi senza muoversi, con gli occhi rivolti al cielo. Fratel Martino cantava alcuni salmi per ringraziare la bontà divina, aggiungendo il versetto: «Mi affido alle tue mani» (Sal 30, 6). Anche Fratel Francesco Blanco rendeva grazie a Dio ad alta voce. Fratel Gonsalvo a voce altissima recitava il Padre nostro e l'Ave Maria.

Il nostro fratello Paolo Miki, vedendosi innalzato sul pulpito più onorifico che mai avesse avuto, per prima cosa dichiaro ai presenti di essere giapponese e di appartenere alla Compagnia di Gesù, di morire per aver annunziato il vangelo e di ringraziare Dio per un beneficio così prezioso. Quindi soggiunse: «Giunto a questo istante, penso che nessuno tra voi creda che voglia tacere la verità. Dichiaro pertanto a voi che non c'è altra via di salvezza, se non quella seguita dai cristiani. Poiché questa mi insegna a perdonare ai nemici e a tutti quelli che mi hanno offeso, io volentieri perdono all'imperatore e a tutti i responsabili della mia morte, e li prego di volersi istruire intorno al battesimo cristiano».

Si rivolse quindi ai compagni, giunti ormai all'estrema battaglia, e cominciò a dir loro parole di incoraggiamento.

Sui volti di tutti appariva una certa letizia, ma in Ludovico era particolare. A lui gridava un altro cristiano che presto sarebbe stato in paradiso, ed egli, con gesti pieni di gioia, delle dita e di tutto il corpo, attirò su di sé gli sguardi di tutti gli spettatori. Antonio, che stava di fianco a Ludovico, con gli occhi fissi al cielo, dopo aver invocato il santissimo nome di Gesù e di Maria, intonò il salmo Laudate, pueri, Dominum, che aveva imparato a Nagasaki durante l'istruzione catechista; in essa infatti vengono insegnati ai fanciulli alcuni salmi a questo scopo.

Altri infine ripetevano: «Gesù! Maria!», con volto sereno. Alcuni esortavano anche i circostanti ad una degna vita cristiana; con questi e altri gesti simili dimostravano la loro prontezza di fronte alla morte.

Allora quattro carnefici cominciarono ad estrarre dal fodero le spade in uso presso i giapponesi. Alla loro orribile vista tutti i fedeli gridarono: «Gesù! Maria!» e quel che è più, seguì un compassionevole lamento di più persone, che salì fino al cielo. I loro carnefici con un primo e un secondo colpo, in brevissimo tempo, li uccisero.

PSALMUS 113 (112)
1 ALLELUIA.
Laudate, pueri Domini,
laudate nomen Domini.
2 Sit nomen Domini benedictum
ex hoc nunc et usque in saeculum.
3 A solis ortu usque ad occasum
laudabile nomen Domini.
4 Excelsus super omnes gentes Dominus,
super caelos gloria eius.
5 Quis sicut Dominus Deus noster,
qui in altis habitat
6 et se inclinat, ut respiciat
in caelum et in terram?
7 Suscitans de terra inopem,
de stercore erigens pauperem,
8 ut collocet eum cum principibus,
cum principibus populi sui.
9 Qui habitare facit sterilem in domo,
matrem filiorum laetantem.

SALMO 113
Al Dio glorioso e pietoso
[1]Alleluia.
Lodate, servi del Signore,
lodate il nome del Signore.
[2]Sia benedetto il nome del Signore,
ora e sempre.
[3]Dal sorgere del sole al suo tramonto
sia lodato il nome del Signore.
[4]Su tutti i popoli eccelso è il Signore,
più alta dei cieli è la sua gloria.
[5]Chi è pari al Signore nostro Dio
che siede nell'alto
[6]e si china a guardare
nei cieli e sulla terra?
[7]Solleva l'indigente dalla polvere,
dall'immondizia rialza il povero,
[8]per farlo sedere tra i principi,
tra i principi del suo popolo.
[9]Fa abitare la sterile nella sua casa
quale madre gioiosa di figli.



Benedetto XVI alla Recita dell'Angelus in Piazza San Pietro (5 febbraio 2012)



BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 5 febbraio 2012



Cari fratelli e sorelle!

Il Vangelo di questa domenica ci presenta Gesù che guarisce i malati: dapprima la suocera di Simone Pietro, che era a letto con la febbre ed Egli, prendendola per mano, la risanò e la fece alzare; poi tutti i malati di Cafarnao, provati nel corpo, nella mente e nello spirito, ed Egli “guarì molti… e scacciò molti demoni” (Mc 1,34). I quattro Evangelisti sono concordi nell’attestare che la liberazione da malattie e infermità di ogni genere costituì, insieme con la predicazione, la principale attività di Gesù nella sua vita pubblica. In effetti, le malattie sono un segno dell’azione del Male nel mondo e nell’uomo, mentre le guarigioni dimostrano che il Regno di Dio, Dio stesso è vicino. Gesù Cristo è venuto a sconfiggere il Male alla radice, e le guarigioni sono un anticipo della sua vittoria, ottenuta con la sua Morte e Risurrezione.

Un giorno Gesù disse: “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Mc 2,17). In quella circostanza si riferiva ai peccatori, che Egli è venuto a chiamare e a salvare. Rimane vero però che la malattia è una condizione tipicamente umana, in cui sperimentiamo fortemente che non siamo autosufficienti, ma abbiamo bisogno degli altri. In questo senso potremmo dire, con un paradosso, che la malattia può essere un momento salutare in cui si può sperimentare l’attenzione degli altri e donare attenzione agli altri! Tuttavia, essa è pur sempre una prova, che può diventare anche lunga e difficile. Quando la guarigione non arriva e le sofferenze si prolungano, possiamo rimanere come schiacciati, isolati, e allora la nostra esistenza si deprime e si disumanizza. Come dobbiamo reagire a questo attacco del Male? Certamente con le cure appropriate - la medicina in questi decenni ha fatto passi da gigante, e ne siamo grati - ma la Parola di Dio ci insegna che c’è un atteggiamento decisivo e di fondo con cui affrontare la malattia ed è quello della fede in Dio, nella sua bontà. Lo ripete sempre Gesù alle persone che guarisce: La tua fede ti ha salvato (cfr Mc 5,34.36). Persino di fronte alla morte, la fede può rendere possibile ciò che umanamente è impossibile. Ma fede in che cosa? Nell’amore di Dio. Ecco la vera risposta, che sconfigge radicalmente il Male. Come Gesù ha affrontato il Maligno con la forza dell’amore che gli veniva dal Padre, così anche noi possiamo affrontare e vincere la prova della malattia tenendo il nostro cuore immerso nell’amore di Dio. Tutti conosciamo persone che hanno sopportato sofferenze terribili perché Dio dava loro una serenità profonda. Penso all’esempio recente della beata Chiara Badano, stroncata nel fiore della giovinezza da un male senza scampo: quanti andavano a farle visita, ricevevano da lei luce e fiducia! Tuttavia, nella malattia, abbiamo tutti bisogno di calore umano: per confortare una persona malata, più che le parole, conta la vicinanza serena e sincera.

Cari amici, sabato prossimo, 11 febbraio, memoria della Beata Vergine Maria di Lourdes, è la Giornata Mondiale del Malato. Facciamo anche noi come la gente dei tempi di Gesù: spiritualmente presentiamo a Lui tutti i malati, fiduciosi che Egli vuole e può guarirli. E invochiamo l’intercessione della Madonna, specialmente per le situazioni di maggiore sofferenza e abbandono. Maria, Salute dei malati, prega per noi!



Dopo l'Angelus:

Cari fratelli e sorelle!

Oggi in Italia si celebra la Giornata per la Vita, iniziata per difendere la vita nascente e poi estesa a tutte le fasi e le condizioni dell’esistenza umana. Quest’anno il Messaggio dei Vescovi propone il tema: “Giovani aperti alla vita”. Mi associo ai Pastori della Chiesa in Italia nell’affermare che la vera giovinezza si realizza nell’accoglienza, nell’amore e nel servizio alla vita. Mi rallegro dell’incontro promosso ieri a Roma dalle Scuole di Ostetricia e Ginecologia delle Università romane per riflettere sulla “Promozione e tutela della vita umana nascente”, e saluto di cuore Mons. Lorenzo Leuzzi, i docenti e i giovani presenti oggi in Piazza San Pietro. Benvenuti! Grazie per a vostra presenza.

Chers pèlerins francophones, samedi prochain nous célèbrerons la fête de Notre-Dame de Lourdes et la Journée mondiale des malades. Dans la première lecture de ce dimanche nous voyons que Job a expérimenté dans sa chair la souffrance. Vivant dans la douleur et l’abandon des siens et de ses amis, il ne se révolte pas mais il se tourne vers Dieu. Jésus, lui aussi, face à sa propre souffrance et à celle des hommes, se plonge dans la prière. Avec tous ceux et celles qui sont confrontés à la maladie, demandons à Dieu qu’il nous donne la grâce de l’abandon et de la patience confiante ! Qu’avec l’aide de Notre-Dame de Lourdes et de Sainte Bernadette nous puissions découvrir que le véritable bonheur n’existe qu’en Dieu ! Avec ma Bénédiction !

I offer greetings to all the English-speaking pilgrims and visitors present for today’s Angelus. In the Gospel this Sunday, we learn of the healing that Jesus brought to many who were suffering from diseases of one kind or another. We commend to him all those known to us who are in need of healing and we ask him to take away our own hardness of heart, so that we may respond more generously to his love. May God bless all of you!

Einen herzlichen Gruß richte ich an alle deutschsprachigen Pilger und Besucher. Christus, so erzählt uns heute das Evangelium, zog durch das Land Galiläa, um die Liebe Gottes zu verkündigen mit Worten und mit der Tat der Heilung. Er wird auch unser Begleiter sein und will es sein; er will uns an seiner Gemeinschaft mit dem Vater Anteil geben und so zur Fülle des Lebens führen. Und wir wollen ihm folgen: im Gebet, durch den regelmäßigen Empfang der Sakramente und mit guten Werken. So können wir die heilende Macht seiner Liebe erfahren und weitergeben. Der Herr geleite euch dabei mit dem Licht seiner Gnade.

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española, en particular al grupo de fieles de distintas parroquias de Sevilla, así como al grupo de alumnos y profesores de Zafra, Montánchez y Cáceres. El Evangelio de hoy presenta a Jesús que une estrechamente su predicación y cuidado por los enfermos a una intensa oración. Este modo de actuar del Maestro se prolonga también hoy en la vida y misión de la Iglesia. Que la Virgen María asista a cada uno de sus hijos para saber conjugar siempre la actividad apostólica y misionera con una ferviente plegaria a Dios. Feliz domingo.

Moje gorące pozdrowienie kieruję do Polaków. Z okazji Światowego Dnia Chorego pragnę zachęcić chorych i cierpiących, aby znajdowali zawsze bezpieczną kotwicę w wierze, która karmi się słuchaniem Słowa Bożego, osobistą modlitwą i sakramentami. Proszę Boga, aby towarzyszyła im wrażliwa troska bliskich, pracowników służby zdrowia i wszystkich ludzi dobrej woli. Niech ludzkie cierpienie będzie zawsze otoczone miłością! Z serca wam błogosławię.

[Rivolgo il mio caloroso saluto ai polacchi. In occasione della Giornata Mondiale del Malato desidero incoraggiare i malati e i sofferenti a trovare sempre un’ancora sicura nella fede, alimentata dall’ascolto della Parola di Dio, dalla preghiera personale e dai Sacramenti. Chiedo a Dio che li accompagni la sensibile premura dei familiari, degli operatori sanitari e di tutti gli uomini di buona volontà. La sofferenza umana sia sempre circondata di amore! Vi benedico di cuore.]

Rivolgo un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare ai fedeli venuti da Perugia, come pure al folto gruppo familiare che oggi si è dato appuntamento qui in Vaticano, nonostante l’inverno. La sosta presso la Tomba di San Pietro rafforzi in ciascuno la fede e la perseveranza nella vita cristiana. A tutti auguro una buona domenica. E’ bella la neve, ma speriamo che presto venga la primavera. Auguri. Buona domenica!

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