lunedì 20 febbraio 2012

Benedetto XVI ai nuovi Cardinali, con i Familiari e i Fedeli convenuti per il Concistoro (20 febbraio 2012)




DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

AI NUOVI CARDINALI, CON I FAMILIARI E I PELLEGRINI
CONVENUTI PER IL CONCISTORO

Aula Paolo VI
Lunedì, 20 febbraio 2012



Signori Cardinali,
Cari Fratelli nell’Episcopato e nel Presbiterato,
Cari Fratelli e Sorelle!

Con grande gioia mi incontro con voi, familiari e amici dei neo-Cardinali, all’indomani delle solenni celebrazioni del Concistoro, in cui questi vostri amati Pastori sono stati chiamati a far parte del Collegio Cardinalizio. Mi è data così la possibilità di porgere in modo più diretto e più intimo il mio cordiale saluto a tutti e, in particolare, le mie felicitazioni e il mio augurio ai nuovi Porporati. L’avvenimento così importante e suggestivo del Concistoro sia, per voi qui presenti e per quanti sono legati a vario titolo ai nuovi Cardinali, motivo e stimolo a stringervi con affetto attorno ad essi: sentitevi ancora di più vicini al loro cuore e alla loro ansia apostolica; ascoltate con viva speranza le loro parole di Padri e di Maestri. Siate uniti a loro e tra di voi nella fede e nella carità, per essere sempre più fervorosi e coraggiosi testimoni di Cristo.


Saluto anzitutto voi, cari Porporati della Chiesa che è in Italia! Il Cardinale Fernando Filoni, Prefetto della Congregazione per l’Evangelizzazione dei Popoli; il Cardinale Antonio Maria Vegliò, Presidente del Pontificio Consiglio della Pastorale per i Migranti e gli Itineranti; il Cardinale Giuseppe Bertello, Presidente della Pontificia Commissione per lo Stato della Città del Vaticano e Presidente del Governatorato del medesimo Stato; il Cardinale Francesco Coccopalmerio, Presidente del Pontificio Consiglio per i Testi Legislativi; il Cardinale Domenico Calcagno, Presidente dell’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica; il Cardinale Giuseppe Versaldi, Presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede; e infine il Cardinale Giuseppe Betori, Arcivescovo di Firenze. Venerati Fratelli, l’affetto e la preghiera di tante persone a voi care vi sostengano nel servizio alla Chiesa, affinché ciascuno di voi possa rendere generosa testimonianza al Vangelo della verità e della carità.

Je salue cordialement les pèlerins francophones, et plus particulièrement les Belges qui ont accompagné Monsieur le Cardinal Julien Ries. Puisse notre loyauté au Christ être ferme et décidée afin de rendre crédible notre témoignage. Notre société, qui connaît des moments d’incertitudes et de doute, a besoin de la clarté du Christ. Que chaque chrétien en témoigne avec foi et courage, et le temps de Carême qui approche, permet de revenir vers Dieu. Bon pèlerinage à tous!

I am pleased to extend a warm greeting to the English-speaking Prelates whom I had the joy of raising to the dignity of Cardinal in Saturday’s Consistory: Cardinal Edwin Frederick O’Brien, Grand Master of the Equestrian Order of the Holy Sepulchre of Jerusalem; Cardinal George Alencherry, Major Archbishop of Ernakulam-Angamaly of the Syro-Malabars (India); Cardinal Thomas Christopher Collins, Archbishop of Toronto (Canada); Cardinal Timothy Michael Dolan, Archbishop of New York (the United States of America); Cardinal John Tong Hon, Bishop of Hong Kong (the People’s Republic of China); Cardinal Prosper Grech, O.S.A., Emeritus Professor of various Roman Universities and Consultor of the Congregation for the Doctrine of the Faith.

I also extend a cordial welcome to the family members and friends who join them today. I ask you to continue to support the new Cardinals by your prayers as they take up their important responsibilities in the service of the Apostolic See.

Einen ganz herzlichen Gruß richte ich an die neuernannten Kardinäle deutscher Sprache, an den Erzbischof von Berlin Rainer Maria Kardinal Woelki und an Karl Josef Kardinal Becker aus der Gesellschaft Jesu. Ich versichere ihnen meine Verbundenheit und mein Gebet für den besonderen Dienst, der ihnen in der Universalkirche anvertraut ist, und empfehle sie dem Schutz Marias, der Mutter der Kirche.

Mit Freude begrüße ich auch die Familienangehörigen und Freunde, die Pilger aus den Heimatdiözesen Berlin und Köln, die Mitarbeiter in den verschiedenen kirchlichen Einrichtungen, die Vertreter der Politik und des öffentlichen Lebens sowie alle Landsleute, die zu diesem Konsistorium nach Rom gekommen sind. Auch eurem Gebet möchte ich die neuen Kardinäle empfehlen, damit sie gemäß dem Zeichen des Purpur, den sie nun tragen, als opferbereite Zeugen der Wahrheit und treue Mitarbeiter des Nachfolgers Petri wirken.

Saludo con afecto al Cardenal Santos Abril y Castelló, Arcipreste de la Basílica Santa María la Mayor, así como a sus familiares, a los Obispos, sacerdotes, religiosos y laicos venidos especialmente de España para esta ocasión. Les invito a todos a acompañar con sus plegarias y cercanía espiritual a los nuevos miembros del Colegio de cardenales para que, llenos de amor a Dios y estrechamente unidos al Sucesor de Pedro, continúen la misión espiritual y apostólica con plena fidelidad al Evangelio.

Saúdo os novos Cardeais de língua portuguesa, com seus familiares, amigos e colaboradores, e ainda os diversos representantes da comunidade eclesial e civil, para quem redunda também a honra que acaba de ser conferida ao Cardeal João Braz de Aviz, que guia a Congregação para os Institutos de Vida Consagrada e as Sociedades de Vida Apostólica, e ao Cardeal Manuel Monteiro de Castro, que preside à Penitenciaria Apostólica. À Virgem Mãe, confio vossas vidas devotadas ao serviço da unidade e da santidade do Povo de Deus.

S láskou zdravím Otce kardinála Dominika Duku a vás, věřící z České republiky, kteří sdílíte jeho radost. Ať ve vás tyto sváteční dny modlitby obnoví lásku ke Kristu a jeho církvi. Všem vám žehnám. Chvála Kristu a Panně Marii.

[Rivolgo un affettuoso saluto al neo-Cardinale Dominik Duka e a tutti voi, fedeli giunti dalla Repubblica Ceca per condividere la sua gioia. Questi giorni di festa e di preghiera suscitino in voi un rinnovato amore a Cristo e alla sua Chiesa. A tutti la mia benedizione! Siano lodati Gesù e Maria.]

Gaarne begroet ik Kardinaal Willem Jacobus Eijk, Aartsbisschop van Utrecht, en tevens de gelovigen die hem vergezellen. Mogen deze dagen van intense spiritualiteit bij iedereen een nog grotere liefde voor Christus en Zijn Kerk opwekken. Blijft Uw Aartsbisschop steunen met Uw gebed zo dat hij met herderlijke ijver degenen die hem zijn toevertrouwd leiding kan geven.

[Saluto il Cardinale Willem Jacobus Eijk, Arcivescovo di Utrecht e i fedeli che lo accompagnano. Auspico che queste giornate di fervida spiritualità suscitino in ciascuno un rinnovato amore a Cristo e alla Chiesa. Continuate a sostenere il vostro Arcivescovo con la preghiera, affinché possa continuare a guidare con zelo pastorale il popolo a lui affidato.]

Salut cu bucurie pe Preafericirea Sa Lucian Mureşan şi pe voi toţi, credincioşi din România, care aţi dorit să vă strângeţi în jurul iubitului vostru Păstor, pe care l-am creat Cardinal. Împreună cu voi salut întregul popor român şi Patria voastră, legată acum şi mai mult de Sediul Sfântului Petru! Binecuvântarea mea să vă susţină mereu.

[Saluto con gioia Sua Beatitudine Lucian Mureşan e tutti voi, fedeli di Romania, che avete voluto stringervi al vostro amato Pastore, che ho creato Cardinale. Con voi saluto l’intero popolo rumeno e la vostra Patria, ora ancora più legata alla Sede di San Pietro! La mia benedizione vi sostenga sempre.]


Cari amici, ancora grazie per la vostra significativa presenza. La creazione dei nuovi Cardinali è occasione per riflettere sulla universale missione della Chiesa nella storia degli uomini: nelle vicende umane, spesso così convulse e contrastanti, la Chiesa è sempre presente, portando Cristo, luce e speranza per l’intera umanità. Rimanere uniti alla Chiesa e al messaggio di salvezza che essa diffonde, significa ancorarsi alla Verità, rafforzare il senso dei veri valori, essere sereni di fronte ad ogni avvenimento. Vi esorto pertanto a rimanere sempre uniti ai vostri Pastori, come pure ai nuovi Cardinali, per essere in comunione con la Chiesa. L’unità nella Chiesa è dono divino da difendere e far crescere. Alla protezione della Madre di Dio e degli Apostoli Pietro e Paolo affido voi, Venerati Fratelli Cardinali e i fedeli che vi accompagnano. Con tali sentimenti vi imparto di cuore la mia Benedizione Apostolica.

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

domenica 19 febbraio 2012

Benedetto XVI alla Recita dell'Angelus in Piazza San Pietro (19 febbraio 2012)




BENEDETTO XVI

ANGELUS

Piazza San Pietro
Solennità della Cattedra di San Pietro
Domenica, 19 febbraio 2012



Cari fratelli e sorelle!

Questa domenica è particolarmente festosa qui in Vaticano, a motivo del Concistoro, avvenuto ieri, in cui ho creato 22 nuovi Cardinali. Con loro ho avuto la gioia, stamani, di concelebrare l’Eucaristia nella Basilica di San Pietro, intorno alla Tomba dell’Apostolo che Gesù chiamò ad essere la “pietra” su cui costruire la sua Chiesa (cfr Mt 16,18). Perciò invito tutti voi ad unire anche la vostra preghiera per questi venerati Fratelli, che ora sono ancora più impegnati a collaborare con me nella guida della Chiesa universale e a dare testimonianza al Vangelo fino al sacrificio della propria vita. Questo significa il colore rosso dei loro abiti: il colore del sangue e dell’amore. Alcuni di essi lavorano a Roma, al servizio della Santa Sede, altri sono Pastori di importanti Chiese diocesane; altri si sono distinti per una lunga e apprezzata attività di studio e di insegnamento. Ora fanno parte del Collegio che più strettamente coadiuva il Papa nel suo ministero di comunione e di evangelizzazione: li accogliamo con gioia, ricordando ciò che disse Gesù ai dodici Apostoli: “Chi vuol essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti. Anche il Figlio dell’uomo infatti non è venuto per farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto per molti” (Mc 10,44-45).

Questo evento ecclesiale si colloca sullo sfondo liturgico della festa della Cattedra di San Pietro, anticipata ad oggi, perché il prossimo 22 Febbraio – data di tale festa – sarà il Mercoledì delle Ceneri, inizio della Quaresima. La “cattedra” è il seggio riservato al Vescovo, da cui deriva il nome “cattedrale” dato alla chiesa in cui, appunto, il Vescovo presiede la liturgia e insegna al popolo. La Cattedra di San Pietro, rappresentata nell’abside della Basilica Vaticana da una monumentale scultura del Bernini, è simbolo della speciale missione di Pietro e dei suoi Successori di pascere il gregge di Cristo tenendolo unito nella fede e nella carità. Già a agli inizi del secondo secolo, sant’Ignazio di Antiochia attribuiva alla Chiesa che è in Roma un singolare primato, salutandola, nella sua lettera ai Romani, come quella che “presiede nella carità”. Tale speciale compito di servizio deriva alla Comunità romana e al suo Vescovo dal fatto che in questa Città hanno versato il loro sangue gli Apostoli Pietro e Paolo, oltre a numerosi altri Martiri. Ritorniamo, così, alla testimonianza del sangue e della carità. La Cattedra di Pietro, dunque, è sì segno di autorità, ma di quella di Cristo, basata sulla fede e sull’amore.

Cari amici, affidiamo i nuovi Cardinali alla materna protezione di Maria Santissima, perché li assista sempre nel loro servizio ecclesiale e li sostenga nelle prove. Maria, Madre della Chiesa, aiuti me e i miei collaboratori a lavorare instancabilmente per l’unità del Popolo di Dio e per annunciare a tutte le genti il messaggio di salvezza, compiendo umilmente e coraggiosamente il servizio della verità nella carità.



Dopo l'Angelus

J’accueille avec joie les pèlerins francophones, en particulier les pèlerins de Belgique et tous ceux qui sont venus accompagner les nouveaux Cardinaux. Je salue également les jeunes des collèges Charles-Péguy de Paris et de Bobigny. C’est aujourd’hui, au Vatican, la fête du rappel de la mission que le Christ a confiée à Pierre et à ses successeurs sur la Chaire épiscopale de Rome. Je vous invite à prier pour que l’Église demeure fidèle à l’enseignement du Christ qui a choisi Pierre, pour faire paître ses brebis. Mercredi commencera le Carême. Sachons profiter de ce temps de grâce et de conversion pour revenir vers Dieu, par l’aumône, la prière et le jeûne ! À tous, je souhaite un bon dimanche, un bon pèlerinage à Rome et une bonne entrée en Carême !

I welcome all the English-speaking visitors present for this Angelus prayer, especially those accompanying the new Cardinals. In today’s Gospel, Jesus grants healing and life in body and soul in response to faith. May we too believe and trust in Christ, and seek from him both forgiveness of sin and the power to live a new life of grace. Upon all of you I invoke God’s blessings of joy and peace!

Gerne grüße ich alle Brüder und Schwestern deutscher Sprache, sowie die Pilger aus den Niederlanden, die zum Konsistorium der Kardinäle nach Rom gekommen sind. Bei der heutigen Messe im Petersdom haben wir für die neuen Kardinäle gedankt und das Fest der Kathedra des heilegen Petrus gefeiert. Christus hat seine Kirche auf das Glaubensbekenntnis des Petrus gegründet und ihm den Auftrag gegeben, die Brüder im Glauben zu stärken. Begleitet den Nachfolger des Petrus, den Papst, und die Kardinäle, die ihn in besonderer Weise in seinem Petrus dienst unterstützen, mit eurem Gebet, daß wir den Auftrag des Herrn treu erfüllen und die Kirche recht leiten können. Gesegneten Sonntag euch allen!

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en especial a los Obispos, presbíteros, personas consagradas y fieles han venido para acompañar a los nuevos Cardenales. Acompañadlos también con la oración y la colaboración en su nueva responsabilidad. Saludo también a los Jóvenes de San José de Barcelona y a los diversos grupos parroquiales de Sevilla. En la celebración de la Cátedra de San Pedro, invito a todos a ser fieles al mensaje de Cristo transmitido por los Apóstoles y a tener presentes en la plegaria a cuantos han recibido el ministerio de hacer llegar la luz del Evangelio a través de los tiempos en todos los rincones de la tierra. Feliz domingo.

Saúdo, com viva gratidão e afecto, os grupos de fiéis das paróquias Aldeia Galega da Merceana, Brandoa e Laveiras-Caxias e restantes peregrinos de língua portuguesa, particularmente os familiares e amigos dos novos Cardeais, pedindo que continueis a acompanhá-los com a vossa oração e estima para poderem corresponder, com plena e constante fidelidade, ao dom recebido. Confio-os, eles e todos vós, à materna protecção da Virgem Maria.

Salut pelerinii de limba română veniÅ£i la Roma pentru Consistoriu. Rugăciunea la Mormintele Apostolilor să vă întărească credinÅ£a ÅŸi entuziasmul de a vesti Evanghelia. Lăudat să fie Isus Cristos!

[Saluto i pellegrini di lingua romena venuti a Roma per il Concistoro. La preghiera alle Tombe degli Apostoli rafforzi la vostra fede e l’entusiasmo di annunciare il Vangelo. Sia lodato Gesù Cristo!]

Zdravím české poutníky, účastnící se konzistoÅ™e. AÅ¥ modlitba u hrobů svatých apoštolů posílí vaši víru a podnítí horlivé hlásání evangelia.

[Saluto i pellegrini di lingua ceca venuti a Roma per il Concistoro. La preghiera alle Tombe degli Apostoli rafforzi la fede e l’entusiasmo di annunciare il Vangelo.]

Serdeczne pozdrowienie kierujÄ™ do Polaków, a dziÅ› szczególnie do wszystkich polskich KardynaÅ‚ów. Konsystorz jest zgromadzeniem tych, którzy zostali powoÅ‚ani do wspierania nastÄ™pcy Piotra w jego posÅ‚udze utwierdzania braci w wierze i gÅ‚oszenia Ewangelii Chrystusa oraz wymownym znakiem jednoÅ›ci caÅ‚ego KoÅ›cioÅ‚a. Módlmy siÄ™, aby Å›wiatÅ‚o i moc Ducha ÅšwiÄ™tego towarzyszyÅ‚y wszystkim, a zwÅ‚aszcza nowym, kardynaÅ‚om. Niech Bóg wam bÅ‚ogosÅ‚awi!

[Un cordiale saluto rivolgo ai polacchi, e oggi in particolare a tutti i Cardinali polacchi. Il Concistoro è un raduno di coloro che sono stati chiamati a sostenere il Successore di Pietro nel suo ministero di confermare i fratelli nella fede e di proclamare il Vangelo di Cristo, nonché un eloquente segno dell’unità di tutta la Chiesa. Preghiamo perché la luce e la potenza dello Spirito Santo accompagnino tutti e soprattutto i nuovi Cardinali. Dio vi benedica!]

E rivolgo infine un cordiale saluto ai pellegrini di lingua italiana, in particolare a quelli venuti per festeggiare i nuovi Cardinali. Saluto anche i bambini della Prima Comunione di Caravaggio, i cresimandi con catechisti e genitori di Galzignano Terme, Creola e Saccolongo, Montorfano, Robilante e Lodi, i fedeli di Verona e di Eraclea, i ragazzi di Saiano e quelli di Altavilla Vicentina e Valmarana. A tutti auguro una buona domenica, una buona settimana. Buona domenicia a tutti voi!

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

Benedetto XVI alla Santa Messa nella Festa della Cattedra di San Pietro con i nuovi Cardinali (19 febbraio 2012)




CONCELEBRAZIONE EUCARISTICA CON I NUOVI CARDINALI

OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Solennità della Cattedra di San Pietro
Domenica, 19 febbraio 2012




Signori Cardinali,
venerati Fratelli nell’Episcopato e nel Sacerdozio,
cari fratelli e sorelle!

Nella solennità della Cattedra di san Pietro Apostolo, abbiamo la gioia di radunarci intorno all’Altare del Signore insieme con i nuovi Cardinali, che ieri ho aggregato al Collegio Cardinalizio. Ad essi, innanzitutto, rivolgo il mio cordiale saluto, ringraziando il Cardinale Fernando Filoni per le cortesi parole rivoltemi a nome di tutti. Estendo il mio saluto agli altri Porporati e a tutti Presuli presenti, come pure alle distinte Autorità, ai Signori Ambasciatori, ai sacerdoti, ai religiosi e a tutti i fedeli, venuti da varie parti del mondo per questa lieta circostanza, che riveste uno speciale carattere di universalità.


Nella seconda Lettura poc’anzi proclamata, l’Apostolo Pietro esorta i “presbiteri” della Chiesa ad essere pastori zelanti e premurosi del gregge di Cristo (cfr 1 Pt 5,1-2). Queste parole sono anzitutto rivolte a voi, cari e venerati Fratelli, che già avete molti meriti presso il Popolo di Dio per la vostra generosa e sapiente opera svolta nel Ministero pastorale in impegnative Diocesi, o nella direzione dei Dicasteri della Curia Romana, o nel servizio ecclesiale dello studio e dell’insegnamento. La nuova dignità che vi è stata conferita vuole manifestare l’apprezzamento per il vostro fedele lavoro nella vigna del Signore, rendere onore alle Comunità e alle Nazioni da cui provenite e di cui siete degni rappresentanti nella Chiesa, investirvi di nuove e più importanti responsabilità ecclesiali, ed infine chiedervi un supplemento di disponibilità per Cristo e per l’intera Comunità cristiana. Questa disponibilità al servizio del Vangelo è saldamente fondata sulla certezza della fede. Sappiamo infatti che Dio è fedele alle sue promesse ed attendiamo nella speranza la realizzazione di queste parole dell’apostolo Pietro: “E quando apparirà il Pastore supremo, riceverete la corona della gloria che non appassisce” (1 Pt 5,4).

Il brano evangelico odierno presenta Pietro che, mosso da un’ispirazione divina, esprime la propria salda fede in Gesù, il Figlio di Dio ed il Messia promesso. In risposta a questa limpida professione di fede, fatta da Pietro anche a nome degli altri Apostoli, Cristo gli rivela la missione che intende affidargli, quella cioè di essere la “pietra”, la “roccia”, il fondamento visibile su cui è costruito l’intero edificio spirituale della Chiesa (cfr Mt 16,16-19). Tale denominazione di “roccia-pietra” non fa riferimento al carattere della persona, ma va compresa solo a partire da un aspetto più profondo, dal mistero: attraverso l’incarico che Gesù gli conferisce, Simon Pietro diventerà ciò che egli non è attraverso «la carne e il sangue». L’esegeta Joachim Jeremias ha mostrato che sullo sfondo è presente il linguaggio simbolico della «roccia santa». Al riguardo può aiutarci un testo rabbinico in cui si afferma: «Il Signore disse: “Come posso creare il mondo, quando sorgeranno questi senza-Dio e mi si rivolteranno contro?”. Ma quando Dio vide che doveva nascere Abramo, disse: “Guarda, ho trovato una roccia, sulla quale posso costruire e fondare il mondo”. Perciò egli chiamò Abramo una roccia». Il profeta Isaia vi fa riferimento quando ricorda al popolo «guardate alla roccia da cui siete stati tagliati… ad Abramo vostro padre» (51,1-2). Abramo, il padre dei credenti, con la sua fede viene visto come la roccia che sostiene la creazione. Simone, che per primo ha confessato Gesù come il Cristo ed è stato il primo testimone della risurrezione, diventa ora, con la sua fede rinnovata, la roccia che si oppone alle forze distruttive del male.

Cari fratelli e sorelle! Questo episodio evangelico che abbiamo ascoltato trova una ulteriore e più eloquente spiegazione in un conosciutissimo elemento artistico che impreziosisce questa Basilica Vaticana: l’altare della Cattedra. Quando si percorre la grandiosa navata centrale e, oltrepassato il transetto, si giunge all’abside, ci si trova davanti a un enorme trono di bronzo, che sembra librarsi, ma che in realtà è sostenuto dalle quattro statue di grandi Padri della Chiesa d’Oriente e d’Occidente. E sopra il trono, circondata da un trionfo di angeli sospesi nell’aria, risplende nella finestra ovale la gloria dello Spirito Santo. Che cosa ci dice questo complesso scultoreo, dovuto al genio del Bernini? Esso rappresenta una visione dell’essenza della Chiesa e, all’interno di essa, del magistero petrino.


La finestra dell’abside apre la Chiesa verso l’esterno, verso l’intera creazione, mentre l’immagine della colomba dello Spirito Santo mostra Dio come la fonte della luce. Ma c’è anche un altro aspetto da evidenziare: la Chiesa stessa è, infatti, come una finestra, il luogo in cui Dio si fa vicino, si fa incontro al nostro mondo. La Chiesa non esiste per se stessa, non è il punto d’arrivo, ma deve rinviare oltre sé, verso l’alto, al di sopra di noi. La Chiesa è veramente se stessa nella misura in cui lascia trasparire l’Altro - con la “A” maiuscola - da cui proviene e a cui conduce. La Chiesa è il luogo dove Dio “arriva” a noi, e dove noi “partiamo” verso di Lui; essa ha il compito di aprire oltre se stesso quel mondo che tende a chiudersi in se stesso e portargli la luce che viene dall’alto, senza la quale diventerebbe inabitabile.

La grande cattedra di bronzo racchiude un seggio ligneo del IX secolo, che fu a lungo ritenuto la cattedra dell’apostolo Pietro e fu collocato proprio su questo altare monumentale a motivo del suo alto valore simbolico. Esso, infatti, esprime la presenza permanente dell’Apostolo nel magistero dei suoi successori. Il seggio di san Pietro, possiamo dire, è il trono della verità, che trae origine dal mandato di Cristo dopo la confessione a Cesarea di Filippo. Il seggio magisteriale rinnova in noi anche la memoria delle parole rivolte dal Signore a Pietro nel Cenacolo: “Io ho pregato per te, perché la tua fede non venga meno. E tu, una volta ravveduto, conferma i tuoi fratelli” (Lc 22,32).

La cattedra di Pietro evoca un altro ricordo: la celebre espressione di sant’Ignazio di Antiochia, che nella sua lettera ai Romani chiama la Chiesa di Roma “quella che presiede nella carità” (Inscr.: PG 5, 801). In effetti, il presiedere nella fede è inscindibilmente legato al presiedere nell’amore. Una fede senza amore non sarebbe più un’autentica fede cristiana. Ma le parole di sant’Ignazio hanno anche un altro risvolto, molto più concreto: il termine “carità”, infatti, veniva utilizzato dalla Chiesa delle origini per indicare anche l’Eucaristia. L’Eucaristia, infatti, è Sacramentum caritatis Christi, mediante il quale Egli continua ad attirarci tutti a sé, come fece dall’alto della croce (cfr Gv 12,32). Pertanto, “presiedere nella carità” significa attirare gli uomini in un abbraccio eucaristico - l’abbraccio di Cristo -, che supera ogni barriera e ogni estraneità, e crea la comunione dalle molteplici differenze. Il ministero petrino è dunque primato nell’amore in senso eucaristico, ovvero sollecitudine per la comunione universale della Chiesa in Cristo. E l’Eucaristia è forma e misura di questa comunione, e garanzia che essa si mantenga fedele al criterio della tradizione della fede.

La grande Cattedra è sostenuta dai Padri della Chiesa. I due maestri dell’Oriente, san Giovanni Crisostomo e sant’Atanasio, insieme con i latini, sant’Ambrogio e sant’Agostino, rappresentano la totalità della tradizione e, quindi, la ricchezza dell’espressione della vera fede nella santa e unica Chiesa. Questo elemento dell’altare ci dice che l’amore poggia sulla fede. Esso si sgretola se l’uomo non confida più in Dio e non obbedisce a Lui. Tutto nella Chiesa poggia sulla fede: i Sacramenti, la Liturgia, l’evangelizzazione, la carità. Anche il diritto, anche l’autorità nella Chiesa poggiano sulla fede. La Chiesa non si auto-regola, non dà a se stessa il proprio ordine, ma lo riceve dalla Parola di Dio, che ascolta nella fede e cerca di comprendere e di vivere. I Padri della Chiesa hanno nella comunità ecclesiale la funzione di garanti della fedeltà alla Sacra Scrittura. Essi assicurano un’esegesi affidabile, solida, capace di formare con la Cattedra di Pietro un complesso stabile e unitario. Le Sacre Scritture, interpretate autorevolmente dal Magistero alla luce dei Padri, illuminano il cammino della Chiesa nel tempo, assicurandole un fondamento stabile in mezzo ai mutamenti storici.

Dopo aver considerato i diversi elementi dell’altare della Cattedra, rivolgiamo ad esso uno sguardo d’insieme. E vediamo che è attraversato da un duplice movimento: di ascesa e di discesa. E’ la reciprocità tra la fede e l’amore. La Cattedra è posta in grande risalto in questo luogo, poiché qui vi è la tomba dell’apostolo Pietro, ma anch’essa tende verso l’amore di Dio. In effetti, la fede è orientata all’amore. Una fede egoistica sarebbe una fede non vera. Chi crede in Gesù Cristo ed entra nel dinamismo d’amore che nell’Eucaristia trova la sorgente, scopre la vera gioia e diventa a sua volta capace di vivere secondo la logica di questo dono. La vera fede è illuminata dall’amore e conduce all’amore, verso l’alto, come l’altare della Cattedra eleva verso la finestra luminosa, la gloria dello Spirito Santo, che costituisce il vero punto focale per lo sguardo del pellegrino quando varca la soglia della Basilica Vaticana. A quella finestra il trionfo degli angeli e le grandi raggiere dorate danno il massimo risalto, con un senso di pienezza traboccante che esprime la ricchezza della comunione con Dio. Dio non è solitudine, ma amore glorioso e gioioso, diffusivo e luminoso.

Cari fratelli e sorelle, a noi, ad ogni cristiano è affidato il dono di questo amore: un dono da donare, con la testimonianza della nostra vita. Questo è, in particolare, il vostro compito, venerati Fratelli Cardinali: testimoniare la gioia dell’amore di Cristo. Alla Vergine Maria, presente nella Comunità apostolica riunita in preghiera in attesa dello Spirito Santo (cfr At 1,14), affidiamo ora il vostro nuovo servizio ecclesiale. Ella, Madre del Verbo Incarnato, protegga il cammino della Chiesa, sostenga con la sua intercessione l’opera dei Pastori ed accolga sotto il suo manto l’intero Collegio cardinalizio. Amen!

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

sabato 18 febbraio 2012

Benedetto XVI al Concistoro Ordinario Pubblico per la Creazione di Nuovi Cardinali e per il Voto su alcune Cause di Canonizzazione (18 febbraio 2012)



ALLOCUZIONE DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Sabato, 18 febbraio 2012


«Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo Ecclesiam meam».

Venerati Fratelli,
cari fratelli e sorelle!

Con queste parole il canto d’ingresso ci ha introdotto nel solenne e suggestivo rito del Concistoro ordinario pubblico per la creazione dei nuovi Cardinali, l’imposizione della berretta, la consegna dell’anello e l’assegnazione del titolo. Sono le parole efficaci con le quali Gesù ha costituito Pietro quale saldo fondamento della Chiesa. Di tale fondamento la fede rappresenta il fattore qualificativo: infatti Simone diventa Pietro – roccia – in quanto ha professato la sua fede in Gesù Messia e Figlio di Dio. Nell’annuncio di Cristo la Chiesa viene legata a Pietro e Pietro viene posto nella Chiesa come roccia; ma colui che edifica la Chiesa è Cristo stesso, Pietro deve essere un elemento particolare della costruzione. Deve esserlo mediante la fedeltà alla sua confessione fatta presso Cesarea di Filippo, in forza dell’affermazione: «Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente».


Le parole rivolte da Gesù a Pietro mettono bene in risalto il carattere ecclesiale dell’odierno evento. I nuovi Cardinali, infatti, tramite l’assegnazione del titolo di una chiesa di questa Città o di una Diocesi suburbicaria, vengono inseriti a tutti gli effetti nella Chiesa di Roma guidata dal Successore di Pietro, per cooperare strettamente con lui nel governo della Chiesa universale. Questi cari Confratelli, che fra poco entreranno a far parte del Collegio Cardinalizio, si uniranno con nuovi e più forti legami non solo al Romano Pontefice ma anche all’intera comunità dei fedeli sparsa in tutto il mondo. Nello svolgimento del loro particolare servizio a sostegno del ministero petrino, i neo-porporati saranno infatti chiamati a considerare e valutare le vicende, i problemi e i criteri pastorali che toccano la missione di tutta la Chiesa. In questo delicato compito sarà loro di esempio e di aiuto la testimonianza di fede resa con la vita e con la morte dal Principe degli Apostoli, il quale, per amore di Cristo, ha donato tutto se stesso fino all’estremo sacrificio.

E’ con questo significato che è da intendere anche l’imposizione della berretta rossa. Ai nuovi Cardinali è affidato il servizio dell’amore: amore per Dio, amore per la sua Chiesa, amore per i fratelli con una dedizione assoluta e incondizionata, fino all’effusione del sangue, se necessario, come recita la formula di imposizione della berretta e come indica il colore rosso degli abiti indossati. A loro, inoltre, è chiesto di servire la Chiesa con amore e vigore, con la limpidezza e la sapienza dei maestri, con l’energia e la fortezza dei pastori, con la fedeltà e il coraggio dei martiri. Si tratta di essere eminenti servitori della Chiesa che trova in Pietro il visibile fondamento dell’unità.


Nel brano evangelico poc’anzi proclamato, Gesù si presenta come servo, offrendosi quale modello da imitare e da seguire. Dallo sfondo del terzo annuncio della passione, morte e risurrezione del Figlio dell’uomo, si stacca con stridente contrasto la scena dei due figli di Zebedeo, Giacomo e Giovanni, che inseguono ancora sogni di gloria accanto a Gesù. Essi gli chiesero: «Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra» (Mc 10,37). Folgorante è la replica di Gesù e inatteso il suo interrogativo: «Voi non sapete quello che chiedete. Potete bere il calice che io bevo?» (v. 38). L’allusione è chiarissima: il calice è quello della passione, che Gesù accetta per attuare la volontà del Padre. Il servizio a Dio e ai fratelli, il dono di sé: questa è la logica che la fede autentica imprime e sviluppa nel nostro vissuto quotidiano e che non è invece lo stile mondano del potere e della gloria.

Giacomo e Giovanni con la loro richiesta mostrano di non comprendere la logica di vita che Gesù testimonia, quella logica che - secondo il Maestro - deve caratterizzare il discepolo, nel suo spirito e nelle sue azioni. E la logica errata non abita solo nei due figli di Zebedeo perché, secondo l’evangelista, contagia anche «gli altri dieci» apostoli che «cominciarono a indignarsi con Giacomo e Giovanni» (v. 41). Si indignano, perché non è facile entrare nella logica del Vangelo e lasciare quella del potere e della gloria. San Giovanni Crisostomo afferma che tutti gli apostoli erano ancora imperfetti, sia i due che vogliono innalzarsi sopra i dieci, sia gli altri che hanno invidia di loro (cfr Commento a Matteo, 65, 4: PG 58, 622). E commentando i passi paralleli nel Vangelo secondo Luca, san Cirillo di Alessandria aggiunge: «I discepoli erano caduti nella debolezza umana e stavano discutendo l’un l’altro su chi fosse il capo e superiore agli altri … Questo è accaduto e ci è stato raccontato per il nostro vantaggio… Quanto è accaduto ai santi Apostoli può rivelarsi per noi un incentivo all’umiltà» (Commento a Luca, 12, 5, 24: PG 72, 912). Questo episodio dà modo a Gesù di rivolgersi a tutti i discepoli e «chiamarli a sé», quasi per stringerli a sé, a formare come un corpo unico e indivisibile con Lui e indicare qual è la strada per giungere alla vera gloria, quella di Dio: «Voi sapete che coloro i quali sono considerati i governanti delle nazioni dominano su di esse e i loro capi le opprimono. Tra voi però non è così; ma chi vuole diventare grande tra voi sarà vostro servitore, e chi vuole essere il primo tra voi sarà schiavo di tutti» (Mc 10,42-44).


Dominio e servizio, egoismo e altruismo, possesso e dono, interesse e gratuità: queste logiche profondamente contrastanti si confrontano in ogni tempo e in ogni luogo. Non c’è alcun dubbio sulla strada scelta da Gesù: Egli non si limita a indicarla con le parole ai discepoli di allora e di oggi, ma la vive nella sua stessa carne. Spiega infatti: «Anche il Figlio dell’uomo non è venuto a farsi servire, ma per servire e dare la propria vita in riscatto di molti» (v. 45). Queste parole illuminano con singolare intensità l’odierno Concistoro pubblico. Esse risuonano nel profondo dell’anima e rappresentano un invito e un richiamo, una consegna e un incoraggiamento specialmente per voi, cari e venerati Fratelli che state per essere annoverati nel Collegio Cardinalizio.

Secondo la tradizione biblica, il Figlio dell’uomo è colui che riceve il potere e il dominio da Dio (cfr Dn 7,13s). Gesù interpreta la sua missione sulla terra sovrapponendo alla figura del Figlio dell’uomo quella del Servo sofferente, descritto da Isaia (cfr Is 53,1-12). Egli riceve il potere e la gloria solo in quanto «servo»; ma è servo in quanto accoglie su di sé il destino di dolore e di peccato di tutta l’umanità. Il suo servizio si attua nella fedeltà totale e nella responsabilità piena verso gli uomini. Per questo la libera accettazione della sua morte violenta diventa il prezzo di liberazione per molti, diventa l’inizio e il fondamento della redenzione di ciascun uomo e dell’intero genere umano.


Cari Fratelli che state per essere annoverati nel Collegio Cardinalizio! Il dono totale di sé offerto da Cristo sulla croce sia per voi principio, stimolo e forza per una fede che opera nella carità. La vostra missione nella Chiesa e nel mondo sia sempre e solo «in Cristo», risponda alla sua logica e non a quella del mondo, sia illuminata dalla fede e animata dalla carità che provengono a noi dalla Croce gloriosa del Signore. Sull’anello che tra poco vi consegnerò, sono raffigurati i santi Pietro e Paolo, con al centro una stella che evoca la Madonna. Portando questo anello, voi siete richiamati quotidianamente a ricordare la testimonianza che i due Apostoli hanno dato a Cristo fino alla morte per martirio qui a Roma, fecondando così la Chiesa con il loro sangue. Mentre il richiamo alla Vergine Maria, sarà sempre per voi un invito a seguire colei che fu salda nella fede e umile serva del Signore.

Concludendo questa breve riflessione, vorrei rivolgere il mio cordiale saluto e ringraziamento a tutti voi presenti, in particolare alle Delegazioni ufficiali di vari Paesi e alle Rappresentanze di numerose Diocesi. I nuovi Cardinali, nel loro servizio, sono chiamati a rimanere sempre fedeli a Cristo, lasciandosi guidare unicamente dal suo Vangelo. Cari fratelli e sorelle, pregate perché in essi possa rispecchiarsi al vivo il nostro unico Pastore e Maestro, il Signore Gesù, fonte di ogni sapienza, che indica la strada a tutti. E pregate anche per me, affinché possa sempre offrire al Popolo di Dio la testimonianza della dottrina sicura e reggere con mite fermezza il timone della santa Chiesa. Amen!

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana

Introdotta dall’arcivescovo Dolan la giornata di preghiera e di riflessione convocata dal Papa "Come bambini per dire la fede al mondo" Aula nuova del Sinodo - 17 febbraio 2012


Introdotta dall’arcivescovo Dolan
la giornata di preghiera e di riflessione convocata dal Papa


Come bambini
per dire la fede al mondo


Aula nuova del Sinodo
17 febbraio 2012


venerdì 17 febbraio 2012

VII Domenica del T.O. Anno B - Domínica in Quinquagésima (19 febbraio 2012)




29 FEBBRAIO 2012




La misericordia

Quando l’uomo acquista la coscienza di essere bisognoso e peccatore, allora gli si rivela il volto della misericordia di Dio.

La misericordia di Dio attraversa tutta la storia dell’uomo
La Bibbia ci descrive la storia umana e la storia di Israele come un continuo ritorno al peccato originale e al peccato del deserto. Invece di camminare per le vie di Dio, l’uomo percorre il proprio cammino e si allontana da lui.

Ma Dio non abbandona il suo popolo, come non si dimentica dell’umanità. Anzi, paradossalmente, è proprio in occasione del peccato dell’uomo che Dio rivela più profondamente il mistero della sua «tenerezza».

Il Signore è un «Dio misericordioso e pietoso, lento all’ira e ricco di grazia e di fedeltà, che conserva il suo favore per mille generazioni» (Es 34,6-7).

«Come un padre ha pietà dei suoi figli, così il Signore ha pietà di quanti lo temono. Perché egli sa di che siamo plasmati, ricorda che noi siamo polvere» (Sal 102,13-14).

Se deve castigare il popolo che ha peccato, è preso da commiserazione non appena esso grida a lui dal fondo della sua miseria. «Il mio cuore si commuove dentro di me, il mio intimo freme di compassione. Non darò sfogo all’ardore della mia ira» (Os 11,8-9).

In questa linea si colloca la missione di Gesù. Egli è venuto a rivelare il volto misericordioso del Padre, che guarisce e perdona. Cristo rivela Dio che è Padre, che è «amore», come si esprimerà san Giovanni nella sua prima lettera; rivela Dio «ricco di misericordia», come leggiamo in san Paolo. Tale verità, più che tema di un insegnamento, è una realtà a noi resa presente da Cristo.

Rendere presente il Padre come amore e misericordia è, nella coscienza di Cristo stesso, la fondamentale verifica della sua missione di Messia (cf Dives in misericordia, 3).

Dio solo può rimettere i peccati
Il miracolo che Gesù compie sul paralitico non è solo una prova della sua divinità (chi può rimettere i peccati se non Dio solo?)..., ma è anche segno della radicale efficacia del suo perdono: un perdono che rinnova completamente. Il passato lascia un segno, il peccato pesa, gli uomini ricordano il male. Dio invece dimentica, e quando risana, risana radicalmente. Non restaura, ma crea di nuovo. Perdona i peccati, li cancella, li getta dietro le spalle, non li ricorda più.

Ecco che cosa Cristo compie nel paralitico: una nuova creazione. «Io cancello i tuoi misfatti, per riguardo a me non ricordo più i tuoi peccati... Ecco, faccio una cosa nuova» (prima lettura).

Peccato e perdono rimessi in questione
Nella misura in cui l’uomo moderno ha perso il senso di Dio, rimette in questione le categorie cristiane del peccato e del perdono. Il più grande peccato del nostro tempo — si è detto — è che l’uomo ha perso il senso del peccato e, conseguentemente, il bisogno di perdono e di misericordia.

All’origine di questa perdita del senso cristiano del peccato non c’è solo una certa ottusità dell’uomo moderno e il suo pregiudiziale rifiuto di una dimensione anche teologica del proprio comportamento morale, ma anche delle grossolane deformazioni in una certa catechesi e pastorale. Abbiamo troppo insistito sulla materialità dell’atto che chiamiamo peccato, sulla rigida classificazione di esso, su un certo legalismo, su una preoccupazione quantitativa, trascurando le cause, facendo scarsa attenzione agli atteggiamenti e alle opzioni di fondo, insistendo quasi morbosamente su certi settori della nostra morale, riducendo il peccato ad un gesto individuale e trascurandone la dimensione sociale e comunitaria, dimenticando le colpe collettive legate alla nostra pigrizia, e le segrete connivenze con istituzioni o sistemi oppressivi...

A questo bisogna aggiungere la concezione di chi pensa di ottenere il perdono in una maniera semimagica senza le disposizioni necessarie.

La crisi in atto a riguardo del sacramento della penitenza può avere un esito positivo se libererà il cristiano da una serie di incrostazioni inutili e pericolose e lo aiuterà a ridursi all’essenziale nei riti, e a tornare al giusto senso del peccato.

Una concezione troppo ristretta della sacramentalità ha condotto il cristiano a limitare indebitamente al sacramento della penitenza l’esercizio del potere sacramentale del perdono affidato alla Chiesa. Oggi abbiamo riscoperto il valore originariamente penitenziale dell’Eucaristia nel suo insieme e in alcuni dei suoi riti particolari. (CC Salesiano)




Senza carità tutto è vanità delle vanità
Dai «Capitoli sulla carità» di san Massimo Confessore, abate
(Centuria 1, c. 1, 45. 16-17. 23-24. 26-28. 30-40; PG 90, 962-967)

La carità è la migliore disposizione dell'animo, che nulla preferisce alla conoscenza di Dio. Nessuno tuttavia potrebbe mai raggiungere tale disposizione di carità, se nel suo animo fosse esclusivamente legato alle cose terrene.

Chi ama Dio, antepone la conoscenza e la scienza di lui a tutte le cose create, e ricorre continuamente a lui con il desiderio e con l'amore dell'animo.

Tutte le cose che esistono hanno Dio per autore e fine ultimo. Dio è di gran lunga più nobile di quelle cose che egli stesso ha fatto come creatore. Perciò colui che abbandona Dio, l'Altissimo, e si lascia attirare dalle realtà create dimostra di stimare l'artefice di tutto molto meno delle cose stesse, che da lui sono fatte.

Chi mi ama, dice il Signore, osserverà i miei comandamenti (cfr. Gv 14, 15). E aggiunge «Questo vi comando: amatevi gli uni gli altri» (Gv 15, 17). Perciò chi non ama il prossimo, non osserva i comandamenti di Dio, e chi non osserva i comandamenti non può neppure dire di amare il Signore.

Beato l'uomo che è capace di amare ugualmente ogni uomo. Chi ama Dio, ama totalmente anche il prossimo, e chi ha una tale disposizione non si affanna ad accumulare denaro, tutto per sé, ma pensa anche a coloro che ne hanno bisogno.

Ad imitazione di Dio fa elemosine al buono e al cattivo, al giusto e all'ingiusto. Davanti alle necessità degli altri non conosce discriminazione, ma distribuisce ugualmente a tutti secondo il bisogno. Né tuttavia si può dire che compie ingiustizia se a premio del bene antepone al malvagio colui che si distingue per virtù e operosità.

L'amore caritatevole non si manifesta solo nell'elargizione di denaro, ma anche, e molto di più, nell'insegnamento della divina dottrina e nel compimento delle opere di misericordia corporale.

Colui che, sordo ai richiami della vanità, si dedica con purezza di intenzione al servizio del prossimo, si libera da ogni passione e da ogni vizio e diventa partecipe dell'amore e della scienza divina.

Chi possiede dentro di sé l'amore divino, non si stanca e non viene mai meno nel seguire il Signore Dio suo, ma sopporta con animo forte ogni sacrificio e ingiuria e offesa, non augurando affatto il male a nessuno. Non dite, esclama il profeta Geremia, siamo tempio di Dio (cfr. Ger 7, 4). E neppure direte: La semplice e sola fede nel Signore nostro Gesù Cristo mi può procurare la salvezza. Questo infatti non può avvenire se non ti sarai procurato anche l'amore verso di lui per mezzo delle opere. Per quanto concerne infatti la sola fede: «Anche i demoni credono e tremano!» (Gc 2, 19).

Opera di carità è il fare cordialmente un favore, l'essere longanime e paziente verso il prossimo; e così pure usare rettamente e ordinatamente le cose create.

giovedì 16 febbraio 2012

"Lectio Divina" del Santo Padre Benedetto XVI nella visita al Seminario Romano Maggiore per la Festa della Madonna della Fiducia (15 febbraio 2012)





VISITA AL PONTIFICIO SEMINARIO ROMANO MAGGIORE
IN OCCASIONE DELLA FESTA DELLA MADONNA DELLA FIDUCIA

"LECTIO DIVINA"
DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Cappella del Seminario
Mercoledì, 15 febbraio 2012


mercoledì 15 febbraio 2012

Trent’anni dopo (G.M. Vian)

 

Trent’anni dopo

di G.M. Vian

Trent’anni fa, il 15 febbraio 1982, veniva resa pubblica la notizia che Giovanni Paolo II, venendo incontro al desiderio del cardinale Joseph Ratzinger, lo sollevava dal governo pastorale della diocesi di Monaco e Frisinga. Il 25 novembre precedente, infatti, il cinquantaquattrenne porporato tedesco era stato nominato dal Papa prefetto del primo dicastero della Curia romana, la Congregazione per la Dottrina della Fede. Così, dopo avere tenuto ancora per quasi tre mesi la guida della grande arcidiocesi bavarese, in quei giorni di febbraio Ratzinger si trasferì a Roma. Qui già era venuto vent’anni prima, nel 1962, per trascorrervi tutto il tempo del concilio come consulente teologico di uno dei protagonisti del Vaticano II, l’arcivescovo di Colonia cardinale Joseph Frings.

In seguito, il brillante teologo a Roma era tornato diverse volte, soprattutto dopo il 1977, quando era stato nominato vescovo di Monaco e creato cardinale da Paolo VI nel suo ultimo concistoro. Nel primo conclave del 1978 Ratzinger conobbe di persona il metropolita di Cracovia, il cardinale Karol Wojtyła, e nel secondo contribuì alla sua elezione, convinto — come ha scritto nel 2004 — che fosse «il Papa per l’ora presente». Solo pochi mesi più tardi, nel 1979, Giovanni Paolo II lo convocò per proporgli di assumere l’incarico di prefetto dell’organismo curiale preposto all’educazione cattolica, ma l’arcivescovo di Monaco non si sentì di lasciare la diocesi dopo solo due anni di governo. Il Pontefice lo voleva però accanto a sé e, nel febbraio 1981, comunicò al cardinale l’intenzione di nominarlo prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, vincendo tuttavia le sue ultime resistenze solo nell’autunno successivo.

Dal febbraio 1982 il porporato tedesco non ha più lasciato Roma. Nonostante il trascorrere degli anni e il desiderio di tornare a tempo pieno alla vita di studio alla quale si è sempre sentito chiamato, Giovanni Paolo II gli ha infatti chiesto di restare con lui come responsabile dell’organismo dottrinale della Curia romana e, di fatto, come suo principale consigliere teologico. Per quasi un quarto di secolo, dalla sede romana i due uomini hanno così sostenuto insieme la Chiesa — tertio millennio adveniente e poi novo millennio ineunte — nella transizione secolare, sulla via dell’uomo dei nostri giorni. Accompagnando questa umanità e testimoniandole che Dio è vicino, come ha sempre fatto nel corso della storia chi ha saputo seguire davvero Gesù, nonostante colpe e imperfezioni umane presenti anche nella Chiesa.


Nel 2005 poi a Joseph Ratzinger è stato chiesto ancora di più al momento della rapidissima elezione in conclave, un’elezione non cercata in alcun modo e che il cardinale ha accettato con quella semplice serenità che impressiona chi lo avvicina anche solo per un momento. «Non lo conosco, ma ha gli occhi buoni» disse qualche giorno dopo un’anziana popolana romana. Ecco, in questi anni di pontificato Benedetto XVI ha saputo ogni giorno di più trasmettere — e non solo ai suoi fedeli — quanto ha confidato nel 2006 a Monaco davanti alla Mariensäule, la colonna innalzata in onore di Maria: di sentirsi cioè, secondo l’interpretazione agostiniana di un salmo, come un animale da tiro che fatica sotto la guida del contadino, ma nello stesso tempo è molto vicino al suo padrone, il Signore Gesù, e per questo non teme il male.

Questo sentimento di totale fiducia in Dio si legge già alla fine del prezioso racconto autobiografico del cardinale che, nel 1997, ripensava al suo primo mezzo secolo di vita. Oggi, a trent’anni dall’inizio del periodo romano di questo mite pastore che non indietreggia davanti ai lupi, è nitido il profilo della maturità di un pontificato che passerà alla storia, dissolvendo come fumo stereotipi duri a morire e contrastando comportamenti irresponsabili e indegni. Questi finiscono per intrecciarsi a clamori mediatici, inevitabili e certo non disinteressati, ma che bisogna saper cogliere come occasione di purificazione della Chiesa.

Pontefice di pace che vuole ravvivare la fiamma del primato di Dio, Benedetto XVI è perfettamente coerente con la sua storia. Una storia segnata da uno sguardo ampio che nel trentennio romano ha sempre cercato un respiro mondiale ed è stata caratterizzata da un’opera d’innovazione e purificazione perseguita con coraggio, tenacia e pazienza, nella consapevolezza che nottetempo nel campo il nemico semina zizzania. Per questo il Papa indica senza stancarsi la necessità del rinnovamento continuo (ecclesia semper reformanda), ricordando che la santità della Chiesa non sarà offuscata se, nell’ascolto della verità, resta vicina all’unico Signore.

© L'Osservatore Romano 15 febbraio 2012

Benedetto XVI all'Udienza Generale: "La preghiera di Gesù nell'imminenza della morte - Lc" (Mercoledì, 15 febbraio 2012)




BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 15 febbraio 2012




La preghiera di Gesù nell'imminenza della morte - Lc

Cari fratelli e sorelle,

nella nostra scuola di preghiera, mercoledì scorso, ho parlato sulla preghiera di Gesù sulla Croce presa dal Salmo 22: “Dio, Dio mio perché mi hai abbandonato?” adesso vorrei continuare a meditare sulla preghiera di Gesù in croce, nell’imminenza della morte, vorrei soffermarmi oggi sulla narrazione che incontriamo nel Vangelo di san Luca. L'Evangelista ci ha tramandato tre parole di Gesù sulla croce, due delle quali – la prima e la terza – sono preghiere rivolte esplicitamente al Padre. La seconda, invece, è costituita dalla promessa fatta al cosiddetto buon ladrone, crocifisso con Lui; rispondendo, infatti, alla preghiera del ladrone, Gesù lo rassicura: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (Lc 23,43). Nel racconto di Luca sono così intrecciate suggestivamente le due preghiere che Gesù morente indirizza al Padre e l'accoglienza della supplica che a Lui è rivolta dal peccatore pentito. Gesù invoca il Padre e insieme ascolta la preghiera di quest’uomo che spesso è chiamato latro poenitens, «il ladrone pentito».

Soffermiamoci su queste tre preghiere di Gesù. La prima la pronuncia subito dopo essere stato inchiodato sulla croce, mentre i soldati si stanno dividendo le sue vesti come triste ricompensa del loro servizio. In un certo senso è con questo gesto che si chiude il processo della crocifissione. Scrive san Luca: «Quando giunsero sul luogo chiamato Cranio, vi crocifissero lui e i malfattori, uno a destra e l’altro a sinistra. Gesù diceva: “Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno”. Poi dividendo le sue vesti, le tirarono a sorte» (23,33-34). La prima preghiera che Gesù rivolge al Padre è di intercessione: chiede il perdono per i propri carnefici. Con questo, Gesù compie in prima persona quanto aveva insegnato nel discorso della montagna quando aveva detto: «A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano» (Lc 6,27) e aveva anche promesso a quanti sanno perdonare: «la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo» (v. 35). Adesso, dalla croce, Egli non solo perdona i suoi carnefici, ma si rivolge direttamente al Padre intercedendo a loro favore.

Crocifisso, Chiesa di S. Antonio . Sestri Levante

Questo atteggiamento di Gesù trova un’«imitazione» commovente nel racconto della lapidazione di santo Stefano, primo martire. Stefano, infatti, ormai prossimo alla fine, «piegò le ginocchia e gridò a gran voce: “Signore, non imputare loro questo peccato”. Detto questo, morì» (At 7,60): questa è stata la sua ultima parola. Il confronto tra la preghiera di perdono di Gesù e quella del protomartire è significativo. Santo Stefano si rivolge al Signore Risorto e chiede che la sua uccisione – un gesto definito chiaramente con l’espressione «questo peccato» – non sia imputata ai suoi lapidatori. Gesù sulla croce si rivolge al Padre e non solo chiede il perdono per i suoi crocifissori, ma offre anche una lettura di quanto sta accadendo. Secondo le sue parole, infatti, gli uomini che lo crocifiggono «non sanno quello che fanno» (Lc 23,34). Egli pone cioè l’ignoranza, il «non sapere», come motivo della richiesta di perdono al Padre, perché questa ignoranza lascia aperta la via verso la conversione, come del resto avviene nelle parole che pronuncerà il centurione alla morte di Gesù: «Veramente, quest’uomo era giusto» (v. 47), era il Figlio di Dio. «Rimane una consolazione per tutti i tempi e per tutti gli uomini il fatto che il Signore, sia a riguardo di coloro che veramente non sapevano – i carnefici – sia di coloro che sapevano e lo avevano condannato, pone l'ignoranza quale motivo della richiesta di perdono – la vede come porta che può aprirci alla conversione» (Gesù di Nazaret, II, 233).

La seconda parola di Gesù sulla croce riportata da san Luca è una parola di speranza, è la risposta alla preghiera di uno dei due uomini crocifissi con Lui. Il buon ladrone davanti a Gesù rientra in se stesso e si pente, si accorge di trovarsi di fronte al Figlio di Dio, che rende visibile il Volto stesso di Dio, e lo prega: «Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno» (v. 42). La risposta del Signore a questa preghiera va ben oltre la richiesta; infatti dice: «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel paradiso» (v. 43). Gesù è consapevole di entrare direttamente nella comunione col Padre e di riaprire all’uomo la via per il paradiso di Dio. Così attraverso questa risposta dona la ferma speranza che la bontà di Dio può toccarci anche nell’ultimo istante della vita e la preghiera sincera, anche dopo una vita sbagliata, incontra le braccia aperte del Padre buono che attende il ritorno del figlio.

Ma fermiamoci sulle ultime parole di Gesù morente. L’Evangelista racconta: «Era già verso mezzogiorno e si fece buio su tutta la terra fino alle tre del pomeriggio, perché il sole si era eclissato. Il velo del tempio si squarciò a metà. Gesù, gridando a gran voce, disse: “Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito”. Detto questo, spirò» (vv. 44-46). Alcuni aspetti di questa narrazione sono diversi rispetto al quadro offerto in Marco e in Matteo. Le tre ore di oscurità in Marco non sono descritte, mentre in Matteo sono collegate con una serie di diversi avvenimenti apocalittici, come il terremoto, l’apertura dei sepolcri, i morti che risuscitano (cfr Mt 27,51-53). In Luca, le ore di oscurità hanno la loro causa nell’eclissarsi del sole, ma in quel momento avviene anche il lacerarsi del velo del tempio. In questo modo il racconto lucano presenta due segni, in qualche modo paralleli, nel cielo e nel tempio. Il cielo perde la sua luce, la terra sprofonda, mentre nel tempio, luogo della presenza di Dio, si lacera il velo che protegge il santuario. La morte di Gesù è caratterizzata esplicitamente come evento cosmico e liturgico; in particolare, segna l’inizio di un nuovo culto, in un tempio non costruito da uomini, perché è il Corpo stesso di Gesù morto e risorto, che raduna i popoli e li unisce nel Sacramento del suo Corpo e del suo Sangue.

La preghiera di Gesù, in questo momento di sofferenza – «Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito» - è un forte grido di estremo e totale affidamento a Dio. Tale preghiera esprime la piena consapevolezza di non essere abbandonato. L’invocazione iniziale - «Padre» – richiama la sua prima dichiarazione di ragazzo dodicenne. Allora era rimasto per tre giorni nel tempio di Gerusalemme, il cui velo ora si è squarciato. E quando i genitori gli avevano manifestato la loro preoccupazione, aveva risposto: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo essere in ciò che è del Padre mio?» (Lc 2,49). Dall'inizio alla fine, quello che determina completamente il sentire di Gesù, la sua parola, la sua azione, è la relazione unica con il Padre. Sulla croce Egli vive pienamente, nell’amore, questa sua relazione filiale con Dio, che anima la sua preghiera.

Le parole pronunciate da Gesù, dopo l'invocazione «Padre», riprendono un'espressione del Salmo 31: «Alle tue mani affido il mio spirito» (Sal 31,6). Queste parole, però, non sono una semplice citazione, ma piuttosto manifestano una decisione ferma: Gesù si «consegna» al Padre in un atto di totale abbandono. Queste parole sono una preghiera di «affidamento», piena di fiducia nell’amore di Dio. La preghiera di Gesù di fronte alla morte è drammatica come lo è per ogni uomo, ma, allo stesso tempo, è pervasa da quella calma profonda che nasce dalla fiducia nel Padre e dalla volontà di consegnarsi totalmente a Lui. Nel Getsemani, quando era entrato nella lotta finale e nella preghiera più intensa e stava per essere «consegnato nelle mani degli uomini» (Lc 9,44), il suo sudore era diventato «come gocce di sangue che cadono a terra» (Lc 22,44). Ma il suo cuore era pienamente obbediente alla volontà del Padre, e per questo «un angelo dal cielo» era venuto a confortarlo (cfr Lc 22,42-43). Ora, negli ultimi istanti, Gesù si rivolge al Padre dicendo quali sono realmente le mani a cui Egli consegna tutta la sua esistenza. Prima della partenza per il viaggio verso Gerusalemme, Gesù aveva insistito con i suoi discepoli: «Mettetevi bene in mente queste parole: il Figlio dell’uomo sta per essere consegnato nelle mani degli uomini» (Lc 9,44). Adesso, che la vita sta per lasciarlo, Egli sigilla nella preghiera la sua ultima decisione: Gesù si è lasciato consegnare «nelle mani degli uomini», ma è nelle mani del Padre che Egli pone il suo spirito; così – come afferma l’Evangelista Giovanni – tutto è compiuto, il supremo atto di amore è portato sino alla fine, al limite e al di là del limite.

Cari fratelli e sorelle, le parole di Gesù sulla croce negli ultimi istanti della sua vita terrena offrono indicazioni impegnative alla nostra preghiera, ma la aprono anche ad una serena fiducia e ad una ferma speranza. Gesù che chiede al Padre di perdonare coloro che lo stanno crocifiggendo, ci invita al difficile gesto di pregare anche per coloro che ci fanno torto, ci hanno danneggiato, sapendo perdonare sempre, affinché la luce di Dio possa illuminare il loro cuore; e ci invita a vivere, nella nostra preghiera, lo stesso atteggiamento di misericordia e di amore che Dio ha nei nostri confronti: «rimetti a noi i nostri debiti, come noi li rimettiamo ai nostri debitori», diciamo quotidianamente nel «Padre nostro». Allo stesso tempo, Gesù, che nel momento estremo della morte si affida totalmente nelle mani di Dio Padre, ci comunica la certezza che, per quanto dure siano le prove, difficili i problemi, pesante la sofferenza, non cadremo mai fuori delle mani di Dio, quelle mani che ci hanno creato, ci sostengono e ci accompagnano nel cammino dell’esistenza, perché guidate da un amore infinito e fedele. Grazie.




Saluti:

Je salue les pèlerins francophones, particulièrement le groupe de l’Institut Catholique de Toulouse, les paroissiens, et les collégiens et lycéens présents ici ce matin. Que l’exemple de Jésus fortifie votre confiance en l’amour du Père pour chacun de vous ! Comme nous le demandons dans la prière du Notre Père, apprenons de lui à pardonner afin que la lumière de Dieu puisse éclairer le monde. Bon séjour à tous !

I welcome the priests taking part in the Institute for Continuing Theological Education at the Pontifical North American College. My greeting also goes to the pilgrims from the Archdiocese of Toronto, as well as to the many diocesan, parish and school groups present at today’s Audience, especially the students of Our Lady’s High School in Motherwell, Scotland. Upon all the English-speaking pilgrims and visitors, including those from England, Ireland, Norway and the United States, I cordially invoke God’s blessings!

Gerne grüße ich alle Gäste deutscher Sprache, insbesondere die Studierenden des Kirchenrechts der Universitäten München und Augsburg sowie den TSV 1860 München. Ich freue mich über Ihre Anwesenheit! Das Beten Jesu am Kreuz lädt uns ein, den anderen zu verzeihen und auch für die zu beten, die uns unrecht tun. Zugleich schenkt es uns Vertrauen und Zuversicht: Wir dürfen gewiß sein, daß wir in Not und Leid nicht aus Gottes Händen herausfallen, sondern in diesen guten Händen geborgen bleiben. Gott segne euch alle.

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los miembros del Club Atlético de Madrid, así como a los demás grupos provenientes de España, Costa Rica, Chile, Argentina, México y otros países latinoamericanos. Jesús que en el momento de la muerte se confío totalmente en la manos de Dios Padre, nos comunique la certeza de que, a pesar de las duras las pruebas, los problemas, el sufrimiento, estamos acompañados de su gran amor. Muchas gracias.

Saúdo todos os peregrinos de língua portuguesa, nomeadamente os fiéis brasileiros vindos de Curitiba, a quem exorto a aprender do exemplo da oração de Jesus, uma oração cheia de serena confiança e firme esperança no Pai do Céu, que nunca nos abandona. Que as Suas Bênçãos sempre vos acompanhem! Ide em paz!

Saluto in lingua polacca:

Witam polskich pielgrzymów. Słowa konającego Jezusa są dla nas lekcją modlitwy inspirowanej duchem przebaczenia. Powtarzając codziennie: „odpuść nam nasze winy, jako i my odpuszczamy naszym winowajcom”, pamiętajmy, że darowanie krzywd jest aktem miłości, która jednoczy nas z miłosiernym i przebaczającym Bogiem, wyzwala z nienawiści i goi wszelkie rany.
Niech będzie pochwalony Jezus Chrystus!

Traduzione italiana:

Do il benvenuto ai pellegrini polacchi. Le parole di Gesù agonizzante sono per noi una lezione della preghiera ispirata dallo spirito di perdono. Ripetendo quotidianamente: “rimetti i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori”, ricordiamoci che il perdono delle colpe è un atto d’amore che ci unisce a Dio misericordioso e perdonante, libera dall’odio e guarisce tutte le ferite.
Sia lodato Gesù Cristo!

Saluto in lingua ungherese:

Isten hozott Benneteket, kedves magyar hívek! Nagy szeretettel üdvözölletek Benneteket, különösen is azokat, akik Budapestről, Ausztriából, Németországból és Erdélyből érkeztek!
Az örök város szent helyeinek látogatása erősítse meg odaadástokat az apostolok tanúságtételére épülő Egyház iránt.
Szívesen adom rátok és jószándékaitokra Apostoli Áldásomat.
Dicsértessék a Jézus Krisztus!

Traduzione italiana:

Saluto con grande affetto i fedeli di lingua ungherese, specialmente coloro che sono arrivati da Budapest, dall’Austria, dalla Germania e dalla Transilvania.
La visita dei luoghi sacri della città eterna approfondisca il vostro amore per la Chiesa, edificata sulla testimonianza degli Apostoli.
Volentieri imparto la Benedizione Apostolica a voi ed alle vostre intenzioni.
Sia lodato Gesù Cristo!

Saluto in lingua slovacca:

S láskou pozdravujem slovenských pútnikov, osobitne zástupcov kresťanských laických združení.

Bratia a sestry, Cirkev v Európe slávila včera sviatok svojich spolupatrónov, svätých bratov Cyrila a Metoda. Oni sú pre vás vzorom vernosti Kristovi a jeho Evanjeliu. Buďte verní tomuto ich odkazu. S týmto želaním vás žehnám. Pochválený buď Ježiš Kristus!

Traduzione italiana:

Saluto con affetto i pellegrini slovacchi, particolarmente i delegati delle associazioni di fedeli laici.

Fratelli e sorelle, la Chiesa in Europa ha celebrato ieri la festa di suoi Compatroni, i Santi fratelli Cirillo e Metodio. Essi sono per voi modello di fedeltà a Cristo e al suo Vangelo. Siate fedeli a questo esempio. Con questo augurio vi benedico. Sia lodato Gesù Cristo!

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. Benvenuti! In particolare saluto voi, fedeli della diocesi di Pozzuoli, accompagnati dal vostro Pastore Mons. Gennaro Pascarella e, mentre vi ringrazio per la testimonianza della vostra fede, auguro che le vostre comunità parrocchiali e le varie realtà ecclesiali siano sempre più luoghi di formazione spirituale e di autentica fraternità. Saluto i Cardinali Stanislao Dziwisz e Stanislao Ryłko e le altre Autorità con la Delegazione venuta a presentarmi la riproduzione della Porta Santa della Basilica di S. Pietro che sarà collocata nel museo del Beato Giovanni Paolo II a Wadowice. Saluto con affetto i rappresentanti dell’Associazione Nazionale Famiglie Numerose. Nell’odierno contesto sociale, i nuclei familiari con tanti figli costituiscono una testimonianza di fede, di coraggio e di ottimismo, perché senza figli non c’è futuro! Auspico che vengano ulteriormente promossi adeguati interventi sociali e legislativi a tutela e a sostegno delle famiglie più numerose, perché queste famiglie costituiscono una ricchezza e una speranza per l’intero Paese.

Saluto infine i giovani, gli ammalati e gli sposi novelli. Ieri abbiamo celebrato la festa dei Santi Cirillo e Metodio, primi diffusori della fede tra i popoli slavi. La loro testimonianza aiuti anche voi ad essere apostoli del Vangelo, fermento di autentico rinnovamento nella vita personale, familiare e sociale.

© Copyright 2012 - Libreria Editrice Vaticana