sabato 4 giugno 2011

Ascensione del Signore - Domínica post Ascensiónem (5 giugno 2011)



MISSALE ROMANUM
Domenica, 5 Giugno 2011

FORMA ORDINARIA


FORMA STRAORDINARIA

Nessuno è mai salito al cielo,
fuorché il Figlio dell'uomo che è disceso dal cielo


Dai «Discorsi» di sant'Agostino, vescovo
(Disc. sull'Ascensione del Signore, ed. A. Mai, 98, 1-2; PLS 2, 494-495)

Oggi nostro Signore Gesù Cristo è asceso al cielo. Con lui salga pure il nostro cuore.

Ascoltiamo l'apostolo Paolo che proclama: «Se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove si trova Cristo assiso alla destra di Dio. Pensate alle cose di lassù, non a quelle della terra» (Col 3, 1-2). Come egli è asceso e non si è allontanato da noi, così anche noi già siamo lassù con lui, benché nel nostro corpo non si sia ancora avverato ciò che ci è promesso.

Cristo ormai esaltato al di sopra dei cieli, ma soffre qui in terra tutte le tribolazioni che noi sopportiamo come sue membra. Di questo diede assicurazione facendo sentire quel grido: «Saulo, Saulo, perché mi perseguiti?» (At 9, 4). E così pure: «Io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare» (Mt 25, 35).

Perché allora anche noi non fatichiamo su questa terra, in maniera da riposare già con Cristo in cielo, noi che siamo uniti al nostro Salvatore attraverso la fede, la speranza e la carità? Cristo, infatti, pur trovandosi lassù, resta ancora con noi. E noi, similmente, pur dimorando quaggiù, siamo già con lui. E Cristo può assumere questo comportamento in forza della sua divinità e onnipotenza. A noi, invece, è possibile, non perché siamo esseri divini, ma per l'amore che nutriamo per lui. Egli non abbandonò il cielo, discendendo fino a noi; e nemmeno si è allontanato da noi, quando di nuovo è salito al cielo. Infatti egli stesso dà testimonianza di trovarsi lassù mentre era qui in terra: Nessuno è mai salito al cielo fuorché colui che è disceso dal cielo, il Figlio dell'uomo, che è in cielo (cfr. Gv 3, 13).

Questa affermazione fu pronunciata per sottolineare l'unità tra lui nostro capo e noi suo corpo. Quindi nessuno può compiere un simile atto se non Cristo, perché anche noi siamo lui, per il fatto che egli è il Figlio dell'uomo per noi, e noi siamo figli di Dio per lui.

Così si esprime l'Apostolo parlando di questa realtà: «Come infatti il corpo, pur essendo uno, ha molte membra e tutte le membra, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche Cristo» (1 Cor 12,12). L'Apostolo non dice: «Così Cristo», ma sottolinea: «Così anche Cristo». Cristo dunque ha molte membra, ma un solo corpo.

Perciò egli è disceso dal cielo per la sua misericordia e non è salito se non lui, mentre noi unicamente per grazia siamo saliti in lui. E così non discese se non Cristo e non è salito se non Cristo. Questo non perché la dignità del capo sia confusa nel corpo, ma perché l'unità del corpo non sia separata dal capo.

La quarta visita di un successore di Pietro: "Nel segno di un’amicizia antica"



La quarta visita di un successore di Pietro

Nel segno
di un’amicizia antica

di Nicola Gori

È la Croazia la meta del viaggio apostolico di Benedetto XVI, il diciannovesimo oltre i confini d’Italia, il tredicesimo in Europa, che si svolge nei giorni 4 e 5 giugno. «Insieme in Cristo» è il motto scelto. «È questo “insieme” — aveva detto il Papa l’11 aprile scorso durante l’udienza a Filip Vučak, nuovo ambasciatore croato presso la Santa Sede — che desidero celebrare con il vostro popolo. Insieme malgrado le innumerevoli differenze umane, insieme con queste differenze! E ciò in quel Cristo che ha accompagnato il popolo croato da secoli con bontà e misericordia».

Un pellegrinaggio che si svolge interamente a Zagabria, capitale del Paese e che per questo prevede incontri ufficiali: la visita di cortesia al presidente della Repubblica, Ivo Josipović, l’udienza con il capo del governo, Jadranka Kosor, e l’incontro con esponenti della società civile, del mondo politico, accademico, culturale e imprenditoriale, diplomatico e con i leader religiosi.

Dal punto di vista pastorale, momento centrale sarà la celebrazione per la Giornata nazionale delle famiglie cattoliche croate. Del resto il Papa aveva già manifestato la sua sollecitudine per le famiglie in occasione della visita ad limina compiuta dai vescovi croati nel luglio 2006. «Continuate a promuovere nelle famiglie — disse il Pontefice — l’amore fedele, l’armonia e la preghiera quotidiana, incoraggiandole a una generosa apertura alla vita».

Non è la prima volta che Joseph Ratzinger si reca nel Paese. Lo fece diverse volte quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede. Come non è la prima volta che un Successore di Pietro visita la nazione croata. Il beato Giovani Paolo II vi si recò tre volte: il 10 e l’11 settembre 1994, dal 2 al 4 ottobre 1998 e il 5 e 6 giugno 2003. Ogni viaggio coincise con qualche importante anniversario o avvenimento della Chiesa in Croazia o della società civile. La prima volta, Papa Wojtyła giunse in un Paese che da soli tre anni aveva ottenuto l’indipendenza, ma che aveva ancora alcune parti del territorio controllate da milizie serbe. Si celebrava il ix centenario dell’erezione della diocesi di Zagreb.

Quattro anni dopo, Giovanni Paolo II tornò per beatificare il cardinale Alojzije Stepinac, martire della resistenza contro il regime. La cerimonia ebbe luogo nel santuario mariano di Marija Bistrica, a trenta chilometri dalla capitale.

Nell’ultima sosta in Croazia nel 2003, il suo centesimo viaggio internazionale, Giovanni Paolo II visitò cinque città: Rijeka, Dubrovnik, Osijek, Đjakovo e Zadar. Il pellegrinaggio coincise con la chiusura del secondo sinodo nazionale e con la beatificazione di suor Marija Petkovic di Gesù Crocifisso.

Ogni volta venne sottolineata l’importanza delle radici cristiane del Paese, la cui evangelizzazione è fatta risalire alla predicazione di Timoteo, discepolo di san Paolo. Anche Benedetto XVI rivolgendosi al nuovo ambasciatore, sottolineò la particolare sollecitudine della Santa Sede per la Croazia e il valore delle sue radici cristiane. «Il mio lontano predecessore Papa Leone X — disse il Pontefice — vedendo la bellezza della vostra cultura e la profondità della fede dei vostri antenati, definì il suo Paese “scutum saldissimum et antemurale Christianitatis”. Questi antichi valori animano ancora i nostri contemporanei che, solo poco tempo fa, hanno dovuto affrontare difficoltà particolari. È dunque opportuno, per rafforzare le generazioni presenti, illustrare loro con chiarezza il ricco patrimonio della storia croata e della cultura cristiana che l’ha permeata in profondità e sulla quale il suo popolo si è sempre appoggiato nelle avversità». Anche il cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, il 20 settembre 2008, parlando ai vescovi croati evidenziò come «all’Europa del terzo millennio il Paese è chiamato ad apportare il contributo della propria tradizione umana e cristiana, sottolineando l’importanza, per il comune futuro, della radici spirituali che hanno segnato la storia di tutti i popoli del nostro continente».

Momento importante della visita sarà la sosta di preghiera sulla tomba di Stepinac. Il 15 febbraio 1998 nel centenario della nascita, celebrato nella chiesa di San Girolamo dei croati in Roma, l’allora cardinale Ratzinger lo ricordò come colui che «ha difeso le cose di Dio contro l’onnipotenza sbagliata e falsa dell’uomo».

(©L'Osservatore Romano 4 giugno 2011)

L'omelia pronunciata nel 1998 da Joseph Ratzinger nel centenario della nascita del cardinale Alojzije Stepinac: "Difese le cose di Dio contro la falsa onnipotenza dell'uomo"



L'omelia pronunciata nel 1998 da Joseph Ratzinger
nel centenario della nascita del cardinale Alojzije Stepinac

Difese le cose di Dio
contro la falsa onnipotenza dell'uomo

Il 15 febbraio 1998 il cardinale Joseph Ratzinger, prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, presiedeva nella chiesa romana di San Girolamo dei Croati la concelebrazione eucaristica in ricordo del servo di Dio Alojzije Stepinac - che il 3 ottobre successivo sarebbe stato beatificato da Giovanni Paolo II nel santuario croato di Marija Bistrica - in occasione del centenario della sua nascita. Alla vigilia della memoria liturgica del beato, che ricorre il 10 febbraio, pubblichiamo il testo integrale dell'omelia tenuta tredici anni fa da Joseph Ratzinger.

Eminenza, Eccellenze!
Cari confratelli nel sacerdozio!
Cari fedeli!

Nell'ultimo canto della Divina Commedia (Paradiso XXXI, 103), Dante parla di uno venuto forse dalla Croazia, che, affascinato dal volto di Cristo impresso nel velo della Veronica, non può più volgere il suo sguardo altrove, ma lo tiene fisso al Signore. Si immerge quasi nella visione di Cristo. Questo Croato anonimo di Dante ha per noi un nome: è il servo di Dio, cardinale Alojzije Stepinac, nato cento anni fa a Krasic, e morto il 10 febbraio 1960. Veramente quest'uomo, questo servo di Dio, ha tenuto fisso il suo sguardo su Gesù, ha meditato Gesù, ha vissuto nella visione di Cristo e così sempre si è conformato a Cristo: era trasformato in Cristo, lui stesso una immagine viva di Cristo sofferente con la corona di spine e con le ferite della sua passione.

Le tre letture della liturgia di oggi sono a loro modo una immagine di Cristo. Del sermone della montagna, del quale abbiamo sentito adesso un brano (Luca, 6, 17.20-24), il Santo Padre nella sua enciclica Veritatis splendor dice che è una specie di autobiografia nascosta di Cristo, perché, in realtà, è Cristo quel povero esemplare, che è nato nel presepio fuori città perché non c'era posto negli alberghi, che è morto nudo, privo di tutto sulla croce. Cristo è stato odiato, espulso, perché ha annunciato l'amore di Dio per tutti. E così, vedendo, meditando le letture di oggi, vediamo Cristo, ma possiamo anche così meglio capire il messaggio del servo di Dio: il cardinale ci guida a Cristo e rende presente il suo messaggio, e Cristo ci fa vedere la profondità del cuore, le vere radici di questa vita.

Vorrei attirare l'attenzione solo su due piccoli passi di questo Vangelo di oggi. Innanzitutto su quella parola già citata: "Beati voi quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e respingeranno il vostro nome". Il nostro beato, il nostro servo di Dio, ha vissuto proprio questa espulsione dalla gloria degli uomini, ha vissuto la solitudine, la sofferenza. Esiste una specie di anticipazione profetica di questa parola in una parola di Socrate, riportata da Platone nella sua Apologia (31 c), quando davanti al tribunale Socrate dice: "Nessun uomo che in nome della sua coscienza si oppone a una moltitudine dominante potrà finire salvo in questa terra". Il cardinale Stepinac era un uomo di coscienza, che in nome della coscienza si oppose alle moltitudini dominanti. Era l'uomo di una coscienza illuminata dalla parola di Cristo, un uomo di una coscienza formata dalla sua verità. E tramite la coscienza il suo cammino è venuto alla verità: ed è cammino della vera vita. Perché uomo di coscienza, di coscienza cristiana, si oppose ai totalitarismi; ed è divenuto, nel tempo della dittatura nazista, difensore degli ebrei, degli ortodossi e di tutti i perseguitati; e poi, nel tempo del comunismo, è stato l'avvocato dei suoi fedeli, e dei suoi sacerdoti trucidati e perseguitati. È divenuto soprattutto l'avvocato di Dio su questa terra, ha difeso il diritto dell'uomo di vivere con Dio, ha difeso lo spazio di Dio su questa terra.

Il cardinale Stepinac non ha fatto politica. Ha rispettato lo Stato quando e in quanto fu realmente Stato. Seguì la linea formulata da sant'Ambrogio, il quale dice: Ho sempre prestato la deferenza voluta e corretta agli imperatori, ma le cose di Dio non sono cose mie, non sono cose dell'imperatore, sono cose di Dio e devo rispettare e difendere quanto è di Dio (cfr Lettera fuori coll. 10, 1. 12). Dunque, così ha fatto il cardinale Stepinac: ha difeso le cose di Dio contro l'onnipotenza sbagliata e falsa dell'uomo, ha difeso i diritti di Dio, e così i veri diritti dell'uomo, la vera immagine dell'uomo contro il totalitarismo che non riconosce il potere di Dio, non riconosce la presenza di Dio, i diritti di Dio nel mondo.

Il servo di Dio era un uomo di coscienza e perciò in tutta la sua ammirevole fermezza non è mai stato un uomo duro, non è mai divenuto amaro, ancor meno ha conosciuto l'odio, perché ha difeso la verità, perché la sua coscienza era immersa nel volto di Cristo, era formata da Cristo. Questa fermezza era, nello stesso tempo, amore degli uomini, amore anche per i suoi persecutori. E così ci insegna come la fermezza della coscienza cristiana riconcilia verità e amore, è unità di verità e amore. Essendo uomo di coscienza, ha superato il male col bene e ha trasformato il male con il suo amore invincibile nutrito dall'amore di Cristo.

L'altra parola sulla quale volevo attirare l'attenzione è la prima delle beatitudini: "Beati voi poveri perché vostro è il Regno di Dio". Che cosa vuoi dire questo "beati"? In che cosa consiste questa beatitudine? È ovvio che questa beatitudine non è la felicità terrena nel senso banale del benessere, del successo, della carriera, dell'avere tutto, del poter fare tutto. È proprio il contrario. Sotto questo profilo è vero quanto ci dice oggi san Paolo nella lettura (prima Lettera ai Corinzi, 15, 12.16-20): "Se non è risorto Cristo, se abbiamo solo questa vita e questo tempo, siamo i più miseri uomini del mondo". E, realmente, il nostro servo di Dio ha vissuto e sofferto questa miseria della fede, questo essere escluso, questa solitudine. Ha sofferto la miseria, ma ha potuto sopportare questa miseria perché dietro la miseria ha scoperto la beatitudine vera. Ha saputo: "Io so che il mio Redentore vive" e che vivrò con il mio Redentore.

Dunque, in che cosa consiste questa beatitudine, questo essere beato? Non è una cosa di questo mondo, è una realtà di Dio, una realtà divina, una realtà in Dio per l'uomo, che si rivelerà in quest'uomo nel suo tempo, determinato da Dio. E quindi, chi vuol vivere questa beatitudine, arrivare a questa beatitudine, non può rinchiudersi in se stesso, deve estendersi sopra se stesso, deve uscire da se stesso, deve vivere nella autotrascendenza, deve perdere se stesso nelle mani di Dio. E perdendo se stesso, vive proprio nel luogo della vera beatitudine. Sappiamo come veramente il servo di Dio ha vissuto questa autotrascendenza. Non ha considerato il suo episcopato, il suo essere sacerdote come una dignità, un onore. Realmente si è perso in Dio e perdendosi ha trovato la vera vita. Perché proprio lasciando se stesso è divenuto libero: libero nei riguardi dell'onore umano, libero di sopportare tutte queste offese, queste calunnie, libero di amare. Nella luce di questa vera beatitudine possiamo anche capire l'altra parola: "Guai a voi ricchi perché avete già la vostra consolazione". Se è beato l'uomo che non vive per sé ma vive quasi fuori di sé, vive verso Dio, si estende verso Dio, consegna se stesso nelle mani di Dio, il ricco è l'uomo che vuol avere tutto per se stesso, che vuol avere la vita, se stesso per se stesso, si chiude in se stesso, vuoi avere successo in tutte le cose di questa terra. E proprio con questa ricchezza diventa povero, perché diventa povero della vera realtà, di Dio, e la sua vita è realmente - come dice la prima lettura di oggi (Geremia, 17, 5-8) - "come un tamerisco arido nella steppa, come pula che disperde il vento", perché è vuoto; questa vita, questo "io solo" non è sufficiente, perché è vuoto di verità, è vuoto di amore, se non conosce Dio. E, di conseguenza, questo "guai, avete già avuto la vostra consolazione" non è, come potrebbe apparire, una vendetta esteriore. È solo una rivelazione di quanto succede se uno si chiude nella materia, nelle cose di questo tempo, se uno vuol avere se stesso per se stesso e vivere solo per se stesso. Così vediamo come coincidono le parole del Vangelo con la prima lettura e con il primo salmo, il salmo responsoriale di questa domenica, dove il profeta prefigurando Cristo e i suoi testimoni, dice: "Beato l'uomo che confida nel Signore": è come un albero piantato lungo le acque e mai mancheranno le acque. Queste acque che mai mancheranno, che danno la vita eterna a questo albero, queste acque le troviamo nella fede della Chiesa, nella parola di Dio. Dio stesso ci dà queste acque. Agostino, interpretando il salmo 1, dice: Questo uomo benedetto dal profeta e dal salmo, è come un albero che ha le sue radici in alto, che ha le sue radici in cielo e cresce dal cielo. Così appare perso sulla terra, sembra straniero sulla terra, ma in realtà ha le sue radici affondate nelle vere acque della vita. Il cardinale Stepinac veramente era un tale albero, che è cresciuto dall'alto, dalla comunione con Dio, e così sembrava essere quasi esposto, quasi estraneo alla terra. E ha avuto realmente le radici dove sono le vere acque della vera vita. Il salmo, quindi, la lettura e il Vangelo ci invitano a vedere le vere alternative: o vivere solo per questo tempo, solo per se stesso, essere apparentemente felici, o vivere con Dio, per Dio e così per gli altri. Non ci sono altre scelte. Alla fine c'è solo questa alternativa. E il servo di Dio ci mostra la vera strada della vita e ci invita anche a questa fortezza, a questo coraggio di essere in contrasto col mondo, se il mondo è in contrasto con la parola di Dio. Sapendo bene che alla fine vive ed è valida solo la parola divina, che è la vera realtà.

Quando nel 1934 il servo di Dio fu eletto arcivescovo coadiutore di Zagreb, si spaventò. Conosceva bene la situazione difficile della Chiesa cattolica e dei fedeli cattolici nella sua terra, in questa Jugoslavia che dagli alleati, dopo la prima guerra mondiale, era stata costruita artificialmente da elementi contrastanti e con forte accento anticattolico. Ma non conosceva soltanto questa difficoltà, questa minaccia: sapeva anche la forza delle ideologie totalitarie, antiteiste, che erano forti in quel momento e che sempre più fortemente dominavano tutto. In questa situazione, non poteva considerare l'episcopato come una promozione nel senso umano, come un grado più alto di una carriera umana. Sapeva che l'episcopato in quel momento era sacrificio, era perdersi, era lasciarsi cadere solo nelle mani di Dio.

Ha espresso il programma del suo episcopato, della sua vita, nella parola In Te Domine speravi, il suo motto episcopale. Coincide, questo motto, con la parola della prima lettura di oggi: "Benedetto l'uomo che confida nel Signore, e il Signore è la sua fiducia". In Te Domine speravi. Si è abbandonato al Signore in tante sofferenze, si è abbandonato al Signore sapendo che nel Signore sono le acque della vera vita, la vera beatitudine. In tutte le difficoltà è rimasto l'uomo della speranza, della speranza perché uomo di fede e così uomo di carità, uomo del vero amore.

Oggi il cardinale Stepinac ci invita a questo coraggio, ci invita a mettere la nostra fiducia in Cristo, a essere gli uomini della speranza. In Te Domine speravi. Chi vive di questa parola sa che anche la conclusione del Te Deum vale, è vera: non confundar in aeternum, non sarò mai confuso.

(©L'Osservatore Romano - 9 febbraio 2011)

venerdì 3 giugno 2011

Già nel III secolo una comunità ben organizzata si strinse attorno al vescovo Domnio "E il buon Pastore approdò in Croazia"



Già nel III secolo una comunità ben organizzata si strinse attorno al vescovo Domnio

E il buon Pastore
approdò in Croazia

di Fabrizio Bisconti

I territori della Croazia furono attraversati ben presto dalla fede cristiana, che approdò, innanzi tutto, sulle coste dell’Adriatico e, segnatamente, sulle sponde dell’Istria e della Dalmazia. Quest’ultima provincia, situata sulla sponda orientale dell’Adriatico, vide nascere e crescere la nuova fede specialmente nel celebre centro di Salona, non lontano da Spalato, che, come è noto, accoglie i resti del palazzo di Diocleziano, una delle residenze imperiali più monumentali e complesse della tarda antichità. Proprio a Salona il Cristianesimo sembra diffondersi già dal III secolo, tanto che alla fine di questo una comunità già ben organizzata si strinse attorno al vescovo Domnio per affrontare il grave momento della persecuzione innescata da Diocleziano.

A Salona, infatti, nel settore nordoccidentale della città, è stato intercettato un edificio di culto, dove doveva essere situata una domus ecclesiae, ovvero una semplice abitazione dove si svolgevano le più elementari manifestazioni liturgiche, prima tra tutte la sinassi eucaristica. Se questo edificio non è stato ancora indagato, è riemersa un’aula provvista di presbiterio, affiancata da un altro edificio simile, dando l’idea di due oratori, o meglio di una basilica doppia, del tipo diffuso in età paleocristiana e in area adriatica, secondo una organizzazione che, agli esordi del IV secolo, trova la sua espressione più definita nel complesso teodoriano di Aquileia.

La basilica doppia salonitana, durante il IV e il V secolo, si strutturò e si arricchì di un battistero e di un episcopio. A un centinaio di metri dalle mura di Salona si sviluppò uno dei cimiteri paleocristiani della città, in località Manastirine, che già accoglieva un sepolcreto pagano, nel quale, durante la persecuzione dioclezianea, fu tumulato il corpo del martire Domnio, intorno alla cui tomba sorsero, prima, alcuni edifici memoriali absidati e, poi, una basilica a tre navate, che includeva nel suo presbiterio la tomba del santo. Nella complessa area archeologica di Manastirine furono rinvenuti, tra gli altri, tre monumentali sarcofagi, tra il quali quello ispirato al mito di Ippolito e Fedra e quello subito definito del Buon Pastore. Queste due arche marmoree furono sistemate in una sorta di corridoio della basilica cimiteriale, un ambiente che distingueva la memoria del vescovo martire Domnio e dei suoi compagni da due mausolei di famiglie che avevano voluto sistemare i loro sepolcri in prossimità del martyrium salonitano.

Il sarcofago del Buon Pastore mostra i caratteri di un compromesso tra parti forse non omogenee, se il coperchio appare sbozzato, della forma a tetto a doppio spiovente, su cui riposa la coppia dei coniugi, anch’essa non rifinita. Se è difficile comprendere il momento in cui il coperchio incompiuto sia stato annesso all’arca, il sarcofago, nel suo insieme, risponde ai canoni diffusi dal tipo «architettonico», ovvero dalla cassa appena scandita da archi e timpani sorretti da esili colonne, con l’intento di riprodurre frontespizi di monumenti virtuali, di tipo domestico, civile o anche già funerario. Il tipo, debitore all’attività delle officine microasiatiche, ebbe un influsso importante e, forse, una reinvenzione, già in età medio-imperiale, nell’area norditalica con fortuna speciale ad Aquileia e a Ravenna, talché si è pensato a questi centri, assieme a quelli della Dalmazia, come sedi della nuova produzione.

Il nostro sarcofago è scolpito in marmo proconnesio e mostra ornamentazioni del tipo orientale, ma se entriamo nel merito della sostanza iconografica, il discorso cambia per condurci verso l’arte propriamente romana. Nell’edicola centrale, su un basso plinto, la figura monumentale di un «portatore di ariete», barbato, come ebbe a notare il grande iconografo Joseph Wilpert, appare di «impianto erculeo». Nelle arcate laterali si stagliano le immagini dei defunti: a sinistra, la matrona in tunica e palla, con il capo velato, mentre tiene un bambino tra le braccia; a destra un uomo, atteggiato e vestito come un filosofo, attorniato da una densa folla di dimensioni ridotte, variamente caratterizzata per l’età, gesti e vestiario, che fa ala anche a una monumentale porta serrata nel fianco sinistro, mentre risulta libera l’immagine di un erote funerario con la fiaccola spenta nell’altro fianco.

Prese singolarmente, le rappresentazioni, pur monumentali ed enfatiche del pastore, dei defunti, della porta inferi e dell’erote funerario non ci sorprendono ed entrano tranquillamente nel giro delle manifestazioni figurative di stampo propriamente sepolcrale, osservato nella lunga durata e proveniente dalla più collaudata materia iconografica ellenistica. Né ci sorprende la contingenza, secondo cui tali figure si collochino entro un contesto architettonico, seppure tanto solenne e sofisticato da rammentare la tradizione asiana, così lontana nel tempo e nello spazio. Ci incuriosisce, invece, quella piccola folla che si accalca attorno alle due imagines dei defunti e alla porta dell’oltretomba, creando una situazione figurativa anomala, che ricorda, nell’impatto, la rappresentazione delle grandi famiglie protette dal largo e generoso manto delle Madonne medievali. I rimandi iconografici — come si diceva — ci accompagnano verso l’arte romana della tarda antichità e ci parlano di un paradiso popolato di beati che accolgono i due defunti al cospetto del Buon Pastore, ossia del protagonista della parabola della pecorella smarrita. Il Cristo – Buon Pastore, dunque, si propone come il «glutine» del popolo di Dio a cui hanno avuto accesso i due coniugi di Spalato, che cercano, all’indomani della grande persecuzione dioclezianea, il protettorato congiunto del Cristo e dei martiri locali, sepolti a pochi passi dal loro sepolcro. Il sarcofago del Buon Pastore, con la sua solenne decorazione, ci fornisce una significativa testimonianza di una cristianizzazione delle classi elevate della società tardoantica, che, senza rinunciare ai temi della tradizione pagana, accoglie nuove cifre iconografiche come quella «rinnovata» del Buon Pastore. Quest’ultima immagine, infatti, pur denunciando una lunga fortuna figurativa che si allunga e proietta nel passato, quando il villico con la pecora sulle spalle aveva rappresentato Hermes psicopompo o la personificazione della filantropia, si rigenera completamente e diviene la cifra cristologica più immediata e più pronta a emanare i concetti nuovi e augurali di tipo soterico. L’immagine arriva anche in terra di Croazia, attraverso quel mare Adriatico che rappresenta, nella tarda antichità, una delle vie privilegiate della diffusione di una fede che propone come base e fine ultimo l’idea rivoluzionaria della salvezza promossa proprio dal Cristo, da quel Buon Pastore che vigila su tutta la popolazione di Dio con grande premura e con un delicato atteggiamento filantropico.

(©L'Osservatore Romano 4 giugno 2011)

L’attesa dell’episcopato per l’arrivo del Romano Pontefice in Croazia "Nelle famiglie cattoliche il futuro della Chiesa"



L’attesa dell’episcopato per l’arrivo del Romano Pontefice in Croazia

Nelle famiglie cattoliche
il futuro della Chiesa

Marin Srakić
Arcivescovo di Ðakovo-Osijek
Presidente della Conferenza episcopale

Al censimento del 2001 la Repubblica di Croazia aveva una popolazione pari a 4.437.460 abitanti, dei quali l’87,83 per cento si sono dichiarati cattolici, il 4,42 ortodossi, l’1,3 musulmani e il 5,21 agnostici e atei. La Conferenza episcopale croata (Cec), costituita nel 1993, è composta di ventiquattro vescovi membri, di cui tre sono emeriti. Esistono sedici Chiese locali e l’ordinariato militare. Le diocesi si situano in quattro province ecclesiastiche: Rijeka, Split, Zagreb e quella recentemente costituita di Ðakovo-Osijek, mentre l’arcidiocesi di Zadar è direttamente soggetta alla Santa Sede.

I vescovi svolgono la loro missione pastorale in collaborazione con i sacerdoti, religiosi e religiose. Il numero dei preti diocesani è di 1.592, quello dei religiosi 840 e quello delle religiose 3101. In alcune diocesi ci sono delle vocazioni sacerdotali sufficienti, mentre in altre si avverte una grande scarsità. Calano in particolare le vocazioni femminili.

Dopo la proclamazione della democrazia, cioè dal 1990, i laici possono formare varie associazioni e comunità, e adesso sono impegnati nella vita sociale ed ecclesiale. Una questione importante in cui la Chiesa è particolarmente attiva è la famiglia. Uno dei problemi fondamentali è la diminuzione delle nascite e l’invecchiamento demografico della popolazione. L’insegnamento della religione nelle scuole statali è un corso opzionale a ogni livello didattico, però quando esso viene scelto diventa obbligatorio, equiparato a tutti gli altri corsi scolastici. Un numero elevato di giovani allievi frequenta l’insegnamento della religione: il 92 per cento alle elementari e l’83 per cento alle medie superiori.

La Conferenza episcopale è in dialogo con le altre Chiese e comunità cristiane presenti nel Paese. A tal fine esistono La commissione episcopale della Cec per il dialogo con la Chiesa Ortodossa Serba e il consiglio della Cec per l’ecumenismo e il dialogo interreligioso. Quanto ai rapporti tra Stato e Chiesa essi sono corretti e si basano sugli Accordi firmati tra la Santa Sede e la Repubblica di Croazia.

Proverbialmente leali sono i rapporti del popolo croato con la Santa Sede. Il beato Giovanni Paolo II, richiamando le parole del Papa Giovanni VIII, aveva accennato in un’occasione che una delle caratteristiche del popolo croato è l’amore e la lealtà verso la Chiesa Romana e verso la cattedra di Pietro come propria Madre «in cui gli antenati vostri hanno quietato la propria sete col’istruzione del magistero dolce dal sorgente limpido».

Nel corso della storia del popolo croato ci sono state sfide, tentazioni e pressioni pesanti. La minaccia più pesante è stata dopo la Seconda guerra mondiale, quando le autorità comuniste tentavano di allontanare la Chiesa da Roma cercando di far proclamare una Chiesa croata nazionale. Ma la Chiesa non ha mai vacillato, cosciente che i Croati non hanno perso l’identità e l’indipendenza grazie ai legami con la Chiesa cattolica romana e alla lealtà verso di essa, e che anzi, al contrario, tramite questo legame sono entrati nella comunità dei popoli europei.

I legami reciproci hanno raggiunto il culminte durante il pontificato di Giovanni Paolo II, che ha visitato il nostro Paese per tre volte. La voce della Santa Sede e di Papa Wojtyła si è sentita più volte venti anni fa. E questa voce era la più chiara, la più decisa, la più alta e la più determinante. La Santa Sede è stata tra i primi nel 1991 a riconoscere la Repubblica di Croazia come stato indipendente.

Lo stesso livello dei legami permane anche con il Benedetto XVI. Anche lui conosce molto bene la situazione nella quale vive la Chiesa croata e le condizioni attuali della vita della nazione. Gli incontri nella fede da lui presieduti riuniranno il passato con il presente, la transitorietà con l’eterno, il ricevere con il dare, rivelando così il significato della vita quotidiana concreta.

Come ragione principale della sua visita apostolica ai croati, il Pontefice ha citato nella sua risposta all’invito rivoltogli, la celebrazione dell’Incontro nazionale delle famiglie croate — che la Chiesa locale organizza per la prima volta — e la preghiera presso la tomba del beato cardinale martire Alojzije Stepinac. In questo modo ha posto in rilievo la chiave di lettura della visita.

La famiglia cristiana rappresenta il luogo dell’incontro delle relazioni naturali più profonde di ciascun uomo. Questa comunione viene nobilitata e trasfigurata dalla rivelazione e dalla verità cristiana. Il martirio rappresenta poi un’espressione più profonda delle relazioni sopranaturali. Sia l’uno che l’altro portano infine una potenza dell’amore trasfigurante che proviene dal dono di Cristo. L’uno e l’altro vengono permeati dalla gioia, che ritrova la sua sorgente ultima in Cristo.

Con la celebrazione del primo Incontro nazionale delle famiglie croate vorremmo porre l’attenzione della società, delle sue istituzioni legislative e dei suoi mezzi di comunicazione sul matrimonio e sulla famiglia come cellula vitale del popolo croato e di tutta la società.

Il consiglio per la famiglia e il consiglio per i giovani della Conferenza episcopale hanno preparato delle catechesi pratiche, come il testo-guida per gli incontri dei vari gruppi in preparazione alla visita del Papa. Durante questo itinerario, tutte le comunità parrocchiali e religiose hanno pregato e continuano a pregare per le famiglie e per i frutti spirituali della visita del Papa.

Come motto per il viaggio apostolico la Cec ha scelto «Insieme in Cristo». Esso esprime il bisogno della comunione a tutti i livelli e la causa intrinseca cristiana di essa: in Cristo. La comunione in Cristo rimanda alla natura della Chiesa, all’approfondimento dell’identità ecclesiale della famiglia e della vocazione cristiana, nonché all’essere più riconoscibili nella società a motivo del nostro impegno per il bene comune, grazie al dono di noi stessi e alla forza della croce.

Durante la visita il Pontefice avrà quattro incontri principali con i fedeli o i cittadini croati: tel Teatro nazionale di Zagabria sarà con gli esponenti della società civile, del mondo politico, accademico, culturale e imprenditoriale, con il corpo diplomatico e con i leader religiosi; nella piazza intitolata a Josip Jelačić — bano di Croazia dal 1848 ak 1859, noto soprattutto per aver abolito la servità della gleba — sarà con i giovani durante una veglia di preghiera. Momento culminante sarà la messa in occasione della Giornata nazionale delle famiglie cattoliche croate. Poi, domenica pomeriggio sono in programma la celebrazione dei vespri con vescovi, sacerdoti, religiosi, religiose e seminaristi, e la preghiera presso la tomba del beato Alojzije Viktor Stepinac nella cattedrale dell’Assunzione della beata Vergine Maria e di santo Stefano di Zagabria.

Benedetto XVI vuole stare vicino e insieme con noi nei momenti decisivi della nostra storia; è pronto a sostenerci nel nostro compito di rinnovamento della Chiesa e della società. La stessa visita del Papa è già un messaggio per noi e per tutta la Chiesa. La presenza del Pontefice e i suoi gesti sono un’immagine chiara della comunione e dell’unità, ma anche un invito a essere maggiormente Chiesa. Infatti, il Papa che viene da noi porta in sé tutta la Chiesa e il suo impegno in tutte le parti del mondo. In un periodo in cui predominano una certa apatia, svogliatezza, scetticismo, immobilità e stanchezza spirituale, quando nulla si riesce a far bene, il Papa, come padre di tutti i fedeli, con il suo amore ci conduce verso il largo da dove si può vedere un futuro sereno.

(©L'Osservatore Romano 4 giugno 2011)

Sabato il Papa a Zagabria "Insieme in Cristo per rinnovare la società"



Sabato il Papa a Zagabria

Insieme in Cristo
per rinnovare la società

Josip Bozanić, Cardinale
Arcivescovo di Zagabria

Con grande gioia la Chiesa che è in Croazia è pronta ad accogliere Benedetto XVI a Zagreb il 4 e il 5 giugno. Il Papa viene in occasione della prima Giornata nazionale delle famiglie cattoliche croate, per ribadire e promuovere i valori derivanti dal matrimonio, per riaffermare il ruolo dell’istituzione familiare, un dono per l’esistenza di ogni uomo, nel quale fa la conoscenza dell’amore e impara ad amare, sviluppando la propria identità e la propria personalità.

Per ogni Chiesa e per ogni popolo la visita del Successore di Pietro è una benedizione. Gli viene offerta la possibilità di prendere maggiore coscienza del cammino compiuto, di fare una sincera verifica del presente e soprattutto di aprire il cuore a quella speranza che le parole del Papa sanno infondere mentre illuminano i passi verso il futuro.

Per la Chiesa che è in Croazia la visita di Benedetto XVI è un vero dono dello Spirito in questo tempo pasquale. Sappiamo bene quanti fedeli vogliono videre Petrum, essere vicini al Papa, comunicare con lui non solo nell’intimità della preghiera — attraverso quelle vie che sono conosciute solo a Dio — ma anche dimostrando visibilmente il loro desiderio di incontrare il Pontefice, partecipando alle celebrazioni.

Il seme della parola del Papa cadrà sul terreno in cui si trovano le diverse realtà ed esperienze presenti in Croazia. Bisogna tener presente che sono passati solo due decenni dalla caduta del regime comunista e che, subito dopo, il Paese si è trovato davanti ai disastri causati da una guerra che ha provocato distruzioni e ferite difficilmente sanabili. O almeno tali da non poter essere sanate solo attraverso interventi politici o di carattere economici, senza cioè rivalutare la verità storica e, soprattutto, senza riscoprire l’incontro personale con Dio, Padre di misericordia. La Chiesa che è in Croazia è grata per le moltissime testimonianze di radicale adesione al Vangelo nel corso della storia, fino all’epoca delle oppressioni del regime comunista e alle vicende della recente guerra. È l’eredità di martiri e testimoni del Vangelo, le cui più alte espressioni sono la vita e la morte del beato Alojzije Stepinac. La Chiesa, malgrado le ancora forti opposizioni di una parte della società dinanzi all’esigenza della purificazione della memoria, dà grande rilievo questa ricca eredità spirituale, che non potrà mai essere racchiusa nei soli fatti storici. Accanto al beato Stepinac ci sono molti uomini e donne, chierici e laici, che hanno trasmesso i valori cristiani e testimoniato la vera cultura dell’umanesimo cristiano.

Joseph Ratzinger ha già avuto modo di fare conoscenza con i fedeli croati, con la nostra storia e con la nostra cultura in diverse circostanze, già dai tempi in cui era professore, vescovo e poi cardinale. Conosce quindi molto bene le dimensioni più profonde della fede e della cultura croate. Nel viaggio apostolico incontrerà anche una nuova generazione di giovani, per la maggior parte nata dopo la caduta del regime comunista. Vive la stessa realtà dei coetanei europei, ed è anche molto sensibile ai valori spirituali e alle iniziative della Chiesa universale.

La visita è articolata in quattro incontri, che rappresentano la nostra unità, i capisaldi della nostra azione pastorale ed abbracciano simbolicamente gli ambiti della vita umana: dalla cultura, alle famiglie, ai giovani, alle vocazioni.

(©L'Osservatore Romano 4 giugno 2011)

Viaggio Apostolico di S.S. Benedetto XVI in Croazia in occasione della Giornata Nazionale delle Famiglie Cattoliche Croate (4-5 giugno 2011)



VIAGGIO APOSTOLICO IN CROAZIA
IN OCCASIONE DELLA GIORNATA NAZIONALE
DELLE FAMIGLIE CATTOLICHE CROATE

SANTO PADRE BENEDETTO XVI

4-5 giugno 2011




MESSALE  per il Viaggio Apostolico

Insieme in Cristo per rinnovare la società

Nelle famiglie cattoliche il futuro della Chiesa

Già nel III secolo una comunità ben organizzata si strinse attorno al vescovo Domnio

L'omelia pronunciata nel 1998 da Joseph Ratzinger nel centenario della nascita del cardinale Alojzije Stepinac: "Difese le cose di Dio contro la falsa onnipotenza dell'uomo"

La quarta visita di un successore di Pietro: "Nel segno di un’amicizia antica"


----- 4 giugno 2011 -----
• Incontro di Benedetto XVI con i giornalisti durante il volo verso la Croazia
(Volo Papale, 4 giugno 2011)
[Italiano]

• Cerimonia di benvenuto nell'Aeroporto Internazionale di Zagreb Pleso (4 giugno 2011)
[Croato, Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]

• Incontro con esponenti della società civile, del mondo politico, accademico, culturale e imprenditoriale, con il Corpo Diplomatico e con i leaders religiosi nel Teatro Nazionale Croato (Zagreb, 4 giugno 2011)
[Croato, Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]

• Veglia di preghiera con i giovani nella piazza del Bano Josip Jelačič (Zagreb, 4 giugno 2011)
[Croato, Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]


----- 5 giugno 2011 -----
• Santa Messa in occasione della Giornata Nazionale delle famiglie cattoliche croate nell’Ippodromo di Zagreb
(5 giugno 2011)
[Croato, Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]

• Recita del Regina Cæli nell’Ippodromo di Zagreb (5 giugno 2011)
[Croato, Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]

• Celebrazione dei Vespri con Vescovi, Sacerdoti, Religiosi, Religiose e Seminaristi, e preghiera presso la tomba del Beato Alojzije Viktor Stepinac nella Cattedrale dell’Assunzione della Beata Vergine Maria e di Santo Stefano (Zagreb, 5 giugno 2011)
[Croato, Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]

• Cerimonia di congedo nell’Aeroporto Internazionale Pleso di Zagreb (5 giugno 2011)
[Croato, Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]

• Benedetto XVI all'Udienza Generale: Viaggio Apostolico in Croazia (8 giugno 2011) 
[Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]

mercoledì 1 giugno 2011

CATECHESI DEL SANTO PADRE ALL'UDIENZA GENERALE - 1 giugno 2011



[...] Penso che dobbiamo meditare questa realtà. Cristo sta davanti al volto di Dio e prega per me. La sua preghiera sulla Croce è contemporanea a tutti gli uomini, contemporanea a me: Egli prega per me, ha sofferto e soffre per me, si è identificato con me prendendo il nostro corpo e l'anima umana. E ci invita a entrare in questa sua identità, facendoci un corpo, uno spirito con Lui, perché dall'alta cima della Croce Egli ha portato non nuove leggi, tavole di pietra, ma ha portato se stesso, il suo corpo e il suo sangue, come nuova alleanza. Così ci fa consanguinei con Lui, un corpo con Lui, identificati con Lui. Ci invita a entrare in questa identificazione, a essere uniti con Lui nel nostro desiderio di essere un corpo, uno spirito con Lui. Preghiamo il Signore perché questa identificazione ci trasformi, ci rinnovi, perché il perdono è rinnovamento, è trasformazione. [...]


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Piazza San Pietro
Mercoledì, 1° giugno 2011



Cari fratelli e sorelle,

leggendo l’Antico Testamento, una figura risalta tra le altre: quella di Mosè, proprio come uomo di preghiera. Mosè, il grande profeta e condottiero del tempo dell’Esodo, ha svolto la sua funzione di mediatore tra Dio e Israele facendosi portatore, presso il popolo, delle parole e dei comandi divini, conducendolo verso la libertà della Terra Promessa, insegnando agli Israeliti a vivere nell’obbedienza e nella fiducia verso Dio durante la lunga permanenza nel deserto, ma anche, e direi soprattutto, pregando. Egli prega per il Faraone quando Dio, con le piaghe, tentava di convertire il cuore degli Egiziani (cfr Es 8–10); chiede al Signore la guarigione della sorella Maria colpita dalla lebbra (cfr Nm 12,9-13), intercede per il popolo che si era ribellato, impaurito dal resoconto degli esploratori (cfr Nm 14,1-19), prega quando il fuoco stava per divorare l’accampamento (cfr Nm 11,1-2) e quando serpenti velenosi facevano strage (cfr Nm 21,4-9); si rivolge al Signore e reagisce protestando quando il peso della sua missione si era fatto troppo pesante (cfr Nm 11,10-15); vede Dio e parla con Lui «faccia a faccia, come uno parla con il proprio amico» (cfr Es24,9-17; 33,7-23; 34,1-10.28-35).

Anche quando il popolo, al Sinai, chiede ad Aronne di fare il vitello d’oro, Mosè prega, esplicando in modo emblematico la propria funzione di intercessore. L’episodio è narrato nel capitolo 32 del Libro dell’Esodo ed ha un racconto parallelo in Deuteronomio al capitolo 9. È su questo episodio che vorrei soffermarmi nella catechesi di oggi, e in particolare sulla preghiera di Mosè che troviamo nella narrazione dell’Esodo. Il popolo di Israele si trovava ai piedi del Sinai mentre Mosè, sul monte, attendeva il dono delle tavole della Legge, digiunando per quaranta giorni e quaranta notti (cfr Es 24,18; Dt 9,9). Il numero quaranta ha valore simbolico e significa la totalità dell’esperienza, mentre con il digiuno si indica che la vita viene da Dio, è Lui che la sostiene. L’atto del mangiare, infatti, implica l’assunzione del nutrimento che ci sostiene; perciò digiunare, rinunciando al cibo, acquista, in questo caso, un significato religioso: è un modo per indicare che non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca del Signore (cf Dt 8,3). Digiunando, Mosè mostra di attendere il dono della Legge divina come fonte di vita: essa svela la volontà di Dio e nutre il cuore dell’uomo, facendolo entrare in un’alleanza con l’Altissimo, che è fonte della vita, è la vita stessa.

Ma mentre il Signore, sul monte, dona a Mosè la Legge, ai piedi del monte il popolo la trasgredisce. Incapaci di resistere all’attesa e all’assenza del mediatore, gli Israeliti chiedono ad Aronne: «Fa’ per noi un dio che cammini alla nostra testa, perché a Mosè, quell’uomo che ci ha fatto uscire dalla terra d’Egitto, non sappiamo che cosa sia accaduto» (Es 32,1). Stanco di un cammino con un Dio invisibile, ora che anche Mosè, il mediatore, è sparito, il popolo chiede una presenza tangibile, toccabile, del Signore, e trova nel vitello di metallo fuso fatto da Aronne, un dio reso accessibile, manovrabile, alla portata dell’uomo. È questa una tentazione costante nel cammino di fede: eludere il mistero divino costruendo un dio comprensibile, corrispondente ai propri schemi, ai propri progetti. Quanto avviene al Sinai mostra tutta la stoltezza e l’illusoria vanità di questa pretesa perché, come ironicamente afferma il Salmo106, «scambiarono la loro gloria con la figura di un toro che mangia erba» (Sal 106,20). Perciò il Signore reagisce e ordina a Mosè di scendere dal monte, rivelandogli quanto il popolo stava facendo e terminando con queste parole: «Ora lascia che la mia ira si accenda contro di loro e li divori. Di te invece farò una grande nazione» (Es 32,10). Come con Abramo a proposito di Sodoma e Gomorra, anche ora Dio svela a Mosè che cosa intende fare, quasi non volesse agire senza il suo consenso (cfr Am 3,7). Dice: «lascia che si accenda la mia ira». In realtà, questo «lascia che si accenda la mia ira» è detto proprio perché Mosè intervenga e Gli chieda di non farlo, rivelando così che il desiderio di Dio è sempre di salvezza. Come per le due città dei tempi di Abramo, la punizione e la distruzione, in cui si esprime l’ira di Dio come rifiuto del male, indicano la gravità del peccato commesso; allo stesso tempo, la richiesta dell’intercessore intende manifestare la volontà di perdono del Signore. Questa è la salvezza di Dio, che implica misericordia, ma insieme anche denuncia della verità del peccato, del male che esiste, così che il peccatore, riconosciuto e rifiutato il proprio male, possa lasciarsi perdonare e trasformare da Dio. La preghiera di intercessione rende così operante, dentro la realtà corrotta dell’uomo peccatore, la misericordia divina, che trova voce nella supplica dell’orante e si fa presente attraverso di lui lì dove c’è bisogno di salvezza.

La supplica di Mosè è tutta incentrata sulla fedeltà e la grazia del Signore. Egli si riferisce dapprima alla storia di redenzione che Dio ha iniziato con l’uscita d’Israele dall’Egitto, per poi fare memoria dell’antica promessa data ai Padri. Il Signore ha operato salvezza liberando il suo popolo dalla schiavitù egiziana; perché allora – chiede Mosè – «gli Egiziani dovranno dire: “Con malizia li ha fatti uscire, per farli perire tra le montagne e farli sparire dalla faccia della terra”?» (Es 32,12). L’opera di salvezza iniziata deve essere completata; se Dio facesse perire il suo popolo, ciò potrebbe essere interpretato come il segno di un’incapacità divina di portare a compimento il progetto di salvezza. Dio non può permettere questo: Egli è il Signore buono che salva, il garante della vita, è il Dio di misericordia e perdono, di liberazione dal peccato che uccide. E così Mosè fa appello a Dio, alla vita interiore di Dio contro la sentenza esteriore. Ma allora, argomenta Mosè con il Signore, se i suoi eletti periscono, anche se sono colpevoli, Egli potrebbe apparire incapace di vincere il peccato. E questo non si può accettare. Mosè ha fatto esperienza concreta del Dio di salvezza, è stato inviato come mediatore della liberazione divina e ora, con la sua preghiera, si fa interprete di una doppia inquietudine, preoccupato per la sorte del suo popolo, ma insieme anche preoccupato per l’onore che si deve al Signore, per la verità del suo nome. L’intercessore infatti vuole che il popolo di Israele sia salvo, perché è il gregge che gli è stato affidato, ma anche perché in quella salvezza si manifesti la vera realtà di Dio. Amore dei fratelli e amore di Dio si compenetrano nella preghiera di intercessione, sono inscindibili. Mosè, l’intercessore, è l’uomo teso tra due amori, che nella preghiera si sovrappongono in un unico desiderio di bene.

Poi, Mosè si appella alla fedeltà di Dio, rammentandogli le sue promesse: «Ricordati di Abramo, di Isacco, di Israele, tuoi servi, ai quali hai giurato per te stesso e hai detto: “Renderò la vostra posterità numerosa come le stelle del cielo, e tutta questa terra, di cui ho parlato, la darò ai tuoi discendenti e la possederanno per sempre”» (Es 32,13). Mosè fa memoria della storia fondatrice delle origini, dei Padri del popolo e della loro elezione, totalmente gratuita, in cui Dio solo aveva avuto l’iniziativa. Non a motivo dei loro meriti, essi avevano ricevuto la promessa, ma per la libera scelta di Dio e del suo amore (cfr Dt 10,15). E ora, Mosè chiede che il Signore continui nella fedeltà la sua storia di elezione e di salvezza, perdonando il suo popolo. L’intercessore non accampa scuse per il peccato della sua gente, non elenca presunti meriti né del popolo né suoi, ma si appella alla gratuità di Dio: un Dio libero, totalmente amore, che non cessa di cercare chi si è allontanato, che resta sempre fedele a se stesso e offre al peccatore la possibilità di tornare a Lui e di diventare, con il perdono, giusto e capace di fedeltà. Mosè chiede a Dio di mostrarsi più forte anche del peccato e della morte, e con la sua preghiera provoca questo rivelarsi divino. Mediatore di vita, l’intercessore solidarizza con il popolo; desideroso solo della salvezza che Dio stesso desidera, egli rinuncia alla prospettiva di diventare un nuovo popolo gradito al Signore. La frase che Dio gli aveva rivolto, «di te invece farò una grande nazione», non è neppure presa in considerazione dall’“amico” di Dio, che invece è pronto ad assumere su di sé non solo la colpa della sua gente, ma tutte le sue conseguenze. Quando, dopo la distruzione del vitello d’oro, tornerà sul monte per chiedere di nuovo la salvezza per Israele, dirà al Signore: «E ora, se tu perdonassi il loro peccato! Altrimenti, cancellami dal tuo libro che hai scritto» (v. 32). Con la preghiera, desiderando il desiderio di Dio, l’intercessore entra sempre più profondamente nella conoscenza del Signore e della sua misericordia e diventa capace di un amore che giunge fino al dono totale di sé. In Mosè, che sta sulla cima del monte faccia a faccia con Dio e si fa intercessore per il suo popolo e offre se stesso - «cancellami» -, i Padri della Chiesa hanno visto una prefigurazione di Cristo, che sull'alta cima della croce realmente sta davanti a Dio, non solo come amico ma come Figlio. E non solo si offre - «cancellami» -, ma con il suo cuore trafitto si fa cancellare, diventa, come dice san Paolo stesso, peccato, porta su di sé i nostri peccati per rendere salvi noi; la sua intercessione è non solo solidarietà, ma identificazione con noi: porta tutti noi nel suo corpo. E così tutta la sua esistenza di uomo e di Figlio è grido al cuore di Dio, è perdono, ma perdono che trasforma e rinnova.

Penso che dobbiamo meditare questa realtà. Cristo sta davanti al volto di Dio e prega per me. La sua preghiera sulla Croce è contemporanea a tutti gli uomini, contemporanea a me: Egli prega per me, ha sofferto e soffre per me, si è identificato con me prendendo il nostro corpo e l'anima umana. E ci invita a entrare in questa sua identità, facendoci un corpo, uno spirito con Lui, perché dall'alta cima della Croce Egli ha portato non nuove leggi, tavole di pietra, ma ha portato se stesso, il suo corpo e il suo sangue, come nuova alleanza. Così ci fa consanguinei con Lui, un corpo con Lui, identificati con Lui. Ci invita a entrare in questa identificazione, a essere uniti con Lui nel nostro desiderio di essere un corpo, uno spirito con Lui. Preghiamo il Signore perché questa identificazione ci trasformi, ci rinnovi, perché il perdono è rinnovamento, è trasformazione.

Vorrei concludere questa catechesi con le parole dell’apostolo Paolo ai cristiani di Roma: «Chi muoverà accuse contro coloro che Dio ha scelto? Dio è colui che giustifica. Chi condannerà? Cristo Gesù è morto, anzi è risorto, sta alla destra di Dio e intercede per noi. Chi ci separerà dall’amore di Cristo? […] né morte né vita, né angeli né principati […] né alcun’altra creatura potrà mai separarci dall’amore di Dio, che è in Cristo Gesù, nostro Signore» (Rm 8,33-35.38.39).


Saluti:

J’accueille avec joie les pèlerins francophones ! Comme Moïse, soyons aussi des intercesseurs auprès de Dieu, en étant solidaires de nos frères. Désirons ardemment le salut qu’il veut pour tous. Connaissant sa miséricorde, nous serons capables d’aimer jusqu’au don de nous-mêmes. Avec ma Bénédiction !

I welcome the many school and university students present at today’s Audience. I offer a cordial greeting to the pilgrimage group of NATO soldiers stationed in Germany. I also greet the students and staff of Father Agnelo Higher Secondary School in Vashi, Mumbai. My welcome also goes to the seminarians of Sacred Heart Major Seminary in Detroit. Upon all the English-speaking pilgrims and visitors, especially those from England, Sweden, South Africa, India, Malaysia, the Philippines and the United States, I invoke the joy and peace of the Risen Lord.

Von Herzen grüße ich alle Pilger und Besucher deutscher Sprache. Der vertraute Umgang des Mose mit dem liebenden und treuen Gott soll auch uns ein Vorbild sein. Dabei nimmt Christus uns sozusagen in sich auf, und wir können auch als Freunde, als Söhne, als Töchter, als Kinder mit Gott sprechen und mit ihm ringen und so erneuert werden. Gottes Geist begleite euch bei all eurem Tun!

Saludo cordialmente a los peregrinos de lengua española, en particular a los de la parroquia de San Juan Evangelista, de Madrid, así como a los demás grupos provenientes de España, Argentina, Ecuador, México y otros países latinoamericanos. Que el Señor nos ayude a comprender en la oración su designio gratuito de salvación, que ha llegado a su culminación en el don de su Hijo, Jesucristo, para que siguiendo su ejemplo demos la vida por los demás, sin esperar nada a cambio. Muchas gracias.

Amados peregrinos de língua portuguesa, a minha saudação amiga para todos, com menção especial das Irmãs Franciscanas Hospitaleiras da Imaculada Conceição em festa pela recente beatificação da sua Madre Fundadora. Esta queria ver-vos todas unidas num mesmo e único pensamento: Deus. No pensamento e serviço de cada uma, o hóspede seja Deus; e, com Ele, a vossa vida não poderá deixar de ser feliz. Sobre vós, vossas comunidades e famílias desça a minha Bênção.

Saluto in lingua polacca:

Witam serdecznie obecnych tu Polaków. Kierując moje pozdrowienie do was, zwracam się dzisiaj szczególnie do młodych, którzy w sobotę spotkają się na Polach Lednickich. Kochani! Będziecie dziękować Bogu za życie i beatyfikację Jana Pawła II, który był ojcem, przewodnikiem, kapłanem, przyjacielem młodych. Budował dom na skale, na Chrystusie! Szedł za głosem Ewangelii. Trwał na modlitwie i adoracji Eucharystii. Miał otwarte serce dla każdego człowieka. Cierpiał z Jezusem. Był niezwykłym pielgrzymem wiary. Niech was inspiruje motto spotkania: „Jan Paweł II – Liczy się świętość!” Waszemu dążeniu do świętości z serca błogosławię.

Traduzione italiana:

Saluto cordialmente i Polacchi qui presenti. Salutandovi mi rivolgo oggi in modo particolare ai giovani che sabato prossimo si incontreranno a Lednica. Carissimi! Renderete grazie a Dio per la vita e per la beatificazione di Giovanni Paolo II, padre, guida, sacerdote e amico dei giovani. Egli costruiva la casa sulla roccia che è Cristo! Seguiva la voce del Vangelo. Perseverava nella preghiera e nell’adorazione dell’Eucaristia. Per ogni uomo aveva il cuore aperto. Soffriva con Cristo. Era un straordinario pellegrino nella fede. Vi ispiri il motto dell’incontro: “Giovanni Paolo II – Ciò che conta è la santità!” Di cuore benedico il vostro cammino verso la santità.

Saluto in lingua croata:

Upućujem pozdrav svim hrvatskim hodočasnicima, a osobito vjernicima župe Svetih Petra i Pavla iz Kočerina u Bosni i Hercegovini.
Dragi prijatelji, u subotu i nedjelju posjetit ću Zagreb i Hrvatsku da zajedno s vama proslavim Dan hrvatskih katoličkih obitelji. Dok s radošću iščekujem taj susret, sve vas pozivam da molite kako bi moj pastirski pohod ovoj dragoj zemlji donio obilje duhovnih plodova te da kršćanske obitelji budu sol zemlje i svjetlo svijeta. Hvaljen Isus i Marija!

Traduzione italiana:

Rivolgo il mio saluto ai pellegrini Croati, in modo particolare ai fedeli della parrocchia dei Santi Pietro e Paolo di Kočerin in Bosnia ed Erzegovina. Cari amici, sabato e domenica prossima mi recherò a Zagabria in Croazia per celebrare con voi la Giornata delle famiglie cattoliche croate. Mentre attendo con gioia questo incontro, vi invito a pregare affinché il mio viaggio in quella cara terra porti molti frutti spirituali e le famiglie cristiane siano sale della terra e luce del mondo. Siano lodati Gesù e Maria!

Saluto in lingua slovacca:

Srdečne pozdravujem slovenských pútnikov, osobitne z Farnosti Breznička, z Kalinova, Veľkej Vsi a Krompách.
Bratia a sestry, Cirkev na Slovensku zajtra slávi sviatok Nanebovstúpenia Pána. On má pripravené miesto pre každého a očakáva nás. Tam, na nebeskú vlasť, nech sú nasmerované naše myšlienky a skutky.
S láskou žehnám vás i vaše rodiny.
Pochválený buď Ježiš Kristus!

Traduzione italiana:

Saluto cordialmente i pellegrini slovacchi, particolarmente quelli provenienti dalla Parrocchia di Breznička, da Kalinovo, Veľká Ves e Krompachy.
Fratelli e sorelle, la Chiesa in Slovacchia domani celebra la festa dell’Ascensione del Signore. Lui ha preparato un posto per ognuno e ci attende. I nostri pensieri e le nostre opere siano rivolti verso la patria celeste.
Con affetto benedico voi e le vostre famiglie.
Sia lodato Gesù Cristo!

* * *

Rivolgo un cordiale benvenuto ai pellegrini di lingua italiana. In particolare, saluto le Piccole Suore Missionarie della Carità, di San Luigi Orione, che stanno celebrando il Capitolo generale, ed auguro loro di essere sempre più fedeli al carisma del Fondatore, per rispondere con coraggio alle nuove povertà. Saluto i partecipanti al pellegrinaggio promosso dalle Suore degli Angeli-Adoratrici della Santissima Trinità, in occasione della beatificazione di suor Maria Serafina del Sacro Cuore, e li invito ad imitare la nuova Beata nel rispondere con prontezza alla chiamata di Dio alla santità nelle ordinarie circostanze della vita. Saluto i ragazzi del Coretto della Parrocchia di S. Giorgio, in Chirignago, esortandoli a proseguire con impegno la loro importante attività di animazione liturgica attraverso il canto.

Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. Iniziamo proprio oggi il mese di giugno, dedicato al Sacro Cuore di Gesù. Soffermiamoci spesso a contemplare questo profondo mistero dell'Amore divino. Voi, cari giovani, alla scuola del Cuore di Cristo imparate ad assumere con serietà le responsabilità che vi attendono. Voi, cari malati, trovate in questa sorgente infinita di misericordia il coraggio e la pazienza per compiere la volontà di Dio in ogni situazione. E voi, cari sposi novelli, restate fedeli all’amore di Dio e testimoniatelo con il vostro amore coniugale.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana


Benedetto XVI alla Conclusione del mese mariano (Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani, 31 maggio 2011)



CONCLUSIONE DEL MESE MARIANO

DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

Grotta di Lourdes nei Giardini Vaticani
Martedì, 31 maggio 2011



Cari fratelli e sorelle,

sono lieto di unirmi a voi in preghiera, ai piedi della Vergine Santa, che oggi contempliamo nella Festa della Visitazione. Saluto e ringrazio il Signor Cardinale Angelo Comastri, Arciprete della Basilica di San Pietro, i Cardinali e i Vescovi presenti, e tutti voi che siete qui convenuti questa sera. A conclusione del mese di Maggio, vogliamo unire la nostra voce a quella di Maria, nel suo stesso cantico di lode; con Lei vogliamo magnificare il Signore per le meraviglie che continua ad operare nella vita della Chiesa e di ciascuno di noi. In particolare, è stato e rimane per tutti motivo di grande gioia e gratitudine l’avere iniziato questo mese mariano con la memorabile Beatificazione di Giovanni Paolo II. Quale grande dono di grazia è stata, per la Chiesa intera, la vita di questo grande Papa! La sua testimonianza continua ad illuminare le nostre esistenze e ci è di sprone ad essere veri discepoli del Signore, a seguirLo con il coraggio della fede, ad amarLo con lo stesso entusiasmo con cui egli ha donato a Lui la propria vita.


Meditando oggi la Visitazione di Maria, siamo portati a riflettere proprio su questo coraggio della fede. Colei che Elisabetta accoglie nella sua casa è la Vergine che “ha creduto” all’annuncio dell’Angelo e ha risposto con fede, accettando con coraggio il progetto di Dio per la sua vita e accogliendo così in sé la Parola eterna dell’Altissimo. Come sottolineava il mio beato Predecessore nell’Enciclica Redemptoris Mater, è mediante la fede che Maria ha pronunciato il suo fiat, «si è abbandonata a Dio senza riserve ed “ha consacrato totalmente se stessa, quale ancella del Signore, alla persona e all’opera del Figlio suo”» (n. 13; cfr Conc. Ecum. Vat. II, Cost. dogm. Lumen gentium, 56). Per questo Elisabetta, nel salutarla, esclama: “Beata colei che ha creduto nell’adempimento di ciò che il Signore le ha detto” (Lc 1,45). Maria ha davvero creduto che “nulla è impossibile a Dio” (v. 37) e, forte di questa fiducia, si è lasciata guidare dallo Spirito Santo nell’obbedienza quotidiana ai suoi disegni. Come non desiderare, per la nostra vita, lo stesso abbandono fiducioso? Come potremmo precluderci quella beatitudine che nasce da una così intima e profonda consuetudine con Gesù? Perciò, rivolgendoci oggi alla “piena di grazia”, le chiediamo di ottenere anche a noi, dalla Provvidenza divina, di poter pronunciare ogni giorno il nostro “sì” ai disegni di Dio con la stessa fede umile e schietta con cui Lei ha pronunciato il suo. Ella che, accogliendo in sé la Parola di Dio, si è abbandonata a Lui senza riserve, ci guidi ad una risposta sempre più generosa e incondizionata ai suoi progetti, anche quando in essi siamo chiamati ad abbracciare la croce.

In questo tempo pasquale, mentre invochiamo dal Risorto il dono del suo Spirito, affidiamo alla materna intercessione della Madonna la Chiesa e il mondo intero. Maria Santissima che nel Cenacolo ha invocato con gli Apostoli il Consolatore, ottenga ad ogni battezzato la grazia di una vita illuminata dal mistero del Dio crocifisso e risorto, il dono di saper accogliere sempre più nella propria esistenza la signoria di Colui che con la sua risurrezione ha sconfitto la morte. Cari amici, su ciascuno di voi, sui vostri cari, in particolare su quanti soffrono, imparto di cuore la Benedizione Apostolica.

© Copyright 2011 - Libreria Editrice Vaticana