venerdì 31 dicembre 2010

La dedicazione della Sagrada Familia di Barcellona: Benedetto XVI e la sua "ars celebrandi"


La dedicazione della Sagrada Familia di Barcellona

Benedetto XVI
e la sua "ars celebrandi"

di Lluís Martínez Sistach
Cardinale arcivescovo di Barcellona

Nella dedicazione della basilica della Sagrada Familia a Barcellona, domenica 7 novembre 2010, è stata esemplare l'ars celebrandi - ossia "l'arte di celebrare rettamente, e la partecipazione piena, attiva e fruttuosa di tutti i fedeli", come si legge nell'esortazione apostolica Sacramentum caritatis (n. 38) - in primo luogo per la dignità e il modo di celebrare di Benedetto XVI. Dal momento in cui ha posto la mano sulla porta del futuro Pórtico de la Gloria, stando accanto a lui, ho potuto vedere l'emozione riflessa sul suo volto. Già in quella porta era evidente la congiunzione fra il linguaggio della fede e il linguaggio dell'arte.

Forse molti lettori ricorderanno questa immagine: il Papa posa la mano su alcune lettere, scolpite con moderna sensibilità estetica dallo scultore Josep Maria Subirachs, autore delle sculture della facciata della Passione. Le lettere sulle quali il Papa ha posto la mano, come a indicare il permesso di aprire quella "casa di Dio e porta del cielo" che sarebbe stata dedicata al Signore, erano niente meno che la supplica del Padrenostro, "dacci oggi il nostro pane quotidiano" - pane quotidiano e Pane eucaristico -, in cinquanta lingue, fra le quali il catalano. Un bel segno di cattolicità e di attaccamento alla Chiesa locale nella quale era nata quell'ammirevole opera.


Benedetto XVI ha percorso lentamente il lungo corridoio centrale della basilica, mentre l'assemblea - settemila persone all'interno e sessantamila all'esterno del tempio - interpretava il canto d'ingresso, con un solo cuore e una sola voce. E, una volta giunto alla sede presidenziale, abbiamo potuto vedere che il suo sguardo contemplativo percorreva quel bosco di palme di pietra e si soffermava su molti dettagli di quella chiesa unica al mondo, frutto dei tre libri ai quali - come il Pontefice avrebbe detto nell'omelia - s'ispirò Gaudí per erigere questo monumento in onore di Dio: il libro della natura, il libro delle Sacre Scritture e il libro della liturgia.

È stata una celebrazione indimenticabile per tutti, e in primo luogo per il Santo Padre, che mi ha detto: "Della celebrazione di questa mattina conserverò un ricordo indelebile". È nota la sensibilità estetica di Benedetto XVI. Già in diversi testi, prima di giungere al Pontificato, aveva affermato che l'esperienza della bellezza è un cammino verso il mistero e, in definitiva, verso Dio. Egli insegna che, al di là della conoscenza razionale, c'è la conoscenza che offre la bellezza, che descrive come una forma superiore di conoscenza, visto che riguarda l'essere umano in tutta la sua profondità, lo strappa alla banalità, lo pone di fronte a se stesso e al mistero del mondo. E allo stesso mistero di Dio, fonte di ogni bellezza, come ha insegnato nella sua storica udienza agli artisti nella Cappella Sistina.

Il capolavoro di Antoni Gaudí non poteva avere una esegesi migliore dell'omelia di quella celebrazione, un testo bellissimo, che conserveremo come un dono ammirevole del nostro stimatissimo Papa. A Barcellona serbiamo anche un grato ricordo dell'interpretazione opportuna e originale, che ha fatto della celebrazione il direttore della Sala Stampa della Santa Sede parlando ai giornalisti: "la liturgia di questa mattina è stata l'espressione più solenne, più articolata fra uomo e Dio che ho visto in questi cinque anni di Pontificato".

Mons. Lluís Martínez Sistach
Ha contribuito molto a ciò la realizzazione curatissima del rito della dedicazione di una chiesa, considerata dagli esperti il gioiello della riforma liturgica. Desidero anche esprimere la nostra gratitudine al maestro delle cerimonie pontificie, come pure ai suoi collaboratori, per la loro così saggia e comprensiva collaborazione con le persone incaricate di preparare la cerimonia. La parte musicale meriterebbe una riflessione a parte. Per noi è stato molto significativo fare la professione di fede con il canto del simbolo degli apostoli dinanzi al successore di Pietro, che li aveva confermati nella fede, e farlo con una melodia molto popolare in Catalogna, musicata dal sacerdote di Vic, Lluís Romeu. E cantare il "Virolai" alla Vergine di Montserrat, patrona delle nostre diocesi, che è come l'inno dei cattolici catalani.

Per il disegno del tempio della Sagrada Familia Antoni Gaudí s'ispirò alla descrizione della Gerusalemme celeste del libro sacro dell'Apocalisse. In quella splendida cornice, quel giorno, il nostro amato Papa Benedetto, il rito della dedicazione così ricco di simboli, il nostro Antoni Gaudí, che speriamo sia il primo architetto beatificato nella storia della Chiesa, il suo tempio originalissimo e unico al mondo e l'assemblea attiva e partecipe, in quelle tre ore hanno scritto insieme un bellissimo inno di lode e gloria a Dio che ci ha fatto pregustare la liturgia del cielo.

Il Papa ha presieduto e celebrato il rito con grande devozione e ci ha dato un alto esempio di quello che è l'ars celebrandi, come ha scritto il teologo Josep Maria Rovira Belloso, "Benedetto XVI ha mostrato la sua profonda misericordia. La sua voce si è eclissata dietro la sua fede "umile e gioiosa". Per questo il Papa è venuto a Barcellona e a Santiago de Compostela. Per insegnarci che è bello vivere di fronte a Dio". Noi, soprattutto nella diocesi di Barcellona, abbiamo ora una sfida e un impegno ai quali ci stiamo già dedicando: far sì che quello che il Papa ci ha mostrato e ci ha detto quella domenica sia, anche per noi, un "ricordo indelebile".

(©L'Osservatore Romano - 1 gennaio 2011)


Quei segni perduti dell'identità cattolica di Vittorio Messori


Quei segni perduti dell'identità cattolica


di Vittorio Messori


Riflettendo ieri sul tema del prosciutto spagnolo e dell’astinenza quaresimale dalle carni il venerdì, mi sono tornate in mente le parole pronunciate più volte da Benedetto XVI circa le minoranze creative. Sì, perché l’astenersi dalle carni il venerdì e specialmente i venerdì di Quaresima era un segno d’identità cattolica, uno dei tanti segni che abbiamo perso nel giro di pochi decenni.

Il Papa ci dice che il futuro per il cristianesimo sarà quello di essere una minoranza attiva e creativa, dato che nelle società secolarizzate non è più tempo del cristianesimo di massa. Alcuni segni di identità, il raccogliersi attorno a dei simboli, è fondamentale per una minoranza creativa.

Peccato che noi abbiamo finito per perderli praticamente tutti: avevamo una lingua liturgica comune, il latino, che non c’è più. Abbiamo perso i segni distintivi dell’abito sacerdotale e ora per strada in molti casi non siamo più in grado di distinguere un prete o un religioso.

Abbiamo perso il digiuno e l’astinenza, mentre un tempo era norma anche nelle mense scolastiche e aziendali l’attenzione a non servire carne di venerdì o comunqe ad avere menu alternativi. Abbiamo perso quel segno della fede nella resurrezione dei corpi che era la sepoltura sotto terra, ora sostituita in sempre maggiori casi dalla sciagurata cremazione.

Abbiamo perso l’usanza del velo per le donne in chiesa, precetto paolino presente nelle Sacre Scritture, abolito proprio da coloro che si rifanno alla Scrittura a ogni pie’ sospinto. Abbiamo perso le processioni come pure le feste patronali, che sopravvivono solo grazie all’illusorio boom folkloristico e sono ormai organizzate dalle pro loco.



Il cattolico non è più distinguibile, e questo sarebbe il meno. Il problema è che lui stesso, in qualche caso, non riesce più a capire chi è, a raccogliersi attorno a dei simboli e a delle usanze. Lungi da me ogni anacronismo e ogni falsa nostalgia. Credo però che così come c’è necessità di una «riforma della riforma» liturgica, allo stesso modo servirebbe un recupero di segni di identità per le minoranze creative che sono il futuro del cristianesimo.


Intervista con l'arcivescovo Julián Barrio Barrio a conclusione dell'Anno santo giacobeo


Intervista con l'arcivescovo Julián Barrio Barrio a conclusione dell'Anno santo giacobeo

Cristo è la porta
che resta sempre aperta


di Marta Lago

"Mi permetta di sottolineare la nostra gratitudine al Papa e ai tanti pellegrini che ci hanno lasciato una bella testimonianza di fede; le porte di questa casa di san Giacomo restano aperte - sebbene l'Anno santo stia terminando - per quanti desiderano venire a venerare la tomba dell'apostolo e ricordare la tradizione apostolica su cui si fonda la nostra fede". Vibrano le parole dell'arcivescovo di Santiago de Compostela nel ricordare questo Anno giubilare e il pellegrinaggio giacobeo di Benedetto XVI del 6 novembre scorso. Nel 2004, nel precedente Anno santo, i pellegrini furono 180.000. Questa volta, a poche ore dalla fine, il loro numero sfiora i 270.000. La maggior parte è arrivata a piedi; il resto a cavallo, in bicicletta o persino sulla sedia a rotelle. Il 31 dicembre la chiusura della Porta santa porrà termine a un Anno santo eccezionale, come spiega l'arcivescovo Julián Barrio Barrio al nostro giornale.

Anno santo compostelano, spagnolo, europeo, universale come la Chiesa. Qual è il bilancio di questi dodici mesi?

Molto positivo, grazie a Dio, e non solo per il numero di persone che sono giunte alla casa di san Giacomo per prendere parte alle grazie giubilari. La cifra è importante, ma lo è ancora di più la disposizione religiosa e spirituale con la quale queste persone hanno compiuto il pellegrinaggio e che si è manifestata nelle celebrazioni eucaristiche, penitenziali, nelle veglie di preghiera e in molti altri atti religiosi. È importante che questi pellegrini siano venuti a vivere questa esperienza quando, bisogna dirlo, nella cultura della nostra società spiccano l'indifferenza religiosa, l'incertezza morale e la perdita del senso trascendente della vita.

Come si svolgerà la cerimonia di chiusura che lei presiederà?

Con preghiere e suppliche, rendendo grazie a Dio. Leggeremo il messaggio che ci ha inviato il Papa, un testo bellissimo che ricorda la sua esperienza qui, come pellegrino della fede e testimone di Cristo risorto. Poi procederemo alla chiusura della Porta santa. La seconda parte, la celebrazione dell'Eucaristia, inizierà con una processione e con il canto del "Te Deum". Di fatto, se quest'anno abbiamo visto la misericordia divina, non possiamo tacere né smettere di lodare e di ringraziare il Signore per tutto il bene che ci ha fatto.


Benedetto XVI è stato un pellegrino d'eccezione, ma ha voluto farsi pellegrino fra i pellegrini. Come è stato visto questo gesto?

È un gesto che dobbiamo riconoscere e per il quale dobbiamo rendere grazie, non solo noi della diocesi compostelana, ma tutta la Chiesa in Spagna. Effettivamente è stato percepito così: il Papa ha voluto essere un pellegrino fra i pellegrini, e a partire da questa esperienza profonda di fede ci ha chiarito il senso del cammino e della celebrazione dell'Anno santo. È venuto a confermarci nella fede e ci ha aiutati, invitati e spinti a far sì che il nostro "oggi" si adegui all'"oggi" eterno di Dio.

Per il Papa esistenza e cammino sono sinonimi.

Effettivamente. Ci dice che l'uomo è sempre una realtà in costante ricerca, che sta realizzando il suo pellegrinaggio. Nel nostro caso, come credenti, verso la casa di Dio nostro Padre. In questo contesto il Pontefice ha sottolineato che dobbiamo costruire il progetto dell'uomo, un progetto fondato sulla verità, sulla giustizia e sulla libertà affinché questa ricerca di Dio non venga ostacolata in nessun momento e l'uomo possa dare una risposta alle sue aspirazioni profonde. Queste ultime si concretizzano nella preziosa frase di sant'Agostino: "Per te ci hai fatti o Signore, e l'anima nostra è inquieta finché non riposa in Te".

Urge prendere coscienza del fatto che non camminiamo da soli?

Sì. Il Signore fa sempre il cammino con noi. Si unisce all'accompagnamento della Chiesa. Sentire con essa, stare con essa, servirla: è una realtà molto presente in questo pellegrinaggio verso la casa di Dio nostro Padre.

Direbbe che i giovani sono stati protagonisti dell'Anno santo?

La loro presenza è stata molto numerosa. All'incontro nazionale di agosto hanno assistito più di dodicimila giovani. Dalle loro testimonianze si desume una grande esperienza religiosa e spirituale. Qui abbiamo vissuto la gioia d'essere e di sentirci cristiani nella nostra società. La testimonianza che hanno reso è stata veramente bella a ha segnato in un certo senso l'inizio del pellegrinaggio che avanza verso la Giornata mondiale della gioventù.

Nel suo viaggio per l'Anno giubilare il Papa ha sottolineato l'urgenza dell'incontro fra fede e laicità, fra fede e ragione, e ha lanciato all'Europa un messaggio di apertura a Dio.

Certamente si è trattato di una chiamata: la realtà dell'Europa, della Spagna, non si può comprendere al margine della realtà religiosa che ha strutturato la nostra cultura. Il Papa ci ha detto che bisogna proclamare la gloria dell'uomo di fronte alle minacce che oggi subisce nella sua dignità perché privato dei valori e delle ricchezze originari. Non si può rendere culto a Dio senza vegliare sull'uomo, che è suo figlio. Ha poi aggiunto che non si serve l'uomo se non ci si domanda chi è suo Padre. Dio è nostro Padre. Per questo l'Europa deve essere aperta alla trascendenza e alla fratellanza. Sono chiavi che ci permettono d'interpretare il momento in cui viviamo e di renderlo pieno di speranza.

Materialmente la Porta santa si chiuderà, ma spiritualmente resterà sempre spalancata.

Lo sottolineerò nell'omelia. C'è una porta che resta sempre aperta ed è quella di Cristo. Una volta concluso l'Anno santo, non potremo più entrare per la Porta santa - che resta un simbolo e un segno - ma potremo entrare sempre per quella porta che è Cristo, che ci indica il cammino, che è la verità e la vita che desideriamo avere. Ora siamo chiamati a comunicare attraverso la nostra testimonianza quello che abbiamo vissuto in questo Anno santo. Dopo il pellegrinaggio nella fede, dobbiamo essere testimoni di Cristo risorto, come i discepoli di Emmaus.

Che luce proietta il tempo di Natale sulla chiusura della Porta santa?

È un momento provvidenziale. Stiamo celebrando la nascita del Signore, del figlio di Dio fatto uomo. Egli è la luce del mondo. Quest'anno anche noi, con il motto "Pellegrini verso la luce", abbiamo cercato di vivere l'incontro con il Signore che è la luce del mondo, luce che bisogna riflettere nelle buone opere, testimonianza del nostro impegno cristiano. La Porta santa materiale si chiuderà, ma Cristo continuerà a essere la porta attraverso la quale potremo camminare verso quella luce che deve illuminare la nostra esistenza.

E la cattedrale di Santiago de Compostela ora si prepara a un'altra celebrazione.

Chiudiamo la Porta santa e iniziamo l'VIII centenario della consacrazione della cattedrale. Nel corso del 2011 ci saranno eventi religiosi e culturali. La celebrazione centrale si terrà il 7 maggio. Gli ottocento anni di dedicazione della chiesa madre della diocesi è un evento molto importante, che ci deve portare a ricordare le nostre radici e così a rafforzarle per conservare la nostra identità cristiana.


Benedetto XVI emana norme contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo


Benedetto XVI emana norme contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo

Finanze trasparenti per la Santa Sede

Per prevenire e contrastare il riciclaggio di denaro sporco e il finanziamento del terrorismo, la Santa Sede fa proprie le regole della comunità internazionale, in particolare quelle dell'Unione europea. A questo fine Benedetto XVI - con la Lettera apostolica in forma di motu proprio per la prevenzione ed il contrasto delle attività illegali in campo finanziario e monetario, datata 30 dicembre 2010 - ha approvato l'emanazione per lo Stato della Città del Vaticano di una legge che regolamenta la materia, stabilendo che le norme si applichino anche ai dicasteri della Curia romana e a tutti gli organismi e gli enti dipendenti dalla Santa Sede. Allo stesso tempo il Papa ha istituito l'Autorità di informazione finanziaria (Aif), con il compito di vigilare sulla puntuale applicazione della nuova normativa. In data odierna, con il motu proprio sono stati pubblicati anche i testi dello statuto dell'Aif e della legge relativa al riciclaggio e al finanziamento del terrorismo, che entrerà in vigore il 1° aprile 2011. Nella stessa data sono state emanate altre tre leggi, con lo scopo soprattutto di rafforzare le misure per contrastare frodi e contraffazioni di banconote e monete in euro. Le nuove norme - che danno esecuzione alla Convenzione monetaria fra Vaticano e Unione europea stipulata il 17 dicembre 2009 - non rispondono solo a finalità di carattere tecnico e giuridico, ma anche e soprattutto a quel dovere morale di "trasparenza, onestà e responsabilità" ribadito dalla Caritas in veritate in riferimento all'economia, il cui "uso improprio" - ricorda il motu proprio - costituisce oggi una minaccia alla "pace giusta e duratura in ogni parte del mondo".

Tutte le leggi sono disponibili sul sito http://www.vaticanstate.va/  

LETTERA APOSTOLICA
IN FORMA DI “
MOTU PROPRIO
DI
B
ENEDETTO XVI

PER LA PREVENZIONE ED IL CONTRASTO
DELLE ATTIVITÁ ILLEGALI
IN CAMPO FINANZIARIO E MONETARIO


La Sede Apostolica ha sempre levato la sua voce per esortare tutti gli uomini di buona volontà, e soprattutto i responsabili delle Nazioni, all’impegno nell’edificazione, anche attraverso una pace giusta e duratura in ogni parte del mondo, della universale città di Dio verso cui avanza la storia della comunità dei popoli e delle Nazioni [Benedetto XVI, Lett. enc. Caritas in veritate (29 giugno 2009), 7: AAS 101 /2009), 645]. La pace purtroppo, ai nostri tempi, in una società sempre più globalizzata, è minacciata da diverse cause, fra le quali quella di un uso improprio del mercato e dell’economia e quella, terribile e distruttrice, della violenza che il terrorismo perpetra, causando morte, sofferenze, odio e instabilità sociale.

Molto opportunamente la comunità internazionale si sta sempre più dotando di principi e strumenti giuridici che permettano di prevenire e contrastare il fenomeno del riciclaggio e del finanziamento del terrorismo.

La Santa Sede approva questo impegno ed intende far proprie queste regole nell’utilizzo delle risorse materiali che servono allo svolgimento della propria missione e dei compiti dello Stato della Città del Vaticano.

In tale quadro, anche in esecuzione della Convenzione Monetaria fra lo Stato della Città del Vaticano e l’Unione Europea del 17 dicembre 2009, ho approvato per lo Stato medesimo l’emanazione della Legge concernente la prevenzione ed il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo del 30 dicembre 2010, che viene oggi promulgata.

Con la presente Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio:

a) stabilisco che la suddetta Legge dello Stato della Città del Vaticano e le sue future modificazioni abbiano vigenza anche per i Dicasteri della Curia Romana e per tutti gli Organismi ed Enti dipendenti dalla Santa Sede ove essi svolgano le attività di cui all’art. 2 della medesima Legge;

b) costituisco l’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF) indicata nell’articolo 33 della Legge concernente la prevenzione ed il contrasto del riciclaggio dei proventi di attività criminose e del finanziamento del terrorismo, quale Istituzione collegata alla Santa Sede, a norma degli articoli 186 e 190 -191 della Costituzione Apostolica “Pastor Bonus”, conferendo ad essa la personalità giuridica canonica pubblica e la personalità civile vaticana ed approvandone lo Statuto, che è unito al presente Motu Proprio;

c) stabilisco che l’Autorità di Informazione Finanziaria (AIF) eserciti i suoi compiti nei confronti dei Dicasteri della Curia Romana e di tutti gli Organismi ed Enti di cui alla lettera a);

d) delego, limitatamente alle ipotesi delittuose di cui alla suddetta Legge, i competenti Organi giudiziari dello Stato della Città del Vaticano ad esercitare la giurisdizione penale nei confronti dei Dicasteri della Curia Romana e di tutti gli Organismi ed Enti di cui alla lettera a).

Dispongo che quanto stabilito abbia pieno e stabile valore a partire dalla data odierna, nonostante qualsiasi disposizione contraria, pur meritevole di speciale menzione.

La presente Lettera Apostolica in forma di Motu Proprio stabilisco che sia pubblicata in Acta Apostolicae Sedis.

Dato a Roma, dal Palazzo Apostolico, il 30 dicembre dell’anno 2010, sesto del Pontificato.

BENEDICTUS PP. XVI

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana


Maria SS. Madre di Dio (s) In Octava Nativitatis Dómini - 1 Gennaio


MISSALE ROMANUM
Sabato, 1 Gennaio 2011






VANGELO
Dal Vangelo secondo Luca Lc 2, 16-21

In quel tempo, [i pastori] andarono, senza indugio, e trovarono Maria e Giuseppe e il bambino, adagiato nella mangiatoia. E dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro.
Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori. Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore.
I pastori se ne tornarono, glorificando e lodando Dio per tutto quello che avevano udito e visto, com’era stato detto loro.
Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel grembo




EVANGÉLIUM
Sequéntia S. Evangélii secundum Lucam, 2, 21

In illo témpore: Postquam consummáti sunt dies octo, ut circumciderétur puer: vocátum est nomen eius Iesus, quod vocátum est ab Ángelo priúsquam in útero conciperétur.

In quel tempo: quando furon passati gli otto giorni prescritti per la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato chiamato dall'angelo prima di essere concepito nel grembo della madre.

Il Verbo ha assunto da Maria la natura umana

Dalle «Lettere» di sant'Atanasio, vescovo (Ad Epitetto 5-9; PG 26,1058. 1062-1066)


Il Verbo di Dio, come dice l'Apostolo, «della stirpe di Abramo si prende cura. Perciò doveva rendersi in tutto simile ai fratelli» (Eb 2, 16. 17) e prendere un corpo simile al nostro. Per questo Maria ebbe la sua esistenza nel mondo, perché da lei Cristo prendesse questo corpo e lo offrisse, in quanto suo, per noi.
Perciò la Scrittura quando parla della nascita del Cristo dice: «Lo avvolse in fasce» (Lc 2, 7). Per questo fu detto beato il seno da cui prese il latte. Quando la madre diede alla luce il Salvatore, egli fu offerto in sacrificio.
Gabriele aveva dato l'annunzio a Maria con cautela e delicatezza. Però non le disse semplicemente colui che nascerà in te, perché non si pensasse a un corpo estraneo a lei, ma; da te (cfr. Lc 1, 35), perché si sapesse che colui che ella dava al mondo aveva origine proprio da lei.
Il Verbo, assunto in sé ciò che era nostro, lo offrì in sacrificio e lo distrusse con la morte. Poi rivestì noi della sua condizione, secondo quanto dice l'Apostolo: Bisogna che questo corpo corruttibile si vesta di incorruttibilità e che questo corpo mortale si vesta di immortalità (cfr. 1 Cor 15, 53).
Tuttavia ciò non è certo un mito, come alcuni vanno dicendo. Lungi da noi un tale pensiero. Il nostro Salvatore fu veramente uomo e da ciò venne la salvezza di tutta l'umanità. In nessuna maniera la nostra salvezza si può dire fittizia. Egli salvò tutto l'uomo, corpo e anima. La salvezza si è realizzata nello stesso Verbo.
Veramente umana era la natura che nacque da Maria, secondo le Scritture, e reale, cioè umano, era il corpo del Signore; vero, perché del tutto
identico al nostro; infatti Maria è nostra è sorella poiché tutti abbiamo origine in Adamo.
Ciò che leggiamo in Giovanni «il Verbo si fece carne» (Gv 1, 14), ha dunque questo significato, poiché si interpreta come altre parole simili.
Sta scritto infatti in Paolo: Cristo per noi divenne lui stesso maledizione (cfr. Gal 3, 13). L'uomo in questa intima unione del Verbo ricevette una ricchezza enorme: dalla condizione di mortalità divenne immortale; mentre era legato alla vita fisica, divenne partecipe dello Spirito; anche se fatto di terra, è entrato nel regno del cielo.
Benché il Verbo abbia preso un corpo mortale da Maria, la Trinità è rimasta in se stessa qual era, senza sorta di aggiunte o sottrazioni. E' rimasta
assoluta perfezione: Trinità e unica divinità. E così nella Chiesa si proclama un solo Dio nel Padre e nel Verbo
.


giovedì 30 dicembre 2010

Celebrazioni Liturgiche presiedute dal Santo Padre, Venerdì 31 dic 2010 e Sabato 1° gennaio 2011


Venerdì 31 dicembre 2010
SOLENNITÀ DI MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO

Basilica Vaticana, ore 18

Libretto della Celebrazione
 

Il Santo Padre Benedetto XVI presiederà i Primi Vespri della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio a cui faranno seguito l’esposizione del Santissimo Sacramento, il canto del tradizionale inno “Te Deum”, a conclusione dell’anno civile, e la benedizione eucaristica.

* * *

Sabato 1° gennaio 2011
SOLENNITÀ DI MARIA SANTISSIMA MADRE DI DIO
GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

Cappella Papale
Basilica Vaticana, ore 10

Omelia del Santo Padre Benedetto XVI

Libretto della Celebrazione

Il Santo Padre Benedetto XVI presiederà la Celebrazione della Solennità di Maria Santissima Madre di Dio nell’ottava di Natale in occasione della XLIV Giornata Mondiale della Pace sul tema: «Libertà religiosa, via per la pace» e per il XXXVI Congresso Internazionale dei Pueri Cantores.


Messaggio per la XLIV Giornata Mondiale della Pace 2011
Libertà religiosa, via per la pace


[
Arabo, Francese, Inglese, Italiano, Polacco, Portoghese, Russo, Spagnolo, Tedesco]



Noi ti lodiamo, Dio *
ti proclamiamo Signore.
O eterno Padre, *
tutta la terra ti adora.

A te cantano gli angeli *
e tutte le potenze dei cieli:
Santo, Santo, Santo *
il Signore Dio dell'universo.

I cieli e la terra *
sono pieni della tua gloria.
Ti acclama il coro degli apostoli *
e la candida schiera dei martiri;

le voci dei profeti si uniscono nella tua lode; *
la santa Chiesa proclama la tua gloria,
adora il tuo unico figlio, *
e lo Spirito Santo Paraclito.

O Cristo, re della gloria, *
eterno Figlio del Padre,
tu nascesti dalla Vergine Madre *
per la salvezza dell'uomo.

Vincitore della morte, *
hai aperto ai credenti il regno dei cieli.
Tu siedi alla destra di Dio, nella gloria del Padre. *
Verrai a giudicare il mondo alla fine dei tempi.

Soccorri i tuoi figli, Signore, *
che hai redento col tuo sangue prezioso.
Accoglici nella tua gloria *
nell'assemblea dei santi.

Salva il tuo popolo, Signore, *
guida e proteggi i tuoi figli.
Ogni giorno ti benediciamo, *
lodiamo il tuo nome per sempre.

Degnati oggi, Signore, *
di custodirci senza peccato.
Sia sempre con noi la tua misericordia: *
in te abbiamo sperato.

Pietà di noi, Signore, *
pietà di noi.
Tu sei la nostra speranza, *
non saremo confusi in eterno.


Te Deum laudámus: * te Dóminum confitémur.
Te ætérnum Patrem, * omnis terra venerátur.
Tibi omnes ángeli, *
tibi cæli et univérsæ potestátes:
tibi chérubim et séraphim *
incessábili voce proclamant:

Sanctus, * Sanctus, * Sanctus *
Dóminus Deus Sábaoth.
Pleni sunt cæli et terra * maiestátis glóriæ tuae.
Te gloriósus * Apostolórum chorus,
te prophetárum * laudábilis númerus,
te mártyrum candidátus * laudat exércitus.
Te per orbem terrárum *
sancta confitétur Ecclésia,
Patrem * imménsæ maiestátis;
venerándum tuum verum * et únicum Fílium;
Sanctum quoque * Paráclitum Spíritum.

Tu rex glóriæ, * Christe.
Tu Patris * sempitérnus es Filius.
Tu, ad liberándum susceptúrus hóminem, *
non horruísti Virginis úterum.
Tu, devícto mortis acúleo, *
aperuísti credéntibus regna cælórum.
Tu ad déxteram Dei sedes, * in glória Patris.
Iudex créderis * esse ventúrus.
Te ergo, quæsumus, tuis fámulis súbveni, *
quos pretióso sánguine redemísti.
ætérna fac cum sanctis tuis * in glória numerári.

Salvum fac pópulum tuum, Dómine, *
et bénedic hereditáti tuæ.
Et rege eos, * et extólle illos usque in ætérnum.
Per síngulos dies * benedícimus te;
et laudámus nomen tuum in sæculum, *
et in sæculum sæculi.
Dignáre, Dómine, die isto *
sine peccáto nos custodíre.
Miserére nostri, Dómine, * miserére nostri.
Fiat misericórdia tua, Dómine, super nos, *
quemádmodum sperávimus in te.
In te, Dómine, sperávi: *
non confúndar in ætérnum.



mercoledì 29 dicembre 2010

Il rientro di Ranjith !!!



Il papa distribuisce
i nuovi cardinali nella sua squadra di Curia


Sono uscite oggi le nomine dei cardinali annoverati da Papa Benedetto come membri dei vari dicasteri vaticani. Trovate l'elenco completo a questo link della Sala Stampa.

Vi segnalo solo l'infornata di membri, ben noti per le loro posizioni, nella Congregazione per il Culto Divino:
Il Santo Padre ha annoverato tra i Membri dei Dicasteri della Curia Romana i seguenti Eminentissimi Signori Cardinali, creati e pubblicati nel Concistoro del 20 novembre 2010...
3) nella Congregazione per il Culto Divino e la Disciplina dei Sacramenti gli Eminentissimi Signori Cardinali: Kazimierz Nycz, Arcivescovo di Warszawa; Albert Malcolm Ranjith Patabendige Don, Arcivescovo di Colombo; Angelo Amato, Prefetto della Congregazione delle Cause dei Santi; Raymond Leo Burke, Prefetto del Supremo Tribunale della Segnatura Apostolica; Mauro Piacenza, Prefetto della Congregazione per il Clero; Velasio De Paolis, Presidente della Prefettura degli Affari Economici della Santa Sede.

Mi pare che il Papa, stavolta, sia stato mooooooolto chiaro sul messaggio che sta lanciando a proposito di liturgia, proprio attraverso la scelta di questi membri della Congregazione. Non vi pare?

Il rientro di Ranjith in uffici a lui ben noti e lasciati inopinatamente anni addietro; l'ingresso del "cappamagnate" Burke, e del suo collega canonista De Paolis - che recentemente è stato udito invocare il ritorno del "diritto divino e canonico" a regnare tra gli ecclesiastici per attenuare l’attuale confusione generalizzata (vedi qui); l'arrivo del Card. Piacenza, che tanto insiste sull'identità e la santità del Clero e di Amato (ortodossissimo prefetto dei Santi), farà glissare sul nome dell'arcivescovo polacco, il quale non risulta eccellere nei riti sacri...

Testo preso da: http://www.cantualeantonianum.com/#ixzz19Xg3ZXou


CATECHESI DEL SANTO PADRE ALL'UDIENZA GENERALE - 29 dicembre 2010


BENEDETTO XVI

UDIENZA GENERALE

Aula Paolo VI
Mercoledì, 29 dicembre 2010

[Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]

Santa Caterina da Bologna

Cari fratelli e sorelle,

in una recente catechesi ho parlato di santa Caterina da Siena. Oggi vorrei presentarvi un’altra Santa, meno conosciuta, che porta lo stesso nome: santa Caterina da Bologna, donna di vasta cultura, ma molto umile; dedita alla preghiera, ma sempre pronta a servire; generosa nel sacrificio, ma colma di gioia nell’accogliere con Cristo la croce.

Nasce a Bologna l'8 settembre 1413, primogenita di Benvenuta Mammolini e di Giovanni de’ Vigri, patrizio ferrarese ricco e colto, Dottore in Legge e pubblico Lettore a Padova, dove svolgeva attività diplomatica per Niccolò III d'Este, marchese di Ferrara. Le notizie sull’infanzia e la fanciullezza di Caterina sono scarse e non tutte sicure. Da bambina vive a Bologna, nella casa dei nonni; qui viene educata dai parenti, soprattutto dalla mamma, donna di grande fede. Si trasferisce con lei a Ferrara quando aveva circa dieci anni ed entra alla corte di Niccolò III d’Este come damigella d’onore di Margherita, figlia naturale di Niccolò. Il marchese sta trasformando Ferrara in una splendida città, chiamando artisti e letterati di vari Paesi. Promuove la cultura e, benché conduca una vita privata non esemplare, cura molto il bene spirituale, la condotta morale e l’educazione dei sudditi.

A Ferrara Caterina non risente degli aspetti negativi, che comportava spesso la vita di corte; gode dell'amicizia di Margherita e ne diventa la confidente; arricchisce la sua cultura: studia musica, pittura, danza; impara a poetare, a scrivere composizioni letterarie, a suonare la viola; diventa esperta nell’arte della miniatura e della copiatura; perfeziona lo studio del latino. Nella vita monastica futura valorizzerà molto il patrimonio culturale e artistico acquisito in questi anni. Apprende con facilità, con passione e con tenacia; mostra grande prudenza, singolare modestia, grazia e gentilezza nel comportamento. Una nota, comunque, la contraddistingue in modo assolutamente chiaro: il suo spirito costantemente rivolto alle cose del Cielo. Nel 1427, a soli quattordici anni, anche in seguito ad alcuni eventi familiari, Caterina decide di lasciare la corte, per unirsi a un gruppo di giovani donne provenienti da famiglie gentilizie che facevano vita comune, consacrandosi a Dio. La madre, con fede, acconsente, benché avesse altri progetti su di lei.

Non conosciamo il cammino spirituale di Caterina prima di questa scelta. Parlando in terza persona, ella afferma che è entrata al servizio di Dio “illuminata dalla grazia divina […] con retta coscienza e grande fervore”, sollecita notte e giorno alla santa orazione, impegnandosi a conquistare tutte le virtù che vedeva in altri, “non per invidia, ma per piacere di più a Dio in cui aveva posto tutto il suo amore” (Le sette armi spirituali, VII, 8, Bologna 1998, p. 12). Notevoli sono i suoi progressi spirituali in questa nuova fase della vita, ma grandi e terribili sono pure le prove, le sofferenze interiori, soprattutto le tentazioni del demonio. Attraversa una profonda crisi spirituale fino alle soglie della disperazione (cfr ibid., VII, p. 12-29). Vive nella notte dello spirito, percossa pure dalla tentazione dell’incredulità verso l’Eucaristia. Dopo tanto patire, il Signore la consola: in una visione le dona la chiara conoscenza della presenza reale eucaristica, una conoscenza così luminosa che Caterina non riesce ad esprimere con le parole (cfr ibid., VIII, 2, p. 42-46). Nello stesso periodo una prova dolorosa si abbatte sulla comunità: sorgono tensioni tra chi vuole seguire la spiritualità agostiniana e chi è più orientata verso la spiritualità francescana.

Tra il 1429 e il 1430 la responsabile del gruppo, Lucia Mascheroni, decide di fondare un monastero agostiniano. Caterina, invece, con altre, sceglie di legarsi alla regola di santa Chiara d’Assisi. E’ un dono della Provvidenza, perché la comunità abita nei pressi della chiesa di Santo Spirito annessa al convento dei Frati Minori che hanno aderito al movimento dell'Osservanza. Caterina e le compagne possono così partecipare regolarmente alle celebrazioni liturgiche e ricevere un’adeguata assistenza spirituale. Hanno pure la gioia di ascoltare la predicazione di san Bernardino da Siena (cfr ibid., VII, 62, p. 26). Caterina narra che, nel 1429 - terzo anno dalla sua conversione - va a confessarsi da uno dei Frati Minori da lei stimati, compie una buona Confessione e prega intensamente il Signore di donarle il perdono di tutti i peccati e della pena ad essi connessa. Dio le rivela in visione di averle perdonato tutto. È un’esperienza molto forte della misericordia divina, che la segna per sempre, dandole nuovo slancio nel rispondere con generosità all’immenso amore di Dio (cfr ibid., IX, 2, p. 46-48).


Nel 1431 ha una visione del giudizio finale. La terrificante scena dei dannati la spinge a intensificare preghiere e penitenze per la salvezza dei peccatori. Il demonio continua ad assalirla ed ella si affida in modo sempre più totale al Signore e alla Vergine Maria (cfr. ibid., X, 3, p. 53-54). Negli scritti, Caterina ci lascia alcune note essenziali di questo misterioso combattimento, da cui esce vittoriosa con la grazia di Dio. Lo fa per istruire le sue consorelle e coloro che intendono incamminarsi nella via della perfezione: vuole mettere in guardia dalle tentazioni del demonio, che si nasconde spesso sotto sembianze ingannatrici, per poi insinuare dubbi di fede, incertezze vocazionali, sensualità.

Nel trattato autobiografico e didascalico, Le sette armi spirituali, Caterina offre, al riguardo, insegnamenti di grande saggezza e di profondo discernimento. Parla in terza persona nel riportare le grazie straordinarie che il Signore le dona e in prima persona nel confessare i propri peccati. Dal suo scritto traspare la purezza della sua fede in Dio, la profonda umiltà, la semplicità di cuore, l’ardore missionario, la passione per la salvezza delle anime. Individua sette armi nella lotta contro il male, contro il diavolo: 1. avere cura e sollecitudine nell'operare sempre il bene; 2. credere che da soli non potremo mai fare qualcosa di veramente buono; 3. confidare in Dio e, per amore suo, non temere mai la battaglia contro il male, sia nel mondo, sia in noi stessi; 4. meditare spesso gli eventi e le parole della vita di Gesù, soprattutto la sua passione e morte; 5. ricordarsi che dobbiamo morire; 6. avere fissa nella mente la memoria dei beni del Paradiso; 7. avere familiarità con la Santa Scrittura, portandola sempre nel cuore perché orienti tutti i pensieri e tutte le azioni.
Un bel programma di vita spirituale, anche oggi, per ognuno di noi!

In convento, Caterina, nonostante fosse abituata alla corte ferrarese, svolge mansioni di lavandaia, cucitrice, fornaia, ed è addetta alla cura degli animali. Compie tutto, anche i servizi più umili, con amore e con pronta obbedienza, offrendo alle consorelle una testimonianza luminosa. Ella vede, infatti, nella disobbedienza quell’orgoglio spirituale che distrugge ogni altra virtù. Per obbedienza accetta l’ufficio di maestra delle novizie, nonostante si ritenga incapace di svolgere l’incarico, e Dio continua ad animarla con la sua presenza e i suoi doni: è, infatti, una maestra saggia e apprezzata.

In seguito le viene affidato il servizio del parlatorio. Le costa molto interrompere spesso la preghiera per rispondere alle persone che si presentano alla grata del monastero, ma anche questa volta il Signore non manca di visitarla ed esserle vicino. Con lei il monastero è sempre più un luogo di preghiera, di offerta, di silenzio, di fatica e di gioia. Alla morte dell'abbadessa, i superiori pensano subito a lei, ma Caterina li spinge a rivolgersi alle Clarisse di Mantova, più istruite nelle costituzioni e nelle osservanze religiose. Pochi anni dopo, però, nel 1456, al suo monastero è richiesto di creare una nuova fondazione a Bologna. Caterina preferirebbe terminare i suoi giorni a Ferrara, ma il Signore le appare e la esorta a compiere la volontà di Dio andando a Bologna come abbadessa. Si prepara al nuovo impegno con digiuni, discipline e penitenze. Si reca a Bologna con diciotto consorelle. Da superiora è la prima nella preghiera e nel servizio; vive in profonda umiltà e povertà. Allo scadere del triennio di abbadessa è felice di essere sostituita, ma dopo un anno deve riprendere le sue funzioni, perché la nuova eletta è diventata cieca. Sebbene sofferente e con gravi infermità che la tormentano, svolge il suo servizio con generosità e dedizione.


Ancora per un anno esorta le consorelle alla vita evangelica, alla pazienza e alla costanza nelle prove, all’amore fraterno, all'unione con lo Sposo divino, Gesù, per preparare, così, la propria dote per le nozze eterne.  Una dote che Caterina vede nel saper condividere le sofferenze di Cristo, affrontando, con serenità, disagi, angustie, disprezzo, incomprensione (cfr Le sette armi spirituali, X, 20, p. 57-58). All’inizio del 1463 le infermità si aggravano; riunisce le consorelle un’ultima volta nel Capitolo, per annunciare loro la sua morte e raccomandare l'osservanza della regola. Verso la fine di febbraio è colta da forti sofferenze che non la lasceranno più, ma è lei a confortare le consorelle nel dolore, assicurandole del suo aiuto anche dal Cielo. Dopo aver ricevuto gli ultimi Sacramenti, consegna al confessore lo scritto Le sette armi spirituali ed entra in agonia; il suo viso si fa bello e luminoso; guarda ancora con amore quante la circondano e spira dolcemente, pronunciando tre volte il nome di Gesù: è il 9 marzo 1463 (cfr I. Bembo, Specchio di illuminazione. Vita di S. Caterina a Bologna, Firenze 2001, cap. III). Caterina sarà canonizzata dal Papa Clemente XI il 22 maggio 1712. La città di Bologna, nella cappella del monastero del Corpus Domini, custodisce il suo corpo incorrotto.

Cari amici, santa Caterina da Bologna, con le sue parole e con la sua vita, è un forte invito a lasciarci guidare sempre da Dio, a compiere quotidianamente la sua volontà, anche se spesso non corrisponde ai nostri progetti, a confidare nella sua Provvidenza che mai ci lascia soli. In questa prospettiva, santa Caterina parla con noi; dalla distanza di tanti secoli, è, tuttavia, molto moderna e parla alla nostra vita. Come noi soffre la tentazione, soffre le tentazioni dell'incredulità, della sensualità, di un combattimento difficile, spirituale. Si sente abbandonata da Dio, si trova nel buio della fede. Ma in tutte queste situazioni tiene sempre la mano del Signore, non Lo lascia, non Lo abbandona. E camminando con la mano nella mano del Signore, va sulla via giusta e trova la via della luce. Così, dice anche a noi: coraggio, anche nella notte della fede, anche in tanti dubbi che ci possono essere, non lasciare la mano del Signore, cammina con la tua mano nella sua mano, credi nella bontà di Dio; così è andare sulla via giusta! E vorrei sottolineare un altro aspetto, quello della sua grande umiltà: è una persona che non vuole essere qualcuno o qualcosa; non vuole apparire; non vuole governare. Vuole servire, fare la volontà di Dio, essere al servizio degli altri. E proprio per questo Caterina era credibile nell’autorità, perché si poteva vedere che per lei l'autorità era esattamente servire gli altri. Chiediamo a Dio, per l’intercessione della nostra Santa il dono di realizzare il progetto che Egli ha su di noi, con coraggio e generosità, perché solo Lui sia la salda roccia su cui si edifica la nostra vita. Grazie.


Saluti:

Je salue cordialement les pèlerins de langue française, particulièrement ceux venus d’Étampes et du Chesnay. Comme Sainte Catherine de Bologne, cherchez vous aussi à réaliser avec courage et générosité le projet que Dieu a sur vous, parce que lui seul est le rocher inébranlable sur lequel édifier votre vie. Bonne année nouvelle à tous!

I greet the seminarians of the American College of Louvain and I offer prayerful good wishes for your studies. May this pilgrimage to Rome be a source of spiritual enrichment as you prepare for priestly ministry in the United States. I thank the choirs for their praise of God in song. Upon all the English-speaking visitors present at today’s Audience I cordially invoke the joy and peace of Christ our newborn Saviour.

Mit Freude grüße ich die deutschsprachigen Pilger und Besucher, ganz besonders die Seminaristen des Collegium Orientale aus Eichstätt, und ich danke für den Gesang, den wir eben hören durften. Das Leben der heiligen Katharina von Bologna zeigt uns, daß Gott den Menschen auch in Schwierigkeiten nie allein läßt und daß er ihn in seinem Heilswillen zum Guten führt, daß er freilich von uns auch das Mitkämpfen erwartet, das Festhalten und die Treue zu ihm in den Schwierigkeiten. Euch und euren Familien wünsche ich ein gesegnetes neues Jahr.

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española, en particular a los fieles de la Parroquia de Nuestra Señora de Guadalupe, de Valdivia, a los miembros de la Escolanía de Loyola, de Pamplona, y a los demás grupos procedentes de España, Méjico, Argentina y otros países latinoamericanos. Que, a ejemplo de Santa Catalina de Bolonia, os dejéis guiar siempre por Dios, confiando en su bondad, que nunca nos abandona. Deseo a todos un Año lleno de las bendiciones del Señor. Muchas gracias.

Amados peregrinos de língua portuguesa, que viestes junto do túmulo de São Pedro renovar a vossa profissão de fé: a minha saudação de boas vindas para todos vós, em particular para o grupo de Escuteiros de Penedono, desejando-vos abundantes dons de graça e paz do Deus Menino, que imploro para vós e vossas famílias com a minha Bênção Apostólica.

Saluto in lingua polacca:

Serdecznie pozdrawiam Polaków. Siostry i Bracia! Oktawa Bożego Narodzenia i kończący się rok zachęcają nas do refleksji nad tajemnicą narodzin Chrystusa i zbawienia człowieka. Niech Jezus, Zbawiciel świata znajdzie godne miejsce w naszych sercach, niech je napełni miłością, dobrem i pokojem. Życzę wszystkim radości świętowania i z serca błogosławię wam tu obecnym i waszym bliskim.

Traduzione italiana:

Saluto cordialmente i Polacchi. Sorelle e fratelli! L’ottava di Natale e l’anno che volge al termine ci esortano alla riflessione sul mistero della nascita di Cristo e sulla salvezza dell’uomo. Gesù, Salvatore del mondo trovi sempre un posto degno nei nostri cuori e li colmi d’amore, di bene e di pace. A tutti auguro la gioia delle feste e di cuore benedico voi qui presenti e i vostri cari.

Saluto in lingua croata:

Upućujem srdačan pozdrav svim hrvatskim hodočasnicima, a osobito mladim košarkašima iz Zagreba! Dragi prijatelji, neka svjetlo Božićnoga otajstva uvijek prosvjetljuje vaš život, a Božji blagoslov uđe u vaše obitelji. Hvaljen Isus i Marija!

Traduzione italiana:

Rivolgo un cordiale saluto a tutti i pellegrini Croati, in modo particolare ai giovani cestiti di Zagreb. Cari amici, la luce del mistero di Natale illumini sempre la vostra vita, e la benedizione di Dio entri nelle vostre famiglie. Siano lodati Gesù e Maria!

* * *

Rivolgo il mio cordiale saluto alla comunità dei Legionari di Cristo, come pure ai numerosi membri del movimento “Regnum Christi”, venuti da diversi Paesi. Saluto le Missionarie Secolari Scalabriniane, che festeggiano i 50 anni del loro Istituto, nato dal carisma del beato vescovo Giovanni Battista Scalabrini per seminare il Vangelo tra i migranti. Tra i pellegrini di lingua italiana, saluto in particolare i giovani della Prelatura di Pompei, le Ancelle del Sacro Cuore di Gesù e i vari gruppi parrocchiali. Grazie per la vostra cordialità!

Saluto infine i giovani, i malati e gli sposi novelli. A voi, cari giovani, auguro di camminare sempre nella via dell’umiltà, che il Figlio di Dio ha scelto per Sé venendo nel mondo. Voi, malati, possiate sentire il conforto della sua presenza, specialmente nei momenti più difficili. E voi, cari sposi novelli, siate sempre guidati dall’esempio della santa Famiglia e sostenuti dalla sua intercessione. Auguri a tutti!

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martedì 28 dicembre 2010

Il cardinale Jean-Louis Tauran sugli attentati di Natale


Il cardinale Jean-Louis Tauran sugli attentati di Natale

La persecuzione non ferma
la testimonianza cristiana

di Mario Ponzi

"Nessuno riuscirà a sradicare la presenza dei cristiani dal Medio Oriente. Fanno parte della storia della Chiesa in quelle terre. Sono storia essi stessi. Ma hanno bisogno della nostra solidarietà". Per il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, è una certezza: nonostante il Natale di sangue causato da violenze e persecuzioni, oltreché in Nigeria, in Paesi del medio e lontano oriente, la testimonianza dei cristiani nelle regioni in cui sono radicati da secoli non verrà mai meno. "Si tratta solo di aiutare le diverse comunità religiose a conoscersi di più, a imparare a lavorare insieme per il bene comune. Solo così sarà possibile isolare i fondamentalisti e sconfiggere la violenza". La condizione dei cristiani in questa vasta area del mondo è stata certamente la fonte di maggiore preoccupazione per il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso in questo anno che sta per concludersi. Non a caso il cardinale Tauran ha compiuto ben dieci viaggi in Paesi a maggioranza islamica o comunque paesi nei quali la presenza islamica è significativa e richiede un'attenzione specifica per trovare i modi per sviluppare il dialogo tra le diverse religioni. Ne parla in questa intervista al nostro giornale.

Cosa dire davanti a episodi così drammatici come i sanguinosi attentati di questi giorni contro i cristiani, seguiti alla strage nella cattedrale di Baghdad in ottobre?

Si tratta certamente di episodi molto gravi che fanno capire quali livelli di crudeltà può assumere il terrorismo. Prima almeno i luoghi sacri venivano rispettati; ora invece diventano bersaglio preferito soprattutto quando accolgono gente che prega. Si tratta, ne sono convinto, di azioni che giungono da ambienti estremisti che non raccolgono in consenso del mondo islamico. Personalmente ho ricevuto tante testimonianze di solidarietà e parole di condanna da tutti i capi religiosi sia dell'Iraq sia di altri paesi. Ma ho ricevuto anche tante sollecitazioni a promuovere nuove e più continue iniziative di dialogo, con l'assicurazione da parte dei maggiori responsabili della comunità islamica, di voler continuare sulla strada del rispetto e del dialogo per isolare sempre più quanti invece tentano di strumentalizzare le differenze ai fini politici o di potere.

Ma allora dov'è il problema?

Il problema è, secondo la mia opinione, nel far penetrare il frutto del grande lavoro che si fa tra capi religiosi sino alla base, e di farlo poi giungere ai vertici dei sistemi legislativi perché si trasformi in leggi a protezione. Non solo: l'attenzione va rivolta al mondo dell'informazione e a quello della formazione. Bisogna promuovere il rispetto e la conoscenza gli uni degli altri. A cominciare dalle scuole, aiutandosi con libri di testo, di storia soprattutto. Su questo bisogna lavorare: far capire l'importanza del sistema educativo per superare certe diffidenze.

Dove ha trovato maggior disponibilità al dialogo?

A livello di responsabili e capi religiosi non c'è mai stata alcuna difficoltà. I nostri interlocutori sono sempre stati professori e esperti dunque tutta gente capace di imbastire un discorso. Poi però resta la difficoltà di trasmettere il messaggio. I cristiani continuano a essere considerati persone con una cittadinanza incompleta. Almeno è quello che essi percepiscono nelle società musulmane nelle quali vivono.

Perché, come denuncia spesso il Papa i cristiani sono i più perseguitati nel mondo?

Forse perché la loro presenza è sempre un interrogativo. Il cristianesimo è associato all'idea della contestazione e il Vangelo a un segno di contraddizione. C'è chi pretende di sopraffare questo cristianesimo con la forza dei pugni, cioè con la violenza. Ma non si ottiene nulla con la forza. Apparteniamo tutti alla stessa umanità. Dunque meglio dialogare, parlare insieme, esporre i nostri principi, confrontarci. Naturalmente ciò non significa cedere al sincretismo. Ognuno deve restare ancorato alla propria tradizione nella continua ricerca della verità.

Libertà di religione significa anche libertà di cambiare, se si è convinti, la propria religione?

Per i cristiani è lecito. Per i musulmani la punizione dell'"apostata" è la pena capitale, anche se non viene sempre applicata.

Si fa ancora oggi confusione tra libertà religiosa e libertà di culto?

C'è ancora molta confusione. In certi paesi islamici non è consentito per esempio esercitare il culto della propria fede. Quindi è negata non solo la possibilità di avere chiese, ma anche quella di avere scuole, giornali, esprimersi liberamente in luoghi pubblici. In altri contesti invece gli stessi capi musulmani mandano i loro figli nelle scuole cristiane e si curano nelle cliniche cattoliche. Dipende dunque molto dall'intelligenza e dall'apertura di chi guida il Paese.

Perché accade?

Credo soprattutto per una mancanza di rispetto effettivo della dignità e dei diritti dell'altro. Già durante il recente Sinodo il problema è stato sollevato. Sul campo è più evidente. Ricordo per esempio proprio quanto detto dai due rappresentanti islamici che hanno partecipato all'assemblea sinodale. Sono rimasti impressionati soprattutto dalla libertà con la quale si esprimevano i vescovi e tutti gli altri padri sinodali. E sono rimasti anche impressionati dalle continue richieste di proseguire nel dialogo con i musulmani.

L'uomo della strada, sia esso musulmano o cristiano, è pronto all'incontro e al dialogo?

Non tutti. E questo è il grande problema. Confido molto in quello che potrà fare la scuola. Il Libano in questo senso resta un esempio. Ho vissuto diversi anni in Libano svolgevo il servizio militare ma facevo l'insegnante. Bene, in quegli anni sino al percorso universitario i giovani - drusi, cristiani, altri musulmani - sedevano tutti tra gli stessi banchi, l'uno accanto all'altro con gli stessi libri che raccontavano la storia di tutti. Lì nasceva il senso della convivenza pacifica. È il suggerimento che continuiamo a diffondere in tutti i contesti con i quali veniamo a contatto: adottare libri storici che parlano delle religioni per farle conoscere.

È soddisfatto di come è andato il 2010 dal punto di vista del dialogo interreligioso?

Sì, in particolare perché è cominciato a passare il messaggio che alla fine il dialogo aiuta anche ad approfondire la propria fede. E questo nel mondo di oggi è molto importante.

Specialmente per i cristiani poiché nel confronto con i musulmani, per quanto riguarda la conoscenza della fede, i cristiani escono sicuramente sconfitti.

Sì, soprattutto in occidente. Molti cristiani ignorano il contenuto della propria fede. Per questo personalmente considero una grazia avere questo Pontefice che insegna, che è un vero maestro nella fede.

Quale valore danno i musulmani alla preghiera?

I musulmani non solo pregano molto, ma pregano anche in pubblico. Ma rispettano anche chi prega. E anche noi abbiamo grandi assemblee che pregano. Ho fatto quest'anno una bella esperienza al meeting di Rimini. L'ospite musulmano che ha seguito con me i lavori è rimasto impressionato dal modo di pregare dei nostri giovani. E allora ho capito bene il valore di quanto mi diceva proprio un giovane di una comunità cristiana in un paese a maggioranza islamica: "È vero siamo una minoranza, ma siamo una minoranza che conta". La nostra parola, la parola del Papa, è sempre attesa. Poi le istituzioni cattoliche che offrono formazione o anche assistenza sanitaria, sono tra le migliori e sicuramente le più ricercate anche da chi non è cattolico, né cristiano.

Lo scorso anno ha viaggiato molto, soprattutto verso l'oriente. Che idea si è fatta sul campo dello stato del dialogo interreligioso?

Mi sono convinto, per esempio, che il dialogo comincia sempre con il contatto con le persone. Non sono infatti le religioni che dialogano tra loro ma i credenti. Uomini e donne concreti che condividono gioie e prove della vita. Viaggio per incontrare i cristiani nelle loro case, e per andare incontro ai non cristiani. Vado per esprimere agli uni la solidarietà della Chiesa universale e agli altri l'amicizia.

Cosa l'ha colpita di più?

Non una, ma tante. Se devo indicarne una su tutte mi soffermerei sulla constatazione che, anche nei paesi in cui i cristiani vivono in situazione di minoranza, o addirittura perseguitati, non è mai stato messo in forse il dialogo.

Su cosa si fonda oggi il dialogo?

Su tre dimensioni precise: innanzitutto la riaffermazione della propria identità spirituale. Significa che il fedele deve prendere coscienza del proprio profilo spirituale, poiché la fede ha un contenuto di cui si deve avere ben coscienza. Poi bisogna essere consapevoli che la persona che abbiamo accanto, con la quale ci dobbiamo confrontare, è comunque un credente, quindi meritevole di rispetto, di comprensione e di libertà di esprimersi. Infine il rispetto della pluralità, consapevoli che Dio è all'opera in ogni uomo. Questa è la nostra "filosofia".

L'assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi ha contribuito a rilanciare il dialogo?

È stato sicuramente l'avvenimento più rilevante di quest'anno. Il Medio Oriente è una terra che vive una situazione difficile e per i cristiani questa situazione si trasforma il più delle volte in dramma, come abbiamo potuto constatare proprio in questi tragici giorni di Natale. Molti fuggono da quella terra, nonostante sia la terra dei loro padri e nonostante siano arrivati prima di tutti gli altri, musulmani compresi. Il Sinodo è stato senza dubbio un modo eccellente per far sentire alle Chiese nel Medio Oriente la vicinanza della Chiesa universale. Una vicinanza spirituale certamente, e anche materiale. Ma è servito soprattutto a far capire ai cristiani che essi hanno un ruolo da interpretare in Medio Oriente. Lì sono stati piantati da Dio e dunque lì devono fiorire.

Cosa ci aspetta nel prossimo anno?

Conto di recarmi in Bangladesh, in India e nella Corea del Sud. C'è da proseguire un dialogo anche con le religioni che sono lontane da noi e non solo geograficamente. Dunque è il momento di riprendere il dialogo anche con loro. E io vado perché mi sono reso conto che è molto importante l'incontro fisico. Ciò vale soprattutto per le comunità cattoliche che si sentono rafforzate. Vedono l'arrivo del cardinale come se ad arrivare, nella loro piccola realtà, fosse la Chiesa universale. Anzi in quei momenti si sentono pienamente parte della Chiesa universale.

E nei paesi a maggioranza musulmana?

Vado ovunque nel mondo vi sia un piccolo gregge e ovunque è la stessa cosa. In Pakistan ho recentemente celebrato una messa nella cattedrale di Islamabad. C'erano oltre duemila cinquecento fedeli. La stessa cosa è capitata a Lahore. Ed è stato importante anche nei confronti delle autorità civili perché hanno costatato che dietro queste piccole comunità c'è realmente la grande Chiesa di Dio. Ecco perché andiamo a visitare questi nostri fratelli. Vogliamo far capire che se soffrono, soffriamo con loro; se gioiscono, gioiamo con loro.

Nel messaggio per la giornata della pace 2011 il Papa si sofferma molto sul valore del dialogo tra le religioni.

Il Papa continua a raccomandare e a promuovere questo dialogo. Lo fa in ogni occasione. Durante i suoi viaggi pastorali l'incontro con i capi religiosi è un momento fisso del programma; nella sua agenda sono periodicamente previste udienze ai responsabili delle diverse religioni; nei discorsi importanti, così come in diversi atti magisteriali, difficilmente manca un richiamo alla necessità del dialogo. Nel messaggio per la prossima giornata della pace è come riassunto questo magistero. La Chiesa annuncia Cristo ma non esclude il dialogo e la ricerca comune della verità in diversi ambiti. Rispetta il modo di vivere e i precetti e le dottrine di tutte le religioni perché, anche se differiscono, riflettono un messaggio di quella verità che illumina gli uomini. Con la stessa determinazione rifiuta ogni violenza e promuove il dialogo.

Eppure nonostante tutti gli appelli la violenza torna sempre a riproporsi puntuale, come per esempio è accaduto proprio in Iraq subito dopo il Sinodo, in Egitto poco dopo e ora nelle festività natalizie.

La storia della Chiesa è segnata dalle persecuzioni. La croce è il nostro emblema, il simbolo della lotta tra il bene e il male, ma soprattutto è il simbolo della vittoria del bene sul male. Il cristianesimo è ed è stato sempre scomodo per quanti pretendono costruirsi una fede su misura. E questo provoca reazioni. Anche violente.

Alla luce di quanto è successo in questi giorni, i cristiani in Medio Oriente resteranno o saranno allontanati per sempre?

Sono sicuro che resteranno. È la storia della Chiesa. Loro sono la storia della Chiesa in Medio Oriente.

(©L'Osservatore Romano - 29 dicembre 2010)


Il mistero dell'Incarnazione secondo Ireneo di Lione


Il mistero dell'Incarnazione secondo Ireneo di Lione

Una logica della somiglianza

di Luigi Padovese

Che salvezza avrebbe potuto sperare l'uomo se il Salvatore non avesse assunto la sua realtà? E che tipo di speranza avrebbe dovuto nutrire questo uomo se Gesù non gli avesse insegnato come sperare? Il Cristo per Ireneo di Lione diviene l'oggetto e il "maestro della speranza". Ne è l'oggetto proprio attraverso la sua carne terrena. Difatti "sulla carne del nostro Signore irrompe la luce del padre, e brillando a partire dalla sua carne, viene su di noi, e così l'uomo giunge all'incorruttibilità". E altrove: "Se non è nato [Cristo], neanche è morto; e se non è morto, neanche è risorto dai morti. E se non è risorto dai morti, neanche ha vinto la morte, e non è stato distrutto il regno di questa; e se non è stata vinta la morte, come ci innalzeremo alla vita noi, sin dall'inizio soggetti alla morte?" Di questa speranza si mostra, poi, il maestro per tutti gli uomini avendo passato le età dell'uomo e quindi fattosi partecipe dell'esperienza d'ognuno. Questa piena condivisione, trova naturalmente delle applicazioni concrete. Nel momento delle tentazioni, ad esempio, non è il Figlio di Dio che vince il demonio, ma il Figlio dell'uomo. "Le sue armi furono, da un lato, la preghiera e la santità di vita, e dall'altro la "parola di Dio" evocata nella sua vera luce per dissipare la frode e docilmente accettata".

Non dovette far ricorso al miracolo: gli bastò essere docile alla parola del Creatore. Il potere del Verbo gli si lasciò sentire, più che per comunione ipostatica con lui, mediante la fede nella Parola di Dio, norma della propria vita in corpo e anima. Per la stessa ragione, anche nella passione è l'uomo Cristo che, proprio in forza della sua umanità ci insegna a lottare e a vincere il demonio. Il carattere "esemplare" dell'agire di Cristo è messo in evidenza da Ireneo nel testo che segue: "Se non ha patito davvero, non gli si deve alcuna gratitudine, non essendoci stata la passione. E quando noi dovremo soffrire veramente, apparirà come un impostore esortandoci a porgere anche l'altra guancia, quando si è percossi, se non ha patito veramente egli inganna anche noi esortandoci a sopportare ciò che lui stesso non ha sopportato; e noi saremo al di sopra del maestro, patendo e sopportando ciò che il maestro non ha patito e non ha sopportato".

Resta comunque vero che se Cristo diviene causa esemplare della nostra speranza, non è soltanto in forza della sua umanità. Pertanto "quanti dicono che egli è stato generato da Giuseppe, scrive Ireneo, e hanno speranza in lui, si escludono dal regno". Il motivo di queste parole è evidente: il Verbo doveva essere uomo per mostrar la bontà della carne da Lui creata e perché il demonio che aveva vinto l'uomo fosse ora sconfitto da un uomo. Al tempo stesso, però, occorreva che fosse Dio a venirci incontro perché "se non fosse stato Lui a donarci la salvezza, non l'avremmo ricevuta stabilmente. E se l'uomo non fosse stato unito a Dio, non avrebbe potuto divenire partecipe della incorruttibilità". Queste considerazioni d'Ireneo approfondiscono quanto s'è affermato prima: la speranza dell'uomo nasce dall'uomo, ma non da uno qualsiasi bensì da chi "per il suo sovrabbondante amore s'è fatto ciò che siamo noi, per fare di noi ciò che è lui stesso".

Alla luce di queste parole va colto il senso profondo dell'Eucaristia che è una delle "economie parziali" nell'unico piano di salvezza. Per capirne il significato, Ireneo rileva il suo legame con l'incarnazione, poiché tanto in quella che in questa è lo stesso evento che si realizza: una unione salvifica con Dio operata tramite la carne di Cristo. "Poiché pieno di Spirito Santo, il Cristo è, nel senso più rigoroso del termine un uomo spirituale, e il sacramento che ci fa partecipare alla sua carne ci dà in potere, sotto apparenze terrestri, una realtà celeste: la sua umanità tutta penetrata dallo Spirito di Dio, divenuta Spirito Vivificante. Essa ci vivifica.

L'uomo non può fare a meno di questo contatto con la carne di Cristo; dev'essere innestato in Lui come l'ulivo selvatico sull'ulivo domestico. Rifiutare questa unione significa condannarsi a essere ulivo secco, infruttuoso. Ciò comporta, infatti, un discostarsi dal modello di uomo perfetto che è Cristo. Da queste considerazioni scaturisce una conseguenza che Ireneo tiene a sottolineare nei testi propriamente eucaristici del Contro le eresie. Se, cioè, l'incontro col Verbo Incarnato dà salvezza, questa abbraccerà tutto l'uomo, non esclusa la carne. Anzi, la salvezza sarà più evidente in quell'elemento dell'uomo che solo è passibile di morte e corruzione: la carne. "Il Verbo, infatti, non è venuto a santificare le menti, ma gli uomini. La sua missione non fu quella d'innalzare le sole anime alla visione del Padre, bensì gli uomini, facendo la loro carne atta alla visione di Dio". Contro l'obiezione gnostica fondata sull'espressione di Paolo "la carne ed il sangue non possono ereditare il regno di Dio (1 Corinzi, 15, 50), Ireneo risponde osservando che da soli effettivamente non lo possono, ma per il fatto che ricevono il corpo di Cristo e il pegno dello Spirito Santo, essi vengono assimilati a Lui. In quanto membra del corpo di Cristo comunicano alle qualità del medesimo, quindi anche alla sua incorruttibilità. Eppure questa comunicazione o assimilazione, ha luogo progressivamente. Non si tratta già di disprezzare la realtà creata, corpo e anima, ma di conformarsi al modello che Cristo ci offre nella sua carne "pneumatica". E questo processo richiede tempo. In fondo l'Eucaristia rientra nel disegno educativo di Dio che, progressivamente, dispone l'uomo a scegliere Dio, a obbedirgli, a conformarsi a Lui. In questo processo di graduale osmosi tra sostanza divina e umana, va accantonato l'equivoco di ritenere l'incorruttibilità come il risultato d'un processo quasi biologico più meno dipendente dall'incarnazione, una specie di divinizzazione "per contatto", quasi che questo bastasse.

Ireneo rimuove questa falsa interpretazione facendo presente che se "i nostri corpi ricevono l'Eucaristia e non sono più corruttibili perché hanno speranza della resurrezione, occorre che siano anche in grado di produrre frutti spirituali.

A questo punto il nostro discorso si volge allo Spirito Santo. Il senso della sua azione nell'uomo è compendiato da Ireneo in queste parole: "Dov'è lo Spirito del Padre, lì è l'uomo vivente: il sangue razionale custodito da Dio per la vendetta e la carne ereditata dallo Spirito, dimentica di sé per aver acquistato la qualità dello Spirito ed essere divenuta conforme al Verbo di Dio". È significativa l'espressione finale "carne conforme al Verbo di Dio". Lo Spirito sarebbe allora presente in noi per conformarci al Verbo di Dio. Questi infatti, quale secondo Adamo, ha realizzato in sé la perfetta somiglianza con Dio che il primo Adamo aveva smarrita. Ma come l'ha realizzata? Se si tiene conto che è lo Spirito l'operatore della "somiglianza", anzi, che Egli stesso è questa "somiglianza" smarrita da Adamo per il peccato, si può dedurre che Cristo lo possedette in pienezza. Dal canto suo l'uomo, conformandosi a Cristo, ripristina il piano originale divenendo pienamente "ad immagine e somiglianza di Dio". Soltanto così torna a essere l'uomo perfetto, perché come Cristo, è costituito di anima, di carne e di Spirito. "Ireneo - afferma G. Joppich - non vede nella nostra unione con lo Spirito Santo il termine dello sviluppo, ma piuttosto l'opera dello Spirito Santo è da intendersi come l'ultima fase del nostro essere trasformati a somiglianza del Lògos".

È per la sua somiglianza che dobbiamo attenderci l'incorruttibilità. Lo Spirito Santo ci dispone a essa; ne è altresì il pegno, il suggello e, in quanto tale, il principio della speranza seminato nel nostro corpo. Argomentando a fortiori, Ireneo dichiara: "Se fin d'ora, avendo ricevuto il pegno dello Spirito, gridiamo: "Abba, Padre", che cosa accadrà quando, risuscitati, lo vedremo faccia a faccia, quando tutte le membra faranno zampillare abbondantemente un inno di esultanza, glorificando colui che li avrà risuscitati dai morti e avrà donato loro la vita eterna? Infatti, se già il pegno abbracciando l'uomo da ogni parte in sé stesso, gli fa dire: "Abba, Padre", che cosa farà la grazia intera dello Spirito, quando sarà data agli uomini da Dio? Ci renderà simili a lui e porterà a compimento la volontà del Padre, perché farà l'uomo a immagine e somiglianza di Dio". Quest'opera di progressiva assimilazione al Figlio, ovvero questa ricomposizione della somiglianza con Dio che si compie per tappe successive, non termina neppure con la morte, ma anzi continua in quel regno messianico che, secondo Ireneo, si pone tra la resurrezione e il giudizio finale. Lo scopo di questo regno è quello di preparare gli uomini, gradualmente, a ricevere l'incorruttibilità che proviene dalla visione di Dio. In esso, dunque, Cristo porterà a compimento il senso dell'incarnazione, quello cioè di adattare gli uomini al Padre perché Egli comunichi a essi la sua incorruttibilità. Essere "incorruttibili" significa allora partecipare alla natura di Dio. Ma tutto ciò è opera di Dio. L'uomo deve soltanto lasciar fare, non sottrarsi. In tal caso egli sarà sempre discepolo e Dio sempre maestro. Per questa ragione, secondo Ireneo, il trinomio fede/speranza/carità, inteso come espressione di dipendenza, non cesserà mai, nemmeno nell'altra vita. Conseguentemente l'incorruttibilità che Ireneo addita come il fine del cammino umano, non va intesa come una partecipazione "statica" alla vita di Dio, quasi che egli ce la conferisca una tantum.

Essa, piuttosto, proprio perché è vita, è partecipazione "dinamica" all'essere divino. Per questa ragione la speranza in Dio non verrà mai meno perché sempre aspetteremo che Egli, attingendo alla pienezza del suo essere, ci stupisca con doni sempre più grandi. "Speriamo - scrive Ireneo - di ricevere e di imparare qualcosa di più da Dio, poiché è buono e ha infinite ricchezze e un regno senza limiti e una sapienza immensa". Stando dunque a quanto s'è venuto dicendo, la speranza, per Ireneo, non sfocia in un "compimento" che la rende inutile. Essa è invece una virtù "dinamica" perché da un lato poggia sul continuo divenire dell'uomo e dall'altro sulla realtà effusiva di Dio che mai cesserà "di distribuire al genere umano in misura sempre maggiore la sua grazia e onorare continuamente con doni sempre più grandi coloro che gli piacciono". La spiritualità d'Ireneo si configura, dunque, come spiritualità attenta all'uomo concreto, alla sua carne. Proprio per questa ragione è una spiritualità ricca di speranza.

(©L'Osservatore Romano - 29 dicembre 2010)