martedì 28 dicembre 2010

Il cardinale Jean-Louis Tauran sugli attentati di Natale


Il cardinale Jean-Louis Tauran sugli attentati di Natale

La persecuzione non ferma
la testimonianza cristiana

di Mario Ponzi

"Nessuno riuscirà a sradicare la presenza dei cristiani dal Medio Oriente. Fanno parte della storia della Chiesa in quelle terre. Sono storia essi stessi. Ma hanno bisogno della nostra solidarietà". Per il cardinale Jean-Louis Tauran, presidente del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, è una certezza: nonostante il Natale di sangue causato da violenze e persecuzioni, oltreché in Nigeria, in Paesi del medio e lontano oriente, la testimonianza dei cristiani nelle regioni in cui sono radicati da secoli non verrà mai meno. "Si tratta solo di aiutare le diverse comunità religiose a conoscersi di più, a imparare a lavorare insieme per il bene comune. Solo così sarà possibile isolare i fondamentalisti e sconfiggere la violenza". La condizione dei cristiani in questa vasta area del mondo è stata certamente la fonte di maggiore preoccupazione per il Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso in questo anno che sta per concludersi. Non a caso il cardinale Tauran ha compiuto ben dieci viaggi in Paesi a maggioranza islamica o comunque paesi nei quali la presenza islamica è significativa e richiede un'attenzione specifica per trovare i modi per sviluppare il dialogo tra le diverse religioni. Ne parla in questa intervista al nostro giornale.

Cosa dire davanti a episodi così drammatici come i sanguinosi attentati di questi giorni contro i cristiani, seguiti alla strage nella cattedrale di Baghdad in ottobre?

Si tratta certamente di episodi molto gravi che fanno capire quali livelli di crudeltà può assumere il terrorismo. Prima almeno i luoghi sacri venivano rispettati; ora invece diventano bersaglio preferito soprattutto quando accolgono gente che prega. Si tratta, ne sono convinto, di azioni che giungono da ambienti estremisti che non raccolgono in consenso del mondo islamico. Personalmente ho ricevuto tante testimonianze di solidarietà e parole di condanna da tutti i capi religiosi sia dell'Iraq sia di altri paesi. Ma ho ricevuto anche tante sollecitazioni a promuovere nuove e più continue iniziative di dialogo, con l'assicurazione da parte dei maggiori responsabili della comunità islamica, di voler continuare sulla strada del rispetto e del dialogo per isolare sempre più quanti invece tentano di strumentalizzare le differenze ai fini politici o di potere.

Ma allora dov'è il problema?

Il problema è, secondo la mia opinione, nel far penetrare il frutto del grande lavoro che si fa tra capi religiosi sino alla base, e di farlo poi giungere ai vertici dei sistemi legislativi perché si trasformi in leggi a protezione. Non solo: l'attenzione va rivolta al mondo dell'informazione e a quello della formazione. Bisogna promuovere il rispetto e la conoscenza gli uni degli altri. A cominciare dalle scuole, aiutandosi con libri di testo, di storia soprattutto. Su questo bisogna lavorare: far capire l'importanza del sistema educativo per superare certe diffidenze.

Dove ha trovato maggior disponibilità al dialogo?

A livello di responsabili e capi religiosi non c'è mai stata alcuna difficoltà. I nostri interlocutori sono sempre stati professori e esperti dunque tutta gente capace di imbastire un discorso. Poi però resta la difficoltà di trasmettere il messaggio. I cristiani continuano a essere considerati persone con una cittadinanza incompleta. Almeno è quello che essi percepiscono nelle società musulmane nelle quali vivono.

Perché, come denuncia spesso il Papa i cristiani sono i più perseguitati nel mondo?

Forse perché la loro presenza è sempre un interrogativo. Il cristianesimo è associato all'idea della contestazione e il Vangelo a un segno di contraddizione. C'è chi pretende di sopraffare questo cristianesimo con la forza dei pugni, cioè con la violenza. Ma non si ottiene nulla con la forza. Apparteniamo tutti alla stessa umanità. Dunque meglio dialogare, parlare insieme, esporre i nostri principi, confrontarci. Naturalmente ciò non significa cedere al sincretismo. Ognuno deve restare ancorato alla propria tradizione nella continua ricerca della verità.

Libertà di religione significa anche libertà di cambiare, se si è convinti, la propria religione?

Per i cristiani è lecito. Per i musulmani la punizione dell'"apostata" è la pena capitale, anche se non viene sempre applicata.

Si fa ancora oggi confusione tra libertà religiosa e libertà di culto?

C'è ancora molta confusione. In certi paesi islamici non è consentito per esempio esercitare il culto della propria fede. Quindi è negata non solo la possibilità di avere chiese, ma anche quella di avere scuole, giornali, esprimersi liberamente in luoghi pubblici. In altri contesti invece gli stessi capi musulmani mandano i loro figli nelle scuole cristiane e si curano nelle cliniche cattoliche. Dipende dunque molto dall'intelligenza e dall'apertura di chi guida il Paese.

Perché accade?

Credo soprattutto per una mancanza di rispetto effettivo della dignità e dei diritti dell'altro. Già durante il recente Sinodo il problema è stato sollevato. Sul campo è più evidente. Ricordo per esempio proprio quanto detto dai due rappresentanti islamici che hanno partecipato all'assemblea sinodale. Sono rimasti impressionati soprattutto dalla libertà con la quale si esprimevano i vescovi e tutti gli altri padri sinodali. E sono rimasti anche impressionati dalle continue richieste di proseguire nel dialogo con i musulmani.

L'uomo della strada, sia esso musulmano o cristiano, è pronto all'incontro e al dialogo?

Non tutti. E questo è il grande problema. Confido molto in quello che potrà fare la scuola. Il Libano in questo senso resta un esempio. Ho vissuto diversi anni in Libano svolgevo il servizio militare ma facevo l'insegnante. Bene, in quegli anni sino al percorso universitario i giovani - drusi, cristiani, altri musulmani - sedevano tutti tra gli stessi banchi, l'uno accanto all'altro con gli stessi libri che raccontavano la storia di tutti. Lì nasceva il senso della convivenza pacifica. È il suggerimento che continuiamo a diffondere in tutti i contesti con i quali veniamo a contatto: adottare libri storici che parlano delle religioni per farle conoscere.

È soddisfatto di come è andato il 2010 dal punto di vista del dialogo interreligioso?

Sì, in particolare perché è cominciato a passare il messaggio che alla fine il dialogo aiuta anche ad approfondire la propria fede. E questo nel mondo di oggi è molto importante.

Specialmente per i cristiani poiché nel confronto con i musulmani, per quanto riguarda la conoscenza della fede, i cristiani escono sicuramente sconfitti.

Sì, soprattutto in occidente. Molti cristiani ignorano il contenuto della propria fede. Per questo personalmente considero una grazia avere questo Pontefice che insegna, che è un vero maestro nella fede.

Quale valore danno i musulmani alla preghiera?

I musulmani non solo pregano molto, ma pregano anche in pubblico. Ma rispettano anche chi prega. E anche noi abbiamo grandi assemblee che pregano. Ho fatto quest'anno una bella esperienza al meeting di Rimini. L'ospite musulmano che ha seguito con me i lavori è rimasto impressionato dal modo di pregare dei nostri giovani. E allora ho capito bene il valore di quanto mi diceva proprio un giovane di una comunità cristiana in un paese a maggioranza islamica: "È vero siamo una minoranza, ma siamo una minoranza che conta". La nostra parola, la parola del Papa, è sempre attesa. Poi le istituzioni cattoliche che offrono formazione o anche assistenza sanitaria, sono tra le migliori e sicuramente le più ricercate anche da chi non è cattolico, né cristiano.

Lo scorso anno ha viaggiato molto, soprattutto verso l'oriente. Che idea si è fatta sul campo dello stato del dialogo interreligioso?

Mi sono convinto, per esempio, che il dialogo comincia sempre con il contatto con le persone. Non sono infatti le religioni che dialogano tra loro ma i credenti. Uomini e donne concreti che condividono gioie e prove della vita. Viaggio per incontrare i cristiani nelle loro case, e per andare incontro ai non cristiani. Vado per esprimere agli uni la solidarietà della Chiesa universale e agli altri l'amicizia.

Cosa l'ha colpita di più?

Non una, ma tante. Se devo indicarne una su tutte mi soffermerei sulla constatazione che, anche nei paesi in cui i cristiani vivono in situazione di minoranza, o addirittura perseguitati, non è mai stato messo in forse il dialogo.

Su cosa si fonda oggi il dialogo?

Su tre dimensioni precise: innanzitutto la riaffermazione della propria identità spirituale. Significa che il fedele deve prendere coscienza del proprio profilo spirituale, poiché la fede ha un contenuto di cui si deve avere ben coscienza. Poi bisogna essere consapevoli che la persona che abbiamo accanto, con la quale ci dobbiamo confrontare, è comunque un credente, quindi meritevole di rispetto, di comprensione e di libertà di esprimersi. Infine il rispetto della pluralità, consapevoli che Dio è all'opera in ogni uomo. Questa è la nostra "filosofia".

L'assemblea speciale per il Medio Oriente del Sinodo dei Vescovi ha contribuito a rilanciare il dialogo?

È stato sicuramente l'avvenimento più rilevante di quest'anno. Il Medio Oriente è una terra che vive una situazione difficile e per i cristiani questa situazione si trasforma il più delle volte in dramma, come abbiamo potuto constatare proprio in questi tragici giorni di Natale. Molti fuggono da quella terra, nonostante sia la terra dei loro padri e nonostante siano arrivati prima di tutti gli altri, musulmani compresi. Il Sinodo è stato senza dubbio un modo eccellente per far sentire alle Chiese nel Medio Oriente la vicinanza della Chiesa universale. Una vicinanza spirituale certamente, e anche materiale. Ma è servito soprattutto a far capire ai cristiani che essi hanno un ruolo da interpretare in Medio Oriente. Lì sono stati piantati da Dio e dunque lì devono fiorire.

Cosa ci aspetta nel prossimo anno?

Conto di recarmi in Bangladesh, in India e nella Corea del Sud. C'è da proseguire un dialogo anche con le religioni che sono lontane da noi e non solo geograficamente. Dunque è il momento di riprendere il dialogo anche con loro. E io vado perché mi sono reso conto che è molto importante l'incontro fisico. Ciò vale soprattutto per le comunità cattoliche che si sentono rafforzate. Vedono l'arrivo del cardinale come se ad arrivare, nella loro piccola realtà, fosse la Chiesa universale. Anzi in quei momenti si sentono pienamente parte della Chiesa universale.

E nei paesi a maggioranza musulmana?

Vado ovunque nel mondo vi sia un piccolo gregge e ovunque è la stessa cosa. In Pakistan ho recentemente celebrato una messa nella cattedrale di Islamabad. C'erano oltre duemila cinquecento fedeli. La stessa cosa è capitata a Lahore. Ed è stato importante anche nei confronti delle autorità civili perché hanno costatato che dietro queste piccole comunità c'è realmente la grande Chiesa di Dio. Ecco perché andiamo a visitare questi nostri fratelli. Vogliamo far capire che se soffrono, soffriamo con loro; se gioiscono, gioiamo con loro.

Nel messaggio per la giornata della pace 2011 il Papa si sofferma molto sul valore del dialogo tra le religioni.

Il Papa continua a raccomandare e a promuovere questo dialogo. Lo fa in ogni occasione. Durante i suoi viaggi pastorali l'incontro con i capi religiosi è un momento fisso del programma; nella sua agenda sono periodicamente previste udienze ai responsabili delle diverse religioni; nei discorsi importanti, così come in diversi atti magisteriali, difficilmente manca un richiamo alla necessità del dialogo. Nel messaggio per la prossima giornata della pace è come riassunto questo magistero. La Chiesa annuncia Cristo ma non esclude il dialogo e la ricerca comune della verità in diversi ambiti. Rispetta il modo di vivere e i precetti e le dottrine di tutte le religioni perché, anche se differiscono, riflettono un messaggio di quella verità che illumina gli uomini. Con la stessa determinazione rifiuta ogni violenza e promuove il dialogo.

Eppure nonostante tutti gli appelli la violenza torna sempre a riproporsi puntuale, come per esempio è accaduto proprio in Iraq subito dopo il Sinodo, in Egitto poco dopo e ora nelle festività natalizie.

La storia della Chiesa è segnata dalle persecuzioni. La croce è il nostro emblema, il simbolo della lotta tra il bene e il male, ma soprattutto è il simbolo della vittoria del bene sul male. Il cristianesimo è ed è stato sempre scomodo per quanti pretendono costruirsi una fede su misura. E questo provoca reazioni. Anche violente.

Alla luce di quanto è successo in questi giorni, i cristiani in Medio Oriente resteranno o saranno allontanati per sempre?

Sono sicuro che resteranno. È la storia della Chiesa. Loro sono la storia della Chiesa in Medio Oriente.

(©L'Osservatore Romano - 29 dicembre 2010)