lunedì 5 settembre 2011

Lectio Magistralis "Chiesa e Politica" del Card. Angelo Bagnasco alla Summer School 2011 a Frascati (4 settembre 2011)



FONDAZIONE MAGNA CARTA E ASSOCIAZIONE ITALIA PROTAGONISTA
SUMMER SCHOOL 2011

Frascati, Domenica 4 settembre 2011

Lectio Magistralis
“Chiesa e Politica”

CARD. ANGELO BAGNASCO
Arcivescovo di Genova e Presidente della CEI



La politica deve avere a cuore ciò che appartiene a tutti

1. “Nella Chiesa mi trovo a casa” diceva Georges Bernanos! E’ difficile vivere senza una casa intesa come spazio dove le dimensioni sono a misura d’uomo, sono riconosciute perché familiari, dove si coltivano gli affetti, dove esistono luoghi per raccogliersi, per sentirsi al riparo dalla “strada” pur necessaria. Come scriveva Josef Pieper, l’uomo non può vivere sempre “sotto le stelle” (cfr Che cosa significa filosofare): ha bisogno della casa, del finito e del piccolo per ritrovarsi, riposare, ricuperare energie e riprendere il cammino sotto il cielo. Allo stesso modo, l’uomo ha bisogno della volta stellata, degli orizzonti sconfinati, della strada dove tutto si può incontrare e può accadere. Possiamo dire che l’uomo, come ha bisogno del suo “ambiente”, così ha bisogno del “mondo”: il primo per superare la dispersione e fare sintesi, il secondo per superare il ripiegamento e pensare in grande. In entrambi i casi l’uomo costruisce se stesso: egli è infatti un paradosso, come ha scritto magistralmente Pascal: creato finito ma programmato per l’infinito. E’ una linea di confine tra il tempo e l’eternità, è un desiderio incompiuto, un intrigo di ombre dove la luce è la stoffa di base.

La Chiesa offre ad ogni credente l’esperienza della casa – la parrocchia, il gruppo, la comunità…- dove, a partire da Gesù, i volti noti, la conoscenza personale, l’amicizia, l’ appartenenza cordiale, il confronto, la bellezza e la fatica delle relazioni umane…sono pane quotidiano. Ma offre anche il respiro dell’universalità perché diffusa sino ai confini della terra. Il mondo intero – popoli, nazioni, culture – è presente nel sentire della Chiesa; ma è presente anche oltre la sua dilatazione geografica e temporale. Se – per ipotesi – la presenza della Chiesa dovesse contrarsi e ridursi ad un punto ristretto della terra, ugualmente il suo respiro porterebbe l’eco dell’umanità intera. Infatti, non esiste solo la geografia della terra, ma anche la geografia dell’anima: i problemi spirituali e materiali, le questioni dell’agire morale, le idee, i grandi interrogativi. Per questo il Concilio Vaticano II afferma con passione: “la gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia degli uomini d’oggi, soprattutto dei poveri e dei sofferenti, sono anche la gioia e la speranza, la tristezza e l’angoscia dei discepoli di Cristo, e non c’è nulla di veramente umano che non trovi eco nel loro cuore” (Gaudium et spes, 2).

La Chiesa, che è il prolungamento di Cristo nel tempo, continua l’amore di Dio per il mondo sapendo che “l’uomo è la via della Chiesa” (ib.14); consapevole che “ in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, (ma) è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana” (Gaudium et spes, 76). Essa non è “un’agenzia politica”, diceva Papa Benedetto XVI al Convegno Ecclesiale di Verona, ma è indubbio che la fede, di natura sua, ha una ricaduta sull’intera vita degli uomini, anche sul versante pubblico e sociale.

2. Fare politica

La politica è amore per la polis, per la vita sociale che trova la sua radice in quella esigenza interiore che spinge l’uomo a cercare gli altri, ad entrare in relazione con loro, a vivere insieme. Non si tratta solo della necessità di soddisfare i propri bisogni attraverso la collaborazione altrui, o di regolamentare gli istinti di prevaricazione di tutti contro tutti, ma di aprirsi, di superare il proprio guscio, di creare comunione, di farsi dono nella dimensione indispensabile dell’amore dato e ricevuto. Non è innanzitutto questione di avere ma di dare, non di sopravvivere ma di essere. E questo a partire dalla prima forma di società, la famiglia (come ricorda San Tommaso: “coniugio, prima societas”). Si comprende allora come la Chiesa da sempre considera la politica come una forma alta di carità. Il politico, infatti, è colui che per amore si dedica alla giustizia. Decide, cioè, di dedicarsi alla vita sociale, al suo buon funzionamento, sapendo che lo scopo della politica è la giustizia. Questa, che è un valore morale, significa riconoscere a ciascuno il suo, come ancora scrive Tommaso. Perché ciò possa accadere è necessario interpretare l’uomo e gli uomini. Che cosa vuol dire in concreto? “Gli uomini” sono singoli e concreti, “l’uomo” indica non un’idea astratta ma ciò che vi è di universale in tutti gli esseri umani e che precede ogni individuale diversità; è ciò che si manifesta – identico – nelle differenze di ciascuno e dei tempi. E’ ciò che si chiama “natura umana”. Ora, la politica deve avere a cuore non anzitutto le peculiarità individuali, ma ciò che appartiene a tutti e che costituisce non solo il primo oggetto di diritto, ma il fondamento stesso del diritto. Inseguire desideri o esigenze puramente singolari trascurando i bisogni generali, è ingiusto anche se può essere conveniente per assicurarsi un consenso di parte. Missione della politica non è passiva registrazione di ciò che accade nella società al fine di ratificare; certamente deve anche essere attenta verso i mutamenti sociali e culturali, ma non in modo supino e acritico. Essa ha anche una funzione di guida, non solo di presa d’atto e di organizzazione dei fenomeni: il suo compito, dunque, richiede un giudizio di merito. Ma in base a che cosa può valutare le situazioni, le richieste, i bisogni vecchi e le nuove istanze? Come dicevo prima, è necessario essere capaci di confrontare gli uomini con l’uomo, per cogliere la congruenza delle spinte con il vero bene umano e – di conseguenza – per assicurare a tutti ciò che è proprio di tutti. Questo non significa omologare, ma essere giusti nell’assicurare a tutti gli stessi diritti secondo la linea di corrispondenza all’ universale natura umana.

Se questo vale rispetto alle persone, vale altresì rispetto alla società nel suo insieme, rispetto ad un popolo. Il popolo si differenzia da una moltitudine perché ha un’anima: mi sembra che oggi questa categoria sia oscurata, e si voglia – ad arte o in modo miope – appiattire i popoli in nome di una unità di convenienza. Ora l’anima non è di ordine economico o politico, ma di ordine spirituale e morale. Se la politica non rispetta “l’anima della Nazione” fatta di gente e di terra, di storia e di cultura, tradisce il popolo in ciò che ha di più profondo e caro, anche quando sembra dimenticare le sue radici. Così facendo, la politica sgretola – in nome di ideologie o di altri interessi – ciò che consente a ciascuno di sentirsi parte di un tutto. Significa derubarlo di ciò in cui crede, che gli appartiene, che gli è stato tramandato come un patrimonio, che costituisce la forza unificante di una comunità: un patrimonio ideale che consente di sentirsi “famiglia”. Per questa ragione, intaccare i valori spirituali e morali di una società, è attentare alla sua integrità e alla sua unità.

E’ opportuno ricordare anche che non esistono solo utopie o miti fallaci e devastanti: vi è anche il “vuoto” di verità che assume la maschera del bene, ma che svuota l’anima dei singoli e delle Nazioni. Il nichilismo di senso e di valori nasce da una visone materialista dell’uomo e del mondo, conduce e si alimenta allo spettro ridente del consumismo, che porta a concepire l’esistenza come una spasmodica spremitura di soddisfazioni e godimenti fino all’estremo. Ma ben presto – lo vediamo nella cronaca – ne deriva un’immane svalutazione della vita. Essa non è più custodita col sigillo della sacralità, e quando non è più gradita, la si getta via. La brama di vivere e di godere si muta improvvisamente in avversione per la vita e rifiuto. Veramente chi semina vento raccoglie tempesta, come dice il profeta Osea.

In questo orizzonte, la libertà viene concepita come assenza di vincoli, e la legge o le norme morali vengono ritenute come attentati alla soggettività. Nulla può essere al di sopra della propria autodeterminazione, si dice; questa è concepita come valore supremo e criterio etico. In verità, l’esperienza universale insegna che la libertà è condizione di moralità - se agisco costretto, infatti, non sono responsabile - ma la qualifica morale del mio agire sta in ciò che scelgo liberamente. Il fatto di scegliere senza costrizioni non rende buono il mio atto a prescindere dal contenuto. Oggi, in un clima di individualismo solitario e di nichilismo valoriale, il dinamismo etico, tanto universale quanto ovvio, fatica ad essere riconosciuto. La conseguenza pratica, sul piano morale, è il cinismo comportamentale: scelgo ciò che mi conviene, ciò che mi appare utile, o che sembra placare i miei impulsi, fosse anche la morte mia o degli altri.

La Chiesa si colloca “in medias res”, fedele alla sua missione: per questo ha scelto come obiettivo pastorale del decennio la sfida educativa. Essa crede fermamente alla ragione e nel suo rapporto virtuoso con la fede; inoltre, porta il suo contributo perché nella contesa tra utilità e verità, la verità non soccomba. La ragione, come facoltà del vero e del bene, si muove nell’ampio campo della ricerca empirica e tecnologica, ma è necessario che l’uomo contemporaneo torni ad allargare gli spazi della ragione e li estenda alla contemplazione dell’essere, della bellezza dell’universo, del mistero dell’uomo, interrogandosi non solo sul “come” del mondo, ma anche sul suo “perché”, sui criteri della moralità, cioè del bene e del male. In questa missione la scuola si pone accanto alla famiglia, e così la comunità cristiana; ma è necessario anche che la società diventi nel suo insieme “educante”, nelle persone, nelle sue strutture e nei suoi ordinamenti. I limiti saranno sempre con noi, ma l’impegno dell’esempio alto e nobile deve essere evidente da parte di tutti, specialmente di coloro che hanno responsabilità e visibilità maggiori. Allora il bene comune, che richiede anche sacrificio, sarà credibile.

3. Chiesa e politica

Il Signore Gesù ha istituito la Chiesa sui Dodici Apostoli: la nostra fede si fonda, in ultimo, sulla loro esperienza. Alla Chiesa – Corpo mistico di Cristo – Gesù affida il suo Vangelo, parola di vita eterna, e le vie della grazia, i sacramenti. Al Magistero dei Vescovi “cum et sub Petro”, affida l’autenticità della fede che sale dalle origini. In Cristo, i discepoli trovano se stessi, il loro presente e il futuro, il tempo e l’eternità. Con Lui, scoprono un modo nuovo di vedere le cose, la vita, gli altri, la storia. Gli Atti degli Apostoli testimoniano un modo diverso di essere nel mondo, un modo che, ad esempio, è rispettoso dell’autorità dell’Imperatore, ma nella verità: solo a Dio va il culto e l’adorazione. Un modo che ha al centro la persona che mai può essere ridotta a strumento poiché immagine e somiglianza di Dio, redenta dal sangue di Cristo.

In quale modo, ci chiediamo ora, la Chiesa sta nella storia degli uomini e quindi in che modo si rapporta con la politica? Viene in mente il Vangelo: “Voi siete il sale della terra (…) voi siete la luce della mondo” (Mt 5, 13-14). Le parole di Gesù sono chiare e non ammettono sofismi: per annunciare il Vangelo, è necessario che i cristiani siano dentro al mondo senza assimilarsi al mondo (cfr Gv 17-14). Il vero, unico sale della storia è Cristo: egli solo preserva dalla corruzione della morte e restituisce all’universo il sapore delle origini. Per questo la Chiesa sala la storia nella misura in cui annuncia Cristo.

L’immagine del sale indica la via della “discesa”, del nascondimento, per condividere con pazienza e fiducia la vita della gente. In una parola suggerisce l’incarnazione nel mondo. I fedeli laici, le innumerevoli Parrocchie in Italia, i sacerdoti, i religiosi e le religiose, i diaconi permanenti, i gruppi, le associazioni e i movimenti, che – singolarmente o organizzati - con intelligenza e generosità sono presenti con la testimonianza e la fantasia della carità, dell’evangelizzazione e della catechesi, le scuole cattoliche, gli ospedali, le molteplici iniziative di incontro, di annuncio, di preghiera, di educazione e di assistenza ai bisognosi…non esprimono forse la realtà del sale di cui parla Gesù? Non sono forse segni permanenti di una vicinanza capillare e quotidiana al mondo? Non è la voglia di mondano protagonismo che muove la Chiesa fin dalle sue origini, ma l’urgenza della sua missione: l’amore a Cristo, all’uomo, alla terra. Cercare di vivere secondo il Vangelo, secondo la visione della vita e del mondo che ha ricevuto, crea una presenza che – come il sale – vive nella storia umana, s’ intreccia con essa e la contagia elevandola ad una pienezza altrimenti irraggiungibile.

Ma l’immagine del sale deve essere completata da quella della luce: la luce dona alle cose il loro volto. Nel buio tutto è indistinto, regna la confusione, si perde la strada. La luce suggerisce dunque la visibilità della presenza cristiana: non solo la visibilità delle opere di Dio, ma anche la visibilità della parola di Dio e della Chiesa. Qualcuno, oggi, vorrebbe che la Chiesa tacesse perché ogni sua parola viene giudicata come un’ingerenza nelle questioni pubbliche e politiche. Vorrebbe che rimanesse in sacrestia. La preghiera – si pensa - in fondo non fa male a nessuno e la carità fa bene a tutti. In altri termini, si vorrebbe negare la dimensione pubblica della fede concedendole la sfera del privato. E’ singolare , però, che a tutti si riconosca come sacra la libertà di coscienza, mentre dai cattolici si pretenda che prescindano dalla fede che forma la loro coscienza. I Pastori, poi, si vorrebbe che tacessero salvo che dicano cose gradite alla cultura che appare dominante perché ha potere di parola; in caso diverso, spesso si grida all’ingerenza. Francamente, mi sembra che si usino due pesi e due misure. Ma il punto centrale non è questo – le reazioni alle parole della Chiesa –, ma il dovere della Chiesa a dire ciò che deve perché l’umano non scompaia dal mondo, e perché la società non diventi dei forti e dei furbi, cioè disumana. Risuona imperioso il monito dell’Apostolo Paolo: “Guai a me se non predicassi il Vangelo” (1 Cor 9,16). Si tratta dell’annuncio della fede con tutte le implicazioni antropologiche, etiche, cosmologiche e sociali che contiene. Forse si vorrebbe che l’annuncio di Cristo fosse un messaggio spiritualista talmente celeste da non disturbare la terra, ma così non può essere, perché il cristianesimo è la religione dell’Incarnazione, di “quel grande che in Gesù Cristo Dio ha detto all’uomo e alla sua vita, all’amore umano, alla nostra libertà e alla nostra intelligenza (…) Il cristianesimo è infatti aperto a tutto ciò che di giusto, vero e puro vi è nelle culture e nelle civiltà, a ciò che allieta, consola e fortifica la nostra esistenza” (Benedetto XVI, Discorso al Convegno Ecclesiale di Verona, 19.10.2006).

Si potrebbe pensare che nell’epoca del pluralismo culturale sia arrogante giudicare gli eventi della storia con la verità del Vangelo, che sia un atteggiamento di intellettuale fondamentalismo, specialmente in politica. Ci si chiede se la verità morale, legata ad una scelta religiosa, possa ispirare l’ordinamento civile valido per tutti. E’ una questione giusta e delicata. Se è gravemente ingiusto tradurre in termini di ordinamento pubblico certe scelte esclusivamente etico-religiose, è scorretto ridurre ogni posizione assunta dai credenti a scelta “confessionale” e quindi individuale e privata. Certi valori - come nel campo della vita e della famiglia, della concezione della persona, della libertà e dello Stato - anche se sono illuminati dalla fede, sono anzitutto bagaglio della buona ragione. Per questo sono detti “non negoziabili”. Si dice che la politica è l’arte della mediazione: è vero per molte cose, e speriamo che si raggiungano sempre le mediazioni migliori, ma vi sono dei principi primi che qualunque mediazione distrugge. Cicerone scrive: “Certamente esiste una vera legge: è la retta ragione. Essa è conforme alla natura, la si trova in tutti gli uomini; è immutabile ed eterna; i suoi precetti chiamano ai doveri; i suoi divieti trattengono dall’errore” (La Repubblica, 2, 22, 33). La visione etica connessa alla fede cristiana non è qualcosa di esclusivamente cristiano in senso particolaristico, ma piuttosto la sintesi delle grandi intuizioni etiche del genere umano. Essa non è un onere pesante riservato ai cristiani, bensì la difesa dell’uomo contro il tentativo di pervenire alla sua eliminazione. Per questo la morale è la liberazione dell’uomo e la fede cristiana è l’avamposto della libertà umana. Il poeta latino Giovenale scriveva in modo insuperabile: “Considera sommo crimine preferire la propria esistenza all’onore, e perdere per la vita le ragioni del vivere”! Ciò significa che ci sono valori per i quali vale la pena di morire, poiché una vita comprata a prezzo di tali valori poggia sul tradimento delle ragioni del vivere, ed è pertanto una vita annichilita nella sua stessa sorgente. E dove non c’è nulla per cui valga la pena di morire, là è difficile anche vivere.

Nel Messaggio per la XLI Giornata Mondiale della Pace (1 gennaio 2008), Benedetto XVI ha ricordato anche i sessant’anni della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani dell’ONU, e ha scritto: “I diritti enunciati nella Carta sono espressione ed esplicitazione della legge naturale, iscritta nel cuore dell’essere umano e a lui manifestata dalla ragione (…) La norma giuridica (…) ha come criterio la norma morale basata sulla natura delle cose. La ragione umana, peraltro, è capace di discernerla, almeno nelle sue esigenze fondamentali, risalendo così alla Ragione creatrice di Dio (…) Pur con perplessità e incertezze, (l’uomo) può giungere a scoprire, almeno nelle sue linee essenziali, questa legge morale comune che, al di là delle differenze culturali, permette agli essere umani di capirsi tra loro circa gli aspetti più importanti del bene e del male, del giusto e dell’ ingiusto” (1.1.2008). Anche l’enciclica Veritatis Splendor di Giovanni Paolo II afferma che “l’uomo può riconoscere il bene e il male grazie a quel discernimento del bene e del male che egli stesso opera mediante la sua ragione” (n. 44).

Porto, a conclusione di queste considerazioni, due testimonianze: di un convertito al cattolicesimo ( Tomas Eliot), e di un ebreo neo hegeliano, Karl Lovith.

“La forza dominante nella creazione di una cultura comune tra i popoli, ciascuno dei quali abbia una cultura distinta, è la religione. Vi prego, a questo punto, di non compiere un errore anticipando quel che intendo dire. Questa non è una conversazione religiosa, né mi dispongo a convertire alcuno. Mi limito a constatare un fatto. Non mi interesso molto della comunione dei cristiani credenti ai giorni nostri; parlo della comune tradizione cristiana che ha fatto l’Europa quella che è, e dei comuni elementi culturali che questa cristianità ha portato con sé (…) Un singolo europeo può non credere che la fede cristiana sia vera, e tuttavia tutto ciò che egli dice e fa, scaturirà dalla parte della cultura cristiana di cui è erede, e da quella trarrà significato. Solamente una cultura cristiana avrebbe potuto produrre un Voltaire e un Nietzsche. Non credo che la cultura dell’Europa potrebbe sopravvivere alla sparizione completa della fede cristiana (…) Se il cristianesimo se ne va, se ne va tutta la nostra cultura” (T.Eliot, Appunti per una definizione della cultura in Opere, Classici Bompiani 2003, pagg. 638-639).

“Il mondo storico – scrive Karl Lovith - in cui si è potuto formare il che chiunque abbia un volto umano possieda come tale la dignità e il destino di essere uomo, non è originariamente il mondo (…) del Rinascimento, ma il mondo del Cristianesimo, in cui l’uomo ha ritrovato attraverso l’Uomo-Dio, Cristo, la sua posizione di fronte a sé e al prossimo. L’immagine che sola fa dell’homo del mondo europeo un uomo, è sostanzialmente determinata dall’idea che il cristiano ha di sé, quale immagine di Dio (…) Questo riferimento storico (…) risulta indirettamente chiaro, per il fatto che soltanto con l’affievolirsi del cristianesimo è divenuta problematica anche l’umanità” (Karl Lovith, Da Hegel a Nietzsche, Biblioteca Einaudi 1994, pag. 482).

Sta qui la radice dell’umanesimo europeo del quale l’Europa è in debito con tutti. Un umanesimo non nominalistico ma integrale, concreto e fondato in modo trascendente: “Non tutti gli umanesimi, infatti, sono equivalenti sotto il profilo morale – diceva Benedetto XVI ai Vescovi sloveni in visita ad limina – Non mi riferisco qui agli aspetti religiosi, mi limito a quelli etico-sociali. A seconda della visione di uomo che si adotta, infatti, si hanno conseguenze diverse per la convivenza civile. Se, per esempio, si concepisce l’uomo, secondo una tendenza oggi diffusa, in modo individualistico, come giustificare lo sforzo per la costruzione di una comunità giusta e solidale?” (24.1.2008).

Sono parole che fanno pensare, e noi siamo qui per questo, con questo desiderio e questa passione: pensare per capire, capire per amare, e amare per servire l’uomo, la società, il Paese.

Fonte: ZENITH.org