domenica 31 ottobre 2010

TUTTI I SANTI - IN OMNIUM SANCTÓRUM (s) 1 novembre 2010


MISSALE ROMANUM
Lunedì, 1 Novembre 2010

TUTTI I SANTI - SOLENNITÀ

VANGELO
Dal Vangelo secondo Matteo Mt 5,1-12a
In quel tempo, vedendo le folle, Gesù salì sul monte: si pose a sedere e si avvicinarono a lui i suoi discepoli. Si mise a parlare e insegnava loro dicendo:
«Beati i poveri in spirito,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati quelli che sono nel pianto,
perché saranno consolati.
Beati i miti,
perché avranno in eredità la terra.
Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia,
perché saranno saziati.
Beati i misericordiosi,
perché troveranno misericordia.
Beati i puri di cuore,
perché vedranno Dio.
Beati gli operatori di pace,
perché saranno chiamati figli di Dio.
Beati i perseguitati per la giustizia,
perché di essi è il regno dei cieli.
Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli».


EVANGÉLIUM
Sequéntia S. Evangélii secundum Matthǽum, 5, 1-12
In illo témpore: Vídens Iesus turbas, ascéndit in montem, et cum sedísset, accessérunt ad eum discípuli eius, et apériens os suum docébat eos, dicens: Beáti páuperes spíritu: quóniam ipsórum est regnum coelórum. Beáti mites: quóniam ipsi possidébunt terram. Beáti qui lugent: quóniam ipsi consolabúntur. Beáti qui esúriunt et sítiunt iustítiam: quóniam ipsi saturabúntur. Beáti misericórdes: quóniam ipsi misericórdiam consequéntur. Beáti mundo corde: quóniam ipsi Deum vidébunt. Beáti pacífici: quóniam fílii Dei vocabúntur. Beáti qui persecutiónem patiúntur propter iustítiam: quóniam ipsórum est regnum coelórum. Beáti estis cum maledíxerint vobis, et persecúti vos fúerint, et díxerint omne malum advérsum vos, mentiéntes, propter me: gaudéte, et exsultáte, quóniam merces vestra copiósa est in coelis.

In quel tempo Gesù vedendo le folle, salì sulla montagna e, messosi a sedere, gli si avvicinarono i suoi discepoli. Prendendo allora la parola, li ammaestrava dicendo: "Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli. Beati gli afflitti, perché saranno consolati. Beati i miti, perché erediteranno la terra. Beati quelli che hanno fame e sete della giustizia, perché saranno saziati. Beati i misericordiosi, perché troveranno misericordia. Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio. Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio. Beati i perseguitati per causa della giustizia, perché di essi è il regno dei cieli. Beati voi quando vi insulteranno, vi perseguiteranno e, mentendo, diranno ogni sorta di male contro di voi per causa mia. Rallegratevi ed esultate, perché grande è la vostra ricompensa nei cieli. Così infatti hanno perseguitato i profeti prima di voi.

Affrettiamoci verso i fratelli che ci aspettano

Dai «Discorsi» di san Bernardo, abate (Disc. 2; Opera omnia, ed. Cisterc. 5 [1968] 364-368)

che serve dunque la nostra lode ai santi, a che il nostro tributo di gloria, a che questa stessa nostra solennità? Perché ad essi gli onori di questa stessa terra quando, secondo la promessa del Figlio, il Padre celeste li onora? A che dunque i nostri encomi per essi? I santi non hanno bisogno dei nostri onori e nulla viene a loro dal nostro culto. E' chiaro che, quando ne veneriamo la memoria, facciamo i nostri interessi, non i loro.

Per parte mia devo confessare che, quando penso ai santi, mi sento ardere da grandi desideri.

Il primo desiderio, che la memoria dei santi o suscita o stimola maggiormente in noi, è quello di godere della loro tanto dolce compagnia e di meritare di essere concittadini e familiari degli spiriti beati, di trovarci insieme all'assemblea dei patriarchi, alle schiere dei profeti, al senato degli apostoli, agli eserciti numerosi dei martiri, alla comunità dei confessori, ai cori delle vergini, di essere insomma riuniti e felici nella comunione di tutti i santi.

Ci attende la primitiva comunità dei cristiani, e noi ce ne disinteresseremo? I santi desiderano di averci con loro e noi e ce ne mostreremo indifferenti? I giusti ci aspettano, e noi non ce ne prenderemo cura? No, fratelli, destiamoci dalla nostra deplorevole apatia. Risorgiamo con Cristo, ricerchiamo le cose di lassù, quelle gustiamo. Sentiamo il desiderio di coloro che ci desiderano, affrettiamoci verso coloro che ci aspettano, anticipano con i voti dell'anima la condizione di coloro che ci attendono. Non soltanto dobbiamo desiderare la compagnia dei santi, ma anche di possederne la felicità. Mentre dunque bramiamo di stare insieme a loro, stimoliamo nel nostro cuore l'aspirazione più intensa a condividerne la gloria. Questa bramosia non è certo disdicevole, perché una tale fame di gloria è tutt'altro che pericolosa.

Vi è un secondo desiderio che viene suscitato in noi dalla commemorazione dei santi, ed è quello che Cristo, nostra vita, si mostri anche a noi come a loro, e noi pure facciamo con lui la nostra apparizione nella gloria. Frattanto il nostro capo si presenta a noi non come è ora in cielo, ma nella forma che ha voluto assumere per noi qui in terra. Lo vediamo quindi non coronato di gloria, ma circondato dalle spine dei nostri peccati.
Si vergogni perciò ogni membro di far sfoggio di ricercatezza sotto un capo coronato di spine. Comprenda che le sue eleganze non gli fanno onore, ma lo espongono al ridicolo.

Giungerà il momento della venuta di Cristo, quando non si annunzierà più la sua morte. Allora sapremo che anche noi siamo morti e che la nostra vita è nascosta con lui in Dio.

Allora Cristo apparirà come capo glorioso e con lui brilleranno le membra glorificate. Allora trasformerà il nostri corpo umiliato, rendendolo simile alla gloria del capo, che è lui stesso.

Nutriamo dunque liberamente la brama della gloria. Ne abbiamo ogni diritto. Ma perché la speranza di una felicità così incomparabile abbia a diventare realtà, ci è necessario il soccorso dei santi. Sollecitiamolo premurosamente. Così, per loro intercessione, arriveremo là dove da soli non potremmo mai pensare di giungere.



LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL'ANGELUS - 31 ottobre 2010


BENEDETTO XVI
ANGELUS

Piazza San Pietro
Domenica, 31 ottobre 2010

[Croato, Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]

Cari fratelli e sorelle!

L’Evangelista san Luca riserva una particolare attenzione al tema della misericordia di Gesù. Nella sua narrazione, infatti, troviamo alcuni episodi che mettono in risalto l’amore misericordioso di Dio e di Cristo, il quale afferma di essere venuto a chiamare non i giusti, ma i peccatori (cfr Lc 5,32). Tra i racconti tipici di Luca vi è quello della conversione di Zaccheo, che si legge nella liturgia di questa domenica. Zaccheo è un “pubblicano”, anzi, il capo dei pubblicani di Gerico, importante città presso il fiume Giordano. I pubblicani erano gli esattori dei tributi che i Giudei dovevano pagare all’Imperatore romano, e già per questo motivo erano considerati pubblici peccatori. Per di più, approfittavano spesso della loro posizione per estorcere denaro alla gente. Per questo Zaccheo era molto ricco, ma disprezzato dai suoi concittadini. Quando dunque Gesù, attraversando Gerico, si fermò proprio a casa di Zaccheo, suscitò uno scandalo generale. Il Signore, però, sapeva molto bene quello che faceva. Egli, per così dire, ha voluto rischiare, e ha vinto la scommessa: Zaccheo, profondamente colpito dalla visita di Gesù, decide di cambiare vita, e promette di restituire il quadruplo di ciò che ha rubato. “Oggi per questa casa è venuta la salvezza”, dice Gesù, e conclude: “Il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto”.

Dio non esclude nessuno, né poveri né ricchi. Dio non si lascia condizionare dai nostri pregiudizi umani, ma vede in ognuno un’anima da salvare ed è attratto specialmente da quelle che sono giudicate perdute e che si considerano esse stesse tali. Gesù Cristo, incarnazione di Dio, ha dimostrato questa immensa misericordia, che non toglie nulla alla gravità del peccato, ma mira sempre a salvare il peccatore, ad offrirgli la possibilità di riscattarsi, di ricominciare da capo, di convertirsi. In un altro passo del Vangelo, Gesù afferma che è molto difficile per un ricco entrare nel Regno dei cieli (cfr Mt 19,23). Nel caso di Zaccheo, vediamo proprio che quanto sembra impossibile si realizza: “egli – commenta san Girolamo – ha dato via la sua ricchezza e immediatamente l’ha sostituita con la ricchezza del regno dei cieli” (Omelia sul salmo 83, 3). E san Massimo di Torino aggiunge: “Le ricchezze, per gli stolti sono un alimento per la disonestà, per i saggi invece sono un aiuto per la virtù; a questi si offre un’opportunità per la salvezza, a quelli si procura un inciampo che li perde” (Sermoni, 95).

Cari amici, Zaccheo ha accolto Gesù e si è convertito, perché Gesù per primo aveva accolto lui! Non lo aveva condannato, ma era andato incontro al suo desiderio di salvezza. Preghiamo la Vergine Maria, modello perfetto di comunione con Gesù, affinché anche noi possiamo sperimentare la gioia di essere visitati dal Figlio di Dio, di essere rinnovati dal suo amore, e trasmettere agli altri la sua misericordia.


Dopo l'Angelus

Ieri, nella cattedrale di Oradea Mare in Romania, il Cardinale Peter Erdö ha proclamato beato Szilárd Bogdánffy, vescovo e martire. Nel 1949, quando aveva 38 anni, egli fu consacrato vescovo in clandestinità e quindi arrestato dal regime comunista del suo Paese, la Romania, con l’accusa di cospirazione. Dopo quattro anni di sofferenze e umiliazioni, morì in carcere. Rendiamo grazie a Dio per questo eroico Pastore della Chiesa che ha seguito l’Agnello fino alla fine! La sua testimonianza conforti quanti anche oggi sono perseguitati a causa del Vangelo.

Je salue cordialement les pèlerins francophones! Présentant l’épisode de la conversion de Zachée, l’Évangile de ce jour nous enseigne que le regard de Dieu sur tout homme est habité par la toute-puissance de son amour. Chaque personne a une place privilégiée dans le cœur de Dieu, qui attend toujours le retour du pécheur à la pleine communion avec Lui. En ce dernier jour du mois du Rosaire, demandons à la Vierge Marie, Mère de miséricorde, de nous accompagner dans nos efforts de conversion. Bon dimanche à tous!

I would now like to offer a word of greeting to all the English-speaking visitors presents at today’s Angelus prayer! In the liturgy of the word this morning, Our Lord tells us that he “has come to seek out and save those who were lost”. May we always know our need for God and embrace his will for us, in love and humility. May God abundantly bless you and your loved ones!

Ein herzliches „Grüß Gott“ sage ich den Pilgern und Besuchern aus den Ländern deutscher Sprache. Das Evangelium des heutigen Sonntags berichtet uns, wie Christus beim Zolleinnehmer Zachäus zu Gast ist. Der liebende Blick Christi löst die Herzenshärte des Zöllners, dieser kehrt um und teilt sein Vermögen mit den Armen. In den Sakramenten dürfen wir uns dem liebenden Blick des Herrn aussetzen, um immer mehr durch seine Liebe verwandelt zu werden. Gott geleite euch auf allen Wegen.

Saludo con afecto a los peregrinos de lengua española. Os animo a salir al encuentro de Jesús que, como nos ha enseñado el evangelio de este domingo con el ejemplo de Zaqueo, quiere llenarnos de alegría y darnos la salvación. Delante de Dios no hay nadie demasiado pequeño. Todos podemos acoger al Señor en nuestras vidas y dejarnos transformar por él. Que la Virgen María nos ayude a intensificar nuestro amor a Dios. Feliz domingo.

Dirijo agora uma calorosa saudação aos peregrinos de língua portuguesa, de modo especial aos brasileiros vindos de Franca. Esta peregrinação ao túmulo dos Apóstolos vos confirme na fé e no seu anúncio aos outros. Louvado seja Nosso Senhor Jesus Cristo!

Serdeczne pozdrowienie kieruję do Polaków. Dziś w Ewangelii słyszymy, że „Syn Człowieczy przyszedł szukać i zbawić to, co zginęło”. W Nim objawiło się miłosierdzie Boga. Gdy czujemy się zagubieni w świecie i dotyka nas zło, On sam odnajduje nas, przemienia mocą łaski i prowadzi do domu Ojca. Niech ta świadomość napełnia nas radością i pokojem. Z serca Wam błogosławię.

[Un cordiale saluto rivolgo ai polacchi. Oggi nel Vangelo sentiamo che “il Figlio dell’uomo è venuto a cercare e salvare ciò che era perduto”. In lui si è rivelata la misericordia di Dio. Quando ci sentiamo smarriti nel mondo e ci tocca il male, Egli stesso ci ritrova, ci trasforma con la potenza della grazia e ci conduce alla casa del Padre. Questa consapevolezza ci colmi di gioia e di pace. Vi benedico di cuore.]

Saluto cordialmente i pellegrini di lingua italiana, in particolare il gruppo di Bovino, comprendente anche alcuni “Cavalieri” devoti della Madonna di Valleverde. Saluto i fedeli venuti da Monteroni di Lecce, i ragazzi di Petosino con i loro catechisti, e il Lions Club Erchie San Pancrazio. A tutti auguro una buona domenica.

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana




Viaggio Apostolico di S.S. Benedetto XVI a Santiago de Compostela e Barcelona (6-7 novembre 2010)


VIAGGIO  APOSTOLICO  A  SANTIAGO  DE  COMPOSTELA  E  BARCELONA  DEL

SANTO PADRE BENEDETTO XVI

6-7 novembre 2010

- Messale per il Viaggio Apostolico: Barcelona

- Alle radici della fede dell'Europa

- Barcellona
- Santiago de Compostela
- Prima messa nella Sagrada Família: il papa beatifica Gaudí
- Possibile in Europa l'incontro tra fede e laicità
- Alla sorgente del fiume di spiritualità che ha reso fertile l'Europa cristiana
- Il richiamo della Pietra
- Nella Sagrada Familia di Gaudí una festa di fede e di liturgia





----- 6 novembre 2010 -----

Incontro di Benedetto XVI con i giornalisti durante il volo verso la Spagna
(Volo Papale, 6 novembre 2010)
[Francese, Inglese, Italiano, Portoghese, Spagnolo, Tedesco]

Cerimonia di benvenuto nell’Aeroporto Internazionale di Santiago de Compostela
(6 novembre 2010)

Visita alla Cattedrale di Santiago de Compostela (6 novembre 2010)

Santa Messa in occasione dell'Anno Santo Compostelano nella Plaza del Obradoiro a Santiago de Compostela: Omelia del Santo Padre (6 novembre 2010)

----- 7 novembre 2010 -----

Santa Messa con dedicazione della Chiesa della Sagrada Familia e dell’altare a Barcelona:
Omelia del Santo Padre
(7 novembre 2010)

Recita dell'Angelus Domini nella Piazza della Chiesa della Sagrada Familia a Barcelona
(7 novembre 2010)

Visita all’"Obra Benefico-Social Nen Déu" a Barcelona (7 novembre 2010)

Cerimonia di congedo nell’Aeroporto Internazionale di Barcelona (7 novembre 2010)


sabato 30 ottobre 2010

Papa Benedetto XVI con i ragazzi e i giovanissimi dell'Azione Cattolica Italiana (30 ottobre 2010)


INCONTRO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

CON I RAGAZZI E I GIOVANISSIMI
DELL’AZIONE CATTOLICA ITALIANA

Alle ore 11 di questa mattina, in Piazza San Pietro, il Santo Padre Benedetto XVI ha incontrato i ragazzi e i giovani dell’Azione Cattolica Italiana -almeno 50.000 bambini e ragazzi dell’A.C.R. e 50.000 giovanissimi - convenuti a Roma per l’iniziativa di festa e di riflessione dal titolo: "C’è di più. Diventiamo grandi insieme".

Nel corso dell’incontro il Papa ha risposto a tre domande, poste rispettivamente da un ragazzo dell’A.C.R., da una giovanissima e da un’educatrice:

Pubblichiamo di seguito il testo del dialogo del Santo Padre con i partecipanti all’incontro:

Domanda del ragazzo ACR: Santità, cosa significa diventare grandi? Cosa devo fare per crescere seguendo Gesù? Chi mi può aiutare?

Santo Padre:

Cari amici dell’Azione Cattolica Italiana!

Sono semplicemente felice di incontrarvi, così numerosi, su questa bella piazza e vi ringrazio di cuore per il vostro affetto! A tutti voi rivolgo il mio benvenuto. In particolare, saluto il Presidente, Prof. Franco Miano, e l’Assistente Generale, Mons. Domenico Sigalini. Saluto il Cardinale Angelo Bagnasco, Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, gli altri Vescovi, i sacerdoti, gli educatori e i genitori che hanno voluto accompagnarvi.

Allora, ho ascoltato la domanda del ragazzo dell’ACR. La risposta più bella su che cosa significa diventare grandi la portate scritta voi tutti sulle vostre magliette, sui cappellini, sui cartelloni: "C’è di più".
Questo vostro motto, che non conoscevo, mi fa riflettere. Che cosa fa un bambino per vedere se diventa grande? Confronta la sua altezza con quella dei compagni; e immagina di diventare più alto, per sentirsi più grande. Io, quando sono stato ragazzo, alla vostra età, nella mia classe ero uno dei più piccoli, e tanto più ho avuto il desiderio di essere un giorno molto grande; e non solo grande di misura, ma volevo fare qualcosa di grande, di più nella mia vita, anche se non conoscevo questa parola "c’è di più". Crescere in altezza implica questo "c’è di più". Ve lo dice il vostro cuore, che desidera avere tanti amici, che è contento quando si comporta bene, quando sa dare gioia al papà e alla mamma, ma soprattutto quando incontra un amico insuperabile, buonissimo e unico che è Gesù. Voi sapete quanto Gesù voleva bene ai bambini e ai ragazzi! Un giorno tanti bambini come voi si avvicinarono a Gesù, perché si era stabilita una bella intesa, e nel suo sguardo coglievano il riflesso dell’amore di Dio; ma c’erano anche degli adulti che invece si sentivano disturbati da quei bambini. Capita anche a voi che qualche volta, mentre giocate, vi divertite con gli amici, i grandi vi dicono di non disturbare… Ebbene, Gesù rimprovera proprio quegli adulti e dice loro: Lasciate qui tutti questi ragazzi, perché hanno nel cuore il segreto del Regno di Dio. Così Gesù ha insegnato agli adulti che anche voi siete "grandi" e che gli adulti devono custodire questa grandezza, che è quella di avere un cuore che vuole bene a Gesù. Cari bambini, cari ragazzi: essere "grandi" vuol dire amare tanto Gesù, ascoltarlo e parlare con Lui nella preghiera, incontrarlo nei Sacramenti, nella Santa Messa, nella Confessione; vuole dire conoscerlo sempre di più e anche farlo conoscere agli altri, vuol dire stare con gli amici, anche i più poveri, gli ammalati, per crescere insieme. E l’ACR è proprio parte di quel "di più", perché non siete soli a voler bene a Gesù - siete in tanti, lo vediamo anche questa mattina! -, ma vi aiutate gli uni gli altri; perché non volete lasciare che nessun amico sia solo, ma a tutti volete dire forte che è bello avere Gesù come amico ed è bello essere amici di Gesù; ed è bello esserlo insieme, aiutati dai vostri genitori, sacerdoti, animatori! Così diventate grandi davvero, non solo perché la vostra altezza aumenta, ma perché il vostro cuore si apre alla gioia e all’amore che Gesù vi dona. E così si apre alla vera grandezza, stare nel grande amore di Dio, che è anche sempre amore degli amici. Speriamo e preghiamo di crescere in questo senso, di trovare il "di più" e di essere veramente persone con un cuore grande, con un Amico grande che dà la sua grandezza anche a noi. Grazie.


Domanda della giovanissima: Santità, i nostri educatori dell’Azione Cattolica ci dicono che per diventare grandi occorre imparare ad amare, ma spesso noi ci perdiamo e soffriamo nelle nostre relazioni, nelle nostre amicizie, nei nostri primi amori. Ma cosa significa amare fino in fondo? Come possiamo imparare ad amare davvero?

Santo Padre:

Una grande questione. E’ molto importante, direi fondamentale imparare ad amare, amare veramente, imparare l’arte del vero amore! Nell’adolescenza ci si ferma davanti allo specchio e ci si accorge che si sta cambiando. Ma fino a quando si continua a guardare se stessi, non si diventa mai grandi! Diventate grandi quando non permettete più allo specchio di essere l’unica verità di voi stessi, ma quando la lasciate dire a quelli che vi sono amici. Diventate grandi se siete capaci di fare della vostra vita un dono agli altri, non di cercare se stessi, ma di dare se stessi agli altri: questa è la scuola dell’amore. Questo amore, però, deve portarsi dentro quel "di più" che oggi gridate a tutti. "C’è di più"! Come vi ho già detto, anch’io nella mia giovinezza volevo qualcosa di più di quello che mi presentava la società e la mentalità del tempo. Volevo respirare aria pura, soprattutto desideravo un mondo bello e buono, come lo aveva voluto per tutti il nostro Dio, il Padre di Gesù. E ho capito sempre di più che il mondo diventa bello e diventa buono se si conosce questa volontà di Dio e se il mondo è in corrispondenza con questa volontà di Dio, che è la vera luce, la bellezza, l’amore che dà senso al mondo.

E’ proprio vero: voi non potete e non dovete adattarvi ad un amore ridotto a merce di scambio, da consumare senza rispetto per sé e per gli altri, incapace di castità e di purezza. Questa non è libertà. Molto "amore" proposto dai media, in internet, non è amore, ma è egoismo, chiusura, vi dà l’illusione di un momento, ma non vi rende felici, non vi fa grandi, vi lega come una catena che soffoca i pensieri e i sentimenti più belli, gli slanci veri del cuore, quella forza insopprimibile che è l’amore e che trova in Gesù la sua massima espressione e nello Spirito Santo la forza e il fuoco che incendia le vostre vite, i vostri pensieri, i vostri affetti. Certo costa anche sacrificio vivere in modo vero l’amore - senza rinunce non si arriva a questa strada - ma sono sicuro che voi non avete paura della fatica di un amore impegnativo e autentico, E’ l’unico che, in fin dei conti, dà la vera gioia! C’è una prova che vi dice se il vostro amore sta crescendo bene: se non escludete dalla vostra vita gli altri, soprattutto i vostri amici che soffrono e sono soli, le persone in difficoltà, e se aprite il vostro cuore al grande Amico che è Gesù. Anche l’Azione Cattolica vi insegna le strade per imparare l’amore autentico: la partecipazione alla vita della Chiesa, della vostra comunità cristiana, il voler bene ai vostri amici del gruppo di ACR, di AC, la disponibilità verso i coetanei che incontrate a scuola, in parrocchia o in altri ambienti, la compagnia della Madre di Gesù, Maria, che sa custodire il vostro cuore e guidarvi nella via del bene. Del resto, nell’Azione Cattolica, avete tanti esempi di amore genuino, bello, vero: il beato Pier Giorgio Frassati, il beato Alberto Marvelli; amore che arriva anche al sacrificio della vita, come la beata Pierina Morosini e la beata Antonia Mesina.

Giovanissimi di Azione Cattolica, aspirate a mete grandi, perché Dio ve ne dà la forza. Il "di più" è essere ragazzi e giovanissimi che decidono di amare come Gesù, di essere protagonisti della propria vita, protagonisti nella Chiesa, testimoni della fede tra i vostri coetanei. Il "di più" è la formazione umana e cristiana che sperimentate in AC, che unisce la vita spirituale, la fraternità, la testimonianza pubblica della fede, la comunione ecclesiale, l’amore per la Chiesa, la collaborazione con i Vescovi e i sacerdoti, l’amicizia spirituale. "Diventare grandi insieme" dice l’importanza di far parte di un gruppo e di una comunità che vi aiutano a crescere, a scoprire la vostra vocazione e a imparare il vero amore. Grazie.

Domanda dell’educatrice: Santità, cosa significa oggi essere educatori? Come affrontare le difficoltà che incontriamo nel nostro servizio? E come fare in modo che siano tutti a prendersi cura del presente e del futuro delle nuove generazioni? Grazie.

Santo Padre:

Una grande domanda. Lo vediamo in questa situazione del problema dell’educazione. Direi che essere educatori significa avere una gioia nel cuore e comunicarla a tutti per rendere bella e buona la vita; significa offrire ragioni e traguardi per il cammino della vita, offrire la bellezza della persona di Gesù e far innamorare di Lui, del suo stile di vita, della sua libertà, del suo grande amore pieno di fiducia in Dio Padre. Significa soprattutto tenere sempre alta la meta di ogni esistenza verso quel "di più" che ci viene da Dio. Questo esige una conoscenza personale di Gesù, un contatto personale, quotidiano, amorevole con Lui nella preghiera, nella meditazione sulla Parola di Dio, nella fedeltà ai Sacramenti, all’Eucaristia, alla Confessione; esige di comunicare la gioia di essere nella Chiesa, di avere amici con cui condividere non solo le difficoltà, ma anche le bellezze e le sorprese della vita di fede.

Voi sapete bene che non siete padroni dei ragazzi, ma servitori della loro gioia a nome di Gesù, guide verso di Lui. Avete ricevuto il mandato dalla Chiesa per questo compito. Quando aderite all’Azione Cattolica dite a voi stessi e a tutti che amate la Chiesa, che siete disposti ad essere corresponsabili con i Pastori della sua vita e della sua missione, in un’associazione che si spende per il bene delle persone, per i loro e vostri cammini di santità, per la vita delle comunità cristiane nella quotidianità della loro missione. Voi siete dei buoni educatori se sapete coinvolgere tutti per il bene dei più giovani. Non potete essere autosufficienti, ma dovete far sentire l’urgenza dell’educazione delle giovani generazioni a tutti i livelli. Senza la presenza della famiglia, ad esempio, rischiate di costruire sulla sabbia; senza una collaborazione con la scuola non si forma un’intelligenza profonda della fede; senza un coinvolgimento dei vari operatori del tempo libero e della comunicazione la vostra opera paziente rischia di non essere efficace, di non incidere sulla vita quotidiana. Io sono sicuro che l’Azione Cattolica è ben radicata nel territorio e ha il coraggio di essere sale e luce. La vostra presenza qui, stamattina, dice non solo a me, ma a tutti che è possibile educare, che è faticoso ma bello dare entusiasmo ai ragazzi e ai giovanissimi. Abbiate il coraggio, vorrei dire l’audacia di non lasciare nessun ambiente privo di Gesù, della sua tenerezza che fate sperimentare a tutti, anche ai più bisognosi e abbandonati, con la vostra missione di educatori.

Cari amici, alla fine vi ringrazio per aver partecipato a questo incontro. Mi piacerebbe fermarmi ancora con voi, perché quando sono in mezzo a tanta gioia ed entusiasmo, anche io sono pieno di gioia, mi sento ringiovanito! Ma purtroppo il tempo passa veloce, mi aspettano altri. Ma col cuore sono con voi e rimango con voi! E vi invito, cari amici, a continuare nel vostro cammino, ad essere fedeli all’identità e alla finalità dell’Azione Cattolica. La forza dell’amore di Dio può compiere in voi grandi cose. Vi assicuro che mi ricordo di tutti nella mia preghiera e vi affido alla materna intercessione della Vergine Maria, Madre della Chiesa, perché come lei possiate testimoniare che "c’è di più", la gioia della vita piena della presenza del Signore. Grazie a tutti voi di cuore!

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana





XXXI DOMENICA DEL T.O. Anno C - DÓMINI NOSTRI IESU CHRISTI REGIS - 31 ottobre 2010


MISSALE ROMANUM
Domenica, 31 Ottobre 2010


VANGELO
Dal Vangelo secondo Luca Lc 19, 1-10
In quel tempo, Gesù entrò nella città di Gèrico e la stava attraversando, quand’ecco un uomo, di nome Zacchèo, capo dei pubblicani e ricco, cercava di vedere chi era Gesù, ma non gli riusciva a causa della folla, perché era piccolo di statura. Allora corse avanti e, per riuscire a vederlo, salì su un sicomòro, perché doveva passare di là.
Quando giunse sul luogo, Gesù alzò lo sguardo e gli disse: «Zacchèo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». Scese in fretta e lo accolse pieno di gioia. Vedendo ciò, tutti mormoravano: «È entrato in casa di un peccatore!».
Ma Zacchèo, alzatosi, disse al Signore: «Ecco, Signore, io do la metà di ciò che possiedo ai poveri e, se ho rubato a qualcuno, restituisco quattro volte tanto».
Gesù gli rispose: «Oggi per questa casa è venuta la salvezza, perché anch’egli è figlio di Abramo. Il Figlio dell’uomo infatti è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto».


EVANGÉLIUM
Sequéntia S. Evangélii secundum Ioánnem, 18, 33-37
In illo témpore: Dixit Pilátus ad Iesum: Tu es Rex Iudæórum? Respóndit Iesus: A temetípso hoc dicis, an álii dixérunt tibi de me? Respóndit Pilátus: Numquid ego Iudǽus sum? Gens tua, et pontífices tradidérunt te mihi: quid fecísti? Respóndit Iesus: Regnum meum non est de hoc mundo. Si ex hoc mundo esset regnum meum, minístri mei útique decertárent ut non tráderer Iudǽis: nunc áutem regnum meum non est hinc. Dixit ítaque ei Pilátus: Ergo Rex es tu? Respóndit Iesus: Tu dicis, quia Rex sum ego. Ego in hoc natus sum, et ad hoc veni in mundum, ut testimónium perhíbeam veritáti: omnis qui est ex veritáte, áudit vocem meam.

In quel tempo, Pilato rientrò nel pretorio, fece chiamare Gesù e gli disse: "Tu sei il re dei Giudei?". Gesù rispose: "Dici questo da te oppure altri te l'hanno detto sul mio conto?". Pilato rispose: "Sono io forse Giudeo? La tua gente e i sommi sacerdoti ti hanno consegnato a me; che cosa hai fatto?". Rispose Gesù: "Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù". Allora Pilato gli disse: "Dunque tu sei re?". Rispose Gesù: "Tu lo dici; io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce".

Promuovere la pace

Dalla Costituzione pastorale «Gaudium et spes» del Concilio ecumenico Vaticano II
sulla Chiesa nel mondo contemporaneo (Nn. 78
)

La pace non è semplicemente assenza di guerra, né si riduce solamente a rendere stabile l'equilibrio delle forze contrastanti e neppure nasce da un dominio dispotico, ma si definisce giustamente e propriamente «opera della giustizia» (Is 32, 17). Essa è frutto dell'ordine impresso nella società umana dal suo fondatore. E' un bene che deve essere attuato dagli uomini che anelano ad una giustizia sempre più perfetta.

Il bene comune del genere umano è regolato nella sua sostanza dalla legge eterna, ma, con il passare del tempo, è soggetto, per quanto riguarda le sue esigenze concrete, a continui cambiamenti. Perciò la pace non è mai acquisita una volta per tutte, ma la si deve costruire continuamente. E siccome per di più la volontà umana è labile e, oltre tutto, ferita dal peccato, l'acquisto della pace richiede il costante dominio delle passioni di ciascuno e la vigilanza della legittima autorità.

Tuttavia questo non basta ancora. Una pace così configurata non si può ottenere su questa terra se non viene assicurato il bene delle persone e se gli uomini non possono scambiarsi in tutta libertà e fiducia le ricchezze del loro animo e del loro ingegno. Per costruire la pace, poi sono assolutamente necessarie la ferma volontà di rispettare gli altri uomini e gli altri popoli, l'impegno di ritener sacra la loro dignità e, infine, la pratica continua della fratellanza. Così la pace sarà frutto anche dell'amore, che va al di là quanto la giustizia da sola può dare.

La pace terrena, poi, che nasce dall'amore del prossimo, è immagine ed effetto della pace di Cristo che promana da Dio Padre. Infatti lo stesso Figlio di Dio, fatto uomo, principe della pace, per mezzo della sua croce ha riconciliato tutti gli uomini con Dio e, ristabilendo l'unità di tutti in un solo popolo e in un solo corpo, ha distrutto nella sua carne l'odio (cfr. Ef 2, 16; Col 1, 20. 22). Nella gloria della sua risurrezione ha diffuso nei cuori degli uomini lo Spirito di amore.

Perciò tutti i cristiani sono fortemente chiamati a «vivere secondo la verità nella carità» (Ef 4, 15) e a unirsi con gli uomini veramente amanti della pace per implorarla e tradurla in atto.

Mossi dal medesimo Spirito, non possiamo non lodare coloro che, rinunziando ad atti di violenza nel rivendicare i loro diritti, ricorrono a quei mezzi di difesa che sono del resto alla portata anche dei più deboli, purché questo si possa fare senza ledere i diritti e i doveri degli altri o della comunità.


L'iconografia dell'Assunzione di Maria a sessant'anni dalla proclamazione del dogma, di Timothy Verdon



L'iconografia dell'Assunzione di Maria a sessant'anni dalla proclamazione del dogma

Sonno di una madre
apoteosi di una sposa

In occasione del sessantesimo anniversario della proclamazione del dogma dell'Assunzione della Beata Vergine Maria - La costituzione apostolica di Pio XII Munificentissimus Deus venne firmata il 1 novembre 1950 - nel pomeriggio del 29 ottobre alla Chiesa Nuova in Roma si tiene il convegno "L'Assunta". Pubblichiamo stralci di due degli interventi in programma.

di Timothy Verdon

Nella costituzione apostolica emanata da Pio XII il 1 novembre del 1950, Munificentissimus Deus, tra le fonti addotte a sostegno del dogma dell'Assunzione della Beata Vergine vi è anche l'iconografia sacra. Mancanti gli espliciti passi scritturistici che normalmente permettono di parlare di "verità rivelata", Pio XII ha considerato l'insieme delle testimonianze patristiche, dottorali, liturgiche e iconografiche, nonché la stessa fede del popolo, come evidenza complessiva della sicura rivelazione dello Spirito. Nella logica del suo iter metodologico, l'arte sacra è riconosciuta come un locus theologicus alla stregua degli scritti dei padri e dottori della Chiesa-un'attribuzione di importanza, questa, elaborata poi da Paolo VI, Giovanni Paolo ii e Benedetto XVI in ben noti testi.

In che modo, allora, l'arte della Chiesa illustra la millenaria fede dei cristiani nell'assunzione della Vergine? Per rispondere alla domanda, dobbiamo ricordare che la fine della vita di Maria, come l'inizio, non appartiene al Vangelo, ma alla tradizione ecclesiale. Testi apocrifi d'origine cristiano-giudaica, risalenti al ii secolo e diffusi nella grande Chiesa entro il V-VI secolo, descrivono il suo "addormentarsi" definitivo, la Dormitio Virginis, introducendo l'evento con visioni e visite premonitrici da parte di angeli e di Cristo stesso; alcune di queste scene vengono anche rappresentate dagli artisti, ma assai raramente. Al momento supremo, poi, tornano gli apostoli dalle terre lontane in cui erano impegnati nella predicazione, si ricompone l'originale nucleo pentecostale e Maria è di nuovo circondata dai più stretti collaboratori del suo Figlio. Spesso nell'arte medievale è raffigurato anche Cristo, che prende tra le braccia l'anima di sua madre, presentata come una bambina, così creando una sorta di "Madonna col bambino" rovesciata, dove il Figlio grande stringe a sé la mamma piccola, non viceversa.

Normalmente la Dormizione non veniva raffigurata senza un'indicazione chiara di ciò che viene dopo. Alla fine del medioevo, ad esempio, era d'uso raffigurare l'intero processo di "addormentamento" e apoteosi: nella monumentale vetrata di Duccio di Buoninsegna per il duomo di Siena sono raffigurate la Dormizione, l'Assunzione e l'Incoronazione una sopra l'altra, e ancora nell'enorme pala d'altare scolpito e dipinto di Veit Stoss per la cattedrale di Cracovia, dalla scena principale in basso - Maria non sul letto ma (curiosamente) inginocchiata mentre s'addormenta in mezzo agli apostoli - l'occhio sale a Cristo che la accoglie, e poi, nell'edicola della cimasa, alla Trinità che la incorona.


Questi due eventi - l'Assunzione e l'Incoronazione - concludono il racconto della vita di Maria, o, meglio, la trasferiscono in un'altra dimensione. Rappresentano in verità due fasi dell'unico processo di elevazione: l'equivalente, nella vicenda della madre, della risurrezione del Figlio seguita dalla sua ascensione alla destra del Padre. L'evento fondamentale è l'assunzione corporea della Vergine, che, sebbene definita in termini dogmatici solo nel 1950, fa parte del comune sentire dei cristiani sin dai primi secoli; un racconto apocrifo conservato in più versioni medievali, ma d'origine antica, descrive come "gli apostoli deposero il corpo (di Maria) nella tomba, piangendo e cantando pieni di amore e di dolcezza. Poi un'improvvisa luce celeste li circondò e caddero a terra, mentre il corpo santo fu assunto in cielo dagli angeli".

Nell'iconografia, l'evento visionario viene suggerito, nel Medioevo, dal clipeus: il cerchio simboleggiante il cielo, già comune nell'arte romana in scene raffiguranti l'apoteosi d'un eroe; più tardi il cerchio diventerà una raggiera o fulgore luminoso che, mentre è ancora per la via, associa Maria con il regno di luce in cui abita Dio - si pensi, a esempio, all'Assunta del Tiziano nella basilica dei Frari, a Venezia.

Simili formule iconografiche ricordano che per molti secoli si era dibattuto se Maria fosse stata assunta con o senza il corpo, come sottolineava Martin Jugie nell'importante volume pubblicato a due anni dall'enciclica pacelliana Deiparae Virginis: Martin Jugie, La mort et l'assomption de la Sainte Vierge, Etude historico-doctrinale (Città del Vaticano, 1944). Tra le voci citate da Jugie a favore dell'assunzione corporea c'era quella di Alessandro III (1159-1181), il quale articolò una delle formulazioni più eleganti a riguardo, affermando che Maria concepit sine pudore, peperit sine dolore et hinc migravit sine corruptione. Questo Papa aveva spiegato la "necessità" dell'Assunzione e successiva Incoronazione con due argomenti straordinariamente sottili: in Maria la grazia di Dio era plena, non semiplena; e Cristo, origine di tutte le leggi divine in quanto Verbo, nell'attribuire tanto onore a Maria altro non fece che obbedire al comandamento di "Onorare il padre e la madre"!


L'arte medievale simboleggiava l'elezione speciale di Maria soprattutto mediante la metafora della regalità, ritenuta specialmente utile perché suggeriva un parallelismo tra l'ordine celeste e quello terrestre; non a caso, sopra la porta maggiore della cattedrale di Reims - chiesa ove per antica tradizione erano incoronati i re di Francia - troviamo l'incoronazione di Maria, quasi a legittimare il carattere sacrale attribuito al monarca. Ma anche lontano dalle corti dell'Europa settentrionale, in libere repubbliche italiane quali Firenze e Siena, la poesia della regalità condizionava l'iconografia mariana; la prima opera eseguita per l'interno dell'erigenda cattedrale di Firenze, Santa Maria del Fiore, era un mosaico dell'Incoronazione della Vergine, opera di Gaddo Gaddi, e centotrenta anni dopo, al momento dell'ultimazione della chiesa, il soggetto della colossale vetrata sopra l'altar maggiore era sempre l'Incoronazione della Vergine, su disegno di Donatello.

Il vescovo Amedeo di Losanna, uno scrittore del XII secolo allievo di san Bernardo di Chiaravalle, dà il sapore di quest'accezione mariana della metafora regale. "La santa Vergine Maria fu assunta in cielo", dice. "Ma il suo nome ammirabile rifulse su tutta la terra anche indipendentemente di questo singolare evento, e la sua gloria immortale s'irradiò in ogni luogo prima ancora che fosse esaltata sopra i cieli (...) Abitava nel sublime palazzo della santità, godeva della massima abbondanza dei favori divini, e sul popolo credente e assettato, faceva scendere la pioggia delle grazie, lei che nella ricchezza della grazia aveva superato tutte le creature".

Essere regina implicava anche l'essere sposa, e i testi biblici che la liturgia associa a Maria - i salmi usati per spiegare il suo rapporto con Cristo - infatti legano la dignità regale a quella sponsale, come è suggerito nel salmo 45. Ancora Amedeo di Losanna offre la cifra immaginativa di questa tendenza, affermando che "Maria era la sposa ricca di gioielli spirituali, la madre dell'unico Sposo, la fonte di ogni dolcezza, la delizia dei giardini spirituali e la sorgente delle acque vive e vivificanti che discendono dal Libano divino (...) Mentre la Vergine delle vergini veniva assunta in cielo (...) si compì la profezia del salmista che dice al Signore: "Sta la regina alla tua destra in veste tessuta d'oro, in abiti trapunti e ricamati" (cfr. Salmi, 45, 10)".

Vicino a questo modo di immaginare la Vergine è il mosaico absidale di Santa Maria in Trastevere raffigurante Cristo e Maria seduti sullo stesso trono, così vicini che i loro corpi negli abiti d'oro ricamati di gemme si toccano e Cristo può mettere il braccio destro intorno alle spalle della Donna, la quale già porta la corona. Eseguito verso la metà del XII secolo - al tempo di Amedeo di Losanna cioè, e nel fitto della lotta dei papi a difesa dell'autonomia della Chiesa dall'ingerenza degli imperatori tedeschi - il mosaico intenzionalmente evoca elementi formali e contenutistici paleocristiani, allo scopo di suggerire un'ininterrotta continuità tra i secoli formativi della vita ecclesiale romana - i secoli crepuscolari dell'Impero - e il presente.

Così, mentre la donna raffigurata accanto a Cristo è certamente Maria - la chiesa in cui si trova il mosaico le è intitolata - la figura rappresenta anche e soprattutto la "Signora Chiesa", giovane e splendidamente vestita al momento delle nozze eterne. Cristo reca un libro con l'invito alla sua "eletta" a diventare lei stessa trono - Veni electa mea et ponam in te thronum meum - e l'"eletta" - la Chiesa - mostra un rotolo su cui leggiamo parole dal Cantico dei Cantici: Laeva eius sub capite meo, et dextera illius amplexabitur me - "La sua sinistra è sotto il mio capo e la sua destra mi abbraccia" (Cantici, 2, 6, cfr. 8, 3). Vista nel catino dell'abside, sopra l'altare dove l'Eucaristia ripresenta la "passione" dello Sposo e il dono del suo corpo, quest'esplicitazione del traguardo sponsale - questo modo di concepire la futura beatitudine dei credenti come un abbraccio - tradisce un'insospettata umanità, una poetica personalista che sembra anticipare la nuova affettività del Duecento. E anticipa l'odierna formulazione liturgica - il testo del prefazio del 15 agosto - in cui si parla di Maria assunta al cielo come "primizia ed immagine della Chiesa" in cui Dio rivela il compimento del mistero della salvezza e fa risplendere per il suo popolo "un segno di consolazione e di sicura speranza".

(©L'Osservatore Romano - 30 ottobre 2010)



venerdì 29 ottobre 2010

Benedetto XVI alla fondazione berlinese Romano Guardini "Un pensiero attuale e impegnativo per il futuro"


L'udienza alla Fondazione berlinese Romano Guardini

Un pensiero attuale
e impegnativo per il futuro

Quando era prefetto della Congregazione per la Dottrina della Fede, il cardinale Joseph Ratzinger fu il primo firmatario dell'appello della Fondazione Romano Guardini per istituire di nuovo la cattedra berlinese intitolata al grande teologo. Lo ha rievocato stamane, venerdì 29 ottobre, il presidente Ludwig von Pufendorf nel saluto rivolto a Benedetto XVI all'inizio dell'udienza svoltasi nella Sala Clementina.

A Roma per partecipare al congresso organizzato alla Pontificia Università Gregoriana per i 125 anni della nascita di Romano Guardini, i membri della Fondazione di Berlino sono stati ricevuti dal Papa, che "nel corso della sua vita - ha ricordato von Pufendorf - fin da quando era studente a Monaco", ha avuto in Guardini una grande fonte di ispirazione. "Quanto è influente, attuale e impegnativo per il futuro - ha commentato il presidente della Fondazione - il pensiero di Romano Guardini nei dibattiti teologici e filosofici di oggi. Quale importanza hanno la cattedra di filosofia della religione e visione cattolica del mondo, ecumenica in modo esemplare, del professor Guardini e il Corso Guardini, a essa indissolubilmente legato, alla Humboldt Universität. Non da ultimo, quale valore ha l'operato della nostra Fondazione, basato sui tre temi fondamentali del pensiero di Guardini: fede, scienza e arte".

Lo sa bene Benedetto XVI, che nel 1985 da cardinale, insieme all'Accademia cattolica di Baviera, si fece promotore di un incontro su Romano Guardini al fine di instaurare un dialogo "con una voce vivace che oggi, dopo un temporaneo silenzio, ci commuove tutti di nuovo".

Come emerso dai lavori alla Gregoriana del giorno precedente, sui quali il presidente ha riferito al Pontefice, "molto del pensiero di Guardini non è stato ancora riconosciuto. È un pensiero che contribuisce in grande misura a un arricchimento delle impostazioni attuali del pensiero filosofico". Una dimostrazione si era avuta anche pochi giorni prima alla Conferenza internazionale di tre giorni svoltasi nella capitale tedesca sul tema "Pensare per opposti: vita come fenomeno e come problema", del professor Jean Greisch, alla Humboldt Universität.

"Senza voler essere presuntuosi - ha commentato von Pufendorf - desideriamo contribuire, riallacciandoci alla presenza spirituale di Romano Guardini a Berlino, che ha lasciato delle tracce, a sviluppare ulteriormente uno dei suoi grandi temi e precisamente la riflessione su "fede e mondo", a rafforzare la conoscenza della fede e a conferire particolare forza espressiva a una teologia del cuore".

Secondo il presidente della Fondazione "il contributo eccezionale di Guardini, la sua autentica intuizione creativa, è stata la metodologia per mezzo della quale il mondo, nonché la condizione del reale, anche nelle loro dimensioni spirituali e culturali, devono essere visti dalla prospettiva della fede cristiana". Infatti, come lo stesso Joseph Ratzinger aveva affermato in un suo intervento in occasione della festa accademica per il centenario della nascita di Guardini, quest'ultimo auspicava un'università che si ponesse, al di là di ogni strumentalizzazione e scopo politico o economico, totalmente al servizio dell'istanza di verità. "Accogliendo quest'istanza - ha affermato von Pufendorf - se riusciremo a garantire in modo duraturo la cattedra berlinese nel suo collegamento con il corso Guardini, unico nel panorama universitario tedesco, potranno scaturire impulsi ulteriori e sempre più essenziali, che contribuiranno a conferire all'università europea un proprio profilo inconfondibile nel mondo e impegnato negli ideali europei di formazione". Proprio a questo scopo è stata creata la Fondazione Guardini - sostenuta dalla Fondazione Propter homines - il cui progetto è stato elaborato insieme con 15 atenei europei, volto a sviluppare un nucleo formativo e vincolante per i corsi europei di studi superiori.

"Ritengo - ha continuato il presidente - che grazie al nostro operato che illustra Berlino, la Fondazione può essere d'esempio in un mondo che in circa sessant'anni è stato plasmato da due sistemi ingiusti, che disprezzavano Dio e l'uomo, scaturiti dalla rottura profonda della tradizione cristiano-occidentale".

(©L'Osservatore Romano - 30 ottobre 2010)





giovedì 28 ottobre 2010

"Cortocircuito in Europa" Sembra spezzato il filo che lega cultura, religione e legge


Sembra spezzato il filo che lega cultura, religione e legge

Cortocircuito in Europa

Si vuole costruire un continente indipendente dal cristianesimo e in alcuni casi anche contro


Anticipiamo ampi stralci della relazione che l'arcivescovo presidente del Pontificio Consiglio per la Nuova Evangelizzazione tiene nel pomeriggio del 28 ottobre a Roma, nella Sala San Pio x di via della Conciliazione, nell'ambito dell'incontro "Un'Europa cristiana?", organizzato dall'Elea, al quale interviene anche il presidente della Fondazione Italianieuropei, Massimo D'Alema.

di Rino Fisichella

È bene ricordare che ci sono principi posti alla base di ogni civiltà che ne condizionano e determinano lo sviluppo, la sopravvivenza o la distruzione. Tre in modo particolare sono comunemente accettati: la cultura, la religione e la legge. È proprio di ogni società riconoscersi in una cultura e negli aspetti che la specificano nel confronto con altre; di questa fanno parte la lingua, le tradizioni, l'arte nelle sue diverse manifestazioni e tutto ciò che costituisce l'agire e il pensare personale e sociale. La religione, da parte sua, porta la risposta all'interrogativo fondamentale dell'uomo sul senso della propria vita. Nell'uomo c'è qualcosa che lo trascende, un "infinito" che egli stesso sperimenta in ogni atto della sua esistenza personale e che non può reprimere. Infine, c'è la legge; quell'insieme cioè di disposizioni che regolano la vita sociale e consentono di identificarsi in un sistema di pensiero e di comportamenti che si fa garante della giustizia, del bene e del male. Proprio questo ultimo principio provoca a comprendere quanto fondamentale sia la relazione tra i tre elementi descritti perché non avvenga che uno contraddica l'altro creando di fatto un cortocircuito tale da mettere in crisi un sistema di vita e di pensiero.

Ciò che si sta verificando in Europa, purtroppo, mi sembra essere proprio questo cortocircuito che impedisce una circolarità comunicativa tra i tre principi descritti, con la conseguente condizione di crisi permanente in cui siamo inseriti. Ciò che balza evidente è una situazione fortemente paradossale. Nel tempo in cui l'Europa viveva di valori condivisi, possedeva una forte identità che la rendeva facilmente riconoscibile nonostante i confini territoriali. In questi anni, invece, mentre si sono abbattuti i confini che avrebbero dovuto creare un'unità, ciò a cui si assiste è il moltiplicarsi delle differenze, l'aumento degli estremismi e la frammentarietà domina a tal punto da far sgretolare ogni possibile unità.

Si ha l'impressione che in questo processo di unificazione tutto sia già prefissato e determinato da un'élite di persone, senza un diretto coinvolgimento dei cittadini che sono i primi attori. Aver voluto escludere le radici cristiane non è stata una bella premessa ma l'oblio delle tradizioni in cui i popoli si riconoscono può diventare una colpa perché parte dal presupposto che il nuovo da costruire si deve imporre con una rottura con il passato.

Non si può pretendere di suscitare un senso di appartenenza a una nuova realtà come l'Europa distruggendo l'identità che i popoli si sono costruiti nel corso di secoli. Pensare che una moneta unica possa dare identità o che lo scambio di studenti con il progetto Erasmus crei il senso di appartenenza è superficiale. Questi sono strumenti, validi e utili, ma devono essere fondati, accompagnati e sostenuti da un progetto culturale rispettoso delle differenze e in grado di fare sintesi per una novità originale, altrimenti tutto diventa uniforme: linguaggio, arte, architettura, letteratura, politica, economia.

In questo modo il cittadino si stanca, si rinchiude in se stesso e perde entusiasmo. Se questo si sta verificando, temo dipenda anche dal fatto che si vuole costruire un'Europa indipendente dal cristianesimo e, in alcuni casi, perfino contro. Eppure, il cristianesimo è una condizione obbligatoria per la coerente comprensione dell'Europa. Le religioni per l'Europa non possono essere tutte uguali. Non siamo in una notte oscura dove tutto è incolore. Il primato della ragione, conquistato nel corso dei secoli, non può appiattirsi proprio ora con un egualitarismo da sabbie mobili che impedisce di dare voce alla forza critica. Questa è chiamata a discernere tra le religioni e a scegliere di riconoscere le proprie origini e l'apporto ricevuto.

Insomma, abbiamo il compito di produrre pensiero che sia capace di gettare le fondamenta per un'epoca che darà cultura alle future generazioni permettendo loro di vivere nella genuina libertà perché proiettati verso la verità. È questo pensiero che manca e sinceramente non lo vedo ancora all'orizzonte. Come ricordava di recente Benedetto XVI, "il mondo soffre per la mancanza di pensiero". Il dramma, probabilmente, sta tutto qui. Se manca la forza del pensiero non si può pretendere alcuna progettualità e tutto diventa monotono fino a giungere all'asfissia. A chi compete la progettualità, soprattutto di una nuova antropologia capace di proiettare un nuovo modello di società? Certamente non a un solo gruppo.

Questo è il momento di una sinergia in grado di fare sintesi del patrimonio del passato per interpretarlo alla luce delle conquiste che caratterizzano la nostra epoca in modo da trasmetterlo alle generazioni che verranno dopo di noi. Il cortocircuito è avvenuto perché le tre componenti della civiltà hanno intrapreso una strada solitaria e per molti versi, perché hanno giocato solo in difesa o all'attacco, senza comprendere che nessuno può vivere senza l'apporto degli altri.

Non dobbiamo, quindi, ripetere lo sbaglio del passato nel concepire il nuovo che prepariamo come una rottura con il passato. Non è così che la storia progredisce. Non è emarginando né esorcizzando il cristianesimo che si potrà avere una società migliore. Non potrà avvenire. Una lettura come questa non solo è miope, ma è sbagliata nelle sue stesse premesse. Non ci sarà una formazione di identità matura né per i singoli né per i popoli se si prescinde dal cristianesimo. Certo, la nostra storia è costellata di luci e ombre, ma il messaggio che portiamo è di genuina liberazione per l'uomo e di coerente progresso per i popoli. Il fondamento di un corretto rapporto tra la ragione e la fede lo si deve al nostro pensiero che non ha mai voluto umiliare la ragione, ma ne ha fatta una compagna di strada ineliminabile. È difficile in una fenomenologia delle religioni mondiali verificare un altrettanto equilibrato rapporto tra le due componenti come nel cristianesimo.

Per la nostra tradizione la fides quaerens intellectum è condizione per poter raggiungere ogni uomo e ogni donna, in ogni parte del mondo in quella fondamentale uguaglianza che è data appunto dalla razionalità, i cui contenuti sono accolti anche dalla fede pur con il suo processo di purificazione.

È da questo rapporto positivo con la ragione che si evitano i conflitti e si esclude ogni fondamentalismo; espressione di un frammento di verità assolutizzato senza considerare l'apporto degli altri. Per noi non è così. La verità che pensiamo è data per via di rivelazione, ma è entrata nella storia con l'incarnazione del Figlio di Dio e questo la rende inevitabilmente soggetta al progredire e alla dinamica fino alla fine dei tempi. D'altronde, è proprio la concezione del valore salvifico della verità che ha permesso ai cristiani di renderla universale conquista e non un prezzo da mercato. Alla stessa stregua, la concezione del perdono come espressione di amore che sa andare oltre l'offesa, è ciò che ha plasmato intere generazioni di popoli e ha consentito di verificare una fratellanza e una solidarietà più profonda.

Il concetto di matrimonio che il cristianesimo ha portato come unicità di rapporto nella reciprocità dell'amore ha saputo garantire la giustizia contro l'arbitrarietà che umiliava la donna indifesa, e la forza della relazione interpersonale come collante del tessuto sociale. E la ricerca del bene comune, nel rispetto per la dignità di ogni persona, non deriva proprio dal concetto stesso di persona che il cristianesimo ha prodotto come suo contributo al patrimonio dell'umanità a partire dal iv secolo?

Il rispetto per la vita, soprattutto nei confronti di quella innocente, debole e indifesa è un ulteriore segno della presenza del cristianesimo nel tessuto sociale che ha permesso di giungere a intuizioni straordinarie nelle opere di assistenza che permangono immutate come punti fermi per la società.

Non avanziamo nessun diritto di primogenitura su diverse conquiste che sono state compiute nel corso dei secoli e che segnano la storia di questi venti secoli; non desideriamo, però, che altri se ne impossessino giungendo perfino a negare la nostra originalità e il nostro apporto. Se ricordiamo questi fatti, e tanti altri potrebbero allungare l'elenco, è solo per ribadire che il cristianesimo non è di inciampo al progresso della società, ma sua condizione di genuino sviluppo. Come questo debba avvenire ce lo ricorda ancora una volta l'originalità stessa della nostra fede. La laicità, di cui tutti siamo gelosi, non è altro che l'applicazione di quella parola del Signore: "Date a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio" (Matteo, 22, 21). Laicità, come sempre più spesso in questi anni è dato da verificare, non è esclusione del cristianesimo, ma ascolto di quanto esso può offrire come suo contributo peculiare. Accettarlo o rifiutarlo sarà una scelta che il legislatore dovrà ben valutare; non per una possibile manciata di voti a fine legislatura, ma per il buon governo della cosa pubblica e per la globale formazione culturale delle generazioni a venire. Una legge crea una cultura consequenziale. Proprio questo dovrebbe essere considerato in questo momento storico in cui si possono già vedere le conseguenze create da alcune legislazioni. La società è migliorata? I giovani hanno trovato maggior impegno e responsabilità nella società? Il lavoro è diventato una forma di realizzazione? La famiglia si è rafforzata nell'impianto sociale? La scuola è palestra di vita? L'ammalato è una persona da rispettare e non un peso per il bilancio? La vita nel suo insieme è rispettata? Questi interrogativi non sono retorici, dare risposta è obbligatorio.

(©L'Osservatore Romano - 29 ottobre 2010)


Benedetto XVI ai partecipanti alla Plenaria della Pontificia Accademia delle Scienze



DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

AI PARTECIPANTI ALLA PLENARIA
DELLA PONTIFICIA ACCADEMIA DELLE SCIENZE

Sala Clementina
Giovedì, 28 ottobre 2010


Eccellenze,
distinti Signore e Signori,

sono lieto di salutare tutti voi qui presenti mentre la Pontificia Accademia delle Scienze si riunisce per la sua Sessione Plenaria per riflettere su "L'eredità scientifica del ventesimo secolo". Saluto in particolare il Vescovo Marcelo Sánchez Sorondo, Cancelliere dell'Accademia. Colgo questa opportunità anche per ricordare con affetto e gratitudine il professor Nicola Cabibbo, vostro compianto Presidente. Con tutti voi, nella preghiera, affido a Dio, Padre di misericordia, la sua nobile anima.

La storia della scienza nel ventesimo secolo è segnata da indubbie conquiste e da grandi progressi. Purtroppo, l'immagine popolare della scienza del ventesimo secolo è a volte caratterizzata in modo diverso, da due elementi estremi. Da una parte, la scienza è considerata da alcuni come una panacea, dimostrata dai risultati importanti del secolo scorso. In effetti, i suoi innumerevoli progressi sono stati talmente determinanti e rapidi da avvalorare, apparentemente, l'opinione secondo la quale la scienza potrebbe rispondere a tutte le domande circa l'esistenza dell'uomo e anche alle sue più alte aspirazioni. Dall'altra parte, ci sono quelli che temono la scienza e se ne allontanano a causa di certi sviluppi che fanno riflettere, come la costruzione e l'uso terrificante di armi nucleari.
Di certo, la scienza non è definita da nessuno di questi due estremi. Il suo compito era e rimane una ricerca paziente e tuttavia appassionata della verità sul cosmo, sulla natura e sulla costituzione dell'essere umano. In questa ricerca ci sono stati molti successi e molti fallimenti, trionfi e battute d'arresto. Gli sviluppi della scienza sono stati sia esaltanti, come quando sono stati scoperti la complessità della natura e i suoi fenomeni, al di là delle nostre aspettative; sia umilianti, come quando alcune delle teorie che avrebbero dovuto spiegare tali fenomeni una volta per tutte si sono dimostrate soltanto parziali. Ciò non di meno, anche i risultati provvisori sono un contributo reale alla scoperta della corrispondenza fra l'intelletto e le realtà naturali, su cui le generazioni successive potranno basarsi per un ulteriore sviluppo.

I progressi compiuti nella conoscenza scientifica nel ventesimo secolo, in tutte le sue varie discipline, hanno portato a una consapevolezza decisamente maggiore del posto che l'uomo e questo pianeta occupano nell'universo. In tutte le scienze, il denominatore comune continua a essere la nozione di sperimentazione come metodo organizzato per osservare la natura. L'uomo ha compiuto più progressi nello scorso secolo che in tutta la storia precedente dell'umanità, sebbene non sempre nella conoscenza di sé e di Dio, ma di certo in quella dei macro e dei microcosmi. Cari amici, il nostro incontro qui, oggi, è una dimostrazione della stima della Chiesa per la costante ricerca scientifica e della sua gratitudine per lo sforzo scientifico che incoraggia e di cui beneficia. Ai giorni nostri, gli scienziati stessi apprezzano sempre di più la necessità di essere aperti alla filosofia per scoprire il fondamento logico ed epistemologico della loro metodologia e delle loro conclusioni. Da parte sua la Chiesa è convinta del fatto che l'attività scientifica benefici decisamente della consapevolezza della dimensione spirituale dell'uomo e della sua ricerca di risposte definitive, che permettano il riconoscimento di un mondo che esiste indipendentemente da noi, che non comprendiamo del tutto e che possiamo comprendere soltanto nella misura in cui riusciamo ad afferrare la sua logica intrinseca. Gli scienziati non creano il mondo. Essi apprendono delle cose su di esso e tentano di imitarlo, seguendo le leggi e l'intelligibilità che la natura ci manifesta.

L'esperienza dello scienziato quale essere umano è quindi quella di percepire una costante, una legge, un logos che egli non ha creato, ma che ha invece osservato: infatti, esso ci porta ad ammettere l'esistenza di una Ragione onnipotente, che è altro da quella dell'uomo e che sostiene il mondo. Questo è il punto di incontro fra le scienze naturali e la religione. Di conseguenza, la scienza diventa un luogo di dialogo, un incontro fra l'uomo e la natura e, potenzialmente, anche fra l'uomo e il suo Creatore.

Mentre guardiamo al ventunesimo secolo, vorrei offrirvi due pensieri su cui riflettere ulteriormente. In primo luogo, nel momento in cui i risultati sempre più numerosi delle scienze accrescono la nostra meraviglia di fronte alla complessità della natura, viene sempre più percepita la necessità di un approccio interdisciplinare legato a una riflessione filosofica che porti a una sintesi. In secondo luogo, in questo nuovo secolo, la conquista scientifica dovrebbe essere sempre informata dagli imperativi di fraternità e di pace, contribuendo a risolvere i grandi problemi dell'umanità, e orientando gli sforzi di ognuno verso l'autentico bene dell'uomo e lo sviluppo integrale dei popoli del mondo. L'esito positivo della scienza del ventunesimo secolo dipenderà sicuramente, in grande misura, dalla capacità dello scienziato di ricercare la verità e di applicare le scoperte in un modo che va di pari passo con la ricerca di ciò che è giusto e buono.

Con questi sentimenti, vi invito a fissare il vostro sguardo su Cristo, la Sapienza non creata, e a riconoscere nel suo volto il Logos del Creatore di tutte le cose. Rinnovando i miei buoni auspici per la vostra opera, imparto volentieri la mia Benedizione Apostolica.

© Copyright 2010 - Libreria Editrice Vaticana





Benedetto XVI ai Vescovi della Conferenza Episcopale del Brasile (Regione Nordeste V) in visita "ad Limina Apostolorum"


DISCORSO DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI

AI VESCOVI DELLA CONFERENZA EPISCOPALE DEL BRASILE
(REGIONE NORDESTE V)
IN VISITA «AD LIMINA APOSTOLORUM»

Giovedì, 28 ottobre 2010



Amati Fratelli nell'Episcopato,

"Grazia a voi e pace da Dio Padre nostro e dal Signore Gesù Cristo" (2 Cor 1, 2). Desidero innanzitutto ringraziare Dio per il vostro zelo e per la vostra dedizione a Cristo e alla sua Chiesa che cresce nel regionale Nordeste 5. Leggendo le vostre relazioni, mi sono potuto rendere conto dei problemi di carattere religioso e pastorale, oltre che umano e sociale, con i quali vi dovete misurare ogni giorno. Il quadro generale ha le sue ombre, ma ha anche segnali di speranza, come monsignor Xavier Gilles mi ha appena riferito nel saluto che mi ha rivolto, esprimendo i sentimenti di tutti voi e del vostro popolo.

Come sapete, negli incontri che si sono succeduti con i diversi regionali della Conferenza nazionale dei vescovi del Brasile, ho sottolineato i diversi ambiti e i rispettivi fattori del multiforme servizio evangelizzatore e pastorale della Chiesa nella vostra grande nazione; oggi vorrei parlarvi di come la Chiesa, nella sua missione di fecondare e di fermentare la società umana con il Vangelo, insegna all'uomo la sua dignità di figlio di Dio e la sua vocazione all'unione con tutti gli uomini, dalle quali derivano le esigenze della giustizia e della pace sociale, conformemente alla sapienza divina.
Intanto il dovere immediato di lavorare per un ordine sociale giusto è proprio dei fedeli laici che, come cittadini liberi e responsabili, s'impegnano a contribuire alla retta configurazione della vita sociale, nel rispetto della sua legittima autonomia e dell'ordine morale naturale (cfr. Deus caritas est, n. 29). Il vostro dovere come vescovi, insieme al vostro clero, è mediato, in quanto vi compete contribuire alla purificazione della ragione e al risveglio delle forze morali necessarie per la costruzione di una società giusta e fraterna. Quando però i diritti fondamentali della persona o la salvezza delle anime lo esigono, i pastori hanno il grave dovere di emettere un giudizio morale, persino in materia politica (cfr. Gaudium et spes, n. 76).

Nel formulare tali giudizi, i pastori devono tener conto del valore assoluto di quei precetti morali negativi che dichiarano moralmente inaccettabile la scelta di una determinata azione intrinsecamente cattiva e incompatibile con la dignità della persona; tale scelta non può essere riscattata dalla bontà di nessun fine, intenzione, conseguenza o circostanza. Pertanto, sarebbe totalmente falsa e illusoria qualsiasi difesa dei diritti umani politici, economici e sociali che non comprendesse l'energica difesa del diritto alla vita dal concepimento fino alla morte naturale (cfr. Christifideles laici, n. 38). Inoltre, nel quadro dell'impegno a favore dei più deboli e dei più indifesi, chi è più inerme di un nascituro o di un malato in stato vegetativo o terminale? Quando i progetti politici contemplano, in modo aperto o velato, la decriminalizzazione dell'aborto o dell'eutanasia, l'ideale democratico - che è solo veramente tale quando riconosce e tutela la dignità di ogni persona umana - è tradito nei suoi fondamenti (cfr. Evangelium vitae, n. 74). Pertanto, cari Fratelli nell'episcopato, nel difendere la vita "non dobbiamo temere l'ostilità e l'impopolarità, rifiutando ogni compromesso ed ambiguità, che ci conformerebbero alla mentalità di questo mondo" (Ibidem, n. 82).

Inoltre, per aiutare meglio i laici a vivere il loro impegno cristiano e socio-politico in modo unitario e coerente, come vi ho detto ad Aparecida, è "necessaria una catechesi sociale ed un'adeguata formazione nella dottrina sociale della Chiesa, essendo molto utile per ciò il Compendio della dottrina sociale della Chiesa". (Discorso inaugurale della V Conferenza generale dell'Episcopato dell'America Latina e dei Caraibi, n. 3). Ciò significa anche che, in determinate occasioni, i pastori devono pure ricordare a tutti i cittadini il diritto, che è anche un dovere, di usare liberamente il proprio voto per la promozione del bene comune (cfr. Gaudium et spes, n. 75).
Su questo punto politica e fede s'incontrano. La fede ha, senza dubbio, la natura specifica di incontro con il Dio vivo che apre nuovi orizzonti ben al di là dell'ambito proprio della ragione. "Senza il correttivo fornito dalla religione, infatti, anche la ragione può cadere preda di distorsioni, come avviene quando essa è manipolata dall'ideologia, o applicata in un modo parziale, che non tiene conto pienamente della dignità della persona umana" (Viaggio apostolico nel Regno Unito, Incontro con le autorità civili, 17-IX- 2010).

Una società può essere costruita solo rispettando, promuovendo e insegnando instancabilmente la natura trascendente della persona umana. Così Dio deve trovare "un posto anche nella sfera pubblica, con specifico riferimento alle dimensioni culturale, sociale, economica e, in particolare, politica" (Caritas in veritate, n. 56). Per questo, amati Fratelli, unisco la mia voce alla vostra in un vivo appello a favore dell'educazione religiosa, e più concretamente dell'insegnamento confessionale e diversificato della religione, nella scuola pubblica statale.

Desidero anche ricordare che la presenza di simboli religiosi nella vita pubblica è allo stesso tempo memoria della trascendenza dell'uomo e garanzia del suo rispetto. Essi hanno un valore particolare nel caso del Brasile, dove la religione cattolica è parte integrante della sua storia. Come non pensare in questo momento all'immagine di Gesù Cristo con le braccia tese sulla baia di Guanabara che rappresenta l'ospitalità e l'amore con cui il Brasile ha sempre saputo aprire le sue braccia a uomini e donne perseguitati e bisognosi provenienti da tutto il mondo? Fu in questa presenza di Gesù nella vita brasiliana che essi s'integrarono armoniosamente nella società, contribuendo all'arricchimento della cultura, alla crescita economica e allo spirito di solidarietà e di libertà.

Amati Fratelli, affido alla Madre di Dio e Nostra Madre, invocata in Brasile con il titolo di Nossa Senhora Aparecida, questi auspici della Chiesa cattolica nella Terra della Santa Croce e di tutti gli uomini di buona volontà in difesa dei valori della vita umana e della sua trascendenza, insieme con le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini e delle donne della provincia ecclesiastica del Maranhão. Affido tutti alla Sua materna protezione e a voi e al vostro popolo imparto la mia benedizione apostolica.

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